lunedì 29 dicembre 2025

"Il ritorno di Rachel Price" di Holly Jackson

Il ritorno di Rachel PriceIl ritorno di Rachel Price by Holly Jackson
My rating: 4 of 5 stars

"Ed eccola lì: Rachel Price. Identica alla foto che avevano usato per i volantini. Un sorriso ampio che le appuntiva il mento, gli occhi di un grigio-azzurro scuro, i capelli dorati, in quel frammento del passato lunghi quasi quanto quelli di Carter"


GIUSTIZIA PER NONNA SUSAN!

Seppur avessi adorato la serie cominciata con "A Good Girl's Guite to Murder", la parziale delusione di "Five Survive" aveva un po' frenato il mio interesse verso la bibliografia di Jackson, tanto da lasciar trascorrere quasi due interi anni prima di recuperare altro. Nel frattempo, lei ha scritto due romanzi che sono stati pubblicati anche in Italia con un ottimo successo, almeno a livello di popolarità; e questo mi ha ovviamente spinto a voler continuare questa esplorazione -sempre in ordine cronologico- con "Il ritorno di Rachel Price", un titolo che salvo poche scene è molto più vicino alla trilogia di debutto dell'autrice, per la predominanza della componete mystery ma anche per il ruolo di alcuni personaggi.

Per la seconda volta ci muoviamo in territorio statunitense, in particolare a Gorham, località del New Hampshire dove vivono da generazioni i Price; una famiglia segnata sedici anni prima dalla scomparsa di Rachel, madre della protagonista Annabel "Bel" che fin da piccolissima convive con questo trauma. Un regista britannico coinvolge lei e tutti i suoi parenti nelle riprese di un documentario incentrato su questo caso di cronaca, iniziativa che la ora diciottenne Bel mal tollera, tanto da dileguarsi in più occasioni quando le telecamere sono nei paraggi. Durante una delle sue fughe, la ragazza incontra una donna dall'aspetto sudicio diretta a casa sua: si tratta proprio di Rachel, improvvisamente liberata dal suo rapitore; il sospetto che la donna non stia dicendo tutta la verità spinge però Bel a voler far chiarezza sui segreti di lei e del resto della famiglia.

I legami tra questi personaggi sono praticamente il cuore del romanzo, mostrando un'evoluzione significativa nel corso della storia e una centralità quasi totale sia per come viene sviluppata la trama che per la crescita dei protagonisti stessi. Molto rilevante e ben scritto è anche il rapporto che Bel instaura con Ash, un ragazzo che lavora alle riprese del documentario; non posso dire di essere del tutto convinta per come si arriva in fretta alla svolta romantica tra i due, ma nel complesso credo che la cara Holly abbia svolto un ottimo lavoro per bilanciare le loro interazioni e renderle omogenee nel contesto dell'investigazione che portano avanti. A conti fatti ho trovato più verosimile il modo in cui lei viene a patti con la partenza di lui, rispetto alle reazioni che ha nei confronti di altri caratteri.

Questo è dato forse dalla scrittura un po' raffazzonata di buona parte dei comprimari: molti di loro sono descritti in modo rapido e superficiale, limitandosi al loro piccolo ruolo all'interno dell'intreccio. Mi sarebbe piaciuto vedere un cast un po' più articolato, specialmente nei casi di figure come nonna Susan, il badante Jordan o l'ex amica Sam, che avrebbero potuto risultare più incisivi con poco sforzo; questo ovviamente non vale per tutti i personaggi secondari, ma anche quelli più interessanti non arrivano molto oltre la sufficienza. Per contro, l'affascinante caratterizzazione di Bel risalta ancora di più; una protagonista che ho apprezzato praticamente in ogni aspetto, con una prospettiva molto chiara e sempre coerente, capace di offrire degli spunti non banali per analizzare tanto le reazioni a un trauma quando le conseguenze di vivere in un determinato ambiente famigliare.

Arrivando quindi a parlare di tematiche, mi trovo un po' indecisa: più di una mi costringerebbe a delle perifrasi interminabili per evitare spoiler, inoltre mi sento combattuta perché pur apprezzandole tutte a livello teorico penso che l'esecuzione non sia stata delle migliori nella pratica. Senza scendere troppo nel dettaglio, Jackson vorrebbe parlare di relazioni interpersonali problematiche, squilibri di potere, gestione di un trauma e violenza di genere, ma nella maggior parte dei casi ripete i concetti fin troppe volte, oppure opta per degli esempi estremamente didascalici. Questo è senza dubbio dovuto al target scelto, ma ultimamente mi capita tanto spesso di incappare in narrazioni simili che i miei occhi scattano in automatico al soffitto!

Tra i limiti del volume penso si possano includere anche la traduzione -non abominevole, ma un filino legnosa e pigra-, la prosa che spesso scivola dalla terza alla prima persona, la rapidità con cui si arriva alle risoluzioni nell'epilogo, e alcune delle rivelazioni riguardanti il mistero principale. Nel suo insieme la struttura del mystery è solida e ben ritmata, ma alterna colpi di scena estremamente prevedibili (che ovviamente non menzionerò!) ad altri inarrivabili; penso a casi come la prima sparizione di Rachel nel centro commerciale oppure l'identità di Robert Meyer e il suo legame con la famiglia, ovvero twist che sono preclusi al lettore eppure dovrebbero essere banali per i personaggi. Il risultato finale però mi ha dato delle sensazioni positive, che magari potrebbero trasformarsi in un voto più alto per "Not quite dead yet" visto il passaggio dell'autrice a un pubblico più maturo.

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"Progetto Parousia" di Nikolas Dau Bennasib

Progetto ParousiaProgetto Parousia by Nikolas Dau Bennasib
My rating: 3 of 5 stars

"Il Migliore dei Mondi... Di sicuro, dall'abbattimento dei nemici di Cristo e del suo araldo, poteva nascere un mondo migliore, ma mettere mano alla spada avrebbe davvero portato al migliore dei mondi in assoluto? Dal sangue dei martiri era fiorita la Chiesa di Cristo. Ma, in quel momento, chi era il martire e chi il carnefice?"


DOM STA PER DOMENICANO NON PER DOMINATORE, VERO?

Dopo aver terminato "Protocollo Uchronia" ho lasciato trascorrere parecchio tempo prima di recuperare il secondo volume della serie d'esordio di Dau Bennasib, e la mia preferenza verso le narrazioni autoconclusive è soltanto una delle ragioni dietro a questo ritardo. Ho procrastinato anche perché il primo capitolo non mi aveva granché entusiasmata, inoltre mi era capitato di sentir etichettare "Progetto Parousia" più come spin-off che come seguito. Una volta affrontato il testo, posso dire che questa informazione non è corretta al cento per cento ma capisco quali elementi (tra cui il commento dell'autore stesso nelle note finali) abbiano fatto propendere altri recensori verso questa definizione.

La linea di trama ambientata nel presente alternativo è più o meno coincidente con la prima ma si basa su una diversa protagonista: messa da parte la detestabile Rebecca du Puit, seguiamo qui l'adolescente Chiara Serafini, un'appassionata di videogiochi che intraprende un percorso di vendetta verso gli sviluppatori della console Zoe dopo l'incidente accaduto al fratello minore a causa di un visore da loro prodotto. Questa tragedia la porta ad avvicinarsi al gruppo hacktivista detto BigSister, ma anche a nutrire un senso di colpa apparentemente inesauribile per le disgrazie alle quali assiste. Nella timeline futuristica abbiamo sempre un cambio di POV, ma con un ulteriore salto in avanti nel tempo, perché approdiamo all'anno 2116 con le figure di Hanuman e Damaso, già introdotte nel primo romanzo che qui si incontrano e partono per un viaggio alla ricerca delle rispettive origini.

Per quanto riguarda le menti artificiali attive nel sistema operativo di ZOE per preparare il Migliore dei Mondi in tempo per la fine dell'apocalisse, continuiamo a seguire gli (scarsissimi) progressi di Eve e compagnia ma per poco: la loro attenzione -così come quella del lettore- viene ben presto catturata da una deviazione ucronistica all'interno della riscrittura stessa della Storia. Vediamo così l'introduzione di Rothiland, cavaliere cristiano al servizio di Carlo Magno che vaga per le terre dei sassoni impegnato in diverse missioni. Per quanto affascinante a livello di ricostruzione del passato, quest'ultima è a mani basse la linea di trama più noiosa, perché della prospettiva dei soci di Rebecca vediamo solo un susseguirsi di scene identiche, al punto che in un paio di occasioni ho avuto seriamente il dubbio di star rileggendo un capitolo precedente; per quanto riguarda invece la prospettiva simil-storica, la conclusione è abbastanza prevedibile se si ha già letto il primo capitolo.

Un problema analogo riguarda il POV di Chiara, dal momento che le informazioni principali erano già presenti nel racconto di Rebecca, quindi affrontare la sua storia è stato abbastanza inutile dal punto di vista contenutistico. L'elemento di novità è dato dalla nascita delle AL/AS, con tutta la riflessione che ne potrebbe conseguire: queste entità sono considerabili al pari delle persone in carne e ossa oppure sono un mero coacervo di dati digitali? domande sulle quali il lettore dovrà però ragionare in autonomia a volume chiuso, perché i personaggi non vanno a fondo più di tanto, e soprattutto non forniscono un quadro completo delle problematiche collegate. Esattamente come per la debosciata dottoressa du Puit, le vicende legate a Chiara sono fortemente episodiche e tendono a rendere difficoltosa l'empatizzazione verso di lei, per tacere dei caratteri secondari che sembrano a malapena accennati. L'immersione nella lettura è inoltre interrotta spesso da dialoghi irreali (dove Tizio racconta a Caio la storia della vita di Caio, come se lui non la conoscesse benissimo!) e legami personali annunciati al lettore anziché raccontati in modo diretto.

Come si potrà indovinare, la linea di trama più interessante e motivata a mio avviso è quella che vede protagonisti Hanuman e Damaso, sia perché entrambi sono supportati da una buona introspezione sia per l'assenza di time skip significativi. Purtroppo tutte le scoperte principali sulle loro origini riescono a stupire soltanto i personaggi in scena, perché chi arriva dalla lettura di "Protocollo Uchronia" è al corrente di tutte queste informazioni. Devo dire che comunque loro risultano abbastanza carismatici e dinamici da non annoiare mai, inoltre affrontano dei solidi archi narrativi e costruiscono un rapporto in bilico tra antagonismo e vicinanza molto originale.

Tra gli aspetti positivi di questa lettura mi sento di includere poi la prosa: non sarà più di tanto identificativa, ma mi è sembrata molto più scorrevole rispetto all'esordio del caro Nikolas, che ha inoltre dosato più saggiamente la sua propensione a sfoggiare le conoscenze introiettate per strutturare il romanzo. Pur concentrandosi sui caratteri protagonisti -e sul loro essere imperfetti-, l'autore è migliorato anche nel definire i comprimari, dando quasi a tutti una parvenza di personalità e autonomia all'interno della storia. L'aspetto più interessante è senza dubbio la presenza di moltissimi spunti di ordine etico, identitario e spirituale: quali limiti dovrebbe porsi la scienza? cosa sia un'anima e chi la possegga? in che modo si trova o si perde la fede? siamo definiti dalle nostre azioni o da una natura intrinseca? sono alcune delle domande suggerite dal testo, di certo interessanti seppur un po' troppo numerose e mio avviso.

A non convincermi è stata di nuovo la struttura a POV alternati, perché costringe Dau Bennasib a includere alcune scene riempitive o comunque molto diluite per rimanere coerente allo schema di partenza senza scivolare in qualche spoiler. Mi hanno fatto storcere il naso anche i tanti dettagli che non aggiungono nulla alla storia, specie nei piccoli gesti compiuti dai personaggi, e la scelta di presentare un quartetto di racconti midquel prima di cominciare: li ho trovati grosso modo inutili, perché si concentrano su fatti già noti come l'origine di Hanuman e confronti ripetitivi tra Eve e le altre menti digitalizzate. C'è poi da considerare l'intreccio del romanzo, e qui andiamo su gusti estremamente personali dal momento che l'autore -da plotter estremo qual è- ha ben chiaro dove andrà la narrazione, ma sembra non voler tenere in nessuna considerazione le attitudini dei personaggi oppure la banale verosimiglianza; abbiamo così parecchi comportamenti e svolte forzati al solo fine di condurre la trama nella direzione stabilita inizialmente, vedasi Chiara che dedica la vita ai videogiochi nonostante l'incidente al fratello oppure i seguaci di Al Hajj fedeli a una figura come quella di Hanuman seppure la disprezzino e ne diffidino.

Andiamo infine a rispondere al quesito iniziale: questo libro è un seguito oppure uno spin-off? la verità è in effetti a metà strada, un po' come la natura di Hanuman. Personalmente mi voglio azzardare a dire che lo consiglierei come lettura singola, sia perché è qualitativamente migliore del primo sia per la ripetizione delle tematiche e delle informazioni necessarie a comprendere il testo. Al più aver letto anche "Protocollo Uchronia" permette di cogliere numerosi easter eggs durante la lettura, ma non mi sembra indispensabile per avere una visione globale delle vicende.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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martedì 23 dicembre 2025

"Confessioni" di Minato Kanae

 ConfessioniConfessioni by Kanae Minato 湊 かなえ

My rating: 5 of 5 stars

"Ho deciso di lasciare l'insegnamento a causa della morte di mia figlia. Ma... se Manami fosse davvero morta per una pura fatalità, credo che avrei continuato a insegnare ... E allora perché, vi starete chiedendo, sono giunta a questa decisione? Perché Manami non è morta accidentalmente, ma è stata uccisa da qualcuno di voi"


MA NON ESISTE LA POLIZIA POSTALE IN GIAPPONE?

In quasi dieci anni di recensioni librose vi ho consigliato (e altrettanto spesso sconsigliato!) centinaia di titoli, ma i social sono stati un mezzo utile anche per vedermi suggerite delle letture che altrimenti non avrebbero mai incrociato la mia strada. Una di queste è senza dubbio "Confessioni" -romanzo d'esordio che Minato ha elaborato a partire dal suo racconto "La sacerdotessa"- al quale ho deciso di approcciarmi anche in virtù del mio apprezzamento per i placidi thriller asiatici: intrecci dove l'attenzione non è posta tanto sullo smascheramento di un colpevole o su inseguimenti pregni di adrenalina, quanto piuttosto sulle motivazioni dietro a un crimine sul piano individuale e sociologico.

Il delitto che muove la narrazione in questo caso è la morte sospetta di Manami, una bambina di quattro anni figlia della professoressa Moriguchi Yūko, trovata annegata nella piscina della scuola media dove la madre insegna. Tutte le prove lasciano intuire che si sia trattato di una tragedia senza responsabili, ma l'ultimo giorno di lezioni la donna descrive nel dettaglio quanto è avvenuto in realtà: a uccidere Manimi sono stati gli studenti Watanabe Shūya e Shimomura Nao, due ragazzi decisamente diversi ma accomunati dal risentimento verso l'insegnante e dall'incapacità dei rispettivi genitori. Terminato il monologo di Moriguchi, prendono metaforicamente la parola altri personaggi, e tramite lettere e diari raccontano le loro prospettive sulla vicenda.

L'intento della cara Kanae non è tanto fornire nuovi elementi per ribaltare la sentenza di Moriguchi, quanto piuttosto far comprendere al lettore quali dinamiche distorte si nascondano dietro all'omicidio perpetrato da Shūya e Nao, come anche dietro a tutte le sciagure che ne conseguiranno. Il romanzo riesce in questo modo a sviscerare tematiche molto serie e attuali, fra le quali primeggia quella dell'educazione: un ragazzino può essere ritenuto al cento per cento responsabile delle azioni compiute? quale limite non deve superare un educatore nel suo ruolo? ed entro quali confini si deve invece muovere la famiglia? Grazie ai diversi POV, l'autrice tratta inoltre i temi del bullismo scolastico, della pressione sociale, dell'influenza mediatica, della manipolazione emotiva, del sottile confine tra giustizia e vendetta; e in questo senso svolge un lavoro egregio dando a ogni argomento il giusto peso e spazio.

Tra gli aspetti che ho apprezzato devo poi collocare la prosa -estremamente piacevole e attenta a dare un tono adatto a ogni protagonista- e la scelta di un'ambientazione quasi anonima: per molti dettagli culturali è chiaro che ci troviamo in Giappone, ma evitando di mettere troppe etichette Minato ha creato una narrazione capace di parlare trasversalmente, risultando in questo modo adttabile anche a delle dinamiche più internazionali. Il pregio maggiore credo però siano i suoi personaggi, sia come individui analizzati singolarmente che come personalità sulle quali si basa l'intreccio; tutti vengono infatti caratterizzati in modo tridimensionale e credibile, non limitandosi ad assegnare delle qualità superficiali ma scavando a fondo, fino a scoprire quali esperienze hanno strutturato determinate indoli.

Anche per questa ragione farei fatica a indicare un personaggio che mi abbia colpito in particolare: non solo sono tutti ben scritti, ma nessuno di loro è nettamente positivo dal momento che si dimostrano al contempo sia vittime sia carnefici, portando nel mentre alla negazione del mito dell'innocenza infantile. Ovviamente la cara Kanae tiene in considerazione l'importanza delle influenze culturali e sociali al momento di definire i personaggi, mostrando le diverse reazioni di un gruppo all'apparenza omogeneo di ragazzini di fronte a un'ingiustizia, a un rimprovero oppure a un pericolo. Ho inoltre apprezzato molto che la storia risulti cruda e angosciante, senza ricorrere a mezzucci splatter, ma semplicemente mostrando le spirali discendenti di queste psichi compromesse.

Devo dire di non avere delle vere critiche da muovere a questo libro: al più mi hanno fatta sorridere alcune piccole forzature verso il finale, che comunque risulta calzante e coerente; anche troppo, visto che appena un anno dopo la pubblicazione è stato scopiazzato in un noto film hollywoodiano. Ritengo però giusto mettere in chiaro che non sono presenti degli strabilianti plot twist, checché ne scriva la CE nella sinossi o nella quarta di copertina. Non che mi voglia lamentare dell'edizione (la trovo molto ben fatta, soprattutto negli utili contenuti extra a fine volume), però la trama è semplicemente un concatenarsi di eventi tragici, e la presenza di caratteri così ben delineati rende molto facile capire come agiranno. Quindi non la consiglierei a chi cerca una storia stupefacente nel senso convenzionale, quanto a dei lettori che desiderino perdersi nell'introspezione psicologica di caratteri deviati e riflettere sulla differenza tra giusto e legittimo.

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mercoledì 3 dicembre 2025

"Revival" di Stephen King

RevivalRevival by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Un secondo fulmine colpì il palo di ferro, colorandolo dello stesso blu che nei miei sogni circondava il capo di Charles Jacobs. Fui obbligato a chiudere gli occhi per non restare accecato. Quando li riaprii, l'asta brillava rosso fuoco"


IT'S NOT SCIENCE, IT'S A LOVECRAFTIAN MONSTER!

Ultimamente la mia esplorazione della bibliografia kinghiana è proseguita in modo discontinuo e randomico, con volumi scelti quasi a caso: perché trovati in vendita a poco prezzo oppure ricevuti in regalo. Per il 2026 ho intenzione di essere un po' più rigorosa, affrontando con una precisa intenzione le antologie del caro Stephen, ma nel frattempo concludo l'anno in corso con "Revival"; titolo ben poco chiacchierato, forse per la trama non proprio lineare o forse per le copertine tristi e banali che gli sono state assegnate. Devo dire che anch'io trovavo poco accattivante quella della mia copia (con quella specie di croce in CGI mal illuminata!), eppure la sinossi mi intrigava parecchio. Sinossi che però trovo giusto mettere in chiaro fin da subito è decisamente fuorviante.

Di base seguiamo una storia di formazione che copre l'intera vita del protagonista e narratore Jamie Edward Morton, in modo principalmente episodico. Con qualche eccezione marginale, le vicende raccontate si concentrano sul suo rapporto con Charles Daniel Jacobs, inizialmente introdotto come il nuovo reverendo di Harlow, la cittadina del New England in cui il bambino vive nei primi anni Sessanta. Il legame tra i due è subito forte, e permette di introdurre la passione di Jacobs per l'energia elettrica con cui si diletta a creare piccoli giochi, ma sulla quale basa anche degli studi meno innocenti. Tutto procede serenamente per qualche anno, finché un evento tragico non giunge a sconvolgere la visione del mondo dell'uomo che, persa completamente la fede religiosa, viene allontanato dai suoi concittadini. Lui e Jamie si rincontrano trent'anni dopo, quando quest'ultimo ha raggiunto un punto di non ritorno a causa della tossicodipendenza, ma il loro addio è ancora lontano.

Mi tolgo subito il dente: questa struttura a puntate non mi ha fatto impazzire. In primis, perché rende molto più difficile affezionarsi ai personaggi e farsi coinvolgere nelle loro vicende personali, ma anche per aver lasciato spesso in secondo piano il personaggio di Jacobs. Capisco la ragione dietro alla scelta di Jamie come protagonista, ma ciò porta a un numero ristretto di interazioni tra i due, così sappiamo pochissimo del percorso dell'ex reverendo e al contempo il rapporto di antagonismo tra loro non risulta così significativo, mentre tutto nella narrazione ci indica sia centrale. Verso l'epilogo il motivo per cui Jamie arriva a detestare Jacobs è palese -e condivisibile anche dal lettore-, ma prima abbiamo centinaia di pagine in cui sembra avercela con lui a torto ed esserne ossessionato più per principio che per una reale colpa dell'altro.

Oltre a rimpiangere l'assenza del POV di Jacobs, tra gli aspetti meno riusciti includo la lentezza con cui si sviluppa lo spunto principale, come anche la trama in generale. Non ho trovato l'intreccio particolarmente avvincente o capace di stupire: la direzione generale è abbastanza chiara, mentre le sottotrame collaterali hanno ben poca rilevanza e si riducono a brevi momenti di quotidianità che vengono sfruttati soprattutto per approfondire le relazioni personali del protagonista. È così che personaggi anche molto interessanti finiscono per rimanere poco più di comparse oppure relegati a brevi trafiletti per spiegare la loro uscita di scena dalla vita di Jamie.

Se non sono riuscita ad apprezzare il loro impiego nel romanzo, non posso però dire che questi caratteri siano delineati in modo superficiale o incoerente. Ancora una volta, il caro Stephen dedica molta cura all'aspetto della caratterizzazione, creando un cast di figure tridimensionali e carismatiche, che neppure la narrazione sincopata riesce a far risultare dimenticabili. Attraverso le loro interazioni, l'autore riesce a descrivere delle scene estremamente incisive sul piano emotivo, in particolare nei momenti in cui Jamie si confronta con i suoi familiari, con il suo datore di lavoro Hugh Yates, e ovviamente con la sua cosiddetta nemesi Jacobs. Proprio per questo mi spiace che le loro interazioni non siano più frequenti: quando sono in scena si percepisce con chiarezza come siano combattuti tra una spontanea simpatia e la consapevolezza di essere degli individui fallaci che risulteranno ancor più pericolosi insieme.

Per questo la prospettiva del Jamie adulto che racconta gli eventi più significativi della sua vita è a conti fatti una scelta giusta; infatti riesce a porre l'attenzione su degli elementi che al tempo presente non avrebbe considerato rilevati, motivando così la sua crescente preoccupazione verso le pratiche di Jacobs. Inoltre il suo POV è utile per includere nella narrazione una quantità di tematiche: non tutte ottengono il medesimo approfondimento, ma ritengo che King sia stato molto abile nel raccontare i sentimenti conflittuali di Jamie verso la sua famiglia, la grande passione per il mondo della musica, ma anche la prospettiva distorta nel periodo della dipendenza. Verso il finale questi aspetti cedono il passo al lato più marcatamente horror: si tratta di una svolta dalle tinte lovecraftiane, con chiarimenti quasi assenti ma degli ottimi momenti di tensione e di terrore verso l'ignoto. E seppure la risoluzione sembri un filino anticlimatica, lo considero un epilogo solido e coerente con la scrittura dei personaggi principali, perché non premia nessuno e anche chi sembra salvarsi è destinato a convivere con i propri errori.

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