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martedì 6 aprile 2021

"Vent'anni dopo" di Alexandre Dumas padre

Vent'anni dopoVent'anni dopo by Alexandre Dumas
My rating: 4 of 5 stars

"«Non sono le guerre civili che ci disuniscono; è che non abbiamo più vent'anni, e i leali slanci della giovinezza sono scomparsi per far posto al mormorio degli interessi, al soffio delle ambizioni, ai consigli dell'egoismo»"


BASTA UCCIDERE CAVALLI, SIGNOR DUMAS

Seguito delle avventure de "I tre moschettieri" ambientato -come suggerisce sottilmente il titolo- vent'anni dopo, questo romanzo mi ha riportato nella narrazione leggera e divertente di Dumas, tra duelli fisici e di strategia, scene degne di Beautiful (non ho ancora metabolizzato la storia del concepimento di Raoul) e un numero incalcolabile, per mera pigrizia della scrivente, di refusi che hanno reso l'edizione Rizzoli la nemesi per più di una settimana.
Molto è cambiato in Francia da quando i nostri eroi baccagliavano un giorno sì e l'altro pure con il cardinale Richelieu: d'Artagnan è l'unico rimasto all'interno del corpo dei moschettieri, ancora in attesa che la riconoscenza di Anna d'Austria gli permetta di far carriera; proprio con questa speranza, l'uomo viene avvicinato dal nuovo ministro, l'italiano Mazarino, che gli promette il titolo di capitano in cambio del suo aiuto. Per buona parte del romanzo vediamo infatti la Corte del giovanissimo Luigi XIV contrapposta al movimento della Fronda, composto da popolani, borghesi e nobili riuniti dal disprezzo verso il cardinale e le sue tasse sempre più gravose.
Nella prima parte del libro seguiamo d'Artagnan impegnato nella ricerca e nel (tentato) reclutamento dei suoi vecchi amici, persi di vista con il passare degli anni; nella seconda ci si focalizza principalmente su una missione in Inghilterra, dove le forze di Carlo I e i ribelli al seguito di Oliver Cromwell si danno battaglia.
Mi è impossibile non fare un confronto tra questo e il primo libro, soprattutto perché ci sono tanti elementi in comune come lo stile, il genere e gli stessi personaggi, principali e secondari, che ritornano in scena. Seppure il voto assegnato ai due volumi sia alla fine lo stesso, i punti a favore e contro sono quasi opposti: "Vent'anni dopo" è caratterizzato infatti da una omogeneità della trama del tutto assente nel precedente titolo. Anche qui abbiamo tante avventure, provocate dagli ostacoli che i personaggi si trovano a dover affrontare, ma la narrazione segue un intreccio generale strutturato con più cura, come si evince anche dalla presenza di alcuni ottimi colpi di scena. Per contro i personaggi, in particolare gli antagonisti che ritenevo il punto di forza dell'altro volume, qui si dimostrano notevolmente più deboli tanto che il testo stesso ci dice chiaramente come Mazarino non sia all'altezza di Richelieu o Mordaunt a quella di Milady.
È anche vero che altri personaggi guadagnano molto da questo salto in avanti nel tempo, in special modo d'Artagnan che perde in parte la sua strafottenza giovanile per sfoderare un'attitudine molto più razionale; di conseguenza, leggere dei piani da lui ideati risulta una delle parti più godibili del testo. Per apprezzare davvero i quattro protagonisti credo sia però necessario liberarsi dell'ideale comune nato nel tempo attorno alla figura dei moschettieri: dopo tanti adattamenti sul grande e il piccolo schermo i personaggi di Dumas si sono ridotti a degli stereotipati cavalieri pronti a difendere i deboli e lottare contro gli oppressori; chi si approccia all'opera cartacea potrebbe essere alquanto confuso trovandosi di fronte dei caratteri molto più sfaccettati e non sempre votati al bene incondizionato. A parte Athos che è un santo, o un semidio nel caso chiedeste a d'Artagnan.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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lunedì 25 maggio 2020

Un classico al mese - "I tre moschettieri" di Alexandre Dumas padre

«I quattro amici ripeterono a una voce sola la formula di d'Artagnan: "Tutti per uno, uno per tutti"»

 

Un classico al mese

  "I tre moschettieri" di Alexandre Dumas padre



LA SCHEDA TECNICA

TITOLO: I tre moschettieri
AUTORE: Alexandre Dumas padre
TITOLO ORIGINALE: Les Trois Mousquetaires
TRADUTTORE: Giuseppe Aventi
EDITORE: Rizzoli
COLLANA: Grandi classici BUR
PAGINE: 690
VOTO: 4 stelline e mezza

IL COMMENTO

  "I tre moschettieri" è uno dei primi esempi di feuilleton, ossia di quello che da questo lato delle Alpi è conosciuto come il romanzo d'appendice; si tratta di storie caratterizzate da un netta contrapposizione tra buoni e cattivi, pubblicate ad episodi su alcuni quotidiani, anziché in un unico volume. Questo aspetto fa sì che la vicenda non risulti del tutto omogenea, ma si percepisca la volontà dell'autore di raccontare diverse avventure, collegate dalla presenta degli stessi personaggi che di volta in volta si trovano a dover svolgere una nuova missione o affrontare un determinato antagonista.
  In piena corrente letteraria romantica, Dumas scrive una storia contenente molti dei capisaldi del filone, come la marcata nostalgia nei confronti del mondo cavalleresco medioevale

«"Sfortunatamente non siamo più ai tempi del grande imperatore [Carlomagno, NdR]. Viviamo nel tempo di monsignor cardinale [...]."»

dove tutto si poteva risolvere con un onesto duello, o anche il leggero alone del misticismo che si palesa -ad esempio- nella scena in cui la regina Anna e il duca di Buckingham confessano di aver fatto lo stesso sogno. In questa ambientazione storica, seppur arricchita (o impoverita, a mio modesto parere) da diversi rumours dell'epoca ai quali Dumas da ciecamente credito,

«"Sì, il signor cardinale, a quanto sembra, la perseguita e la tormenta [la regina Anna] più che mai. Non può perdonarle la storia della sarabanda. Sapete la storia della sarabanda?"»

comincia la storia dell'aspirante moschettiere D'Artagnan, giovane guascone che negli anni Venti del Seicento lascia la casa paterna per raggiungere Parigi ed inseguire il suo sogno; fin dalle prime pagine vediamo delinearsi il suo rapporto di amicizia con i tre moschettieri del titolo, così come l'antagonismo marcato con il "misterioso" uomo di Meung e Milady.
  Per presentare il suo romanzo, Dumas sfrutta un escamotage caro -tra gli altri- a Hawthorne ne "La lettera scarlatta" (QUI la recensione), fingendo di aver ritrovato una sorta di memoriale del nostro D'Artagnan. Purtroppo l'incredulità del lettore rimane sospesa decisamente per poco, dal momento che parecchie scene non possono proprio essere descritte dal punto di vista del protagonista, e neppure raccontate a lui da terzi.
  Un problema che affligge la ricchissima trama è il voler proseguire in una determinata direzione a prescindere da tutto: ciò va spesso a sacrificare il realismo del romanzo, sia in termini di balzi temporali e spaziali inspiegabili sia di personaggi stravolti nella loro caratterizzazione. Ed è un peccato, visto che proprio i personaggi sono uno degli aspetti più rilevanti e positivi del titolo.
  Ho apprezzato l'evoluzione genuina del rapporto tra D'Artagnan e i moschettieri, come pure con i loro valletti, seppur in un primo momento si abbia una sensazione di forzatura. In particolare la relazione con il fido Planquet risulta bilanciata e molto divertente.

«"Hai paura, Planquet?"
"No, soltanto faccio osservare al signore che la notte sarà freddissima, che il freddo dà i reumatismi, e che un valletto reumatizzato diventa un buono a nulla [...]."»

Si nota anche come Dumas non dipinga i suoi eroi come perfetti: pur essendo dalla parte del "bene", ci vengono spesso rimarcati i lati peggiori dei loro caratteri, come la strafottenza nel caso di Buckingham:

«Così, sicuro di se stesso, convinto del suo potere, certo che le leggi che reggono il comune degli uomini non potevano valere per lui, egli andava diritto allo scopo che si era prefisso, [...].»

  La mia preferenza va però agli antagonisti, per la loro maggior sfaccettatura, con la sola eccezione del conte di Rochefort. Il cardinale si dimostra estremamente abile nell'influenzare l'opinione altrui, soprattutto quando si tratta di convincere re Luigi XIII della propria ritrosia nel fare ciò che si era ripromesso fin dal primo momento:

«"Veramente", disse il cardinale "per quanto mi ripugni fermare il pensiero sopra un tradimento simile, la Maestà Vostra mi ci fa pensare [...]."»

E cosa dire di Milady? non mi aspettavo avrebbe ottenuto così tanto spazio nella narrazione, diventando quasi una seconda protagonista. Ho ammirato moltissimo la sua determinazione ed il suo coraggio,

«"Il mio Dio", disse. "Fanatico insensato che sei. Sono io stessa il mio Dio, io e colui che mi aiuterà a vendicarmi."»

che mi hanno ricordato la mia adorata Magdalen da "Senza nome" di Wilkie Collins (QUI la recensione), soltanto con degli obiettivi meno condivisibili.
  Lo stile di Dumas è generalmente semplice e godibile, in larga parte per merito dell'umorismo che permea l'intera storia con le sue battute pungenti,

«Planchet, due ore prima, era venuto a chieder da mangiare al suo padrone, il quale gli aveva risposto col proverbio: "Chi dome pranza". E Planquet pranzava dormendo.
Un uomo entrò, d'aspetto sempliciotto e che sembrava un borghese. Planchet avrebbe sì voluto sentire la conversazione, che sarebbe stata come la frutta del suo pranzo,[...].»

volte in alcuni casi a criticare la società, sia essa accostata al potere temporale del sovrano o a quello (per nulla) spirituale della Chiesa.
  Aspetto meno gradevole è la netta separazione tra narrazione e dialoghi, che quasi sempre sono dei blocchi continui privi di indicazioni sui personaggi o l'intonazione; credo che questo potrebbe essere collegato all'attività di Dumas come drammaturgo, ma ciò non toglie sia fastidioso e crei confusione.
  Ciò che più mi ha deluso è però l'edizione della Rizzoli, casa editrice generalmente valida per quanto riguarda le sue edizioni dei classici; in questo caso mi sono trovata con un volume privo di revisione -lo si nota per i tantissimi errori di battitura come segni grafici assenti o parole storpiate- e con una traduzione decisamente aggiornabile, specie quando il povero Patrick, uomo di fiducia di Buckingham, viene italianizzato senza alcun motivo

«"Chi devo annunciare a milord?", domandò PATRIZIO.[...]»

seppur per una sola volta. E pensare che avevo snobbato la mia vecchia edizione Newton Compton e comprato questa nuova di proposito!


DOVE COMPRARE QUESTO LIBRO

martedì 5 maggio 2020

TBR - Maggio 2020

TBR - Maggio 2020



La mia TBR si compone di cinque titoli, tra i quali due parte di trilogie o serie, due autoconclusivi e un classico, cercando anche di alternare il più possibile generi diversi.
Per questo quinto mese i libri prescelti sono:
"L'ultimo segreto" di Kerstin Gier; capitolo concluso in questa trilogia dedicata al mondo dei sogni, un luogo in cui tutti i pensieri possono essere realizzati. Spero che le avventure di Liv si concludano in modo soddisfacente dopo la parziale delusione di "La porta di Liv" (ne parlo QUI).
"L'occhio del Golem" di Jonathan Stroud; secondo volume, oppure terzo in base all'ordine proposto dalla Salani, in una delle serie fantasy più promettenti tra le mie letture recenti. La sinossi promette di portarci nella misteriosa città di Praga dove Nathaniel e Bartimeus sono sulle tracce di un pericoloso Golem.
"Mattatoio n. 5" di Kurt Vonnegut; romanzo che segue la storia di Billy Pilgrim, uomo all'apparenza ordinario, che nasconde la capacità di viaggiare nel tempo e nello spazio. Ho grosse aspettative su questo titolo, da molti considerato il migliore dell'autore che già avevo amato con "Madre notte" (QUI la recensione).
"The Rest of Us Just Live Here" di Patrick Ness; ambientato in un mondo dove gli eroi dei libri sono la normalità, questo romanzo segue invece le vite di quattro adolescenti ordinari e del loro tentativo di avere una vita altrettanto ordinaria, a dispetto dell'apocalisse della settimana in corso.
"I tre moschettieri" di Alexandre Dumas padre; uno dei più noti classici della letteratura francese ottocentesca, che ha ispirato un gran numero di film e serie TV. Anni fa avevo letto una versione ridotta per ragazzi, e ora mi sono finalmente decisa a recuperare il testo integrale.

venerdì 21 dicembre 2018

Rubare ai ricchi, per comprarsi degli occhiali - Recensione a “Robin Hood” di Alexandre Dumas padre

Rubare ai ricchi, per comprarsi degli occhiali

Recensione a "Robin Hood" di Alexandre Dumas padre


LA SCHEDA TECNICA

TITOLO: Robin Hood
AUTORE: Alexandre Dumas padre
TITOLO ORIGINALE: Robin Hood, le proscrit
TRADUTTORE: Lucio Chiavarelli
EDITORE: Newton Compton
COLLANA: Grandi tascabili economici
PAGINE: 180

IL COMMENTO

  Nomina “I tre moschettieri” e anche il lettore meno spigliato assocerà questo titolo a Dumas. Nomina “Robin Hood” e otterrai le reazioni più disparate, tra chi andrà con la mente ad uno dei tanti film con il bandito gentiluomo come protagonista, chi citerà il lungometraggio animato targato Walt Disney con la volpe ad interpretare il ruolo del furfante, oppure ancora chi penserà ad una tra le molte serie TV ispirate alle avventure degli allegri compagni di Sherwood.
  Sono in pochi infatti a ricordare che dobbiamo ring razionare il prolifico Dumas per aver portato fino a noi notizia delle gesta dell’eroe popolare noto come Robin Hood. Incaricato di tradurre l’”Ivanhoe” di Scott, l’autore conobbe la figura del leggendario ladro Sassone, all’epoca protagonista di molte ballate popolari; Dumas fu il primo a scrivere un romanzo con protagonista Robin, salvandolo in questo modo dall’oblio in cui forse sarebbe scivolato come personaggio legato a dei racconti tramandati principalmente per via orale.
  La narrazione di come l’autore incappò nella figura di Robin e molti altri dettagli interessanti su questo romanzo si possono trovare nell’introduzione e, per una volta, devo giustamente elogiare la Newton Compton per la buona qualità di questa edizione, dove sono presenti molte note esplicative nel testo, alcune graziose illustrazioni, nonché due appendici iniziali che forniscono una sintetica infarinatura rispettivamente sui personaggi e suoi luoghi della storia. Soprattutto la prima si rivela molto utile e mi sono trovata a consultarla spesso durante la lettura, perché ci sono davvero molti personaggi e a volte risulta difficile ricordare i rapporti tra loro.
  Il romanzo ripercorre le principali avventure del celebre Robin Hood a partire dal suo incontro con Will il Rosso e Much, due dei suoi più fidati luogotenenti. Nella prima parte del romanzo,al centro della vicenda troviamo la missione per salvare proprio Will dalle grinfie dello sceriffo di Nottingham e, nel contempo, impedire le nozze d’interesse tra la figlia di quest’ultimo ed il repellente Sir Tristam. Segue poi il racconto di svariate peripezie volte in special modo ad alleggerire le borse dei ricchi Normanni e degli ecclesiastici di passaggio per Sherwood e delle conseguenti rappresaglie ad opera del barone Fitz-Alwyn, che non è comunque il solo nemico di Robin, come pure Will non è il solo a venire ingiustamente condannato a morte e salvato in modo rocambolesco.
  Seppur i duelli abbondino in questo romanzo, di cappa e spada appunto, ho trovato quantomeno curiosa la presenza di un gran numero di matrimoni (ne ho contati undici, più un paio andati a monte), nonché il ruolo combattivo concesso alle donne dei proscritti e il continuo elogio della vita di coppia come via per trovare la felicità. Non a caso Robin muta completamente il suo temperamento dopo la morte dell’amata Marian e pian piano perde del tutto la voglia di vivere e di lottare.
  La lettura prosegue abbastanza rapida, tra la predominanza dei dialoghi e l’alternarsi di scene ricche d’adrenalina, seppur il lettore non sia mai in pensiero per la sorte di Robin e dei suoi allegri compagni, perché votati al bene e dotati di grande coraggio. Un dettaglio che in più punti mi ha divertito è l’incapacità del protagonista, ma anche di altri personaggi, nel riconoscere chi hanno davanti: in particolare Robin non riconosce il cugino e (per due volte!) il cognato, per tacere di chi tenta di arrestarlo e puntualmente se lo ritrova davanti senza riconoscerlo.
  I più affezionati lettori di Dumas non mancheranno di notare molte somiglianze con la sua opera più nota, “I tre moschettieri”. I due volumi hanno infatti un inizio molto simile, con il protagonista che si imbatte in quelli che saranno poi i suoi fedeli compari e, come prima cosa, li sfida a duello per motivi abbastanza banali. Altra analogia con altre opere dell’autore è la povertà di storyline ad ampio respiro, alle quali vengono preferiti dei brevi racconti del tutto scollegati da una trama orizzontale ma che vanno solo ad illustrare alcuni episodi nella vita della protagonista.
  E Robin Hood è un protagonista di tutto rispetto: pur essendo un eroe non intende mostrarsi umile, fa lo splendido con le dame e si vanta della propria abilità con ogni genere di arma, questo non lo porta però ad abusare della violenza e in generale si dimostra generoso anche con i suoi nemici. Molti aspetti del suo personaggio sono stati d’ispirazione per altre figure iconiche come Zorro analogo eroe mascherato che sottrae ai ricchi per donare ai poveri, Peter Pan sia per l’abbigliamento sia per l’idea di vivere in completa libertà sull’Isola che non c’è, Sherlock Holmes con i travestimenti che aiutano entrambi ad introdursi non riconosciuti in ogni sorta di consesso, V nella sua guerra personale allo strapotere dei benestanti e del clero.
  La narrazione di Dumas si conferma ancora una volta ironica e briosa, ma capace anche di toccare l’anima del lettore in alcune scene dense di emozioni. Da notare anche come l’autore sia uscito coraggiosamente dalla sua confort zone, scegliendo un’ambientazione ed un periodo storico ben lontani dai suoi canoni classici, ma che ha saputo comunque gestire molto bene.
  Dumas è stato molto originale in più di un aspetto con questo romanzo, perché ha deciso di dargli un finale dolceamaro, in cui si vede il giusto sconfiggere più volte i suoi avversari ma alla fine cadere mentre questi continuando ad ordine le loro trame. E con Robin scompare anche il sogno utopico della foresta di Sherwood.

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