mercoledì 29 aprile 2026

"La paziente silenziosa" di Alex Michaelides

La paziente silenziosaLa paziente silenziosa by Alex Michaelides
My rating: 2 of 5 stars

"Alicia non parlò mai più. Il suo silenzio incrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi"


DA TRE GIORNI A SEI ANNI È UN ATTIMO

Dopo lo sconfortante tedio generato da "Nel bosco", ero un po' restia ad affrontare subito un altro thriller psicologico. Non volevo però che lo spiacevole incontro con French mi bloccasse dal dare un'onesta possibilità anche al caro Alex, del quale ho scelto di provare il celeberrimo "La paziente silenziosa", un titolo caratterizzato (per mia fortuna!) da un tono molto meno dispersivo. Eppure siamo ancora ben lontani dalla sufficienza, e una delle ragioni è da ricercarsi proprio nell'unico elemento degno di plauso nell'esordio della cara Tana, ovvero lo stile: quello di Michaelides è tragicamente infantile e approssimativo. Due autori agli antipodi letti in sequenza, scelta che mi ha portato a chiedermi se io abbia apprezzato il secondo più di quanto meritasse effettivamente soltanto per la diretta contrapposizione con il primo.

L'ambientazione in questo romanzo è quasi ininfluente, ma per chiarezza ci troviamo nel sud dell'Inghilterra, soprattutto nella zona di Londra. La principale voce narrante è quella dello psicologo forense Theo Faber, che all'inizio della storia ottiene un posto nel Grove Hospital con l'obiettivo dichiarato di occuparsi della sua più famosa paziente: la celebre pittrice Alicia Berenson. La donna si trova lì da sei anni, dopo aver ricevuto una sentenza di colpevolezza per l'omicidio del marito Gabriel, e senza alcun tentativo di difendersi dal momento che per tutto questo tempo è rimasta chiusa in una sorta di mutismo selettivo; l'unico scorcio sui suoi pensieri sono le pagine del suo diario, poste a inframezzare i capitoli narrati in prima persona da Theo. Quest'ultimo, ottenuta la piena fiducia del direttore clinico, il bizzarro professor Lazarus Diomedes, avvia una sorta di indagine per comprendere le origini del silenzio di Alicia e convincerla a parlare di nuovo.

Il testo è costellato inoltre da rimandi alla mitologia classica, e in particolare alla tragedia di Euripide "Alcesti", scelta che confesso di non aver compreso appieno: a mio avviso sarebbero risultati più calzanti i miti di Medea oppure di Clitennestra. Una premessa che rimane comunque molto interessante per quello che è il romanzo d'esordio dello scrittore cipriota, e che si tratti di un'opera prima non è difficile intuirlo vista la prosa caratterizzata dall'utilizzo indecente dei sinonimi -utile solo a creare delle fastidiose ridondanze- e dalla presenza di frasi a effetto degne della collana Piccoli Brividi a conclusione di ogni capitolo. Capitoli che per lo meno sono mediamente brevi, rendendo il ritmo narrativo parecchio scorrevole, effetto ottenuto anche grazie agli incalzanti dialoghi; un altro elemento che mostra però un rovescio della medaglia, perché tutto gli scambi ai quali assistiamo sono terribilmente vuoti e banali. A tal proposito, la sinossi mi aveva fatto credere che le interazioni tra Theo e Alicia avrebbero costituito il cuore del volume, mentre a conti fatti risultano essere troppo poche e prive della necessaria incisività.

E dire che loro sono gli unici caratteri con un minimo di introspezione, seppur limitata all'ambito dei traumi passati e condivisi. Il resto dei cast è composto da personaggi poco approfonditi nella migliore delle ipotesi: comprimari e comparse risultato delle mere macchiette, e le battute scelte per loro dal caro Alex non li aiutano a dimostrare un briciolo di personalità visto che tutti si esprimono quasi allo stesso modo, adottando tra l'altro la sovrabbondanza di inutili sinonimi alla quale accennavo prima. I fondali si adeguano a loro volta a questo livello di impersonalità e sciattezza: che il protagonista si trovi nel suo studio, in un parco pubblico o seduto al pub è del tutto indifferente! inoltre ho trovato a dir poco patetici i tentativi di creare un'atmosfera inquietante descrivendo ogni luogo come sudicio e in cattivo stato. Quanto è poco verosimile poi, considerando che i personaggi si trovano per la maggior parte del tempo in una struttura medica?

A parte ritmo e spunto, l'aspetto più convincente del libro è forse da rintracciare nelle svolte di trama: anche se non tutte colgono nel segno e sorprendono come dovrebbero, ammetto che un paio mi hanno colpita in positivo per la buona tempistica scelta. Per quanto riguarda l'intreccio, il limite di Michaelides si trova nella decisione di confondere a tutti i costi i suoi lettori, al punto da introdurre una quantità spropositata di informazioni e sottotrame prive di sbocco. E se è vero che il mistero principale ottiene alla fine una risposta abbastanza esaustiva, bisogna anche tenere in considerazione la pretestuosità del concetto alla base del volume stesso: si è obbligati a sospendere parecchio la propria incredulità per credere alle supercazzole enunciate dai protagonisti con una convinzione fastidiosamente arrogante. Non ho ancora deciso se la bibliografia del caro Alex meriti una seconda chance da parte mia, ma mi auguro comunque abbia imparato a scrivere personaggi che si prendono un po' meno sul serio.

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martedì 21 aprile 2026

"Nel bosco" di Tana French

Nel bosco (Dublin Murder Squad #1)Nel bosco by Tana French
My rating: 1 of 5 stars

"Mi balzarono alla mente alcuni ricordi, alcuni tuttora difficili da affrontare ... La luce grigia dell'alba, il rumore dei nostri passi, la rugiada sulle gambe nude, la mano di Jamie, piccola e rosea, sulle pieghe di un abito di pietra, il suo viso rivolto verso l'alto per guardare in quegli occhi vuoti. Il silenzio infinito"


PER NIENTE O'KE(LL)Y!

Con una "carriera" da lettrice lunga quasi tre decadi alle spalle, ho notato che sempre più spesso mi appoggio a una ristretta cerchia di autori ben conosciuti e apprezzati, mentre fatico parecchio quando si tratta di dare un'occasione a una penna nuova. Con ogni probabilità è un meccanismo difensivo: in passato avevo invece l'insana abitudine di acquistare a scatola chiusa anche due o tre libri di uno scrittore mai provato prima, rimanendo delusa dal risultato spesso e volentieri. Ogni tanto però quel piccolo sforzo riesco ancora a farlo, a esempio con Tana French e il suo romanzo d'esordio "Nel bosco", primo capitolo in una serie di volumi grossomodo autoconclusivi che -per ragioni che andrò a elencare a breve- non progetto di continuare in futuro.

Per l'ambientazione l'autrice sceglie il suo Paese d'adozione, l'Irlanda. Ci troviamo infatti a Knocknaree una località fittizia non lontana da Dublino, dove degli archeologi rinvengono un cadavere; nulla di strano, se non si trattasse del corpo di una ragazzina vittima di un omicidio fin troppo recente. A indagare sulla vicenda sono i detective Adam Robert "Rob" Ryan (aka, la nostra voce narrante) e Cassandra "Cassie" Maddox, i quali ben presto identificano il corpo come quello della giovane promessa del balletto Katharine "Katy" Siobhan Devlin. Il mistero non è però così semplice da ricostruire, sia per l'ostruzionismo della famiglia che per i collegamenti con un caso di vent'anni prima: nel 1984 quella stessa zona è stata infatti il teatro della sparizione di Germaine "Jamie" Elinor Rowan e Peter Joseph Savage, dei dodicenni come Katy ma soprattutto i più cari amici d'infanzia dello stesso Rob.

Un legame che ovviamente influenza le reazioni e l'atteggiamento del protagonista, delineando un quadro interessante sul piano psicologico ma anche molto problematico. Rob infatti ha una quantità spropositata di difetti personali e mancanze professionali, che mi hanno portata in più momenti a chiedermi come possa aver avuto così tanti successi nel suo lavoro di detective. Questa caratterizzazione lo ha reso per me insoffribile come narratore e odioso come protagonista, e se è vero che un personaggio non dev'essere per forza moralmente ineccepibile è altrettanto vero che un autore non può basare la totalità dei colpi di scena sull'idiozia di un carattere. O peggio ancora dell'intero cast, perché in realtà c'è un'unica personaggia che dimostri intelligenza e genuino interesse per il proprio lavoro: peccato che French costringa anche lei a comportarsi da mentecatta per pilotare l'intreccio a proprio gusto.

Tra personalità detestabili oppure stereotipate al massimo, il cast non spicca come punto di forza del volume, tra i quali si possono invece includere le metafore visive che danno carattere allo stile dell'autrice e la scelta di affrontare dei temi decisamente rilevanti; non sono convinta del tutto del risultato ottenuto, ma devo ammettere che la descrizione di un nucleo famigliare disfunzionale le è riuscita molto bene. Un pregio con riserva riguarda invece il racconto dell'indagine, che è davvero dettagliata e tiene conto dei tecnicismi del caso, ma allo stesso tempo rallenta moltissimo il ritmo in un genere di romanzo dove ci si aspetterebbe un coinvolgimento più rapido. Un'ulteriore zavorra narrativa è rappresentata dalla lunghezza eccessiva dei capitoli -circa 50 pagine ognuno-, altro elemento insoluto per un thriller.

Come si sarà intuito, non reputo l'intreccio granché riuscito: le svolte dell'indagine sono per la maggior parte fortuite, e anche gli ostacoli compaiono per puro caso anziché per merito dell'acume dimostrato dagli antagonisti. Ho trovato inoltre svogliata l'edizione nostrana (sarebbe costato tanto includere qualche nota esplicativa a fondo pagina?) e fastidiosa la scelta di spiegare i comportamenti dei personaggi anziché farli desumere dal contesto. Forse questo è dovuto alla presenza di un unico POV, e a tal proposito: con chi sta parlando Rob? il testo è costellato di suoi commenti e giustificazioni rivolti a un misterioso pubblico, come se si stesse interfacciando con qualcuno che gli chiede conto e ragione delle sue azioni, ma alla fine non c'è nessun chiarimento in merito! Inoltre è un narratore inaffidabile, espediente letterario fin troppo pigro per questo genere di storie; tra i demeriti soggettivi menzionerei poi la sensibilità datata e l'impressione che sia più vicino al noir di quanto io tenda ad apprezzare.

In relazione al lato investigativo c'è poi un enorme difetto, ossia le pochissime risposte sulla scomparsa degli amici del protagonista. Non escludo in modo assoluto vengano fornite nei seguiti, ma lo reputo molto improbabile considerando che di certo Rob non ritorna come protagonista negli altri romanzi, e a questo punto non saprei se considerarlo un bene o meno: da un lato l'ho detestato e non potrei sopportare altre narrazioni dal suo punto di vista, dall'altro trovo frustrante la scarsità di spiegazioni fornita su una figura teoricamente centrale all'interno della storia. Di sicuro la sua assenza non rappresenta una motivazione sufficiente per sorbirmi di mia sponte una seconda indagine con il contagocce a opera della cara Tana.

Voto effettivo: una stellina e mezza

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giovedì 9 aprile 2026

"Tutto è fatidico" di Stephen King

Tutto è fatidico: 14 storie nereTutto è fatidico: 14 storie nere by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza … una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato"


QUATTRO DIVORZI E UNA (MANCATA) AUTOPSIA

Continua con un buon ritmo il mio recupero cronologico delle antologie del caro Stephen con la sua settima "Tutto è fatidico", composta da quattordici racconti non originali, principalmente concentrati sul genere horror. Una serie di narrazioni che non solo mi hanno riportato a Derry, Castle Rock e sulla via per la Torre Nera, ma è anche riuscita a stupirmi: pur non essendo molto popolare, penso possa ambire al titolo di miglior raccolta. Almeno per quanto riguarda le storie brevi, perché in quanto a novelle "Stagioni diverse" tocca delle vette non ripetibili!
Anche questa volta, sono andata ad assegnare un voto singolo a ogni titolo, per poi calcolare la media e trasformarla nella valutazione globale, con un lievissimo arrotondamento in positivo che trovo più che corretto per una lettura capace di trasmettere emozioni tanto variegate.


"Autopsia 4" - tre stelline
Si comincia con una storia dalla premessa parecchio cupa e angosciante, che il caro Stephen decide però di trattare con piglio quasi comico: l'agente di cambio Howard Randolph Cottrell, sosia di Michael Bolton e appassionato giocatore di golf, si risveglia all'interno di una sacca mortuaria e realizza di star per subire un'autopsia; ancora in dubbio sulla sua stessa condizione di vivente, Howard si ingegna in ogni modo per fermare l'operazione. Pur non essendo granché originale, lo spunto si dimostra interessante e ben gestito, inoltre il ritmo scorre ottimamente -con le varie rivelazioni piazzate con intelligenza nei momenti più opportuni- e i commenti del protagonista all'assurda piega degli eventi mi hanno convinto quasi sempre. Peccato che il black humor venga contaminato fin troppo da commenti sessualizzanti di dubbio gusto, inoltre mi sarei aspettata una piega meno forzatamente comica: gli elementi per creare più tensione e terrore non mancavano di certo.

"L'uomo vestito di nero" - quattro stelline
Nel secondo racconto si torna su binari più nettamente horror, con l'anziano Gary che -sentendosi ormai prossimo alla fine della sua esistenza- decide di trascrivere su un diario un incredibile episodio della sua infanzia: nei boschi vicino alla Castle Rock di inizio Novecento, il protagonista allora novenne incontrò un signore distinto, inquietante e decisamente affamato. Ispirandosi (a mio avviso molto vagamente) a un celebre racconto di Hawthorne, King ricava una piacevole storia caratterizzata da alcuni validi picchi di tensione, descrivendo in poche pagine un personaggio credibile e ben strutturato. La figura più interessante è però quella dello straniero nel bosco, nel quale si mescolano con attenzione malizia e aggressività, creano dei parallelismi non troppo velati con il mondo reale; peccato che questo antagonista non ottenga molto spazio, risultando una minaccia meno incisiva di quanto mi sarei aspettata.

"Tutto ciò che ami ti sarà portato via" - quattro stelline
La vicenda che vede come protagonista il commesso viaggiatore Alfie Zimmer porta il nero promesso da questa antologia a virare verso un blu cupo: l'uomo si trova in Nebraska, in particolare si è fermato in un Motel 6 sull'Interstate 80, ma con dei propositi ben diversi da un tranquillo pernottamento; a mettere in dubbio le sue convinzioni è il quadernetto sul quale ha appuntato graffiti trovati nelle stazioni di servizio durante anni di viaggi di lavoro. Ammetto di aver un po' patito la mancanza di una trama chiara, nonché la pochezza di dettagli sulla vita di Alfie e sugli eventi che l'hanno portato in quel luogo. La prosa riesce in buona parte a compensare queste lacune, portando l'attenzione sullo stato d'animo e sui dettagli psicologici di un protagonista alquanto atipico. Mi devo inoltre schierare con Bill Buford, il collega che ha consigliato al caro Stephen di lasciare in dubbio il lettore sul destino di Alfie, perché una risoluzione più netta avrebbe distorto il messaggio stesso della storia.

"La morte di Jack Hamilton" - tre stelline e mezza
Nonostante il tono vecchio stile e il contenuto molto lontano dalla contemporaneità, questo racconto è il più recente della selezione. Ispirandosi per molti elementi alle fonti storiche, King dà voce al criminale Homer Van Meter, membro della Banda Dillinger che nei primi anni Trenta era celebre per le clamorose rapine in banca e l'antagonismo con FBI, specialmente con la figura dell'agente Melvis Purvis; è quest'ultimo a uccidere infine il capobanda John "Johnnie" Herbert Dillinger, evento che solleva però parecchie perplessità nell'opinione pubblica, tanto da spingere Homer a voler disambiguare le circostanze della morte del complice Jack "Red" Hamilton, quando Johnnie si procurò una vistosa cicatrice sul viso. Tutti questi personaggi sono delineati con grande cura e anche i rapporti di amicizia tra loro riescono a convincere -a dispetto delle poche pagine a disposizione-, ma per contro l'intreccio risulta davvero scarno vista la scelta di rimanere fedele agli avvenimenti storici. Il limite che ho riscontrato in questo caso è quasi esclusivamente personale: non provo alcun interesse per le storie di gangster e trovo la scelta lessicale (seppur del tutto in linea con il contesto) troppo lontana dalla sensibilità attuale.

"La camera della morte" - quattro stelline e mezza
In uno scenario geografico non propriamente chiaro (forse il Venezuela o la Colombia), il reporter del New York Times Fletcher viene interrogato da alcuni funzionari del ministero dell'Informazione a causa del suo appoggio a un gruppo paramilitare comunista. La narrazione evolve rapidamente, portando a un'escalation di tensione raccontata in modo magistrale, anche grazie alla presenza di alcuni dettagli horror ben contestualizzati. Di certo avrei gradito una maggior chiarezza per inquadrare concretamente gli eventi e gli antagonisti non fanno chissà che sforzo per uscire dai rispettivi stereotipi, però la storia trova la sua forza nel protagonista e nella sua determinazione a sopravvivere, e da questo punto di vista trovo che l'autore abbia svolto un lavoro eccellente: pronto a pensare fuori dagli schemi e a correre dei rischi -ma senza risultare per questo incosciente o sopra le righe-, Fletcher è un personaggio pratico e brillante per il quale non si può che fare il tifo.

"Le Piccole Sorelle di Eluria" - tre stelline
Il racconto più lungo dell'antologia è ambientato poco prima dell'inizio de "L'ultimo cavaliere", ma risulta comprensibile anche a chi fosse del tutto digiuno dalle vicende de La torre nera, anzi potrebbe essere un buon assaggio di quelle vibes utile per capire se valga la pena investire in un percorso lungo ben otto libri. Pur presentando degli elementi horror, la storia rimane di base un'avventura fantastica con protagonista l'immancabile Roland Deschain, che durante la sua ricerca dell'uomo in nero finisce nella città fantasma di Eluria; qui il pistolero viene attaccato dai lenti mutanti per poi essere soccorso dalle Piccole Sorelle di Eluria, un gruppo di religiose dedite all'aiuto dei malati i cui modi ispirano però ben poca fiducia. Una narrazione e un tipo di prosa che mi hanno rimandata ai primi capitoli della saga, un po' nel bene (la contaminazione di generi e sottogeneri, i dettagli più grotteschi, la conclusione dal sapore dolceamaro) ma soprattutto nel male, e penso in particolar modo alla figura di Roland: che intuisce tutto senza però agire di conseguenza, fa promesse pseudo-eroiche a casaccio, e aspetta che sia l'ennesima tizia innamorata di lui perché sì a risolvere i suoi problemi. Nel complesso, una quest carina ma dimenticabile la cui lunghezza intermedia le preclude tanto l'immersione tipica di romanzi e novelle quando l'incisività del racconto breve.

"Tutto è fatidico" - cinque stelline
Sempre abbastanza lunghetto e sempre collegato a La torre nera, questo racconto è però tematicamente più vicino alla novella "Uomini bassi in soprabito giallo", oltre ad avere come protagonista un altro degli Spezzatori che si troveranno a Devar-Toi durante gli eventi de "La torre nera". In questa narrazione leggiamo infatti di come Richard "Dinky" Ellery Earnshaw scopre la propria abilità paranormale di tracciare simboli e parole che influenzano gli animali e perfino gli altri esseri umani; un dono impossibile da ignorare e che gli permette di condurre una vita all'insegna dell'agio a Columbia City grazie alle sovvenzioni della misteriosa Trans Corporation. Il primo elemento ad avermi fatto capire che questa narrazione stava funzionando è il talento di Dinky: in bilico tra praticità e misticismo, è chiaramente una capacità sinistra ma fa anche parte di lui in modo indissolubile, ed è inoltre la chiave per mostrare la debolezza mortale del protagonista. Non c'è purtroppo tanto spazio per gli altri personaggi, eppure Mr Sharpton risulta perfetto nel suo ruolo da antagonista cortese; mi è sembrata adatta anche la svolta finale: come il potere dei segni, intriga e convince senza dover scendere in troppi dettagli.

"La teoria degli animali di L.T." - tre stelline e mezza
Se nelle due precedenti narrazioni ho trovato azzeccata la scelta di collocare la nota dell'autore all'inizio, in questo caso credo che la presenza di una premessa finisca per creare delle aspettative fuorvianti, in particolare pensando al finale. La voce narrante è quella di un dipendente della W.S. Hepperton ad Ames nell'Iowa, che riporta il racconto fatto dal suo collega L.T. DeWitt in merito alla separazione dalla moglie Cynthia Lulubelle Simms, la quale dopo averlo lasciato pare sia stata vittima del cosiddetto killer della mannaia; la causa della rottura tra i due sembrano essere i loro animali domestici: il cane Jack Russell terrier Frank regalato a lui che però adora lei, e la gatta siamese Lucy regalata a lei ma con un debole per lui. Pur avendo qualche accenno di tematiche più cupe, la storia punta soprattutto sull'inquietudine sensoriale e sul confine tra detto e non detto, creando una buona atmosfera di tensione che però l'epilogo non riesce a sfruttare appieno, scegliendo non solo di lasciare ogni possibile conclusione aperta ma non dando al lettore neppure qualche elemento concreto per inquadrare correttamente l'indole dei personaggi.

"Il Virus della Strada va a nord" - quattro stelline
Il protagonista di questo racconto è un grande classico del caro Stephen: un celebre scrittore horror! Richard Kinnell non lo incontriamo però mentre è al lavoro sul suo prossimo romanzo bensì durante un viaggio in auto, in particolare quando incappa in una svendita domestica nella città di Rosewood e subito decide di acquistare un quadro che pare angosciare tutti tranne lui, intitolato appunto "Il Virus della Strada va a nord". Accostata a "Rose Madder", questa vicenda mi è sembrata più una commistione tra "Il fotocane" (dove sono presenti delle inspiegabili immagini in movimento), "Christine. La macchina infernale" per la presenza di un'automobile decisamente sinistra e "La metà oscura" per la presenza di un individuo decisamente sinistro che non dovrebbe essere reale. L'aspetto spaventoso della storia quindi è ben riuscito, e anche il limitato cast funziona pur con qualche stereotipo; sul fronte del ritmo si poteva invece dare più spazio alla crescita della tensione, perché la sventura che colpisce Kinnell non ha abbastanza tempo per essere elaborata da lui né tantomeno dal lettore.

"Pranzo al «Gotham Café» - quattro stelline
Di recente trasposto in una graphic novel, questo racconto ha come spunto un altro divorzio: il broker newyorkese Steven Davis viene infatti lasciato dalla moglie Diane Coslaw; desiderando rivederla, l'uomo fissa un incontro con lei e il suo avvocato William Humboldt, che propone quindi un pranzo in un locale sulla Cinquantatreesima, il Gotham Café appunto. Dopo un'introduzione abbastanza placida e moderata, la narrazione degenera in poche pagine non appena entra in scelta il bislacco maître d'hôtel Guy, e devo dire di non aver apprezzato del tutto il cambio repentino nel ritmo, che si percepisce soprattutto nel confronto finale tra Steven e la ex moglie. Molto interessanti invece gli elementi horror -con qualche spunto da thriller psicologico- e il momento dello sgambetto, specchio di una dinamica relazionale tossica.

"Quella sensazione che puoi dire soltanto di francese"- quattro stelline e mezza
Quello tra Bill e Carol Shelton sembra invece un matrimonio felice, con la coppia in partenza per la seconda luna di miele in occasione del venticinquesimo anniversario a Captiva Island, in Florida. La narrazione sottolinea in più punti come anche questo rapporto all'apparenza perfetto -soprattutto dopo tanti anni difficili dal punto di vista finanziario- nasconda degli attriti, ma subito l'attenzione si sposta sul senso di déjà vu che influenza la donna nel viaggio in macchina dall'aeroporto. So bene che come sunto risulta poco chiaro, ma credo sia una storia da affrontare quasi alla cieca: più degli eventi, qui sono le sensazioni e il crescente disagio a creare le fondamenta del racconto, una soluzione narrativa che non sempre riesce a convincermi ma in questo caso l'ho trovata azzeccata. Molto interessante anche la chiave di lettura, che giunge come una piccola rivelazione verso la fine di una storia con il solo demerito di essere troppo breve, perché una manciata di pagine in più avrebbe permesso di dare maggior carattere ai personaggi e di approfondire i dettagli ricorrenti.

"1408" - quattro stelline
Un'altra storia alla quale avrei concesso volentieri maggiore spazio è quella di Michael "Mike" Enslin, scrittore divenuto celebre per i resoconti delle sue esplorazioni in luoghi infestati da spettri. Giunto al Hotel Dolphin, l'uomo si confronta con il direttore Mr Olin che tenta in ogni modo di dissuaderlo dal pernottare nella stanza 1408, dove molti ospiti sono morti oppure hanno riportato gravi traumi; incurante dei moniti ricevuti, Enslin entra nella camera per settanta minuti, anche se gliene saranno sufficienti molti di meno per comprendere il suo errore. Le pagine in più sarebbero servite in quest'ultima parte, dove imperano la poca chiarezza e il ritmo frenetico, aspetti che non permettono di cogliere al meglio la pericolosità del luogo a mio avviso. Ho trovato invece molto interessante il passato della stanza e il modo in cui ha influenzato le vite di tante persone, nonché il resoconto degli esperimenti condotti dal direttore. Il risultato è una buona narrazione dell'orrore, che inquieta e attrae il lettore, un po' come il luogo al centro della vicenda.

"Riding the Bullet - Passaggio per il nulla" - cinque stelline
Un secondo preferito a dir poco inaspettato, perché all'inizio la storia del viaggio in autostop dello studente universitario Alan "Al" Parker non mi sembrava granché appassionante. Avvisato del ricovero della madre Jean a seguito di un malore, il ragazzo percorre la Route 68 diretto alla natia Harlow (città natale anche del protagonista di "Revival", tra l'altro!) e durante il tragitto accetta il passaggio di un certo George Staub alla guida di una Mustang d'annata. Ovviamente l'intero viaggio è costellato da sensazioni angoscianti e sottotesti squallidi, che valgono al racconto la presenza in questa antologia; sono approvati in pieno anche la caratterizzazione dei personaggi e la descrizione del rapporto tra Al e la madre. Il vero punto di forza credo si nasconda nel modo in cui il protagonista affronta la scelta impossibile che gli viene posta, e soprattutto come riesce a convivere con le conseguenze. Mi rendo conto sia una scelta paracula dal punto di vista emotivo, ma apprezzo anche che King con questo racconto abbia cercato di elaborare il lutto per la perdita della madre, perché a conti fatti non mi è sembrata una scelta troppo ruffiana.

"La moneta portafortuna" - tre stelline e mezza
Nell'ultimo e più breve racconto si torna a parlare di stanze d'albergo con la cameriera ai piani Darlene Pullen, che nella camera 322 del Rancher's Hotel di Carson City trova come mancia un quarto di dollaro; la donna inizialmente è allibita da una regalia tanto misera, ma poi inizia a sospettare che la monetina sia dotata di poteri paranormali. Come spesso accade in queste narrazioni, quella che inizialmente sembra la risposta a ogni problema diventa in breve motivo di angoscia per le sensazioni negative che Darlene associa alla moneta. Una storia che ci racconta molto poco, poggiando principalmente su stereotipi e dinamiche collaudate, ma nel complesso convince e intrattiene: forse uno dei rari casi in cui un formato più lungo avrebbe sciupato l'idea, rendendo prevedibile una conclusione che qui risulta invece quasi brillante.

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giovedì 2 aprile 2026

"La saggezza delle folle" di Joe Abercrombie

La saggezza delle folleLa saggezza delle folle by Joe Abercrombie
My rating: 4 of 5 stars

"Il prezzo del pane. Il prezzo delle abitazioni. Il prezzo della torba da quando il clima era diventato più freddo. Salari troppo bassi, orari troppo lunghi, troppe leggi o troppo poche. Pike aveva insegnato loro una lezione: se abbastanza persone si incazzano quando basta, potevano cambiare le cose. Adesso la rabbia era la risposta a tutto"


DA DOVE SONO SALTATI FUORI TUTTI 'STI TEPPISTI?

Come mi ero ripromessa, non appena terminato il secondo volume ho subito portato avanti la mia esplorazione del Mondo Circolare con "La saggezza delle folle", a oggi l'ultimo romanzo ambientato nel più celebre universo narrativo del caro Joe, dalla penna del quale credo a questo punto di potermi prendere una meritata pausa, almeno finché non avrà terminato la sua nuova serie. Nel mentre mi consolerò all'idea di aver concluso su una nota positiva questa trilogia che nei primi due capitoli aveva dimostrato di non saper sfruttare del tutto il potenziale dato dallo slittamento in avanti sul piano sociale e tecnologico. Qui invece prende una bella ricorsa, mostrando le conseguenze di tutto il build-up fatto su personaggi e world building in un migliaio di pagine.

Nonostante trascorra appena una manciata di giorni dalla conclusione de "Il problema della pace", il quadro generale qui è molto diverso: nel giro di pochi capitoli Orso è costretto a chinare il capo davanti all'onda della ribellione scatenata da Spezzatori e Incendiari, e mentre lui è letteralmente rinchiuso in una gabbia (non troppo) dorata i suoi passati oppositori si trovano in posizioni di potere; seppur anche i ruoli di Savine e Leo non siano sicuri come potrebbero sembrare, perché non tutti hanno chiuso un occhio sui loro trascorsi. Nel frattempo al Nord si prepara l'ennesima battaglia, in questo caso tra la neo-insediata sovrana Rikke e Calder il Nero, che non sarà più giovanissimo ma non intende per questo rinunciare tanto facilmente al trono del padre.

Escludendo alcune svolte abbastanza interessati verso il finale -specie nell'ottica di una possibile continuazione per questa saga letteraria-, l'intreccio si sviluppa in modo decisamente prevedibile; in altri casi questo sarebbe un grosso limite, ma possiamo in parte dare una giustificazione con l'attenzione che Abercrombie riserva sempre alla caratterizzazione dei suoi protagonisti, che rendono la trama meno sorprendente proprio perché adottano dei comportamenti coerenti e in linea con le loro personalità. Tuttavia avrei apprezzato ricevere delle informazioni più chiare in diverse scene, specialmente in relazione alle molte ellissi temporali che rendono nebulosi alcuni passaggi.

Per quanto riguarda il lavoro svolto dal caro Joe, avrebbe potuto gestire meglio alcuni personaggi e sottotrame: saranno anche utili nell'economia della narrazione, ma le figure di Grosso e Trifoglio compiono davvero poche azioni degne di nota, non hanno delle risoluzioni soddisfacenti e per la maggior parte del tempo servono soltanto ad aggiornare il lettore sui personaggi privi di un loro POV. Tenendo in considerazione l'intera trilogia, non sarebbe stato poi malaccio sfruttare meglio i caratteri introdotti nella parentesi styriana, che qui vengono a malapena menzionati. Ma chi è al lavoro in un libro, oltre al suo autore? molte persone in realtà, ma mi sto riferendo ovviamente al traduttore, perché ancora una volta ci troviamo tra le mani un volume tutt'altro che economico adattato in maniera criminale. Potrei fare decine e decine di esempi, ma mi limiterò a uno che tutti possono verificare dall'estratto gratuito dell'ebook: nel primo capitolo è presente uno scambio di battute in cui Yoru Sulfur diventa a caso Zolfo, ossia il nome con cui era chiamato nelle prime edizioni italiane della saga. Io ho letto quelle, quindi ho subito capito di chi si stesse parlando, ma immagino la confusione di un lettore abituato alla versione di Mondadori! momenti di perplessità che costellano purtroppo l'intero libro, e spesso incidono sul senso di immersione nella storia.

Ma passiamo ai pregi del romanzo, e soprattutto alle ragioni per cui lo reputo il migliore della trilogia. Innanzitutto entriamo nel vivo del Grande Cambiamento: dopo più di mille pagine di promesse, devo dire che ho trovato alquanto convincente la rappresentazione scelta per il governo gestito dai rivoltosi, seppur manchi un fattore di genuina sorpresa per quasi tutto il volume. Immaginavo sarebbe stato il momento di Grosso per brillare, invece a uscirne meglio dal punto di vista della crescita personale sono gli altri protagonisti riuniti ad Adua. Leo, Savine, Orso e Vick dimostrano tutti di essersi evoluti dai caratteri un po' stereotipati del primo capitolo, e così pure Rikke nonostante per buona parte della narrazione rimanga confinata in dinamiche già viste e riviste al Nord.

Oltre alla buona gestione del tema principale, promuovo anche il ritmo (che nei primi due libri era stato invece caratterizzato da una certa disomogeneità) e le scene di battaglia, forse tra le più sensate e comprensibili mai scritte da Abercrombie. Un altro grande punto a favore è il finale, che per diversi aspetti definirei coraggioso, specie confrontato ai precedenti dell'autore; riesce allo stesso tempo a fornire dei chiarimenti -in merito alle ragioni dietro al Grande Cambiamento, ma anche alle visioni di Rikke e al futuro dell'Unione- e a includere degli elementi utili per un eventuale seguito, che a conti fatti non mi dispiacerebbe leggere: vedere come personaggi che si detestano ma sono costretti a collaborare potrebbero trovare un loro equilibrio nell'arco di una ventina d'anni mi sembra davvero uno spunto interessante.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 24 marzo 2026

"Estranea" di Yael van der Wouden

EstraneaEstranea by Yael van der Wouden
My rating: 5 of 5 stars

"Che cos'era la gioia, comunque. Che valore aveva una felicità che lasciava dietro di sé un cratere grande il triplo del suo impatto. Cosa sapevano le persone che parlavano di gioia di cosa significasse dormire e sognare solo il fischio degli aerei e i colpi alla porta e alle finestre"


E LE PERE DI PINOCCHIO MUTE!

Tutti ben sappiamo quanto un lettore possa venire influenzato da una bella cover, e io stessa ho scoperto parecchi titoli attratta da una copertina carina, ragionando solo in un secondo momento sull'effettiva sinossi; per questo mi domando a volte quanti bei romanzi mi sono lasciata sfuggire negli anni, solo perché non trovavo gradevole l'aspetto grafico scelto dalla CE. Di certo sarebbe successo con "Estranea" perché Garzanti ha optato per un'immagine monocroma e deprimente, ma per fortuna ho dato ascolto ad alcuni lettori entusiasti e ho così incontrato una penna che mi azzarderei ad accostare a quella della mia adorata Sarah Waters per qualità e gradevolezza.

L'ambientazione è l'Olanda dei primi anni Sessanta, dove vive la protagonista e unico POV Isabel "Isa" den Brave, una donna sulla trentina che dopo la morte dei genitori e la partenza dei fratelli è rimasta sola nella vecchia casa di famiglia. Una solitudine che non sembra pesarle: Isabel si trova a suo agio nella sua vita all'insegna dell'ordine e della routine; a portare un elemento di novità è però Eva de Haas, la nuova fidanzata del fratello maggiore Louis che costringe praticamente Isabel a ospitarla per un mese mentre lui è in Inghilterra per lavoro. La narrazione segue l'evoluzione della protagonista, tanto in relazione al rapporto con Eva quanto a un lato più personale e misterioso legato all'abitazione e a ciò che essa simboleggia.

Questo percorso di crescita parte dal contesto di una persona chiusa e ostile -che addirittura si priva volontariamente di qualsiasi attimo di gioia per paura di perderla dopo- ed è ben motivato dal passato della protagonista, oltre a fornire diversi elementi di riflessione nonché una direzione per la sua storia. Anche Eva aggiunge al volume delle tematiche molto rilevati, in particolare sul disturbo da stress post-traumatico e su un'aspirazione alla rivalsa sociale che ricorda caratteri come Magdalen in "Senza nome". Le due protagoniste sono inoltre supportate da un cast di personaggi tridimensionali e convincenti, perfino nel caso di quelli più marcatamente negativi: il confronto finale tra Isabel e Louis porta quasi a volergli perdonare la miope stronzaggine dimostrata fino a quel momento.

Le solide relazioni sono un altro punto a favore del romanzo, perché portano il lettore a conoscere Isabel sotto diversi aspetti e a comprenderne ancor meglio il cambiamento. Ovviamente il focus è concentrato sul rapporto con Eva, che si avvia come un'ostilità ingannevole da entrambe le parti per poi aumentare lentamente in un crescendo di tensione ben percepibile. Nel raccontare l'amore tra loro, la cara Yael ricorre a dei tropes romance molto popolari come enemies-to-lovers e grumpy X sunshine, sfruttandoli però in maniera intelligente e per nulla scontata. In generale, reputo la sua prosa davvero piacevole (nonostante la sovrabbondanza di due punti) e apprezzo molto l'attenzione data all'ambientazione storica, che è curata ma per nulla invasiva.

Anche gli elementi del conflitto principale sono molto validi, ma lo stesso non si può dire di quelli legati alle sottotrame secondarie, dove si tende a sorvolare su alcuni dettagli oppure a escludere la conclusione di una determinata scena. Questo aspetto incide in qualche modo sul ritmo della storia, che è abbastanza lento nella parte centrale per poi accelerare in vista del finale, con un epilogo a mio avviso fin troppo ottimista per risultare del tutto credibile. Per gusto personale, non ho poi gradito l'ottica quasi positiva in cui si parla di tradimento sentimentale e la notevole prevedibilità dell'intreccio.

Quest'ultimo è un difetto che normalmente considererei significativo a dir poco, e in altri generi -come il mystery- mi porterebbe a ridurre la valutazione di almeno una stellina; qui invece pur avendolo riscontrato durante la lettura non ne sono stata influenzata in modo particolarmente negativo. Questo romanzo ha infatti dimostrato di non aver bisogno di una trama stupefacente per mantenere alta l'attenzione del lettore verso la sua storia: quando l'autore scrive in modo coinvolgente e si basa su personaggi credibili, rimanere incollati alle pagine si trasforma da scelta a vera e propria necessità.

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venerdì 13 marzo 2026

"I segreti di mio marito" di Liane Moriarty

I segreti di mio maritoI segreti di mio marito by Liane Moriarty
My rating: 4 of 5 stars

"Era così che funzionava. Era così che si viveva con un segreto. Lo si faceva e basta. Si fingeva che andasse tutto bene. Si ignorava il dolore profondo, simile a un crampo, nel proprio stomaco. In qualche modo ci si anestetizzava, così che niente sembrasse troppo brutto, ma neanche troppo bello"


SETTIMANA SANTA CON DELITTO

Pur non essendo affatto un libro atroce, "Nove perfetti sconosciuti" aveva raffreddato notevolmente il mio interesse verso la bibliografia di Moriarty, forse perché la sinossi mi aveva fatto che sperare sarebbe diventato il mio preferito dell'autrice e così non è poi stato. Per questo ho pensato fosse meglio ridimensionare di parecchio le mie aspettative prima di iniziare "I segreti di mio marito", che vedevo anche come un banco di prova per capire se dovessi passare agli altri titoli tradotti della cara Liane oppure attendere l'arrivo in Italia di "Here One Moment". E a lettura ultimata sembra proprio che io non debba mettere in pausa il recupero delle sue opere: pur con i suoi limiti, questo romanzo è stato una piacevole sorpresa.

Come sempre ci troviamo in Australia, e per la maggior parte della storia rimaniamo a Sydney, città in cui vive la stessa Moriarty. La narrazione alterna le prospettive di tre donne molto diverse caratterialmente: Cecilia Fitzpatrick è l'emblema della perfetta casalinga con tanto di rappresentanza per il brand Tupperware, Teresa "Tess" O'Leary è un tipo più riservato e insicuro, mentre Rachel Crowley cela dietro l'apparente affabilità un grande dolore. Ognuna di loro si trova a dover affrontare dei conflitti domestici parecchio intensi quando un elemento di novità cambia le loro vite; per Cecilia è il ritrovamento della lettera che per anni ha custodito il più grande segreto del marito John-Paul, per Tess l'essere messa davanti alla prossima fine del suo matrimonio rivivendo quanto avvenuto anni prima tra i suoi genitori, e per Rachel la scoperta che a breve il figlio Rob porterà negli Stati Uniti il suo adorato nipotino Jacob.

A collegare le tre linee di trama sono tanto la morte di Janie, figlia adolescente di Rachel, quanto un parallelo molto interessante con il mito di Pandora, qui rappresentata da Cecilia quando si trova per le mani la misteriosa lettera e inizia a fantasticare sul contenuto. L'ispirazione mitologica caratterizza non solo lo spunto ma anche lo sviluppo della storia, che si configura come un'antica tragedia dove i personaggi in scena sono vessati da un Fato crudele, e finiscono col commettere colossali errori a dispetto delle loro migliori intenzioni. Questa scelta mi è piaciuta molto, specialmente perché si sposa ottimamente con il tono ironico tipico della prosa di Moriarty, oltre ad attenuarne in parte la componente più sarcastica che potrebbe per qualcuno risultare irrispettosa. Personalmente, l'ho vista invece come la prova che il suo stile è proprio nelle mie corde.

Tra i punti forza del romanzo colloco anche i personaggi. In generale, la caratterizzazione è molto buona per tutti i comprimari, ma a brillare sono sicuramente le tre protagoniste: Cecilia, Tess e Rachel sono persone imperfette e simpatetiche, verso le quali è impossibile non provare dell'empatia sia per come vengono colpite dal destino sia per la risolutezza quando devono trovare delle soluzioni. Inoltre, tutte affrontano un solido percorso di crescita individuale, che le porta a scoprire dei lati inediti delle loro personalità. Pur ritenendo l'intreccio parecchio prevedibile, collocherei anche la trama nella categoria dei pregi, perché per lo meno dimostra una coerenza interna e non lascia quesiti in sospeso, a differenza di "Nove perfetti sconosciuti"!

Per contro, i limiti del volume si riducono a elementi non propriamente centrali, ma che comunque hanno minato la possibilità di farlo arrivare al massimo della valutazione. Ho trovato infatti molto irritanti -nonché del tutto evitabili- i tanti commenti grassofobici e le uscite infelici riguardo alla terapia psicologica, che caratterizzano soprattutto la storyline di Tess ma non di rado esondano, intaccando anche quelle delle altre protagoniste. In generale, mi aspettavo un ruolo più rilevante dalla figura di Tess, che avrei voluto vedersi confrontare in modo più risoluto con gli altri personaggi. Non dico che il suo contributo alla storia sia del tutto irrilevante, ma di certo parte del potenziale con lei non è stato sfruttato.

Forse il maggior problema del libro è proprio la sua svogliatezza nel prendere delle posizioni più nette, specialmente quando si arriva in vista dell'epilogo. La cara Liane pare nascondersi dietro ai paraventi delle tre prospettive per giustificare tanto i commenti spiacevoli quanto l'incapacità di criticare con cognizione di causa i comportamenti più tossici del suo cast. Così finisce però per dar l'impressione di aver messo sullo stesso piano un incidente nato da anni di dolore messo a tacere con un mancato femminicidio che è invece il frutto di una visione distorta dei ruoli di genere nel contesto delle relazioni di coppia. Una visione molto cinica forse adatta per un carattere dalla dubbia moralità, ma non troppo compatibile con la disperata madre della vittima.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 3 marzo 2026

"Not quite dead yet" di Holly Jackson

Not quite dead yetNot quite dead yet by Holly Jackson
My rating: 3 of 5 stars

"Jet non era stata solo attaccata o aggredita. Quelle erano parole più scialbe, una taglia unica. Quello che aveva subìto era… un delitto. Qualcuno l'aveva uccisa. Uccisa più che al novanta percento, a meno che lei non fosse in lizza per un altro miracolo"


VEROSIMIGLIANZA, VADE RETRO!

Novelle a parte, con "Not quite dead yet" mi sono messa in pari con l'attuale bibliografia della cara Holly, un'autrice che fin dal suo romanzo d'esordio è riuscita a conquistare il mio interesse, ma soprattutto a mantenerlo accesso con i suoi spunti intriganti per ben sei libri. Qui abbiamo però un parziale passo falso, non solo per la relativa lentezza della parte introduttiva, ma soprattutto per una mancanza di brillantezza nell'intreccio in quello che ho visto etichettare da tanti lettori come il suo miglior romanzo. Speravo che anche per me si sarebbe rivelato tale, raggiungendo o magari superando lo stupendo "As Good As Dead", invece mi sono trovata davanti un mystery con davvero pochi elementi di mistero; e a lettura ultimata ancora non riesco a capire se mancasse la capacità di sorprendere o solamente la volontà di farlo.

Per la terza volta le indagini ci portano lontano dalla Patria dell'autrice, pronta a lasciare il suo caro Regno Unito in favore di Woodstock, una città del Vermont. L'ambientazione è circoscritta a questa località, e allo stesso modo pure le tempistiche risultano a dir poco limitate; la ragione di ciò si trova nella premessa stessa del volume: la ventisettenne Margaret "Jet" Mason viene aggredita la notte di Halloween, riportando delle ferite al cranio tali da dover scegliere tra un rischiosissimo intervento chirurgico e la morte certa nell'arco di una settimana. La protagonista opta per la seconda opzione, con il fermo proposito di sfruttare ogni momento a sua disposizione per trovare il proprio assassino.

Un concept originale e dal grande potenziale, che porta con sé anche una prospettiva decisamente insolita, ossia quella di una persona consapevole di avere i giorni contati e per questo priva di molti dei blocchi morali o legali con cui tutti gli altri devono fare i conti. Jet non sarà la mia personaggia preferita scritta da Jackson, ma è comunque una protagonista ben caratterizzata e dalle solide motivazioni; una figura che permette all'autrice di piazzare sul tavolo riflessioni interessanti sul tema del lutto. Essendo prossima alla morte, Jet si trova infatti nella ristretta cerchia dei mortali che sono costretti a venire a patti con una mortalità alla quale non hanno mai pensato pur capendo a livello logico come essa sia inevitabile. Non nego di aver trovato personalmente fastidiosa la chiara volontà di commuovere il lettore con questo espediente, però la cara Holly evita come può di toccare le vette di pietismo tipiche degli spot della Chiesa Cattolica in periodo di denuncia dei redditi.

Tra i pregi del romanzo includerei anche il resto del cast, perché tutti i comprimari si dimostrano solidi e coerenti nella loro scrittura. Grazie a loro Jackson può inoltre trattare diverse tipologie di rapporti interpersonali, includendo anche delle dinamiche familiari tossiche non scontate; confesso che mi sarei aspettata un'analisi maggiore del legame tra Jet e i suoi genitori, ma chiaramente l'attenzione è stata diretta verso altro. Un punto di forza da non sottovalutare è poi il ritmo: è in effetti un po' lento nella parte introduttiva, ma una volta iniziata davvero l'indagine fila a meraviglia.

Dovendo elencare invece le debolezze del testo, ho individuato un grosso difetto attorniato da tanti piccoli nèi che un editing più attento avrebbe magari sistemato. Non mi ha convinta a esempio la scelta di scrivere in prima persona includendo al contempo commenti e pensieri della protagonista, ho trovato noioso il ricorso tanto frequente a battute di dark humor sempre uguali, e di cattivo gusto alcune riflessioni sull'ex di Jet e sulla violenza di genere in senso lato; inoltre credo ci voglia qualcosa di più che una manciata di parolacce per scrivere un romanzo targettizzato per un pubblico di adulti.

Ad avermi maggiormente delusa è stato però l'intreccio mystery vero e proprio. Sarà che la cara Holly mi aveva abituato a personaggi ben più perspicaci, ma trovo inaccettabile far procedere un'investigazione sfruttando una simile quantità di convenienze di trama! penso in particolare alla scena della chat nel telefono di Luke, ma anche all'inverosimile definizione grafica di una certa webcam… Mi rendo conto che ogni romanzo pretenda un pizzico di sospensione dell'incredulità, ma qui si arriva a livelli assurdi, e non mi riferisco soltanto al comparto medico per il quale l'autrice si tutela citando la licenza poetica nei ringraziamenti. Tutto questo ci unisce poi a un giallo privo di rivelazioni stupefacenti: ogni scoperta dei protagonisti può essere azzardata con capitoli di anticipo, e questo potrebbe rendere la lettura piacevole se volete sentirvi brillanti, peccato che io fossi alla ricerca di un titolo meno prevedibile.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 26 febbraio 2026

"Il problema della pace" di Joe Abercrombie

Il problema della pace (L'Età della Follia #2)Il problema della pace by Joe Abercrombie
My rating: 4 of 5 stars

"Orso stesso indossava un'uniforme ancora più pomposa, e l'unica azione militare cui aveva partecipato era stata circondare una delle sue stesse città e impiccare duecento suoi sudditi. Quando si trattava di impostori, lui era certamente il peggiore in tutto il Cerchio del Mondo"


VOGLIAMO PARLARE DEI FEROMONI CHE RILASCIA LEO?

Mi è servito quasi un intero anno per raccogliere il coraggio necessario a continuare L'Età della Follia, un po' per lo scoraggiamento causato dagli aspetti meno riusciti del primo libro, ma soprattutto per lo scarso interesse verso le narrazioni seriali che ho sviluppato nell'ultimo periodo, motivo per cui trovo terribilmente pesante portare avanti trilogie e affini. Per ovviare al problema ho pensato fosse una buona idea optare per una terapia d'urto: affrontare le serie attualmente in lettura tutte d'un fiato, iniziando il volume successivo non appena terminato quello precedente. E com'è logico ho cominciato dalla storia che attendeva da più tempo di essere conclusa, approdando così a "Il problema della pace", forse il più apprezzato tra i romanzi di Abercrombie. Un apprezzamento che purtroppo non riesco a condividere appieno, ma partiamo con la trama.

Come nel caso di "Un piccolo odio", al lettore vengono proposti sette POV distribuiti nelle diverse terre che compongono il Mondo Circolare. Al Nord continuano le tensioni tra Possente e il Protettorato, che vediamo attraverso gli occhi di Trifoglio da un lato e di Rikke dall'altro, la quale è anche impegnata nel trovare un modo per tenere a bada -e magari poter sfruttare- la Vista Profonda. Vick è inizialmente incaricata di fermare un tentativo di secessione a Westport, ma poi avrà modo di ricongiungersi con gli altri protagonisti ad Adua, dove quasi tutti parteciperanno al matrimonio dell'improvvisamente celeberrimo Lord Isher. Questo sposalizio diventa quasi il nucleo della prima parte, e getta le basi per motivare una cospirazione ai danni del nuovo re Orso e del suo tanto odiato Consiglio Chiuso.

Ovviamente gli eventi risultano molto più articolati, specialmente nei passaggi dove si lascia spazio alle molte voci dei personaggi secondari, tecnica già utilizzata in precedenza dal caro Joe e sempre con esiti brillanti. Non a caso i capitoli dell'attentato organizzato dagli Incendiari e quello della battaglia campale sono tra i migliori del testo, assieme alle scene di confronto tra i protagonisti, nelle quali l'autore riesce a intessere degli ottimi dialoghi, fondamentali per la loro crescita individuale. Quest'ultima riguarda un po' tutte le figure più rilevanti, ma penso che lo sviluppo maggiore qui sia toccato a Vick (di cui finalmente viene svelato del tutto il passato), Rikke e Orso; pure Savine sul finale ha un buon riscatto, che mi fa sperare in un suo futuro chiarimento con Glokta.

In generale, i rapporti tra genitori e figli sono uno dei temi più presenti, e ho apprezzato le diverse sfumature date a essi: troviamo dinamiche più affettuose e altre di aperto contrasto, padri che vorrebbero essere più presenti e figli determinati a mantenerne viva la memoria. Sul piano sociale, Abercrombie sfrutta inoltre il suo universo letterario per creare dei parallelismi non troppo sottili con la contemporaneità. Troviamo quindi una critica abbastanza netta al sistema bancario e per contro un endorsement verso una ribellione atta a sovvertire l'ordine quando questo viene percepito come ingiusto, ma anche al modo in cui i singoli individui recepiscono il fenomeno dell'immigrazione e i suoi effetti. Ovviamente il contesto fantasy permette all'autore di prendersi qualche libertà e allo stesso tempo di toccare temi legati al mondo attuale come l'omofobia.

Per quanto riguarda i personaggi, ho molto gradito il ritorno di alcune vecchie conoscenze, che ritengo siano state utilizzate in maniera intelligente all'interno della storia: non per merito fan service, ma con dei ruoli chiari e credibili. Da parte di un paio di protagonisti invece mi sarei aspettata un contributo maggiore, e penso specialmente a Trifoglio (che esclusa la svolta sul finale serve soltanto a tenerci aggiornati sugli spostamenti di Crepuscolo), Leo e soprattutto Grosso, il quale aveva un sacco di potenziale essendo legato in modo diretto con gli Spezzatori, ma questa sua connessione viene sfruttata ben poco. In generale, credevo sinceramente che questo aspetto così caratteristico della serie rispetto ai lavori precedenti del caro Joe diventasse più centrale, ma immagino se lo sia voluto tenere da parte per il gran finale.

Tra i lati non proprio positivi annovero poi il ritmo abbastanza lento -che caratterizza anche le parti in teoria più dinamiche dell'intreccio-, gli spostamenti un po' troppo veloci e semplicistici, e la presenza di passaggi poco chiari specialmente durante gli scontri e sul lato pseudo-spiritualista legato a Rikke. Per quanto riguarda l'edizione nostrana, ancora una volta il lavoro di traduzione svolto da Rialti non mi ha convinto, perché ho riscontrato delle scelte lessicali sbadate nonché diversi errori: passi il cambiare i nomi da un volume all'altro, ma farlo più volte all'interno dello stesso libro credo sia inaccettabile!

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giovedì 12 febbraio 2026

"Sono parte del tuo mondo" di Abby Jimenez

Sono parte del tuo mondo. Part of your WorldSono parte del tuo mondo. Part of your World by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Volevo di più. Volevo vedere il suo mondo con i miei occhi, non solo sbirciarlo dietro le tende. Volevo farne parte. Vi si accedeva solo su invito, però. E dubitavo che ne avrei mai ricevuto uno"


WAKAN COME MACONDO

Non sono certo approdata al 2026 senza aver mai letto un romance in vita mia, eppure sono stati necessari svariati decenni come lettrice per raggiungere finalmente un'insperata epifania: i libri rosa possono piacermi, e anche parecchio! Per anni sono rimasta fermamente convinta di non potermi gustare questo genere di storie, turlupinata da alcune mie vecchie letture, libri che solitamente acquistavo per leggere narrazioni avventurose o misteriose e poi risultavano essere in primis delle romance scadenti. La via giusta per me pare essere quella tracciata da "Sono parte del tuo mondo", un volume manifestamente romantico nel quale la presenza di elementi estranei arricchisce il contenuto, evitando di eclissarne il cuore; e soprattutto dove l'autrice può dedicarsi al cento per cento alle dinamiche di coppia, senza perdere tempo a tratteggiare un mondo fantasy rabberciato o a intessere una trama mystery poco credibile.

Qui l'intreccio è invece estremamente lineare e viene illustrato al lettore con chiarezza fin da subito: i protagonisti conducono delle vite agli antipodi sotto una quantità di punti di vista, quindi si trovano costretti a scendere a dei compromessi per portare avanti la loro storia d'amore. La narrazione segue alternativamente i POV dei due personaggi principali: lei è Alexis "Ali" Elizabeth Montgomery, medico d'emergenza nell'ospedale Royaume Northwestern a Minneapolis dove la sua famiglia lavora da generazioni, mentre lui è Daniel Grant, il gestore di un b&b nella tenuta di Grant House a Wakan, un'immaginaria cittadina del Minnesota nei pressi di Rochester. Oltre a focalizzarsi sul contrasto tra metropoli e campagna, ricchezza e umiltà, vita sofisticata e semplice, il libro tocca altre tematiche più triggeranti come le conseguenze psicologiche degli abusi domestici e delle pressioni sociali.

Argomenti che Jimenez tratta in maniera ottima e approfondita raccontandoci la figura di Alexis, da poco uscita da una relazione problematica che fatica a comunicare con le persone a lei più vicine quanto si senta a disagio. Per questo motivo e per il valido percorso di crescita che affronta nel corso del romanzo, la protagonista femminile si colloca ai primi posti tra i punti di forza; anche la caratterizzazione di Daniel è ben strutturata, ed è evidente quanto l'autrice si sforzi nel dare anche a lui obiettivi da raggiungere e difficoltà da superare, partendo però da un base così idilliaca da avere ben poco margine sul quale lavorare. Come coppia ritengo siano comunque ben assortiti: il rapporto parte da un'attrazione istantanea più che credibile e si sviluppa in modo naturale e coerente con le loro personalità.

Comprimari e antagonisti non sono da meno, fatti salvi alcuni comportamenti o espressioni un po' troppo caricaturali e sopra le righe. Il cast riesce a svolgere il suo ruolo di supporto od ostacolo nei confronti dei protagonisti senza grossi intoppi, oltre ad abbellire la narrazione con diverse personalità degne di nota come quella di Briana "Bri", amica del cuore di Alexis che sarà protagonista nella storia companion. Ho trovato apprezzabile anche la prosa, per la sua gradevolezza ma anche per quanto risulti scorrevole; sull'umorismo invece ho qualche riserva… sono presenti così tante battute che è inevitabile trovarne qualcuna di proprio gusto, ma diverse freddure mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo.

Oltre alla già citata perfezione poco credibile e abbastanza frustante di Daniel -che si estende all'intera cittadina di Wakan-, tra gli aspetti meno riusciti colloco in primis la gestione superficiale di alcune sottotrame legate ai problemi dei personaggi secondari; in particolare nel caso della depressione di Doug (mi rendo conto che una persona può sembrare allegra anche quando sta male, ma la sua malattia non si manifesta neppure una volta nell'intero volume!) e del matrimonio turbolento di Liz, che viene associato a forza alla sua possibile relazione con Brian. Personalmente ho poi trovato artificioso vil pretesto di trama iniziale collegato al gemello di Alexis, fuori luogo la presenza di elementi associabili al realismo magico e troppo rapido e zuccheroso il finale. Per quanto riguarda l'edizione, direi che è in linea con il basso costo del volume: refusi a non finire, che portano parecchia confusione quando si passa da un POV all'altro.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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giovedì 5 febbraio 2026

"Non mentire" di Freida McFadden

Non mentireNon mentire by Freida McFadden
My rating: 2 of 5 stars

"Come molte persone, EJ ha un tic rivelatore. So quando mente. Un piccolo muscolo sotto l'occhio destro si contrae ogni volta che dice una bugia. Adesso si sta contraendo, naturalmente, ma avrei saputo in ogni caso che stava mentendo"


IL FRIGO DI MARY POPPINS

Proprio come nel caso di McDowell, anche con la cara Freida il primo incontro letterario è avvenuto lo scorso anno, e mi ha portata a voler appurare con un'altra lettura se la sua prosa fosse in grado di convincermi appieno. Al secondo tentativo però il mio rapporto con i due autori è stato diametralmente opposto: mentre "Gli aghi d'oro" ha confermato l'impressione positiva avuta con "Katie", "Non mentire" ha segnato un netto peggioramento in confronto alla relativa mediocrità di "Una di famiglia". Per questo ho intenzione di sospendere l'esplorazione della ricca bibliografia di McFadden, che pian piano sta arrivando anche in Italia; magari le darò una nuova chance nell'eventualità di una sinossi veramente originale.

Questo aggettivo non si può purtroppo accostare alla storia di Tricia, trentenne da poco sposata con l'attraente e riservato Ethan, che rappresenta il POV principale del romanzo. La coppia è alla ricerca di una nuova casa lontana dal caos di Manhattan, arrivando così in una villa tanto grande quanto isolata nella contea di Westchester; in breve si scopre che lì anni prima viveva e lavorava la celebre psichiatra Adrienne Hale. Quest'ultima è la seconda voce narrante, con delle incursioni dal passato che raccontano i mesi precedenti alla sua misteriosa scomparsa. Alle prospettive delle due donne si aggiungono le trascrizioni di alcune sedute della dottoressa Hale, nelle quali la vediamo interagire con diversi pazienti problematici.

Pur non presentando nulla di realmente innovativo, ho apprezzato la presenza del formato mixed media, incluso in maniera abbastanza sensata all'interno della vicenda che senza dubbio ne risulta arricchita. Tra i limitati pregi del romanzo possiamo includere anche il ritmo a dir poco incalzante -che cerca in qualche modo di impedire al lettore di soffermarsi troppo sulle incoerenze della narrazione- e la scelta di una prosa non pretenziosa, che tenta anzi in più momenti di ironizzare e alleggerire la tensione. È una delle ragioni per le quali personalmente ho trovato divertente l'esperienza di lettura, ma ritengo corretto sottolineare l'incapacità (o meglio, l'assenza del benché minimo tentativo) dell'autrice nel descrivere in modo rispettoso le patologie psichiatriche e i professionisti che se ne occupano; e ciò a dispetto del supporto fornito da un vero psichiatra, aka suo padre che si premura pure di ringraziare a fine volume!

Purtroppo la banalizzazione delle tematiche è il minore dei problemi, anche perché visto il tono generale un po' ce la si può aspettare; individuare il maggiore potrebbe però non essere così semplice. Si tratterà forse dello stile, talmente semplice da superare a più riprese il confine della totale superficialità? In tal senso, a darmi noia sono stati soprattutto i riferimenti continui alle marche, le snervanti ripetizioni (di concetti, informazioni e riflessioni, ma anche nelle descrizioni stesse dove la cara Freida affianca a ogni aggettivo almeno due sinonimi per buona misura) e le linee di dialogo vuote, che in più di un'occasione mi hanno fatto dubitare dell'intervento di un editor: nessuno ha fatto notare all'autrice che ogni frase dovrebbe avere una concreta utilità all'interno del romanzo? magari sì, ma lei ha fatto orecchie da mercante, continuando imperterrita a farcire il volume di battute meramente riempitive.

La caratterizzazione è allo stesso modo un grosso punto a sfavore. Con l'unico fine di stupire il lettore, è stata strutturata una trama piena di colpi di scena, che non solo mi sono parsi del tutto inefficaci (ma questo potrebbe essere un problema solo per chi legge tanto nel genere) ma hanno influito considerevolmente su personaggi e relazioni. I primi risultano in questo modo del tutto inconsistenti: dal momento che ogni parola e ogni azione sono fasulle, non si ha modo di conoscere la vera indole di un carattere e di entrare in sintonia con lui; di conseguenza, anche i rapporti sembrano un puro artificio privo di emozioni reali. Ancor più incoerente dei tediosi protagonisti è però l'ambientazione, dal momento che la residenza della dottoressa Hale pare in continuo cambiamento strutturale e logico, sulla base delle necessità della trama; trama che tra l'altro fonda le sue due svolte più rilevanti su dei pretesti completamente inverosimili. L'edizione nostrana si accorda in modo perfetto alla bruttezza del libro, con una traduzione scadente e una copertina scelta da qualcuno che non si è preso la briga di leggere neppure il primo capitolo.

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mercoledì 28 gennaio 2026

"Gli aghi d'oro" di Michael McDowell

Gli aghi d'oroGli aghi d'oro by Michael McDowell
My rating: 4 of 5 stars

"Il salotto era arredato in uno stile sfarzoso ma singolare. Tutti i mobili, tutte le passamanerie, tutte le tappezzerie, ogni vernice e decorazione erano di un unico colore: oro … L'intero arredo di quella sala opprimente era identico non soltanto per sfumatura, ma anche per origine: là dentro non c'era niente che non fosse rubato"


OFFUSCATO IS THE NEW DICOLORE

La conclusione di "Katie" mi aveva lasciata con alcune perplessità, che il passare dei mesi ha però fatto scemare in favore degli aspetti più positivi di quel romanzo; ecco perché quanto mi è stata regalata una copia de "Gli aghi d'oro" ho cominciato quasi subito la lettura con entusiasmo. E pur dovendo ammettere che anche questo testo non è scevro da difetti, reputo questi ultimi ancor più marginali e trascurabili del precedente. Infatti il mio interesse verso la bibliografia di McDowell è aumentato notevolmente, tanto che non escludo di andare finalmente oltre gli autoconclusivi e affrontare la serie Blackwater.

La città di New York è nuovamente al centro della narrazione: ne diventa anzi l'unico palcoscenico dove il caro Michael allestisce il conflitto tra gli Stallworth e le Shanks. Partendo dal Capodanno 1882, il romanzo copre all'incirca un anno durante il quale le vicende private delle due famiglie fanno chiacchierare l'intera metropoli. A muovere gli eventi è la risoluzione del giudice James Stallworth di screditare l'operato del governo democratico e al contempo mettersi in luce avviando una campagna contro le depravazioni e i crimini perpetrati nel cosiddetto Triangolo Nero, grazie alla collaborazione del genero avvocato Duncan Phair e dell'ambizioso giornalista Simeon Lightner. Il progetto causa non pochi problemi a "Black" Lena Shanks, proprietaria di un banco dei pegni utile a nascondere la sua attività come ricettatrice, che ha diversi conti in sospeso con il giudice e nessuna remora a ripagarlo con la sua stessa moneta.

In questo modo, si delinea fin dalle primissime pagine un gioco di contrasti e antagonismi, che rappresenta senza dubbio il cuore della narrazione: dando l'impressione di una ripresa a volo d'uccello, l'autore ci porta per le affollate strade newyorkesi, passando dai gentiluomini in visita nei salotti più eleganti alle donne disperate che sperano di poter abortire in segreto senza rimetterci la vita; non a caso il capitolo d'apertura è forse il migliore dell'intero romanzo. Accantonate le varie comparse, la prospettiva si sposta in modo più deciso sulle famiglie protagoniste, mostrando immediatamente tutti gli aspetti in cui differiscono. Questo dualismo colloca da un lato l'ottica rigorosa, bigotta e conservatrice degli Stallworth e dall'altro la spregiudicatezza, la ferocia, ma anche l'affetto sincero che caratterizza le Shanks. Ho letto con molto interesse dello scontro tra queste visioni agli antipodi, seppur la prosa non sia troppo sottile nella sua volontà di far pendere la bilancia in favore delle criminali.

Un favoritismo che non mi ha infastidito più di tanto, sia perché ricorda in parte il percorso di rivalsa di Magdalen Vanston (protagonista anticonformista del "Senza nome" di Collins) un personaggio che adoro, sia per l'affinità con Katie e i suoi genitori, che nell'altro romanzo di McDowell ottenevano meno spazio di quanto avrei sperato. Un altro elemento che ho apprezzato seppur con una parziale riserva è l'intreccio: lo reputo ben pianificato e ottimamente ritmato, con le diverse rivelazioni collocate nei momenti più opportuni, ma forse proprio per questo mi ha trasmesso un senso di prevedibilità e soprattutto di convenienza, tanto da dover sospendere un po' l'incredulità in più di una scena.

Come già accennato, gli altri punti deboli del libro sono elementi di contorno, come la presenza di alcune esagerazioni nei passaggi in cui il caro Michael descrive la povertà dei sobborghi (dubito ci fossero file intere di neonati abbandonati per la strada!), le coordinate temporali non sempre chiare nell'immediato , e la rapidità con cui si glissa in alcuni momenti dove avrei gradito maggiore approfondimento: non intendo spoilerare troppo, ma mi riferisco alla morte di un personaggio importante verso la metà del testo. Per il resto, la caratterizzazione è un'enorme voce a favore, grazie tanto al cast -sfaccettato, con il quale è facile entrare in sintonia- quanto alle dinamiche relazionali, che ho trovato sempre coerenti e in più casi genuinamente emozionanti.

Tra i pregi del romanzo non posso poi dimenticare lo stile, scorrevole eppure ricercato e sempre puntuale nella scelta dei termini e delle forme. Allo stesso modo, McDowell ha svolto un lavoro egregio per creare un'ambientazione curatissima e immersiva, raccontando tradizioni dal sapore nobiliare ma anche piccole abitudini della servitù con dovizia di particolari. Un'attenzione puntigliosa estesa anche all'edizione, che può vantare una copertina ricca di easter eggs e una solida traduzione; peccato solo per l'assenza di qualsivoglia cenno biografico, forse eliminato vista la fama dell'autore o la volontà di mantenere il volume compatto e minimale.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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venerdì 23 gennaio 2026

"Cuori in Atlantide" di Stephen King

Cuori in AtlantideCuori in Atlantide by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Mi piacerebbe scrivere una storia come questa, pensò quando finalmente chiuse il libro e si accomodò sul divano a guardare I've Got a Secret. Chissà se ne sarò mai capace. Forse. Perché no. Qualcuno doveva pur scrivere storie, del resto"


SE NON ERA LA GUERRA, ERANO LE SIGARETTE

Ho deciso di non impormi grandi obiettivi in ambito letterario per quest'anno, dal momento che mi rendo conto di avere poca concentrazione e ancor meno tempo disponibile; almeno qualche proposito vorrei però portarlo a termine, come la lettura delle vecchie antologie kinghiane. In realtà ho in cantiere questo recupero da qualche tempo, con una raccolta per anno: nel 2026 intendo invece schiacciare sull'acceleratore leggendone almeno tre o quattro. Ecco perché ho deciso di cominciare presto con "Cuori in Atlantide", un volume un po' diverso dai precedenti sia perché non segue lo schema consolidato di alternare racconti e novelle, sia per la presenza di personaggi ed eventi che collegano le cinque storie, tanto da essere etichettato come romanzo alla sua prima pubblicazione italiana.

Come per le precedenti antologie del caro Stephen, andrò ad analizzare ogni narrazione in maniera indipendente, mentre per la valutazione complessiva mi baserò sulla media dei singoli voti. Devo dire che in questo caso il metodo che ho scelto di adottare mi va un po' stretto: visto l'enorme dislivello tra la prima (e l'ultima!) narrazione e le successive, la lunghezza e la bellezza di una soltanto non hanno avuto purtroppo alcuna possibilità contro la mediocrità di tutte le altre. Mi sono comunque concessa di arrotondare leggermente per eccesso il mio giudizio finale, perché la conclusione mi ha lasciato delle sensazioni positive, che spero siano la parte più memorabile di questo volume nel tempo.


"Uomini bassi in soprabito giallo" - quattro stelline e mezza
Questa novella occupa da sola una buona metà del libro, quindi la potremmo reputare quasi un romanzo breve, tant'è vero che qualche anno fa è stata pubblicata anche in un volume indipendente. La narrazione prende il via nel 1960 ad Harwich, una cittadina fittizia del Connecticut dove vive l'undicenne Robert "Bobby" Garfield con la parsimoniosa madre Elizabeth "Liz", e dove l'anziano Ted Brautigan si trasferisce. Tra lui e Bobby si instaura subito una speciale sintonia che né la diffidenza della genitrice, né la bizzarra ossessione dell'uomo per i cosiddetti uomini bassi sembrano poter inficiare; questi misteriosi individui si dimostrano però una minaccia reale, tanto da costringere il ragazzino a prendere risoluzioni molto mature nel tentativo di salvare il suo nuovo amico.
Il rapporto tra Ted e Bobby, così come il percorso di maturazione intrapreso da quest'ultimo, sono il cuore della storia; in entrambi i casi il lavoro di introspezione svolto da King è impeccabile e risulta genuinamente toccante, specie nel finale dal sapore dolceamaro. Anche i comprimari e gli antagonisti si dimostrano all'altezza, delineando un cast solido e carismatico che ho trovato piacevole da seguire. Con la figura di Liz è stato forse compiuto qualche passo falso, ma nel complesso il caro Stephen è riuscito a rendere il suo comportamento coerente e comprensibile.
Ad aver depotenziato questo testo è stata invece la trama, che non è contraddittoria ma nel complesso mi è sembrata alquanto banale e prevedibile, in particolare se si considera che mi ero anticipata involontariamente il destino di Ted leggendo la serie La Torre Nera. Il collegamento a quella saga è invece un elemento che non saprei come categorizzare: da un lato sono una fan e ho quindi apprezzato i numerosi riferimenti, ma al tempo stesso mi rendo conto che la conclusione per chi non conosce quelle vicende potrebbe risultare troppo criptica, depotenziando l'esperienza di lettura.

"Cuori in Atlantide" - tre stelline
Un salto in avanti di sei anni ci porta nell'Università del Maine, dove Peter "Pete" Riley studia nel 1966, assieme anche a Carol Gerber, l'amica d'infanzia di Bobby che diventa un po' il filo conduttore di tutte le altre storie. Pete è anche il narratore in prima persona delle vicende che lo porteranno a rinnegare gli ideali repubblicani della sua famiglia d'origine, finendo per unirsi alle proteste contro la Guerra in Vietnam. Il suo ruolo nel presente non è però così positivo: lui e molti suoi compagni di dormitorio finiscono infatti per ossessionarsi al gioco di carte detto Cuori, e questa specifica ludopatia porta molti a lasciare gli studi o peggio, incuranti della possibilità di venir subito arruolati.
Grazie agli interventi di Carol, dei compagni Nate e Stoke, e dei genitori, Pete finisce invece per capire di dover mettere da parte le carte, non per il gioco in sé bensì per il genere di compagnia che ha iniziato a frequentare e della quale sta apprendendo gli spiacevoli costumi. Un percorso di crescita personale che non è malvagio in sé, ma a livello narrativo raggiunge appena la sufficienza: la trama è davvero risicata e procede con una lentezza soporifera. Le traversie di Pete non mi sono sembrate granché coinvolgenti, al punto che la scena più emozionante per me è stata quella in cui venivano citate in modo diretto la prima novella e le amicizie d'infanzia di Carol.
A riscattare in parte questa lettura sono i suoi personaggi, non tanto lo sciapo protagonista, quanto i suoi ben più sfaccettati compagni di università; anche i genitori mi sono piaciuti parecchio, mentre per Carol mi sarei aspettata un ruolo maggiormente incisivo. Sono in parte delusa anche dai rimandi a "Il signore delle mosche", perché amando il romanzo ho gradito le citazioni, peccato che verso la fine inizino a diventare inutilmente ridondanti: ho capito che Ronnie e i suoi compari si stanno trasformando nei cacciatori del capolavoro di Golding, non c'è bisogno di ripetermelo centomila volte!

"Willie il Cieco" - una stellina e mezza
Per contro manca del tutto la chiarezza nella storia che racconta di un William "Willie" Shearman ormai adulto, nella New York del 1983 dove vive con la moglie (o almeno così ho supposto io) Sharon. Legato ad altri personaggi della raccolta dal suo passato come bullo di Harwich prima e come soldato nella Guerra del Vietnam poi, l'uomo si è creato una procedura a dir poco intricata per passare attraverso due identità farlocche -ovvero l'impiegato Bill Shearman e il tecnico Willie Shearman- e approdare infine a quella che rappresenta la sua fonte di reddito: Willie Garfield, veterano cieco del Vietnam costretto a elemosinare per mantenere gli studi del figlio.
Il lettore viene subito informato che sia la cecità sia la prole sono una farsa, come sospetta anche Jasper Wheelock, poliziotto corrotto in cerca di un aumento sulla sua solita bustarella. Mentre seguiamo Willie in una sua giornata tipo a ridosso delle festività natalizie, scopriamo anche come intenda liberarsi da questa seccante presenza, dando probabilmente vita a una quarta identità. Più che un intreccio queste sono però le mie deduzioni, perché il testo è davvero criptico sia in merito agli eventi sia alla concretezza dei travestimenti: non si capisce mai se Willie ricorra a qualche espediente paranormale o si affidi semplicemente all'indifferenza dei cittadini newyorkesi.
Anche le motivazioni dietro alla sua routine rimangono fumose: sembra provare un gran senso di colpa nei confronti di Carol ma non fa nulla a parte annotare il suo rimorso su dei fogli, dona alle altre persone che elemosinano eppure in cuor suo pensa siano artefatti quanto lui, ha bisogno del benestare di Wheelock e al contempo pianifica di sbarazzarsene senza alcuna preoccupazione. Per questo motivo, il protagonista non mi ha trasmesso granché, neppure in relazione ai suoi traumi scaturiti dal conflitto, appena abbozzati e descritti in maniera troppo metaforica; il resto dei personaggi è ancor meno approfondito, quindi a conti fatti l'unico aspetto positivo è il misterioso lavoro di Willie (che ammetto mi abbia inizialmente incuriosita, portandomi anche verso ipotesi bizzarre come il sicario o la spia!) e l'unica attenuante che posso concedergli è l'essere stato pesantemente rielaborato rispetto al testo originale del 1994.

"Perché siamo finiti in Vietnam" - tre stelline e mezza
Un'idea simile, ma sviluppata in modo decisamente più chiaro è quella incentrata su John "Sully-John" Sullivan, amico d'infanzia di Bobby ai tempi di Harwich e reduce del Vietnam, dove ha rincontrato tra gli altri Willie. La sua storia ci trasporta al presente -almeno dal punto di vista della pubblicazione originale- ovvero nel 1999, quando Sully partecipa al funerale di un altro ex commilitone. Anche nel suo caso abbiamo quindi un approfondimento sulle conseguenze del conflitto, soprattutto a livello psicologico e relazionale; e pur sfiorando a tratti il surreale, penso che qui il caro Stephen abbia svolto un lavoro decisamente più coerente e immersivo.
A livello di trama ci sono davvero pochi elementi, soprattutto perché le vicende che riguardano il percorso del protagonista vengono accennate a più riprese nelle narrazioni precedenti; qui si spiega più nel dettaglio chi sia la mamasan, una sorta di fantasma allucinatorio che dà forma al disturbo mentale di Sully. Un'allegoria semplice ma efficace, così come l'immagine dei beni di consumo che cadono dal cielo rappresenta ottimamente quanto sia stato grande il sacrificio dei compagni di Sully in confronto con la pochezza delle comodità moderne.
Non posso dire che mi abbia folgorata, però questo racconto svolge in modo degno il suo compito e porta maggiore attenzione su un personaggio accantonato troppo in fretta nella prima storia.

"Scendono le celesti ombre della notte" - quattro stelline e mezza
Un po' quello che speravo succedesse per Carol in quest'ultima, brevissima narrazione, ambientata sempre nel 1999. Dopo decenni, Bobby torna ad Harwich in occasione di un funerale grazie al suo vecchio guanto da baseball, perso da bambino e ora ricomparso nella sua vita come per magia. Una magia da Frangitori, la stessa che sembra indicargli la possibile presenza di Carol alla commemorazione.
L'intreccio è estremamente limitato, quindi non voglio davvero rischiare dicendo qualcosa di troppo. Rimango però dell'idea che King si sia lasciato sfuggire l'occasione per approfondire finalmente la personalità di Carol, invece dobbiamo farci bastare un riassunto e un vago accenno a Randal Flagg. Anche in relazione al personaggio di Bobby non otteniamo delle informazioni troppo entusiasmanti, ma per contro ho trovato il suo ruolo qui del tutto in linea con quanto mostrato nel primo testo.
Si tratta insomma di una conclusione coerente, che lascia il lettore con un tocco di positività grazie alla quale potrebbe forse dimenticare nel tempo le infelici scelte delle narrazioni centrali.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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