giovedì 23 luglio 2026

"Il gelo comanda" di Richard K. Morgan

Il gelo comandaIl gelo comanda by Richard K. Morgan
My rating: 4 of 5 stars

"E soltanto in quell'istante -come un malore improvviso, come una botta di crystal- le sembrò di riuscire a percepire il gigantesco e antichissimo meccanismo dell'universo all'opera. Come se ... gli ingranaggi oliati del destino si fossero palesati di fronte a lei, con tutti i loro intenti maligni e le ruote dentante. E soltanto in quell'istante ebbe paura"


NON ESISTE SOLO IL CORSIVO PER FORMATTARE

Non un anno, ma comunque ben dieci mesi. Tanto ho impiegato a ritagliarmi il tempo necessario a continuare la lettura di Cosa Resta degli Eroi, e soprattutto per fare pace con il senso di straniamento che già sapevo mi avrebbe assalito da pagina uno, tra nomi impronunciabili e regole pseudo-magiche incomprensibili. Per tacere di quando Ringil inizia a zompettare dentro e fuori dai Luoghi Grigi, allora la confusione regna sovrana e per poter andare avanti bisogna abbandonare ogni pretesa di ragionamento logico, lasciandosi semplicemente trasportare dalla narrazione. Narrazione che al netto dei non pochi difetti mi è risultata più intrattenente del primo capitolo; sarà che ormai conosco l'indole dei protagonisti di Morgan e già mi aspetto si comportino da merdacce egoiste quali sono.

Ma cosa stanno combinando i nostri per-nulla-eroi? Ringil "Gil" Eskiath pare essersi votato alla vendetta in nome della cugina Sherin, missione che però lo impegna per ben poche scene, perché poi torna a vagare da un'ambientazione all'altra senza uno straccio di obiettivo. Il suo peregrinare lo porta a rincontrarsi con Archeth "Archidi" Indamaninarmal, che è da poco entrata in contatto con Anasharal, un nuovo Timoniere in possesso di molte informazioni ed chiaramente intenzionato a indirizzarli verso una presunta colonia perduta dei Kiriath. Nel frattempo Egar "Eg" Rovina del Drago si è trasferito a Yhelteth e per mera noia(?) inizia a indagare sulla Cittadella e sul potente Sorvegliante Pashla Menkarak, riuscendo per assurdo a portare avanti più la trama da solo rispetto agli altri due messi insieme.

In generale devo ammettere che Eg ha fatto passi da gigante, sia come figura narrativa che come protagonista; il caro Richard gli concede un po' di spazio in più a confronto con "L'acciaio sopravvive", e questo permette al lettore di andare oltre la solita raffica di battutine infelici per scoprire un personaggio maggiormente sfaccettato, che non riuscendo a trovare un luogo a cui appartenere agisce sulla base di un senso di frustrazione e di astio. Pur perdendo terreno in favore dell'ex commilitone, a livello di introspezione anche Archidi compie qualche passettino in avanti, e in particolare l'ossessione verso la scomparsa dei Kiriath si palesa come il motore principale del suo percorso; per contro il contributo da lei fornito nell'avanzamento della storia orizzontale oscilla tra l'essere solo marginale e alquanto macchinoso.

Se i suoi comprimari mi hanno lasciato delle sensazioni grossomodo positive, non posso dire lo stesso per quanto riguarda Gil. Le svolte che lo riguardano sono molto interessanti (anche solo la particolare percezione del tempo descritta durante l'incontro con Hjel merita un plauso) e sul finale si capisce come la sua figura sia centrale per la risoluzione della minaccia più significativa, però quasi tutte le sue interazioni rimangono estremamente criptiche: a parte l'amicizia per Eg, non si riesce a reputare credibili nessuno degli altri legami e anche il ruolo che ricopre nel quadro della trilogia in generale dovrebbe risultare maggiormente comprensibile arrivati a questo punto. Le relazioni sentimentali, sia sue che degli altri protagonisti, mi convincono a un livello concettuale ma avrei apprezzato qualche momento di calma per analizzarle con più cura.

Dopo due romanzi corposi, lo stile di Morgan inizia a essere più affrontabile anche perché qui gli sbalzi temporali caotici all'interno della narrazione al presente sono un po' limitati, però continua a non essere una prosa semplicissima da affrontare come lettura di svago. Provo sentimenti contrastanti anche nei confronti del world building, perché da un lato ho apprezzato molto i chiarimenti forniti (come l'origine aliena del Popolo delle Squame) e i nuovi dettagli che gettano le basi per il capitolo conclusivo, però tutto questo fa aumentare le complicazioni. E la scelta di rendere Anasharal un device per gli spiegoni è alquanto pigra; diciamo che riesce a compensare con il suo potenziale da villain e il fatto di essere l'unico a raccontare gli eventi passati senza quincurdicimila ellissi narrative.

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venerdì 17 luglio 2026

"Il mio coinquilino è un vampiro" di Jenna Levine

Il mio coinquilino è un vampiro (My Vampires, #1)Il mio coinquilino è un vampiro by Jenna Levine
My rating: 4 of 5 stars

"Continuavo a fissare l'interno del frigo, con la mente che sbandava nel tentativo di dare un senso a quello che stavo vedendo. Dovevano esserci almeno trenta sacche di sangue là dentro, disposte in file ordinate di fianco alla ciotola dei kumquat, al mio gallone ormai dimezzato di succo d'arancia e a una confezione di formaggio Velveeta"


CHE TRAGICO SPRECO DI VINO E CAFFÈ!

Dopo la tediosa mancanza di direzione de "Il serpente dell'Essex" sentivo la necessità di passare a una storia dalla trama chiara e netta, anche se semplice all'estremo. Sono approdata quindi a un libro completamente diverso, perché seppur "Il mio coinquilino è un vampiro" abbia a sua volta un elemento paranormale e misterioso di contorno, difficilmente avrei potuto trovare una narrazione più lontana da quella di Perry che nell'esordio della cara Jenna. Un primo romanzo che dovrebbe rappresentare anche l'inizio di una trilogia di companion romantiche incentrate sul soprannaturale, ma per ora rimane l'unico pubblicato in Italia, tra l'altro con un'edizione parecchio curata e per nulla scontata al giorno d'oggi.

Lo spunto da cui parte la vicenda è rappresentato dall'annuncio con il quale un certo Frederick "Freddie" John Fitzwilliam cerca una persona con cui condividere il suo appartamento a Chicago; a rispondere è la nostra protagonista e narratrice Cassandra "Cassie" Greenberg, una talentuosa artista visiva in difficoltà economiche che rischia di essere sfrattata a breve. La sua situazione è talmente disastrosa che la giovane donna sorvola sul bizzarro comportamento di Frederick e sul suo ancor più insoluto arredamento, almeno fino a quando la rivelazione della natura vampirica di lui (non lo conto come spoiler, visto il titolo!) porta dei sostanziosi cambiamenti nel loro rapporto. Sullo sfondo, intravediamo sia i tentativi di Cassie per migliorarsi dal punto di vista lavorativo ed economico, sia una potenziale minaccia alla romance dal passato di Frederick.

Non bisogna però lasciarsi spaventare perché il tono rimane marcatamente cozy per l'intera narrazione, con soltanto un breve picco di drama nel momento della scoperta di lei. Rispetto ad altre storie sentimentali molto in voga (come quelle di Henry o di Jimenez), l'ironia e la leggerezza la fanno sempre da padrone e nessun tema è mai affrontato con eccessiva serietà e pesantezza; l'unico scoglio emotivo affrontato dalla protagonista riguarda i suoi passati insuccessi nel mondo del lavoro -che la portano a nutrire dubbi sulla carriera scelta-, ma anche questo non incrina mai la positività generale. Seppur il suo conflitto non sia reso in maniera drammatica, le insicurezze di Cassie hanno una loro concretezza e contribuiscono a farne una protagonista ben scritta, che non manca di buonsenso e di carisma; mi sento di poter promuovere anche il suo interesse amoroso, sebbene per com'è stato caratterizzato non aspiri certo a diventare più di un coprotagonista a livello di introspezione.

Un punto positivo e molto importante visto il genere è l'ottima chimica nella coppia, che riesce a gettare da subito le basi per una solida romance nonché a mantenere la tensione per buona parte del volume. Tra gli aspetti più riusciti collocherei anche la prosa, che di certo è parecchio semplice ma funziona e si combina benissimo al ritmo incalzante; ho apprezzato anche l'umorismo di Levine perché in generale è abbastanza efficace e non risulta mai invadente. Il testo è inoltre arricchito dalla presenza di numerosi documenti -come lettere, mail, chat, appunti e pagine di diario- il cui intelligente utilizzo permette di ampliare una storia altrimenti confinata al solo POV della protagonista.

Se il parziale formato mixed media mi è piaciuto, lo stesso non si può dire del segmento finale, che ho trovato parecchio rapido e appesantito da diverse scene pseudo-filler più lunghe del necessario. Nutro diversi dubbi anche sulle tempistiche narrative (l'intera vicenda copre a malapena un mese, ma in alcuni momenti si parla di un lasso temporale decisamente più lungo, per esempio) e sul cliché del migliore amico gay della protagonista, che ovviamente è ordinato, si intende di abbigliamento e le fa da confidente sentimentale: diciamo che ce la si poteva giocare un filino meglio. Per quanto riguarda il world building, non mi aspettavo granché e in effetti è quanto ho avuto dal momento che, tra battutine, stereotipi e informazioni confuse, la figura del vampiro qui raccontata si mantiene coerente con la grande leggerezza (o la poca serietà, decidete voi!) dell'insieme.

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martedì 7 luglio 2026

"Il serpente dell'Essex" di Sarah Perry

Il serpente dell'EssexIl serpente dell'Essex by Sarah Perry
My rating: 2 of 5 stars

"I miei pensieri hanno cominciato a girare, e a girare, e come spesso accade sono andati al serpente dell'Essex, fino a quando non ho iniziato a capire che potrebbe esserci apparso nelle sue varie sembianze, e che anziché un'unica verità potrebbero essercene diverse, nessuna delle quali può essere confermata e confutata"


PIÙ UN MACGUFFIN CHE UN FOSSILE VIVENTE

Ci sono lettori che vanno dritti al punto: aprono un nuovo libro e si fiondano subito al primo capitolo, magari con il rischio di perdersi un utile prologo. Il mio approccio è diametralmente opposto, infatti in un volume leggo e analizzo tutto: immagine e blurb in copertina, traduzione del titolo, presenza o meno di un indice, dedica dell'autore, prefazione e citazioni; l'obiettivo è capire se l'edizione presenta in modo coerente e completo il testo. Senza scendere nei minimi dettagli, questo modus operandi mi ha portato a notare come spesso le sinossi forniscano così tante informazioni tanto da fuorviare, oppure lascino crede che certi elementi di trama siano più rilevanti della realtà; e il problema pare frequente tra le pubblicazioni di Neri Pozza, perché l'ho riscontrato prima con "2084. La fine del mondo", poi con "Demon Copperhead", e adesso con "Il serpente dell'Essex". Quindi se state cercando informazioni in merito alla misteriosa ed emozionante storia di una criptozoologa vittoriana, passate ad altro senza troppi pensieri.

Anche perché la premessa stessa potrebbe portarvi fuori strada (forse chi ha scritto la sinossi, aveva letto solo il primo capitolo?), con la trentenne Cora Seaborne appena rimasta vedova del marito Michael, un uomo non così sottilmente crudele al quale sentiva di dover rimanere vicino anche per il benessere del figlio Francis "Frankie". Finalmente libera da questo legame, la donna chiude la casa londinese per trasferirsi con il pargolo e l'amica Martha a Colchester, nell'Essex; qui rimane affascinata da un'antica leggenda su una specie di drago marino mitologico, che a quanto pare è ricomparso di recente -portando sciagure assortite come animali morti e incidenti domestici-, decidendo di scovarlo e studiarlo.

Se l'intreccio si fosse limitato alla ricerca di Cora, magari con l'aggiunta di qualche sottotrama legata ai coprotagonisti, ne sarebbe uscito un romanzo molto interessante a mio avviso: anche perché è quanto l'edizione mi aveva promesso! invece, dopo una rapida introduzione, comincia un'interminabile presentazione di personaggi secondari, ai quali viene concesso così tanto spazio e attenzione che il lettore quasi finisce per dimenticare Cora e il suo obiettivo scientifico. Entrano così in scena il dottor Luke Garrett (conoscente e pseudo-corteggiatore della protagonista), il suo amico e collega George Spencer, uno dei suoi pazienti e la persona che l'ha fatto finire in ospedale, altri amici nelle figure di Sir Charles Ambrose e della moglie Katherine, una sorta di vecchio cicerone senza gambe, e poi ulteriori nuovi amici nel vicino villaggio di Aldwinter: qui in particolare troviamo il coprotagonista e reverendo locale William "Will" Ransome, sua moglie Stella, i suoi tre figli, un'amica della figlia maggiore, e perfino un vecchio sciroccato che usa delle talpe scuoiate come fossero talismani. E no, nessuno di loro è una semplice comparsa; per contro la caratterizzazione si basa quasi esclusivamente su ciò che l'autrice enuncia -anziché sulle effettive azioni-, inoltre i personaggi sono per la maggior parte irritanti e poco motivati nelle proprie scelte.

Tantissimi caratteri da presentare, e quindi una trama che procede in retromarcia e confina fuori dalla scena i pochi passi in avanti, limitandosi a far riassumere in seguito gli eventi e portando quasi a zero ritmo e tensione. Questo è causato anche dalla scelta di rendere la narrazione parecchio frammentaria, come fosse composta da tanti piccoli episodi anziché da un solido intreccio. Per quanto riguarda l'inclusione di elementi simil-fantastici, rimango abbastanza tiepida perché in alcuni passaggi credo risultino eccessivi, portando a metafore non proprio sottili e a comportamenti sopra le righe dei personaggi. Tra i difetti includerei anche le relazioni interpersonali che (con una sola eccezione!) appaiono forzate e prive di chimica, tanto che il testo stesso deve far presente al lettore che tra i protagonisti esiste una tensione di qualche tipo oppure non si capirebbe; con i comprimari non va meglio, inoltre la presenza di un tropo sentimentale che detesto non ha aiutato in questo senso.

Forse il romanzo si risolleverà per merito delle sue tematiche? mammagari! Gli argomenti trattati dalla cara Sarah sono tanti, ma il vero problema è che sono disomogenei e vengono affrontati con superficialità: si vorrebbe parlare di violenza domestica senza mostrarne davvero gli effetti sulla vittima, di ruoli di genere ma nel modo più didascalico e infantile possibile, di lotta di classe risolvendo tutto con la generosità innata di un singolo riccone, di fede religiosa mostrando solamente fanatismo e superstizione, e di patologie gravi evitando però di tentare delle cure reali. L'intento non è malvagio, però come nel caso dei personaggi avrei preferito uno snellimento dei temi e un conseguente maggior focus su quelli veramente rilevanti per il percorso di Cora, che in questo modo risulta invece poco chiaro.

Non ci sono però solo critiche in serbo per il titolo più famoso di Perry, che innanzitutto dimostra di avere una penna abbastanza originale e creativa, oltre ad aver creato un valido incipit: l'idea di base è interessante e il primo capitolo risulta d'impatto. Nel corso della lettura si può poi notare quanta attenzione si stata messa nel rendere accurato il contesto storico, anche con dei dettagli marginali, e concrete le diverse ambientazioni; che i personaggi siano nei vicoli sucidi di Londra oppure tra le stradine di campagna dell'Essex, il lettore non ha mai dubbi sull'autenticità delle location. Ho trovato carino anche l'espediente delle missive che i personaggi si scambiano perché incarnano bene le diverse voci; peccato questo porti con sé il succitato problema del mancato show. E infine c'è Luke, a parer mio l'unico personaggio sviluppato in modo coerente e non stereotipico: se lui fosse il protagonista di un romance assieme a George, sarei perfino pronta a dare una seconda chance all'autrice.

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martedì 30 giugno 2026

"Omicidio in famiglia" di Cara Hunter

Omicidio in famiglia (Italian Edition)Omicidio in famiglia by Cara Hunter
My rating: 2 of 5 stars

"La sera di venerdì 3 ottobre 2003, la polizia fu chiamata a intervenire in un ricco quartiere della zona ovest di Londra. Li aveva chiamati una ragazzina, così agitata che i primi agenti sulla scena non sapevano cosa aspettarsi. Incidente? Lite domestica? Forse un furto con scasso? Quello che trovarono fu un cadavere"


DEDUCONO TUTTO DALLE IMMAGINI? SÌ. E CI SONO? NO!

Visti i numerosi fallimenti che ho collezionato quest'anno con i generi mystery e thriller, ho pensato di optare per un cambio di formato, così da provare a riaccendere il mio interesse verso questa tipologia di narrazioni. E il primo romanzo autoconclusivo di Hunter sembrava fare proprio al caso mio, trattandosi di un mixed media puro in cui il lettore viene sfidato a individuare il colpevole prima che lo facciano gli stessi personaggi. Il concetto ovviamente stuzzica l'amor proprio di noi amanti del giallo, ma si rivela pian piano un mero specchietto per le allodole: chi legge questo libro ha le stesse chance di arrivare alla soluzione che avevano i coprotagonisti di "Miss Marple e i tredici problemi", perché c'è sempre qualcuno dieci passi avanti a noi e che non ha alcuna intenzione di suggerire.

L'idea rimane comunque brillante, con un delitto vecchio di vent'anni -quello del giovane australiano Luke Ryder, assassinato il 3 ottobre 2003 nel giardino della sontuosa dimora londinese della moglie Caroline Howard- che viene ripescato dall'emittente fittizia Showrunner per la nuova stagione della serie Infamous. L'obiettivo è individuare il colpevole in un caso che non ha mai avuto neppure un vero imputato, ma la presenza sul set di sei esperti e il materiale fornito dal registra Guy Howard, figliastro della vittima stessa, sembrano promettere delle svolte reali. Come già accennato, a rendere particolare questa storia è il modo in cui la cara Cara (perdonate l'infelice gioco di parole!) scegliere di raccontarla, ossia tramite le trascrizioni degli episodi, le mail e i messaggi scambiati tra i personaggi, gli stralci dei giornali e altro ancora.

Sembrerebbe quasi trattarsi di un libro-gioco… peccato che i lettori non possano davvero mettersi alla prova! in parte perché molte delle intuizioni dei personaggi si basano su immagini assenti nel volume, ma anche perché spesso e volentieri veniamo messi al corrente della rivelazione di turno a indagine già compiuta. Togliendo la componente ludica, l'intreccio non riesce comunque a mantenere una sufficiente solidità, perché chi lavora a questo show fasullo è in possesso di informazioni che non dovrebbe oggettivamente avere; sono inoltre presenti un numero troppo elevato di coincidenze fortuite: ovviamente si tratta di una storia di finzione, ma andrebbe comunque mantenuto un contesto il più vicino possibile alla verosimiglianza per evitare di straniare chi legge.

Un altro paio di problematiche sono legate all'edizione. In un caso sono abbastanza convinta che il difetto stesse già nel testo originale: pur posizionando a livello concettuale il lettore tra gli spettatori di Infamous, l'autrice fornisce dei documenti -soprattutto chat private, mail e messaggi vocali- che nessuno dei personaggi può consultare; come infelice conseguenza, diventa subito chiaro non possano esserci delle informazioni vitali per risolvere il caso nascoste tra queste pagine, altrimenti i protagonisti continuerebbero a brancolare nel buio. L'altro difetto sospetto sia invece da attribuire alla traduzione, ma ovviamente non ne posso avere la certezza; sto parlando delle parecchie incongruenze temporali, con alcune date che collocano certi avvenimenti in momenti dove non possono concretamente essere avvenuti. L'esempio più palese è vicino al finale, quando un ritaglio di giornale annuncia la morte di un personaggio prima che lo stesso sia comparso in una diretta online... era forse il suo fantasma quello in live?

Andando su debolezze un po' più personali, devo dire di aver trovato la risoluzione conclusiva un po' banale e il movente inconsistente: si arriva a un punto in cui i produttori di Infamous possono tirare letteralmente qualsiasi coniglio fuori dal cappello, perché sono gli unici ad aver portato avanti una vera indagine durante le riprese. E quindi eccoci con un finale da soap opera, che non solo stona con la partenza parecchio concreta, ma mi ha fatto anche spanciare dalle risate per come viene descritta la ricostruzione degli eventi passati. Non credo fosse l'effetto voluto, così come dubito che Hunter abbia tentato di proposito di confondermi le idee nelle prime pagine con le sue smitragliate di acronimi e sigle, per fortuna spiegati; ritengo molto più probabile che l'intento fosse dimostrare quanto lavoro di ricerca c'era stato alla base del romanzo.

Si sarà anche impegnata nel tratteggiare il contesto, ma non si può dire che abbia investito granché nella caratterizzazione dei personaggi, che risultano invariabilmente monodimensionali se non perfino fastidiosi nel loro modo piatto di esprimersi. In questo caso, devo però ammettere che non mi aspettavo molto di meglio da un libro realizzato in questo formato, e per lo meno a livello di prosa l'autrice è riuscita a comunicare un certo dinamismo e a fornire sufficiente consistenza alla storia. Anche il ritmo narrativo risulta gradevole, formando un bel crescendo che mantiene viva la curiosità del lettore per tutta la narrazione, a dispetto delle assurde rivelazioni e dei colpi di scena fantasiosi che ormai sembrano infestare tutti i mystery usciti nell'ultimo decennio.

Voto effettivo: due stelline e mezza

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mercoledì 24 giugno 2026

"La luce del sole" di Octavia E. Butler

La luce del soleLa luce del sole by Octavia E. Butler
My rating: 1 of 5 stars

"Qualche attimo dopo la luce fu troppa. Mi bruciavano gli occhi e la pelle. Volsi le spalle alla luce, trascinandomi con la mia preda verso gli abissi della fresca semioscurità all'apparenza così vicina eppure così tanto difficile da raggiungere"


DA PEDOFILO A TOYBOY IN MEZZA SCENA

Poche volte ho iniziato un nuovo libro con un simile entusiasmo, non solo perché trovo sempre affascinanti le declinazioni meno scontate sul tema del vampirismo, ma soprattutto per il successo dell'autrice: da tanto tempo ero curiosa di scoprire la prosa di Butler, vista la fama della sua bibliografia in generale e di questo titolo in particolare. Eppure eccomi qui oltre trecento, dolorosissime pagine dopo a scrivere dei motivi per cui non consiglierei "La luce del sole" neppure a quelle brutte persone che fanno le orecchie alle pagine per tenere il segno. Di certo ho letto libri ben peggiori sul piano della qualità, ma in merito allo sgradimento personale gli unici esempi che mi sento di accostare sono i romanzi di Anne Rice, autrice bannata a vita dalle mie letture; e temo proprio che la cara Octavia andrà incontro a una sorte analoga...

La premessa non è nulla di sconvolgente nella narrativa fantastica: la protagonista e narratrice Shori "Renee" Matthews si risveglia gravemente ferita e priva di ricordi all'interno di una grotta; pian piano si riprende fisicamente, scopre la sua identità e quali eventi l'hanno portata a scappare in quell'anfratto; lei appartiene alla specie Ina, che per moltissimi aspetti ricordano dei vampiri, ed è l'unica superstite di un attacco sferrato da ignoti alla sua comunità. Un salvataggio reso possibile dagli esperimenti genetici volti a permettere a lei e alle prossime generazioni dei suoi simili di resistere alla luce solare, e proprio in questi studi scientifici sembra nascondersi anche la ragione delle aggressioni sulle quali Shori e i suoi simbionti -aka, gli umani dai quali si nutre principalmente al punto da legarli indissolubilmente a sé- cominceranno a indagare.

A conti fatti, indagine è una parolona ma è anche l'espressione oggettivamente più indicata dal momento che -una volta stabilita la natura degli Ina e le speciali abilità di lei- la trama ruota interamente attorno allo smascheramento dei colpevoli e al successivo processo, con qualche episodio estemporaneo per dare una parvenza di intreccio. Dei tentativi poco riusciti per quanto mi riguarda, dal momento che dopo il potente incipit la narrazione ristagna in dinamiche prevedibili e abbastanza simili tra loro. Inoltre l'espediente dell'amnesia rende difficile per Shori muoversi di sua iniziativa, e per la maggior parte del tempo lei deve aspettare le azioni altrui per potervi reagire in qualche modo. Sul finale la lettura diventa davvero tediosa, tra interminabili presentazioni di personaggi inutili e scene di votazioni descritte in ogni soporifero passaggio, nonostante il loro esito sia scontato per gli stessi caratteri coinvolti.

Essendo un'insopportabile Mary Sue che riesce in tutto e viene elogiata da tutti (a parte gli antagonisti stronzi, ovvio!), la protagonista merita di certo un paragrafo di lamentele tutto per sé. In ogni azione e pensiero, Shori si dimostra disempatica, manipolatrice ed egoista: per quanto ripeta di tenere ai suoi simbionti non è verosimile che dei perfetti estranei le stiano a cuore più di un cucciolo appena portato a casa dal canile, dal momento che li tiene tutto il tempo al guinzaglio tramite il suo veleno; mi perdonerete la sciocca metafora canina, ma l'ho trovata calzante considerando che il rapporto tra Ina e simbionti è grosso modo quello tra una persona e i suoi animaletti domestici, ma si instaura con ancora maggiore superficialità. Anche come unico POV Shori non mi ha convinto, perché la sua voce non sempre è coerente: non ricorda termini molto semplici ma allo stesso tempo adotta modi di dire specifici e -come tutto in questo romanzo- ripetitivi.

Un altro problema legato alla protagonista ma decisamente soggettivo è la sua età. Non riesco a cogliere la necessità di renderla una bambina, fisicamente dal punto di vista umano e anagraficamente per l'età media degli Ina; a mio avviso sarebbe stato meglio optare per una protagonista ventenne o trentenne, così da rendere meno inquietanti le sue "relazioni" con i personaggi adulti. Capisco che la sua giovinezza giochi un ruolo prettamente simbolico, ma essendo affetta da amnesia è già all'oscuro di qualsiasi informazione utile e dimostra l'ingenuità di una bimba, a meno che la trama non richieda altrimenti, beninteso. Comunque ammetto che la pedofilia giustificata (e perfino romanticizzata!) è un mio limite personale, e qui non solo è reiterata per l'intero volume ma viene anche affiancata da qualche accenno di incesto e vaghe minaccie di stupro; tutto perché questi vampiri tanto più evoluti dei miseri umani dimostrano comportamenti animaleschi e territoriali ogni due per tre.

E gli altri personaggi? su di loro non c'è semplicemente nulla da dire dal momento che gli Ina si dividono in buoni e cattivi, ovvero gli adoratori di Shori e i suoi detrattori: non si va mai più a fondo. Simbionti o meno, gli umani non sono considerabili dei caratteri veri e propri, perché il veleno degli Ina è l'equivalente di un potente oppiaceo che altera tutto il tempo la loro percezione della realtà, ecco perché anche le relazioni interpersonali risultano fasulle e asettiche. A suo modo, questa rappresentazione del vampiro potrebbe risultare affascinante e devo dire che viene trattata in modo abbastanza approfondito, ma crea uno squilibrio di potere eccessivo con i personaggi umani; inoltre diverse informazioni sugli Ina vengono retconnate in corso d'opera, sempre a favore di Shori e dell'intreccio. Pur presentando una traduzione ben fatta, l'edizione italiana si uniforma al disagio generale risultando per molti versi inadeguata: passi il titolo completamente diverso da quello originale, ma la cover da manuale di autoaiuto e la citazione ultraromantica sull'aletta non preparano affatto al tipo di storia che si sta per leggere.

Approdando agli aspetti più positivi, o almeno a quelli che speravo si rivelassero i punti di forza del libro, troviamo prosa e tematiche. Lo stile della cara Octavia è grossomodo gradevole, ma vista la fama di cui gode e i premi che ha ricevuto mi aspettavo ben altro; ho trovato particolarmente fastidiose le moltissime ripetizioni, la limitatezza del lessico (scelta magari intenzionale vista l'amnesia dell'unico POV, ma che andava gestito meglio) e le interminabili descrizioni di luoghi e oggetti inutili. Anche nel caso dei temi non mi sono dispiaciuti gli spunti in sé quanto la maniera in cui sono stati trattati, ossia con approssimazione e scontatezza; un buon esempio è il razzismo, in teoria cardine dell'intera storia, che nel concreto si limita a creare il parallelo tra razza e specie, con gli Ina cattivi (e stupidi come non mai!) che non vogliono mescolare il loro DNA con quello umano. Non si va oltre, non c'è alcuna ulteriore discussione costruttiva, e anche la questione delle ricerche portate avanti dalla famiglia di Shori è appena abbozzata.

Si potrebbe dire che almeno è risultato efficacie per il suo genere: è un fantasy horror ed effettivamente io ne sono uscita terrorizzata, sia per il modo in cui vengono raccontati i simil-vampiri sia per le azioni disgustose e disturbati compiute dai personaggi e descritte come fossero del tutto normali. E ho pure scoperto cosa abbia ispirato i due terzi più inquietanti e noiosi della trama di "Breaking Dawn" (la romance tra Shori e i suoi simbionti ricorda moltissimo l'imprinting e il lungo processo finale ha lo stesso livello inesistente di tensione narrativa), oltre ad aver imparato a evitare di farmi intenerire da presunti bambini che vagano spaesati in autostrada: poi magari mi tocca abbandonare famiglia e lavoro per trasferirmi in una comune di hippy codipendenti, ed esserne perfino felice!

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martedì 16 giugno 2026

"Imperium" di Colin Meloy

Wildwood. Imperium (Wildwood Chronicles, #3)Wildwood. Imperium by Colin Meloy
My rating: 3 of 5 stars

"Le parole comparvero sul velo di nebbia, scribacchiate dal dito spettrale della defunta Governatrice Vedova; Zita impallidì nel vederle … aveva scoperto un'intima intesa con la donna, e nel profondo del suo cuore la capiva. Oh sì, adesso la capiva"


È ANCORA UNA SERIE PER BAMBINI, GIUSTO?

Due serie concluse in quasi metà anno non sembra un gran risultato, specie considerando che erano entrambe già cominciate nel 2025; ma con la persistente lentezza che caratterizza il mio attuale rapporto con la lettura, ogni piccolo risultato portato a casa mi fa sentire meglio. Anche se si tratta di una trilogia che dal primo libro ha cominciato un chiaro e triste peggioramento nella qualità. E purtroppo non mi riferisco solo all'edizione cartacea, che da sola è stata una mezza delusione: alla qualità grafica inferiore nelle illustrazioni in bianco e nero si aggiunge l'inspiegabile scelta di raggruppare al centro tutte quelle a colori su carta lucida, anziché piazzarle accanto alle pagine corrispondenti. La CE voleva forse creare un simpatico gioco di abbinamento delle coppie, tra immagine e citazione nel testo?

Facciamo però qualche passo indietro per spendere due parole -senza troppi spoiler- in merito all'intreccio. Sono passati un paio di mesi (o forse due settimane, a seconda del capitolo) e ritroviamo Prue diretta a Bosco Sud nella sua missione di riunire i creatori dell'Alexei robotico, obiettivo che la porta a scontrarsi con il Sinodo, una setta di invasati affamati di potere mascherata da affidabile istituzione religiosa. Al contempo, Elsie e Rachel si sono ridotte a vivacchiare assieme agli altri Inadottabili ai margini del Deserto Industriale, ma l'incontro con un altro gruppo avverso ai Titani dell'Industria le porta a sperare di poter salvare Carol e Martha. Anche in questo caso, le loro non sono le uniche prospettive presenti nel testo, ma per la maggior parte le altre compaiono in un capitolo soltanto.

E come se tutti questi POV trainati dai primi due volumi non fossero abbastanza, Meloy decide di inserirne un altro principale, più un paio di secondari giusto per dare un pizzico di colore (o per rendere ancor più dispersiva la narrazione, scegliete voi!); e quindi eccoci con Zita, una ragazzina di Bosco Sud che viene convinta da una sorta di spettro a dare il via a un pericoloso rituale, destinato poi a configurarsi come la minaccia definitiva. Un'idea per niente male di base, non fosse che questo ennesimo avversario da sconfiggere porta l'autore a dover risolvere in maniera rapida tutte le sottotrame imbastite in precedenza. Se nel caso della rivalsa contro i Titani lo spazio dedicato non è poi tanto esiguo, l'intera parentesi del Sinodo viene davvero conclusa con una leggerezza tale che si finisce per non comprendere la ragion d'essere di questa linea di trama: serviva solo a tenere impegnata Prue per un po' di pagine?

Nel complesso, l'intreccio non mi ha quindi convinto granché: ho trovato l'inizio abbastanza fiacco e il finale troppo rapido e allegorico per i miei gusti. L'autore liquida in poche righe il destino dei personaggi principali -senza neppure un tentativo credibile di verosimiglianza- e dimentica direttamente quello dei meno rilevanti, come Esben e Carol; una sorte simile tocca all'ambientazione, perché a parte prendere nota della nuova figura al potere nel Bosco non sappiamo cosa sia successo ai diversi ordini religiosi o ai burocrati di Bosco Sud, che da soli hanno causato ben più danni dell'antagonista principale! Tutto quello di cui il lettore è spinto a interessarsi si riduce agli Irregolari di Bosco Selvaggio, che possono riprendere tranquillamente le loro ruberie, seppur non sia chiaro ai danni di chi visto il disgregarsi di ogni istituzione civile.

La trama non si fa inoltre mancare una buona dose di incoerenze all'interno del volume stesso, ma ancor di più in confronto con i capitoli precedenti. Riporto un esempio per ogni tipo di questo approccio svogliato del caro Colin: Elsie e Rachel che ricevono delle lettere dai genitori nonostante vivano come delle fuggitive e il loro ultimo indirizzo utile corrisponda a un edificio distrutto, e la motivazione alla base dell'accordo tra Alexandra e i genitori di Prue che viene completamente travisata nel loro dialogo iniziale. Forse dovrei chiudere un occhio perché alla fin fine è pur sempre una storia per ragazzini, ma sospetto che perfino delle persone così giovani noterebbero l'estrema disomogeneità dei riferimenti temporali tra un POV e l'altro. Ultimo ma non meno importante tra i difetti del romanzo è il cambio di tono: già nel secondo libro ci si allontanava per una buona metà dal contesto prettamente favolistico perché era necessario introdorre la storyline delle sorelle Mehlberg, ma qui andiamo oltre con parecchi elementi poco in linea con il target dal punto di vista della maturità, a esempio il disgustoso Spongiforme e i fin troppo cruenti attentati dinamitardi.

E nonostante tutto ci sono stati dei momenti positivi, abbastanza da far superare tranquillamente la sufficienza a questo titolo. In primis, tra tanti spunti e caratteri abbandonati a loro stessi, la conclusione della sottotrama sui Titani è stata gestita nei tempi e nei toni giusti; ho continuato a sentire la mancanza di un maggiore approfondimento -specie quando sono gli adulti a occupare il centro della scena-, ma si sono venuti a creare dei bei momenti a livello emotivo e di tensione. Anche le reunion tra diversi personaggi principali e non (mi tengo sul vago, altrimenti temo di sciupare il finale) sono state molto coinvolgenti e gradevoli da leggere, e di certo lo stile e la fantasia dell'autore non si sono fatti mancare. Devo dire di aver apprezzato anche il modo intelligente in cui ha gestito la figura di Curtis, sicuramente meglio rispetto al capitolo precedente! Eppure tutto questo non basta riaccendere il mio affetto verso la trilogia, al punto da dirmi felice della scelta di adattare solo il primo volume nel film che uscirà a ottobre. Anche la versione cartacea avrebbe potuto mettere lì la parola fine.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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mercoledì 10 giugno 2026

"L'amuleto" di Michael McDowell

L'amuleto (Italian Edition)L'amuleto by Michael McDowell
My rating: 5 of 5 stars

"Era quel gioiello, un oggetto mai visto prima, a sembrarle tanto strano. Era la catenina, e il ciondolo a forma di dischetto, a tormentarla; e conosceva Jo abbastanza da sapere che nessun interrogatorio avrebbe mai potuto cavarle il motivo per cui l'aveva regalato a Larry. Non ancora, quantomeno"


LA TAVOLA OUIJA DI ČECHOV

Negli ultimi dieci mesi McDowell è diventato un autore parecchio presente nelle mie letture, infatti con "L'amuleto" sono arrivata già al terzo titolo di un autore prima del tutto sconosciuto per me, e non ho in programma di fermarmi senza aver per lo meno recuperato quanto uscito in traduzione negli ultimi tre anni per il catalogo di Neri Pozza. Anche perché a ogni nuovo libro mi trovo ad apprezzare sempre di più il suo stile e l'incredibile lavoro fatto su personaggi e ambientazioni, riuscendo a trasportare chi legge in luoghi ed epoche lontane senza alcun cenno di artificiosità che porti a sentirsi straniati dalla storia.

La nostra destinazione in questo caso è la Pine Cone del 1965, un paesino fittizio dell'Alabama celebre per la locale Pine Cone Munitions Factory, dove non solo si fabbricano munizioni ma si ha anche la possibilità di scampare la leva militare. Purtroppo per Dean Howell la cartolina arriva prima del posto di lavoro e solo l'esplosione di un fucile da addestramento gli evita la partenza per il Vietnam, deturpandogli il viso e riducendolo a poco più di un vegetale; fortuna vuole che l'amorevole madre Josephine "Jo" sia pronta a occuparsi di lui e a presentare alle persone che ritiene responsabili di questa tragedia il conto, nella forma di un insolito monile. Tra uno sfiancante turno in fabbrica e l'ennesima commissione domestica, spetta invece alla moglie Sarah l'ingrato compito di trovare la quadra e arrestare la scia di delitti che colpiscono in pochi giorni l'intera città.

Al suo fianco troviamo la vicina e amica Becca Blair, che è solo uno dei molti esempi del talento del caro Michael nella scrittura dei personaggi. L'intero cast è popolato da figure credibili e simpatetiche, siano esse positive o negative; non solo i caratteri centrali quindi, ma anche i semplici comprimari ottengono un'introspezione accurata e coerente con la loro condizione sociale e con le relazioni interpersonali che li coinvolgono. Logicamente Sarah ottiene il maggiore approfondimento, andando a dimostrare una parabola discendente significativa nella sua triste verosimiglianza: la protagonista viene descritta in un primo momento come un'ottima persona, piena di generosità e remore morali che il succedersi degli eventi andrà pian piano a smantellare, fino a una conclusione al cardiopalma.

Ho trovato molto interessante anche il lavoro svolto su Jo e Dean, perché seppur vengano tenuti volutamente in secondo piano dall'autore riescono a estendere un alone minaccioso su tutta la narrazione. La storia di lui ricorda un po' "Il visconte dimezzato", mentre mi sento di accostare lei all'antagonista di "Misery"; si tratta tra l'altro della prima (almeno a livello di pubblicazione) di una corposa schiera di donne malvagie scritte da McDowell nella sua carriera. Non raggiungerà forse le vette di una "Black" Lena Shanks e i continui commenti al suo aspetto sono di certo invecchiati malino, ma si dimostra una figura terrificante e a conti fatti non si percepisce la mancanza di ulteriori risposte sul suo passato, dalle origini dell'amuleto alla sua possibile implicazione in altre vicende delittuose.

Come già accennato, gli altri maggiori punti di forza del volume sono l'ambientazione e lo stile. Avevo ben in mente la puntualità con cui il caro Michael riusciva a raccontare luoghi presi da un'epoca storica diversa senza apparente difficoltà per il lettore contemporaneo che deve entrare in un contesto per lui inedito, ma in questo caso penso si sia superato: ha creato dal nulla un'intera cittadina, descrivendone strade, negozi, usanze locali e indole degli abitanti. E l'ha fatto rimanendo fedele al periodo scelto con una sensibilità parecchio moderna, anche considerando che questo titolo appena approdato nel nostro Paese è stato pubblicato in lingua originale quasi cinquant'anni fa! Anche la sua prosa non pare risentire dello scorrere del tempo, e dalla primissima pagina incanta il lettore con immagini ricche di fascino e una grande accuratezza linguistica. Questo potrebbe far pensare a un testo lento e sfidante, invece la lettura scorre con facilità e gradevolezza estreme: al massimo è proprio il lettore a doversi imporre di prendere una pausa, vuoi per rileggere una frase particolarmente bella oppure per occuparsi di qualsia attività esuli dalla lettura del libro stesso.

Come sempre per le letture che apprezzo maggiormente, ho cercato di individuare dei punti a sfavore, operazione che pratico al contrario anche sui romanzi più sgradevoli ovviamente! Oltre ad alcuni lati già menzionati della scrittura di Jo, in questo caso devo ammettere che l'intreccio rappresenta l'elemento meno riuscito: pur non annoiando la struttura risulta per forza di cose ripetitiva, con il lettore al corrente di tutte le informazioni mentre la protagonista brancola quasi sempre nel buio. Inoltre le scene più propriamente horror sono numerose e parecchio intense; il problema non è tanto il gusto personale (a me non hanno dato granché fastidio, a esempio) quanto il passaggio repentino da un contesto placido alla violenza estrema e grottesca che potrebbe cogliere impreparati. Diciamo che rispetto al mio primo approccio con "Katie", qui capisco un po' meglio la grande amicizia tra l'autore e il caro Stephen…

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mercoledì 27 maggio 2026

"Per sempre tuo" di Abby Jimenez

Per sempre tuo. Yours Truly (Part of Your World, #2)Per sempre tuo. Yours Truly by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Non mi pareva di aver mai ricevuto una lettera prima di allora. La sua efficacia era sconvolgente. Molto meglio di un messaggio o un'e-mail, aveva un peso diverso, in un certo senso. C'è qualcosa nell'atto di tenere la carta tra le mani, vedere l'inchiostro sulla pagina, la pressione della penna. L'aveva fatta lui, con uno sforzo concreto. Era un gesto materiale"


GIBSON EX MACHINA

Prima di iniziare il commento di "Per sempre tuo" ho dato un'occhiata a quanto avevo scritto su "Sono parte del tuo mondo" alcuni mesi fa, perché la sensazione di aver individuato molti punti in comune -tanto a livello di pregi quanto di difetti- tra le due narrazioni mi ha seguito un po' per tutta la lettura. In effetti sono presenti un buon numero di elementi similari, e vedendo l'identico giudizio in stelline potreste pensare che l'autrice non abbia cambiato granché tra il primo e il secondo volume in questa serie di storie companion; invece i passi in avanti non mancano, ma a mantenerli irrilevanti a livello di valutazione ci sono altrettanti aspetti che non mi hanno fatta andare in visibilio, pur avendo apprezzato molto il titolo nel suo insieme.

Una prima differenza è la percentuale di personale ospedaliero all'interno del cast, che era comunque altina nel primo capitolo e qui schizza fino a un solido cinquanta percento. L'esempio principe è la coppia protagonista, composta da dottori di medicina d'urgenza: Briana "Bri" Ortiz -già introdotta in veste di migliore amica della precedente protagonista Alexis- e Jacob Maddox, appena trasferitosi nel pronto soccorso del Royaume Northwestern, a Minneapolis. Entrambi sono reduci dalla fine di relazioni sentimentali molto importanti, entrambi hanno grosse remore a intraprendere dei nuovi rapporti, ed entrambi ricevono una prima cattiva impressione l'una dall'altro. Nel giro di pochi capitoli la situazione riesce però ad appianarsi, tanto che lui si dirà disponibile a fornire un grosso aiuto al fratello di lei e lei contraccambierà supportando lui all'interno di una dinamica famigliare insolita.

Jimenez sceglie nuovamente di includere delle tematiche tutt'altro che leggère a contorno e complemento della storia d'amore tra i due protagonisti, basandosi in parte sulla sua esperienza diretta. Nel caso di Briana ci si concentra sulla sindrome dell'abbandono causata dal padre e dall'ex marito, per colpa dei quali non riesce più ad aver fiducia nell'affetto di un uomo; nel mentre Jacob deve fare i conti con l'ansia sociale, che da anni gli impedisce di affrontare con serenità dei contesti inediti. A tratti il volume tocca poi l'argomento della depressione ma, come nel caso della romance tra Alexis e Daniel, non credo sia stato svolto un lavoro allo stesso livello degli altri temi, in particolare per la rapidità con cui i personaggi coinvolti riescono a riacquistare padronanza di sé e affrontare senza ricadute la malattia.

Rimanendo sul piano tematico, sono presenti due elementi molto rilevanti per il proseguo della trama stessa sui quali ho delle perplessità, perché mi sembra siano stati pilotati per convenienza anziché affrontati con accuratezza. È il caso della donazione di un rene fatta da Jacob -a mio avviso sbrigata con una rapidità e una superficialità eccessive visto il contesto- e della rivelazione legata alla rottura tra Briana e l'ex marito Nick: è una svolta che arriva senza la preparazione necessaria e sfrutta un problema di salute di estrema sensibilità per un aumento non necessario del drama. Per il resto, l'intreccio rimane piacevole (a esempio, ho trovato molto carino l'espediente delle missive) seppur nella parte centrale sia un po' dispersivo e parecchio ripetitivo quando si tratta dei paragoni con i rispettivi ex.

Va molto meglio sul fronte dei personaggi. Entrambi i protagonisti sono solidamente caratterizzati e affrontano una crescita bilanciata come singoli individui e nel contesto della coppia: non si ha mai l'impressione che uno dei due sia perfetto e tocchi all'altro superare le sue difficoltà per raggiungere lo stesso livello di compiutezza. Gli unici nèi sono la già accennata rivelazione finale su Briana e l'affetto che Jacob prova verso la famiglia d'origine, perché teoricamente è alla base di tutte le sue scelte ma a conti fatti non lo vediamo mai pensare a come reagiranno alla fine della relazione fasulla. Il resto del cast è parecchio gradevole e, seppur non manchino delle figure caricaturali, riesce a svolgere il proprio ruolo in modo più che sufficiente.

Lo stesso vale più o meno per lo stile della cara Abby, che ripropone la sua prosa estremamente scorrevole grazie alla dinamicità dei dialoghi; ho trovato apprezzabile anche l'impregno nell'assegnare a Briana e Jacob dei toni distintivi nei rispettivi POV. Per contro non mi sento di promuovere in toto l'umorismo, che seppur in linea con lo spirito della storia a volte risulta banale o ingombrante. E chiudo con una seconda nota di demerito per l'edizione nostrana, che avrà dalla sua il prezzo competitivo ma ci regala anche una bella parata di refusi facilmente smascherabili.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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giovedì 21 maggio 2026

"Al crepuscolo" di Stephen King

Al crepuscoloAl crepuscolo by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Ebbe la sensazione che quella scrivania fosse stata usata. Che Pickering vi si sedesse per scrivere a mano, curvo come un bambino in un'aula di qualche piccola scuola di campagna. A scrivere cose a cui preferiva non pensare"


SIFKITZ DOVREBBE TEMERE L'AI, NON IL COLESTEROLO!

Vista la mia attuale lentezza nel portare avanti le letture non ci speravo proprio, e invece ben prima di metà anno sono arrivata già all'ottava raccolta targata King; non male, considerando che non potrò andare oltre "Il bazar dei brutti sogni" per evitarmi spoiler della combo seriale di Bill Hodges e Holly Gibney. Tornando a questo "Al crepuscolo", ci troviamo davanti un'antologia che raccoglie tredici racconti dei quali un solo inedito, e dalla lunghezza non troppo variabile -si spazia tra le dieci e le ottanta pagine- sebbene alcune siano ufficialmente indicate come novelle.
Pur essendoci diversi riferimenti ad altre opere dell'autore e ad alcune tra le sue ambientazioni più celebri, a livello tematico e di continuità non ho riscontrato molta sostanza, però il volume merita un recupero per alcune delle perle che nasconde. Come nel caso degli altri compendi del caro Stephen, valo ad analizzare e valutare singolarmente ogni storia, calcolando poi il voto complessivo in base alla media generale.


"Willa" - tre stelline e mezza
Si parte con un racconto abbastanza breve, che riesce nel contempo a dimostrare un'ottima tempistica narrativa. La prospettiva scelta è quella di David Sanderson, che assieme ad altre persone è bloccato nella stazione ferroviaria di Crowheart Spings nello Wyoming, in attesa di un treno sostitutivo dopo il deragliamento del loro; accortosi dell'assenza della fidanzata Willa Stuart, l'uomo si incammina verso la vicina città per rintracciarla. A livello di trama non ci si può sbilanciare oltre senza incorrere in qualche spoiler, anche perché la svolta principale è così ben gestita che sarebbe un vero peccato conoscerla in anticipo, checché ne dica il caro Stephen nelle note finali. Tra i pregi mi sento di includere il concept alla base e la caratterizzazione di David e Willa, tanto come singoli protagonisti quanto nella loro dinamica di coppia; meno bene i comprimari -che rimangono delle mere figure di sfondo- e la conclusione eccessivamente positiva.

"Torno a prenderti" - quattro stelline
Questa è una delle storie più corpose, tanto da aver ottenuto anche un volume indipendente, seppur sia ben lontana dalle solite, titaniche novelle di King. La protagonista della vicenda è Emily Owensby, una giovane madre in lutto per la morte improvvisa della figlia Amy; nel suo tentativo di metabolizzare quanto accaduto, la donna inizia a dedicarsi alla corsa, attività che diventa talmente importante nella sua quotidianità da spingerla a lasciare il marito Henry e trasferirsi a Vermillion Key, dove il padre ha una casetta per le vacanze. Partendo da questo contesto, viene strutturata un'avvincente storia di sopravvivenza fisica che crea un parallelo evidente con la sopravvivenza emotiva e psicologica alla quale Emily deve puntare; purtroppo lo stacco tra questi due filoni narrativi è talmente improvviso e repentino da lasciare un po' spaesato il lettore, e questo è forse l'unico elemento davvero negativo del racconto. Tra i punti di forza possiamo invece annoverare il lavoro di introspezione fatto sulla protagonista, la solidità dei caratteri secondari e il lato survival: decisamente credibile e ben ritmato. La crudezza della componente horror è alquanto soggettiva, ma personalmente l'ho trovata adeguata al contesto e molto godibile.

"Il sogno di Harvey" - tre stelline e mezza
Passando a un formato ridotto rispetto al precedente troviamo la storia di Janet "Jax" e Harvey, moglie e marito che portano avanti da tanti anni un matrimonio non sempre facile, nel quale ci sono stati momenti di gioia -specialmente legati alle loro tre figlie- ma anche difficoltà, come la recente diagnosi di Alzheimer per l'uomo. Quando un mattino lui inizia a raccontarle un bizzarro incubo avuto la notte precedente, la protagonista pensa sia un episodio collegato alla sua malattia pur rimanendone sempre più turbata, fino a una conclusione che lascia supporre non si tratti né di un fenomeno onirico né di un ricordo alterato. Il connubio tra reale e fantastico è molto ben riuscito, e introduce anche un fattore horror coerente nella sua inquietudine e fortemente allegorico; a livello di trama e personaggi non mi posso dire altrettanto soddisfatta perché sono entrambi ridotti all'osso, anche nel caso di Janet che magari avrebbe potuto ottenere un paio di pagine in più per analizzare meglio i suoi sentimenti verso la famiglia. L'idea comunque non è affatto malvagia, e si adatta molto bene alla brevità del testo.

"Area di sosta" - due stelline e mezza
È una storiella alquanto dimenticabile quella in cui il caro Stephen ripesca per l'ennesima volta dal cilindro l'alter ego Richard Bachman, con il quale si cala nei ruoli dei due protagonisti del racconto: mentre lui interpreta l'ex insegnante di inglese John Andrew Dykstra, il suo pseudonimo editoriale riveste il ruolo di Rick Hardin ovvero il nome con cui vengono pubblicati i libri del primo. Il passaggio da un'identità all'altra viene simboleggiato dal viaggio di ritorno da incontri e conferenze, durante uno dei quali si svolte la narrazione; a una stazione di servizio, Dykstra assiste a un'aggressione e si interroga su quale sia il modo migliore per intervenire, tirando in ballo anche il suo alias Hardin e la loro creatura letteraria detta Cane. L'atmosfera mi ha convinto ma l'intreccio non è particolarmente brillante, e anche la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale e stereotipata; non che lo spunto offrisse chissà che margine di creatività, ma si poteva azzardare qualche guizzo meno banale.

"Cyclette" - una stellina e mezza
Meglio la banalità delle idee troppo bislacche e caotiche, verrebbe da pensare leggendo la disavventura di Richard Sifkitz, disegnatore commerciale freelance di SoHo che, dopo aver ricevuto un ammonimento dal medico per il suo alto valore di colesterolo decide di migliorare lo stile di vita, scegliendo cibi più sani e acquistando una cyclette Brookstone con la quale allenarsi. Di pari passo, l'artista inizia anche una serie di dipinti legati a una specie di metafora biologica: gli enzimi nel suo organismo si trasformano in operai impegnati nella semplificazione dei lipidi, che però si trovano ora con sempre meno lavoro, situazione che li rende scontenti ma soprattutto pericolosi. Sono quindi presenti molti elementi con poco in comune, e se alcuni potrebbero risultare interessanti (specialmente la realizzazione di essere un personaggio immaginario) altri sono soltanto stranianti -come i retroscena personali dei vari enzimi- oppure già visti, perché di quadri viventi il caro Stephen ce ne ha rifilati pure troppi! La caratterizzazione del protagonista è alquanto trascurabile, mentre definirei quella degli "operai" stereotipica; la componente horror è debole e la stranezza generale rende quasi comico il contesto, annullando i tentativi di creare tensione. Il messaggio di fondo funziona poi male, perché Sifkitz non diventa mai un patito del fitness, e non saranno certo un paio d'ore alla cyclette a rendere superflua l'attività svolta dagli enzimi.

"Le cose che hanno lasciato indietro" - quattro stelline
Se prima c'era il rischio di scoppiare a ridere, questo racconto invece cerca in modo alquanto palese di spostare il barometro emotivo del lettore verso la tristezza, dal momento che gli attentati dell'11 settembre sono un elemento cardine della storia. Il protagonista è Scott Staley, all'epoca dell'attacco alle Torri Gemelle impiegato nella compagnia assicurativa Light and Bell Insurers; scampato alla tragedia per caso, l'uomo si porta addosso il peso delle vittime che conosceva e fatica ad allacciare nuovi legami di amicizia. L'inspiegabile comparsa in casa sua di alcuni oggetti appartenuti ai colleghi defunti porta Scott a interrogarsi sulla sua sanità mentale e a chiedere consiglio alla vicina Paula Robeson; e seppure il rapporto tra i due non sembri da subito destinato a durate, diventa un trampolino di lancio per riportare il protagonista alla vita. Due caratteri abbastanza sfaccettati seppur non proprio memorabili, che portano avanti una trama semplice e coerente verso un epilogo forse un pelino sentimentale, ma in linea con quanto raccontato fino a quel punto. In altri contesti avrei visto in questo concept un fastidioso il tentativo di commuovere, ma King è stato molto abile (o comunque più abile di Safran Foer) a direzionare l'attenzione sulle fasi successive del lutto e dare al protagonista un ruolo oltre a quello di tragico superstite. Più che horror qui si può parlare di angoscia psicologica, mentre l'elemento fantastico è soltanto uno strumento per dare il via alla vicenda, un po' come l'assenza per ferie del portiere Pedro.

"Pomeriggio del diploma" - tre stelline e mezza
Il racconto più breve dell'antologia prende ispirazione da una sorta di allucinazione farmacologica dell'autore, e questo spiega forse perché la trama sia praticamente assente. Il punto di vista è quello dell'adolescente Janice Gandolewksi, in procinto di diplomarsi e intraprendere il percorso universitario verso il suo sogno di diventare giornalista; la ragazza si trova nella tenuta del suo ragazzo Bruce "Buddy" Hope, dove la famiglia ricca e snob di lui non la fa sentire granché benvenuta. Un evento imprevedibile arriva però a sconvolgere delle esistenze calate in ruoli ben definiti, e se da un lato ho trovato interessante l'idea di smuovere in modo tanto netto le sorti dei personaggi, dall'altro devo tenere conto del nulla di fatto a livello narrativo: la storia termina ancor prima di iniziare, un bel concetto e al tempo stesso un contenuto insoddisfacente. A portare a casa una sufficienza abbondante questa volta è soprattutto il cast, composto da caratteri credibili e inquadrati in modo intelligente nelle pochissime pagine a disposizione. Il finale a libera interpretazione del lettore potrebbe lasciare perplessi, ma personalmente mi è sembrato adeguato al contesto.

"N." - quattro stelline e mezza
L'unico inedito dell'antologia è anche uno dei racconti più lunghi e dalla struttura meno scontata: la narrazione si articola infatti in una serie di messaggi e annotazioni che passano da un personaggio all'altro in questa staffetta all'insegna della follia incombente. Alla base di tutti i documenti ci sono le sedute di terapia tra il dottor John "Johnny" Bonsaint e il suo paziente N., all'apparenza affetto da una grave forma di disturbo ossessivo compulsivo che prosciuga ogni sua energia e lo porta a compiere azioni bislacche al fine di impedire una presunta apocalisse. Un confronto fra la convinzione paranormale e la razionalità della scienza quindi che, pur non essendo troppo originale (anche per lo stesso autore, come si è visto nel suo classico "Pet Sematary"), risulta essere uno spunto convincente sul quale basare una storia forse un po' prevedibile ma sempre scorrevole e coerente. Tra gli aspetti più apprezzabili includerei anche l'interessante formato e i solidi personaggi; la parte finale è quella che invece mi ha convinto meno, sia per la conclusione banale sia per la poca chiarezza nel passaggio di testimone tra Sheila a Charlie, perché fino a quel punto c'è una consequenzialità coerente tra le figure coinvolte, mentre non sembra esserci una ragione univoca per la scelta della donna. Per il mio gusto, il lato horror risulta troppo allegorico: preferisco quando King opta per minacce più concrete.

"Il gatto del diavolo" - cinque stelline
E dal più recente, passiamo al racconto di gran lunga più vecchio: a dispetto di quanto asserito dal caro Stephen in "Incubi e deliri", almeno una delle sue vecchie storie (per la precisione del 1977) non era ancora stata pubblicata in una raccolta, e devo dire che ritengo una fortuna la sua decisione di porvi rimedio. La narrazione segue il sicario John Halston che si trova per le mani un incarico a dir poco bizzarro quando l'anziano magnate farmaceutico Drogan gli chiede di sopprimere un gatto e -con una teatralità degna della Grimilde disneyana- portargli come prova la sua coda. Non voglio sbilanciarmi sulle motivazioni del committente o sulla reazione di Halston a questa insolita richiesta, ma devo dire che l'intreccio fila molto bene, con un ritmo impeccabile e una conclusione coerentemente (s)gradevole. I personaggi non sono granché approfonditi ma funzionano all'interno della storia e la parte più spaventosa si inserisce con gusto e risulta terrificante al punto giusto. L'unico neo che potrei trovarci è la figura stessa del gatto, perché rappresenta un elemento più che classico del genere dai tempi di Poe... perché nessuno scrivere invece degli indicibili crimini commessi da un alpaca demoniaco?

"Il «New York Times» in offerta speciale" - due stelline
Un altro balzo temporale ci porta fino al più recente tra i testi già pubblicati in precedenza, dove ritorna il tema dell'esistenza ultraterrena nella storia di Anne "Annie" Driscoll, una neo-vedova che riceve una telefonata a dir poco inaspettata. Un concept carino anche se già visto ulteriormente svilito dalla fretta con cui l'autore lo sviluppa, come se avesse una gran urgenza di arrivare alla conclusione, tra l'altro parecchio insoddisfacente. I personaggi di per sé sono abbastanza trascurabili, però quello che manca davvero è la sostanza della relazione tra la protagonista e il marito: in una narrazione tanto concentrata sul fattore emotivo, il lettore dovrebbe sentirsi più coinvolto dai legami sentimentali! Ho trovato interessante la trovata delle premonizioni e mi fa piacere che King si sia divertito a scrivere questo racconto in una sola, lunga nottata australiana, ma personalmente temo lo dimenticherò tra non molto.

"Muto" - quattro stelline
Si parla ancora di matrimoni, andando però a trattarne uno ben oltre lo scatafascio, quello del viaggiatore di commercio Monette che incontriamo mentre è impegnato in due distinte confessioni: quella a un autostoppista sordomuto caricato sulla strada verso Derry e quella successiva (e decisamente più tradizionale) a un sacerdote. Il fulcro delle sue vicissitudini è sempre la relazione ormai al capolinea con la moglie, per la quale i suoi interlocutori propongono delle soluzioni decisamente dissimili. Altro caso in cui ho apprezzato molto la struttura narrativa diversa dal solito -nella quale l'autore alterna le due interazioni del protagonista- perché questo permette di svelare l'intreccio un po' per volta, creando una buona tensione e adottando un valido ritmo; al momento della risoluzione mi sarei forse aspettata qualcosina di meno allusivo, o per lo meno di più coraggioso. Anche il contesto manca un po' di solidità, specie perché Monette rimane sempre vago tanto sugli spostamenti quanto sulle intenzioni, però la caratterizzazione è abbastanza convincente, i commenti non-poi-così-pii del religioso creano un'identità distintiva e la battuta su Playboy scritta per un racconto pubblicato su Playboy è una vera chicca.

"Ayana" - tre stelline e mezza
Metafore e allusioni continuano a farci compagnia nel resoconto fatto da un anonimo insegnante di inglese che, ormai anziano e solo, sente di potersi confidare su alcuni miracoli medici ai quali ha partecipato più o meno inconsapevolmente. La sua vicenda inizia nei primi anni Ottanta con il padre del protagonista Don "Doc" Gentry che guarisce in modo apparentemente inspiegabile dal suo tumore al pancreas, per poi continuare fino all'ultimo intervento prodigioso del 1997. Trovo molto interessante il concetto sul quale ha voluto riflettere l'autore -il filtro di misticismo attraverso il quale le persone guardano alle malattie e alle guarigioni-, inoltre il narratore è carismatico e l'intreccio dimostra del potenziale, che magari una narrazione più lunga avrebbe permesso di esprimere meglio. Sono rimasta invece un po' perplessa dalla scarsità di risposte (sul funzionamento dei miracoli, ma non solo!) e dalla presenza di un personaggio che sembrerebbe ricalcare lo stereotipo del magical negro: ne "Il miglio verde" era molto più chiaro e fastidioso, ma nel frattempo sono anche passati più di dieci anni!

"Alle strette" - cinque stelline
Conclude la racconta un'altra delle storie più lunghe, che possiamo accomunare a "Torno a prenderti" anche per la tematica della sopravvivenza in condizione estreme; la resa in questo caso è stata però decisamente migliore, fosse soltanto per la maggior naturalezza con cui si passa dal contesto quotidiano alla situazione di pericolo. Al centro della narrazione c'è l'acrimonia tra i vicini di casa Curtis Johnson e Tim Grunwald, nata dalla contesa per l'acquisto di un terreno e esacerbata da altri eventi spiacevoli che hanno caratterizzato le loro vite. Quando Curtis riceve un messaggio all'apparenza cordiale da Grunwald pensa sia arrivato il momento di riappacificarsi, senza realizzare che il suo vicino è tutt'altro che disposto a cercare un compromesso; da questa base, la situazione degenera fino ad arrivare a un climax coinvolgente e terrificante. L'intreccio fila quindi a meraviglia, così come la prosa e il lato survival; molto interessante anche la caratterizzazione di Curtis e il modo in cui decide di riesce a risolvere le sue difficoltà tangibili e psicologiche. Per quanto riguarda la sua nemesi, ho una mezza riserva perché non dimostra un comportamento sempre in linea con le sue affermazioni, ma è soltanto una piccola sbavatura in un racconto per altro eccellente. Sebbene faticherei a consigliarlo a cuor leggero, o a stomaco pieno!

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 14 maggio 2026

"Nelle profondità del bosco proibito" di Colin Meloy

Wildwood: Nelle profondità del bosco proibito (Wildwood Chronicles, #2)Wildwood: Nelle profondità del bosco proibito by Colin Meloy
My rating: 4 of 5 stars

"Il sentiero di pietra su cui stavano camminando era in effetti un ponte ... un intrico pazzesco di ponti identici, che coprivano l'intera larghezza dell'abisso sotto di loro; la scena si ripeteva anche sopra le loro teste. A Curtis tornarono in mente i video che aveva visto al museo della scienza: la distesa di tessuti connettivi che costituiva il cervello umano"


WILDWOOD IS THE NEW WONDERLAND

Il finale de "I segreti del bosco proibito" regalava ai lettori una conclusione abbastanza chiara per gli eventi scatenanti di quella narrazione. Per questa ragione cominciare "Nelle profondità del bosco proibito" non è così semplice per i lettori, e dev'esserlo stato ancora di più per lo scrittore: a dispetto di tutto il suo impegno, il caro Colin si è trovato a creare il classico libro di mezzo, dove la necessità di gettare delle solide basi per l'epilogo della trilogia lo ha portato a sacrificare in parte la scorrevolezza e l'incisività del secondo capitolo. Si ottiene così un volume dove si introducono nuovi personaggi e dinamiche senza però dare alcun tipo di ricompensa alla fine; tutto rimane in sospeso, anche quando delle rivelazioni sono presenti, e l'impressione per chi legge è quella di trovarsi tra le mani soltanto la metà di una storia più ampia.

Le prospettive proposte questa volta aumentano fino a includere quattro protagonisti, tre antagonisti e un breve sguardo su un paio di comprimari, ma le linee di trama rimangono due. Ad alcuni mesi dalle avventure nel Bosco, Prue è tornata alla sua vecchia vita con non poche difficoltà: la quotidianità le risulta noiosa, le piante continuano a distrarla con i loro sussurri, e soprattutto dei sicari sono sulle sue tracce; in suo soccorso ricompare il neo-bandito Curtis, assieme al quale parte per una nuova missione che mette in gioco le sorti dell'intero Bosco. Gli altri POV principali sono affidati a Elsie e Rachel, sorelle dello stesso Curtis che i genitori ignari affidano alle cure di Joffrey Unthank e della sua compagna Desdemona. All'apparenza l'uomo è un industriale di successo nella produzione di parti meccaniche e gestisce l'orfanotrofio dove vengono alloggiate le due ragazze, ma in realtà cova una vera e propria monomania verso la Landa Impenetrabile, le cui risorse è determinato a ottenere.

In questo seguito l'autore decide di riflettere sugli eventi successivi alla classica vittoria dei buoni al termine di una narrazione fiabesca oppure di un'avventura fantasy. Sarebbe stato facile liquidare la scelta di Curtis di rimanere tra i banditi come ininfluente per la sua famiglia, oppure lasciar intendere che i problemi di malagestione a Bosco Sud si fossero risolti in automatico alla sconfitta della Governatrice Vedova. Meloy invece indaga più a fondo queste dinamiche, concentrandosi anche sulle conseguenze del ritorno all'Esterno di Prue, che sulla carta dovrebbe aver raggiunto i suoi obiettivi ma realizza invece di non essere affatto felice lontana dal Bosco. Gli spunti scelti sono quindi molto validi, ma rimango perplessa per il modo e le tempistiche con cui vengono poi sviluppati.

L'effetto più palese è un chiaro problema di ritmo: la conclusione del primo sarebbe potuta essere definitiva e crea pertanto un duplice problema, da un lato con la sottotrama di Elsie e Rachel che richiede molto spazio e cura -specie per non risultare ridondante rispetto alla scoperta del Bosco fatta dagli altri protagonisti- e dall'altro con le nuove vicende legate a Prue e Curtis. In confronto, la parte affidata alle sorelle Mehlberg risulta molto più interessante, per i collegamenti con la figura di Unthank e per i nuovi elementi di world building, mentre l'avventura dei due amici ha un sentore di già visto; li troviamo quasi sempre a interagire con figure ben note in luoghi conosciuti ne "I segreti del bosco proibito", mentre il Deserto Industriale e il Vincolo Periferico offrono degli elementi inediti.

La missione di Prue non mi ha fatto impazzire anche per il senso di predestinazione che sempre accompagna le azioni della protagonista; questo rende meno appassionante le sue vicende e più scontata una trama già costellata da numerose e fortuite coincidenze. Ci si potrebbe aspettare almeno un bilanciamento dato dai confronti emotivi, ma tanto gli scontri tra lei e Curtis quanto le divergenze caratteriali tra Elsie e Rachel non hanno avuto a mio avviso abbastanza spazio per essere esplorati. A conti fatti, il punto di vista di Curtis risulta essere il più debole (a dispetto dei molti elementi da sviluppare attorno al suo personaggio) assieme a quello di Darla, una nuova personaggia dalla quale mi sarei aspettata un ruolo decisamente meno prevedibile. Tra gli aspetti meno riusciti includo poi la parentesi del Sottobosco, perché basandomi sul titolo stesso avevo immaginato fosse il centro di una buona metà del libro, mentre a conti fatti lo troviamo relegato ad alcune scene nella parte finale, e come ambientazione non è granché memorabile.

Decisamente più rilevanti sono le prospettive di Rachel ed Elsie -con i loro caratteri agli antipodi, che comunque trovano la forza per collaborare e farsi coraggio l'un l'altra- da un lato e di Unthank e Desdemona dall'altro; questi ultimi sono degli antagonisti per nulla banali e integrati con intelligenza all'interno della narrazione. Anche Prue si difende benino nel suo ruolo di protagonista testarda e risoluta, ma non per questo sciocca o avventata: mi è piaciuta soprattutto al momento di prendere consapevolezza del suo potere e di trovarsi di fronte al dilemma di come fosse corretto utilizzarlo. Per la seconda volta mi sento poi di promuovere sia il world building che lo stile, che si confermano dei capisaldi della serie, con la speranza di affiancare loro l'intreccio una volta recuperato l'ultimo capitolo e verificato che l'epilogo sia valso oltre cinquecento pagine di costruzione.

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mercoledì 29 aprile 2026

"La paziente silenziosa" di Alex Michaelides

La paziente silenziosaLa paziente silenziosa by Alex Michaelides
My rating: 2 of 5 stars

"Alicia non parlò mai più. Il suo silenzio incrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi"


DA TRE GIORNI A SEI ANNI È UN ATTIMO

Dopo lo sconfortante tedio generato da "Nel bosco", ero un po' restia ad affrontare subito un altro thriller psicologico. Non volevo però che lo spiacevole incontro con French mi bloccasse dal dare un'onesta possibilità anche al caro Alex, del quale ho scelto di provare il celeberrimo "La paziente silenziosa", un titolo caratterizzato (per mia fortuna!) da un tono molto meno dispersivo. Eppure siamo ancora ben lontani dalla sufficienza, e una delle ragioni è da ricercarsi proprio nell'unico elemento degno di plauso nell'esordio della cara Tana, ovvero lo stile: quello di Michaelides è tragicamente infantile e approssimativo. Due autori agli antipodi letti in sequenza, scelta che mi ha portato a chiedermi se io abbia apprezzato il secondo più di quanto meritasse effettivamente soltanto per la diretta contrapposizione con il primo.

L'ambientazione in questo romanzo è quasi ininfluente, ma per chiarezza ci troviamo nel sud dell'Inghilterra, soprattutto nella zona di Londra. La principale voce narrante è quella dello psicologo forense Theo Faber, che all'inizio della storia ottiene un posto nel Grove Hospital con l'obiettivo dichiarato di occuparsi della sua più famosa paziente: la celebre pittrice Alicia Berenson. La donna si trova lì da sei anni, dopo aver ricevuto una sentenza di colpevolezza per l'omicidio del marito Gabriel, e senza alcun tentativo di difendersi dal momento che per tutto questo tempo è rimasta chiusa in una sorta di mutismo selettivo; l'unico scorcio sui suoi pensieri sono le pagine del suo diario, poste a inframezzare i capitoli narrati in prima persona da Theo. Quest'ultimo, ottenuta la piena fiducia del direttore clinico, il bizzarro professor Lazarus Diomedes, avvia una sorta di indagine per comprendere le origini del silenzio di Alicia e convincerla a parlare di nuovo.

Il testo è costellato inoltre da rimandi alla mitologia classica, e in particolare alla tragedia di Euripide "Alcesti", scelta che confesso di non aver compreso appieno: a mio avviso sarebbero risultati più calzanti i miti di Medea oppure di Clitennestra. Una premessa che rimane comunque molto interessante per quello che è il romanzo d'esordio dello scrittore cipriota, e che si tratti di un'opera prima non è difficile intuirlo vista la prosa caratterizzata dall'utilizzo indecente dei sinonimi -utile solo a creare delle fastidiose ridondanze- e dalla presenza di frasi a effetto degne della collana Piccoli Brividi a conclusione di ogni capitolo. Capitoli che per lo meno sono mediamente brevi, rendendo il ritmo narrativo parecchio scorrevole, effetto ottenuto anche grazie agli incalzanti dialoghi; un altro elemento che mostra però un rovescio della medaglia, perché tutto gli scambi ai quali assistiamo sono terribilmente vuoti e banali. A tal proposito, la sinossi mi aveva fatto credere che le interazioni tra Theo e Alicia avrebbero costituito il cuore del volume, mentre a conti fatti risultano essere troppo poche e prive della necessaria incisività.

E dire che loro sono gli unici caratteri con un minimo di introspezione, seppur limitata all'ambito dei traumi passati e condivisi. Il resto dei cast è composto da personaggi poco approfonditi nella migliore delle ipotesi: comprimari e comparse risultato delle mere macchiette, e le battute scelte per loro dal caro Alex non li aiutano a dimostrare un briciolo di personalità visto che tutti si esprimono quasi allo stesso modo, adottando tra l'altro la sovrabbondanza di inutili sinonimi alla quale accennavo prima. I fondali si adeguano a loro volta a questo livello di impersonalità e sciattezza: che il protagonista si trovi nel suo studio, in un parco pubblico o seduto al pub è del tutto indifferente! inoltre ho trovato a dir poco patetici i tentativi di creare un'atmosfera inquietante descrivendo ogni luogo come sudicio e in cattivo stato. Quanto è poco verosimile poi, considerando che i personaggi si trovano per la maggior parte del tempo in una struttura medica?

A parte ritmo e spunto, l'aspetto più convincente del libro è forse da rintracciare nelle svolte di trama: anche se non tutte colgono nel segno e sorprendono come dovrebbero, ammetto che un paio mi hanno colpita in positivo per la buona tempistica scelta. Per quanto riguarda l'intreccio, il limite di Michaelides si trova nella decisione di confondere a tutti i costi i suoi lettori, al punto da introdurre una quantità spropositata di informazioni e sottotrame prive di sbocco. E se è vero che il mistero principale ottiene alla fine una risposta abbastanza esaustiva, bisogna anche tenere in considerazione la pretestuosità del concetto alla base del volume stesso: si è obbligati a sospendere parecchio la propria incredulità per credere alle supercazzole enunciate dai protagonisti con una convinzione fastidiosamente arrogante. Non ho ancora deciso se la bibliografia del caro Alex meriti una seconda chance da parte mia, ma mi auguro comunque abbia imparato a scrivere personaggi che si prendono un po' meno sul serio.

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martedì 21 aprile 2026

"Nel bosco" di Tana French

Nel bosco (Dublin Murder Squad #1)Nel bosco by Tana French
My rating: 1 of 5 stars

"Mi balzarono alla mente alcuni ricordi, alcuni tuttora difficili da affrontare ... La luce grigia dell'alba, il rumore dei nostri passi, la rugiada sulle gambe nude, la mano di Jamie, piccola e rosea, sulle pieghe di un abito di pietra, il suo viso rivolto verso l'alto per guardare in quegli occhi vuoti. Il silenzio infinito"


PER NIENTE O'KE(LL)Y!

Con una "carriera" da lettrice lunga quasi tre decadi alle spalle, ho notato che sempre più spesso mi appoggio a una ristretta cerchia di autori ben conosciuti e apprezzati, mentre fatico parecchio quando si tratta di dare un'occasione a una penna nuova. Con ogni probabilità è un meccanismo difensivo: in passato avevo invece l'insana abitudine di acquistare a scatola chiusa anche due o tre libri di uno scrittore mai provato prima, rimanendo delusa dal risultato spesso e volentieri. Ogni tanto però quel piccolo sforzo riesco ancora a farlo, a esempio con Tana French e il suo romanzo d'esordio "Nel bosco", primo capitolo in una serie di volumi grossomodo autoconclusivi che -per ragioni che andrò a elencare a breve- non progetto di continuare in futuro.

Per l'ambientazione l'autrice sceglie il suo Paese d'adozione, l'Irlanda. Ci troviamo infatti a Knocknaree una località fittizia non lontana da Dublino, dove degli archeologi rinvengono un cadavere; nulla di strano, se non si trattasse del corpo di una ragazzina vittima di un omicidio fin troppo recente. A indagare sulla vicenda sono i detective Adam Robert "Rob" Ryan (aka, la nostra voce narrante) e Cassandra "Cassie" Maddox, i quali ben presto identificano il corpo come quello della giovane promessa del balletto Katharine "Katy" Siobhan Devlin. Il mistero non è però così semplice da ricostruire, sia per l'ostruzionismo della famiglia che per i collegamenti con un caso di vent'anni prima: nel 1984 quella stessa zona è stata infatti il teatro della sparizione di Germaine "Jamie" Elinor Rowan e Peter Joseph Savage, dei dodicenni come Katy ma soprattutto i più cari amici d'infanzia dello stesso Rob.

Un legame che ovviamente influenza le reazioni e l'atteggiamento del protagonista, delineando un quadro interessante sul piano psicologico ma anche molto problematico. Rob infatti ha una quantità spropositata di difetti personali e mancanze professionali, che mi hanno portata in più momenti a chiedermi come possa aver avuto così tanti successi nel suo lavoro di detective. Questa caratterizzazione lo ha reso per me insoffribile come narratore e odioso come protagonista, e se è vero che un personaggio non dev'essere per forza moralmente ineccepibile è altrettanto vero che un autore non può basare la totalità dei colpi di scena sull'idiozia di un carattere. O peggio ancora dell'intero cast, perché in realtà c'è un'unica personaggia che dimostri intelligenza e genuino interesse per il proprio lavoro: peccato che French costringa anche lei a comportarsi da mentecatta per pilotare l'intreccio a proprio gusto.

Tra personalità detestabili oppure stereotipate al massimo, il cast non spicca come punto di forza del volume, tra i quali si possono invece includere le metafore visive che danno carattere allo stile dell'autrice e la scelta di affrontare dei temi decisamente rilevanti; non sono convinta del tutto del risultato ottenuto, ma devo ammettere che la descrizione di un nucleo famigliare disfunzionale le è riuscita molto bene. Un pregio con riserva riguarda invece il racconto dell'indagine, che è davvero dettagliata e tiene conto dei tecnicismi del caso, ma allo stesso tempo rallenta moltissimo il ritmo in un genere di romanzo dove ci si aspetterebbe un coinvolgimento più rapido. Un'ulteriore zavorra narrativa è rappresentata dalla lunghezza eccessiva dei capitoli -circa 50 pagine ognuno-, altro elemento insoluto per un thriller.

Come si sarà intuito, non reputo l'intreccio granché riuscito: le svolte dell'indagine sono per la maggior parte fortuite, e anche gli ostacoli compaiono per puro caso anziché per merito dell'acume dimostrato dagli antagonisti. Ho trovato inoltre svogliata l'edizione nostrana (sarebbe costato tanto includere qualche nota esplicativa a fondo pagina?) e fastidiosa la scelta di spiegare i comportamenti dei personaggi anziché farli desumere dal contesto. Forse questo è dovuto alla presenza di un unico POV, e a tal proposito: con chi sta parlando Rob? il testo è costellato di suoi commenti e giustificazioni rivolti a un misterioso pubblico, come se si stesse interfacciando con qualcuno che gli chiede conto e ragione delle sue azioni, ma alla fine non c'è nessun chiarimento in merito! Inoltre è un narratore inaffidabile, espediente letterario fin troppo pigro per questo genere di storie; tra i demeriti soggettivi menzionerei poi la sensibilità datata e l'impressione che sia più vicino al noir di quanto io tenda ad apprezzare.

In relazione al lato investigativo c'è poi un enorme difetto, ossia le pochissime risposte sulla scomparsa degli amici del protagonista. Non escludo in modo assoluto vengano fornite nei seguiti, ma lo reputo molto improbabile considerando che di certo Rob non ritorna come protagonista negli altri romanzi, e a questo punto non saprei se considerarlo un bene o meno: da un lato l'ho detestato e non potrei sopportare altre narrazioni dal suo punto di vista, dall'altro trovo frustrante la scarsità di spiegazioni fornita su una figura teoricamente centrale all'interno della storia. Di sicuro la sua assenza non rappresenta una motivazione sufficiente per sorbirmi di mia sponte una seconda indagine con il contagocce a opera della cara Tana.

Voto effettivo: una stellina e mezza

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giovedì 9 aprile 2026

"Tutto è fatidico" di Stephen King

Tutto è fatidico: 14 storie nereTutto è fatidico: 14 storie nere by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza … una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato"


QUATTRO DIVORZI E UNA (MANCATA) AUTOPSIA

Continua con un buon ritmo il mio recupero cronologico delle antologie del caro Stephen con la sua settima "Tutto è fatidico", composta da quattordici racconti non originali, principalmente concentrati sul genere horror. Una serie di narrazioni che non solo mi hanno riportato a Derry, Castle Rock e sulla via per la Torre Nera, ma è anche riuscita a stupirmi: pur non essendo molto popolare, penso possa ambire al titolo di miglior raccolta. Almeno per quanto riguarda le storie brevi, perché in quanto a novelle "Stagioni diverse" tocca delle vette non ripetibili!
Anche questa volta, sono andata ad assegnare un voto singolo a ogni titolo, per poi calcolare la media e trasformarla nella valutazione globale, con un lievissimo arrotondamento in positivo che trovo più che corretto per una lettura capace di trasmettere emozioni tanto variegate.


"Autopsia 4" - tre stelline
Si comincia con una storia dalla premessa parecchio cupa e angosciante, che il caro Stephen decide però di trattare con piglio quasi comico: l'agente di cambio Howard Randolph Cottrell, sosia di Michael Bolton e appassionato giocatore di golf, si risveglia all'interno di una sacca mortuaria e realizza di star per subire un'autopsia; ancora in dubbio sulla sua stessa condizione di vivente, Howard si ingegna in ogni modo per fermare l'operazione. Pur non essendo granché originale, lo spunto si dimostra interessante e ben gestito, inoltre il ritmo scorre ottimamente -con le varie rivelazioni piazzate con intelligenza nei momenti più opportuni- e i commenti del protagonista all'assurda piega degli eventi mi hanno convinto quasi sempre. Peccato che il black humor venga contaminato fin troppo da commenti sessualizzanti di dubbio gusto, inoltre mi sarei aspettata una piega meno forzatamente comica: gli elementi per creare più tensione e terrore non mancavano di certo.

"L'uomo vestito di nero" - quattro stelline
Nel secondo racconto si torna su binari più nettamente horror, con l'anziano Gary che -sentendosi ormai prossimo alla fine della sua esistenza- decide di trascrivere su un diario un incredibile episodio della sua infanzia: nei boschi vicino alla Castle Rock di inizio Novecento, il protagonista allora novenne incontrò un signore distinto, inquietante e decisamente affamato. Ispirandosi (a mio avviso molto vagamente) a un celebre racconto di Hawthorne, King ricava una piacevole storia caratterizzata da alcuni validi picchi di tensione, descrivendo in poche pagine un personaggio credibile e ben strutturato. La figura più interessante è però quella dello straniero nel bosco, nel quale si mescolano con attenzione malizia e aggressività, creano dei parallelismi non troppo velati con il mondo reale; peccato che questo antagonista non ottenga molto spazio, risultando una minaccia meno incisiva di quanto mi sarei aspettata.

"Tutto ciò che ami ti sarà portato via" - quattro stelline
La vicenda che vede come protagonista il commesso viaggiatore Alfie Zimmer porta il nero promesso da questa antologia a virare verso un blu cupo: l'uomo si trova in Nebraska, in particolare si è fermato in un Motel 6 sull'Interstate 80, ma con dei propositi ben diversi da un tranquillo pernottamento; a mettere in dubbio le sue convinzioni è il quadernetto sul quale ha appuntato graffiti trovati nelle stazioni di servizio durante anni di viaggi di lavoro. Ammetto di aver un po' patito la mancanza di una trama chiara, nonché la pochezza di dettagli sulla vita di Alfie e sugli eventi che l'hanno portato in quel luogo. La prosa riesce in buona parte a compensare queste lacune, portando l'attenzione sullo stato d'animo e sui dettagli psicologici di un protagonista alquanto atipico. Mi devo inoltre schierare con Bill Buford, il collega che ha consigliato al caro Stephen di lasciare in dubbio il lettore sul destino di Alfie, perché una risoluzione più netta avrebbe distorto il messaggio stesso della storia.

"La morte di Jack Hamilton" - tre stelline e mezza
Nonostante il tono vecchio stile e il contenuto molto lontano dalla contemporaneità, questo racconto è il più recente della selezione. Ispirandosi per molti elementi alle fonti storiche, King dà voce al criminale Homer Van Meter, membro della Banda Dillinger che nei primi anni Trenta era celebre per le clamorose rapine in banca e l'antagonismo con FBI, specialmente con la figura dell'agente Melvis Purvis; è quest'ultimo a uccidere infine il capobanda John "Johnnie" Herbert Dillinger, evento che solleva però parecchie perplessità nell'opinione pubblica, tanto da spingere Homer a voler disambiguare le circostanze della morte del complice Jack "Red" Hamilton, quando Johnnie si procurò una vistosa cicatrice sul viso. Tutti questi personaggi sono delineati con grande cura e anche i rapporti di amicizia tra loro riescono a convincere -a dispetto delle poche pagine a disposizione-, ma per contro l'intreccio risulta davvero scarno vista la scelta di rimanere fedele agli avvenimenti storici. Il limite che ho riscontrato in questo caso è quasi esclusivamente personale: non provo alcun interesse per le storie di gangster e trovo la scelta lessicale (seppur del tutto in linea con il contesto) troppo lontana dalla sensibilità attuale.

"La camera della morte" - quattro stelline e mezza
In uno scenario geografico non propriamente chiaro (forse il Venezuela o la Colombia), il reporter del New York Times Fletcher viene interrogato da alcuni funzionari del ministero dell'Informazione a causa del suo appoggio a un gruppo paramilitare comunista. La narrazione evolve rapidamente, portando a un'escalation di tensione raccontata in modo magistrale, anche grazie alla presenza di alcuni dettagli horror ben contestualizzati. Di certo avrei gradito una maggior chiarezza per inquadrare concretamente gli eventi e gli antagonisti non fanno chissà che sforzo per uscire dai rispettivi stereotipi, però la storia trova la sua forza nel protagonista e nella sua determinazione a sopravvivere, e da questo punto di vista trovo che l'autore abbia svolto un lavoro eccellente: pronto a pensare fuori dagli schemi e a correre dei rischi -ma senza risultare per questo incosciente o sopra le righe-, Fletcher è un personaggio pratico e brillante per il quale non si può che fare il tifo.

"Le Piccole Sorelle di Eluria" - tre stelline
Il racconto più lungo dell'antologia è ambientato poco prima dell'inizio de "L'ultimo cavaliere", ma risulta comprensibile anche a chi fosse del tutto digiuno dalle vicende de La torre nera, anzi potrebbe essere un buon assaggio di quelle vibes utile per capire se valga la pena investire in un percorso lungo ben otto libri. Pur presentando degli elementi horror, la storia rimane di base un'avventura fantastica con protagonista l'immancabile Roland Deschain, che durante la sua ricerca dell'uomo in nero finisce nella città fantasma di Eluria; qui il pistolero viene attaccato dai lenti mutanti per poi essere soccorso dalle Piccole Sorelle di Eluria, un gruppo di religiose dedite all'aiuto dei malati i cui modi ispirano però ben poca fiducia. Una narrazione e un tipo di prosa che mi hanno rimandata ai primi capitoli della saga, un po' nel bene (la contaminazione di generi e sottogeneri, i dettagli più grotteschi, la conclusione dal sapore dolceamaro) ma soprattutto nel male, e penso in particolar modo alla figura di Roland: che intuisce tutto senza però agire di conseguenza, fa promesse pseudo-eroiche a casaccio, e aspetta che sia l'ennesima tizia innamorata di lui perché sì a risolvere i suoi problemi. Nel complesso, una quest carina ma dimenticabile la cui lunghezza intermedia le preclude tanto l'immersione tipica di romanzi e novelle quando l'incisività del racconto breve.

"Tutto è fatidico" - cinque stelline
Sempre abbastanza lunghetto e sempre collegato a La torre nera, questo racconto è però tematicamente più vicino alla novella "Uomini bassi in soprabito giallo", oltre ad avere come protagonista un altro degli Spezzatori che si troveranno a Devar-Toi durante gli eventi de "La torre nera". In questa narrazione leggiamo infatti di come Richard "Dinky" Ellery Earnshaw scopre la propria abilità paranormale di tracciare simboli e parole che influenzano gli animali e perfino gli altri esseri umani; un dono impossibile da ignorare e che gli permette di condurre una vita all'insegna dell'agio a Columbia City grazie alle sovvenzioni della misteriosa Trans Corporation. Il primo elemento ad avermi fatto capire che questa narrazione stava funzionando è il talento di Dinky: in bilico tra praticità e misticismo, è chiaramente una capacità sinistra ma fa anche parte di lui in modo indissolubile, ed è inoltre la chiave per mostrare la debolezza mortale del protagonista. Non c'è purtroppo tanto spazio per gli altri personaggi, eppure Mr Sharpton risulta perfetto nel suo ruolo da antagonista cortese; mi è sembrata adatta anche la svolta finale: come il potere dei segni, intriga e convince senza dover scendere in troppi dettagli.

"La teoria degli animali di L.T." - tre stelline e mezza
Se nelle due precedenti narrazioni ho trovato azzeccata la scelta di collocare la nota dell'autore all'inizio, in questo caso credo che la presenza di una premessa finisca per creare delle aspettative fuorvianti, in particolare pensando al finale. La voce narrante è quella di un dipendente della W.S. Hepperton ad Ames nell'Iowa, che riporta il racconto fatto dal suo collega L.T. DeWitt in merito alla separazione dalla moglie Cynthia Lulubelle Simms, la quale dopo averlo lasciato pare sia stata vittima del cosiddetto killer della mannaia; la causa della rottura tra i due sembrano essere i loro animali domestici: il cane Jack Russell terrier Frank regalato a lui che però adora lei, e la gatta siamese Lucy regalata a lei ma con un debole per lui. Pur avendo qualche accenno di tematiche più cupe, la storia punta soprattutto sull'inquietudine sensoriale e sul confine tra detto e non detto, creando una buona atmosfera di tensione che però l'epilogo non riesce a sfruttare appieno, scegliendo non solo di lasciare ogni possibile conclusione aperta ma non dando al lettore neppure qualche elemento concreto per inquadrare correttamente l'indole dei personaggi.

"Il Virus della Strada va a nord" - quattro stelline
Il protagonista di questo racconto è un grande classico del caro Stephen: un celebre scrittore horror! Richard Kinnell non lo incontriamo però mentre è al lavoro sul suo prossimo romanzo bensì durante un viaggio in auto, in particolare quando incappa in una svendita domestica nella città di Rosewood e subito decide di acquistare un quadro che pare angosciare tutti tranne lui, intitolato appunto "Il Virus della Strada va a nord". Accostata a "Rose Madder", questa vicenda mi è sembrata più una commistione tra "Il fotocane" (dove sono presenti delle inspiegabili immagini in movimento), "Christine. La macchina infernale" per la presenza di un'automobile decisamente sinistra e "La metà oscura" per la presenza di un individuo decisamente sinistro che non dovrebbe essere reale. L'aspetto spaventoso della storia quindi è ben riuscito, e anche il limitato cast funziona pur con qualche stereotipo; sul fronte del ritmo si poteva invece dare più spazio alla crescita della tensione, perché la sventura che colpisce Kinnell non ha abbastanza tempo per essere elaborata da lui né tantomeno dal lettore.

"Pranzo al «Gotham Café» - quattro stelline
Di recente trasposto in una graphic novel, questo racconto ha come spunto un altro divorzio: il broker newyorkese Steven Davis viene infatti lasciato dalla moglie Diane Coslaw; desiderando rivederla, l'uomo fissa un incontro con lei e il suo avvocato William Humboldt, che propone quindi un pranzo in un locale sulla Cinquantatreesima, il Gotham Café appunto. Dopo un'introduzione abbastanza placida e moderata, la narrazione degenera in poche pagine non appena entra in scelta il bislacco maître d'hôtel Guy, e devo dire di non aver apprezzato del tutto il cambio repentino nel ritmo, che si percepisce soprattutto nel confronto finale tra Steven e la ex moglie. Molto interessanti invece gli elementi horror -con qualche spunto da thriller psicologico- e il momento dello sgambetto, specchio di una dinamica relazionale tossica.

"Quella sensazione che puoi dire soltanto di francese"- quattro stelline e mezza
Quello tra Bill e Carol Shelton sembra invece un matrimonio felice, con la coppia in partenza per la seconda luna di miele in occasione del venticinquesimo anniversario a Captiva Island, in Florida. La narrazione sottolinea in più punti come anche questo rapporto all'apparenza perfetto -soprattutto dopo tanti anni difficili dal punto di vista finanziario- nasconda degli attriti, ma subito l'attenzione si sposta sul senso di déjà vu che influenza la donna nel viaggio in macchina dall'aeroporto. So bene che come sunto risulta poco chiaro, ma credo sia una storia da affrontare quasi alla cieca: più degli eventi, qui sono le sensazioni e il crescente disagio a creare le fondamenta del racconto, una soluzione narrativa che non sempre riesce a convincermi ma in questo caso l'ho trovata azzeccata. Molto interessante anche la chiave di lettura, che giunge come una piccola rivelazione verso la fine di una storia con il solo demerito di essere troppo breve, perché una manciata di pagine in più avrebbe permesso di dare maggior carattere ai personaggi e di approfondire i dettagli ricorrenti.

"1408" - quattro stelline
Un'altra storia alla quale avrei concesso volentieri maggiore spazio è quella di Michael "Mike" Enslin, scrittore divenuto celebre per i resoconti delle sue esplorazioni in luoghi infestati da spettri. Giunto al Hotel Dolphin, l'uomo si confronta con il direttore Mr Olin che tenta in ogni modo di dissuaderlo dal pernottare nella stanza 1408, dove molti ospiti sono morti oppure hanno riportato gravi traumi; incurante dei moniti ricevuti, Enslin entra nella camera per settanta minuti, anche se gliene saranno sufficienti molti di meno per comprendere il suo errore. Le pagine in più sarebbero servite in quest'ultima parte, dove imperano la poca chiarezza e il ritmo frenetico, aspetti che non permettono di cogliere al meglio la pericolosità del luogo a mio avviso. Ho trovato invece molto interessante il passato della stanza e il modo in cui ha influenzato le vite di tante persone, nonché il resoconto degli esperimenti condotti dal direttore. Il risultato è una buona narrazione dell'orrore, che inquieta e attrae il lettore, un po' come il luogo al centro della vicenda.

"Riding the Bullet - Passaggio per il nulla" - cinque stelline
Un secondo preferito a dir poco inaspettato, perché all'inizio la storia del viaggio in autostop dello studente universitario Alan "Al" Parker non mi sembrava granché appassionante. Avvisato del ricovero della madre Jean a seguito di un malore, il ragazzo percorre la Route 68 diretto alla natia Harlow (città natale anche del protagonista di "Revival", tra l'altro!) e durante il tragitto accetta il passaggio di un certo George Staub alla guida di una Mustang d'annata. Ovviamente l'intero viaggio è costellato da sensazioni angoscianti e sottotesti squallidi, che valgono al racconto la presenza in questa antologia; sono approvati in pieno anche la caratterizzazione dei personaggi e la descrizione del rapporto tra Al e la madre. Il vero punto di forza credo si nasconda nel modo in cui il protagonista affronta la scelta impossibile che gli viene posta, e soprattutto come riesce a convivere con le conseguenze. Mi rendo conto sia una scelta paracula dal punto di vista emotivo, ma apprezzo anche che King con questo racconto abbia cercato di elaborare il lutto per la perdita della madre, perché a conti fatti non mi è sembrata una scelta troppo ruffiana.

"La moneta portafortuna" - tre stelline e mezza
Nell'ultimo e più breve racconto si torna a parlare di stanze d'albergo con la cameriera ai piani Darlene Pullen, che nella camera 322 del Rancher's Hotel di Carson City trova come mancia un quarto di dollaro; la donna inizialmente è allibita da una regalia tanto misera, ma poi inizia a sospettare che la monetina sia dotata di poteri paranormali. Come spesso accade in queste narrazioni, quella che inizialmente sembra la risposta a ogni problema diventa in breve motivo di angoscia per le sensazioni negative che Darlene associa alla moneta. Una storia che ci racconta molto poco, poggiando principalmente su stereotipi e dinamiche collaudate, ma nel complesso convince e intrattiene: forse uno dei rari casi in cui un formato più lungo avrebbe sciupato l'idea, rendendo prevedibile una conclusione che qui risulta invece quasi brillante.

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