mercoledì 10 giugno 2026

"L'amuleto" di Michael McDowell

L'amuleto (Italian Edition)L'amuleto by Michael McDowell
My rating: 5 of 5 stars

"Era quel gioiello, un oggetto mai visto prima, a sembrarle tanto strano. Era la catenina, e il ciondolo a forma di dischetto, a tormentarla; e conosceva Jo abbastanza da sapere che nessun interrogatorio avrebbe mai potuto cavarle il motivo per cui l'aveva regalato a Larry. Non ancora, quantomeno"


LA TAVOLA OUIJA DI ČECHOV

Negli ultimi dieci mesi McDowell è diventato un autore parecchio presente nelle mie letture, infatti con "L'amuleto" sono arrivata già al terzo titolo di un autore prima del tutto sconosciuto per me, e non ho in programma di fermarmi senza aver per lo meno recuperato quanto uscito in traduzione negli ultimi tre anni per il catalogo di Neri Pozza. Anche perché a ogni nuovo libro mi trovo ad apprezzare sempre di più il suo stile e l'incredibile lavoro fatto su personaggi e ambientazioni, riuscendo a trasportare chi legge in luoghi ed epoche lontane senza alcun cenno di artificiosità che porti a sentirsi straniati dalla storia.

La nostra destinazione in questo caso è la Pine Cone del 1965, un paesino fittizio dell'Alabama celebre per la locale Pine Cone Munitions Factory, dove non solo si fabbricano munizioni ma si ha anche la possibilità di scampare la leva militare. Purtroppo per Dean Howell la cartolina arriva prima del posto di lavoro e solo l'esplosione di un fucile da addestramento gli evita la partenza per il Vietnam, deturpandogli il viso e riducendolo a poco più di un vegetale; fortuna vuole che l'amorevole madre Josephine "Jo" sia pronta a occuparsi di lui e a presentare alle persone che ritiene responsabili di questa tragedia il conto, nella forma di un insolito monile. Tra uno sfiancante turno in fabbrica e l'ennesima commissione domestica, spetta invece alla moglie Sarah l'ingrato compito di trovare la quadra e arrestare la scia di delitti che colpiscono in pochi giorni l'intera città.

Al suo fianco troviamo la vicina e amica Becca Blair, che è solo uno dei molti esempi del talento del caro Michael nella scrittura dei personaggi. L'intero cast è popolato da figure credibili e simpatetiche, siano esse positive o negative; non solo i caratteri centrali quindi, ma anche i semplici comprimari ottengono un'introspezione accurata e coerente con la loro condizione sociale e con le relazioni interpersonali che li coinvolgono. Logicamente Sarah ottiene il maggiore approfondimento, andando a dimostrare una parabola discendente significativa nella sua triste verosimiglianza: la protagonista viene descritta in un primo momento come un'ottima persona, piena di generosità e remore morali che il succedersi degli eventi andrà pian piano a smantellare, fino a una conclusione al cardiopalma.

Ho trovato molto interessante anche il lavoro svolto su Jo e Dean, perché seppur vengano tenuti volutamente in secondo piano dall'autore riescono a estendere un alone minaccioso su tutta la narrazione. La storia di lui ricorda un po' "Il visconte dimezzato", mentre mi sento di accostare lei all'antagonista di "Misery"; si tratta tra l'altro della prima (almeno a livello di pubblicazione) di una corposa schiera di donne malvagie scritte da McDowell nella sua carriera. Non raggiungerà forse le vette di una "Black" Lena Shanks e i continui commenti al suo aspetto sono di certo invecchiati malino, ma si dimostra una figura terrificante e a conti fatti non si percepisce la mancanza di ulteriori risposte sul suo passato, dalle origini dell'amuleto alla sua possibile implicazione in altre vicende delittuose.

Come già accennato, gli altri maggiori punti di forza del volume sono l'ambientazione e lo stile. Avevo ben in mente la puntualità con cui il caro Michael riusciva a raccontare luoghi presi da un'epoca storica diversa senza apparente difficoltà per il lettore contemporaneo che deve entrare in un contesto per lui inedito, ma in questo caso penso si sia superato: ha creato dal nulla un'intera cittadina, descrivendone strade, negozi, usanze locali e indole degli abitanti. E l'ha fatto rimanendo fedele al periodo scelto con una sensibilità parecchio moderna, anche considerando che questo titolo appena approdato nel nostro Paese è stato pubblicato in lingua originale quasi cinquant'anni fa! Anche la sua prosa non pare risentire dello scorrere del tempo, e dalla primissima pagina incanta il lettore con immagini ricche di fascino e una grande accuratezza linguistica. Questo potrebbe far pensare a un testo lento e sfidante, invece la lettura scorre con facilità e gradevolezza estreme: al massimo è proprio il lettore a doversi imporre di prendere una pausa, vuoi per rileggere una frase particolarmente bella oppure per occuparsi di qualsia attività esuli dalla lettura del libro stesso.

Come sempre per le letture che apprezzo maggiormente, ho cercato di individuare dei punti a sfavore, operazione che pratico al contrario anche sui romanzi più sgradevoli ovviamente! Oltre ad alcuni lati già menzionati della scrittura di Jo, in questo caso devo ammettere che l'intreccio rappresenta l'elemento meno riuscito: pur non annoiando la struttura risulta per forza di cose ripetitiva, con il lettore al corrente di tutte le informazioni mentre la protagonista brancola quasi sempre nel buio. Inoltre le scene più propriamente horror sono numerose e parecchio intense; il problema non è tanto il gusto personale (a me non hanno dato granché fastidio, a esempio) quanto il passaggio repentino da un contesto placido alla violenza estrema e grottesca che potrebbe cogliere impreparati. Diciamo che rispetto al mio primo approccio con "Katie", qui capisco un po' meglio la grande amicizia tra l'autore e il caro Stephen…

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mercoledì 27 maggio 2026

"Per sempre tuo" di Abby Jimenez

Per sempre tuo. Yours Truly (Part of Your World, #2)Per sempre tuo. Yours Truly by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Non mi pareva di aver mai ricevuto una lettera prima di allora. La sua efficacia era sconvolgente. Molto meglio di un messaggio o un'e-mail, aveva un peso diverso, in un certo senso. C'è qualcosa nell'atto di tenere la carta tra le mani, vedere l'inchiostro sulla pagina, la pressione della penna. L'aveva fatta lui, con uno sforzo concreto. Era un gesto materiale"


GIBSON EX MACHINA

Prima di iniziare il commento di "Per sempre tuo" ho dato un'occhiata a quanto avevo scritto su "Sono parte del tuo mondo" alcuni mesi fa, perché la sensazione di aver individuato molti punti in comune -tanto a livello di pregi quanto di difetti- tra le due narrazioni mi ha seguito un po' per tutta la lettura. In effetti sono presenti un buon numero di elementi similari, e vedendo l'identico giudizio in stelline potreste pensare che l'autrice non abbia cambiato granché tra il primo e il secondo volume in questa serie di storie companion; invece i passi in avanti non mancano, ma a mantenerli irrilevanti a livello di valutazione ci sono altrettanti aspetti che non mi hanno fatta andare in visibilio, pur avendo apprezzato molto il titolo nel suo insieme.

Una prima differenza è la percentuale di personale ospedaliero all'interno del cast, che era comunque altina nel primo capitolo e qui schizza fino a un solido cinquanta percento. L'esempio principe è la coppia protagonista, composta da dottori di medicina d'urgenza: Briana "Bri" Ortiz -già introdotta in veste di migliore amica della precedente protagonista Alexis- e Jacob Maddox, appena trasferitosi nel pronto soccorso del Royaume Northwestern, a Minneapolis. Entrambi sono reduci dalla fine di relazioni sentimentali molto importanti, entrambi hanno grosse remore a intraprendere dei nuovi rapporti, ed entrambi ricevono una prima cattiva impressione l'una dall'altro. Nel giro di pochi capitoli la situazione riesce però ad appianarsi, tanto che lui si dirà disponibile a fornire un grosso aiuto al fratello di lei e lei contraccambierà supportando lui all'interno di una dinamica famigliare insolita.

Jimenez sceglie nuovamente di includere delle tematiche tutt'altro che leggère a contorno e complemento della storia d'amore tra i due protagonisti, basandosi in parte sulla sua esperienza diretta. Nel caso di Briana ci si concentra sulla sindrome dell'abbandono causata dal padre e dall'ex marito, per colpa dei quali non riesce più ad aver fiducia nell'affetto di un uomo; nel mentre Jacob deve fare i conti con l'ansia sociale, che da anni gli impedisce di affrontare con serenità dei contesti inediti. A tratti il volume tocca poi l'argomento della depressione ma, come nel caso della romance tra Alexis e Daniel, non credo sia stato svolto un lavoro allo stesso livello degli altri temi, in particolare per la rapidità con cui i personaggi coinvolti riescono a riacquistare padronanza di sé e affrontare senza ricadute la malattia.

Rimanendo sul piano tematico, sono presenti due elementi molto rilevanti per il proseguo della trama stessa sui quali ho delle perplessità, perché mi sembra siano stati pilotati per convenienza anziché affrontati con accuratezza. È il caso della donazione di un rene fatta da Jacob -a mio avviso sbrigata con una rapidità e una superficialità eccessive visto il contesto- e della rivelazione legata alla rottura tra Briana e l'ex marito Nick: è una svolta che arriva senza la preparazione necessaria e sfrutta un problema di salute di estrema sensibilità per un aumento non necessario del drama. Per il resto, l'intreccio rimane piacevole (a esempio, ho trovato molto carino l'espediente delle missive) seppur nella parte centrale sia un po' dispersivo e parecchio ripetitivo quando si tratta dei paragoni con i rispettivi ex.

Va molto meglio sul fronte dei personaggi. Entrambi i protagonisti sono solidamente caratterizzati e affrontano una crescita bilanciata come singoli individui e nel contesto della coppia: non si ha mai l'impressione che uno dei due sia perfetto e tocchi all'altro superare le sue difficoltà per raggiungere lo stesso livello di compiutezza. Gli unici nèi sono la già accennata rivelazione finale su Briana e l'affetto che Jacob prova verso la famiglia d'origine, perché teoricamente è alla base di tutte le sue scelte ma a conti fatti non lo vediamo mai pensare a come reagiranno alla fine della relazione fasulla. Il resto del cast è parecchio gradevole e, seppur non manchino delle figure caricaturali, riesce a svolgere il proprio ruolo in modo più che sufficiente.

Lo stesso vale più o meno per lo stile della cara Abby, che ripropone la sua prosa estremamente scorrevole grazie alla dinamicità dei dialoghi; ho trovato apprezzabile anche l'impregno nell'assegnare a Briana e Jacob dei toni distintivi nei rispettivi POV. Per contro non mi sento di promuovere in toto l'umorismo, che seppur in linea con lo spirito della storia a volte risulta banale o ingombrante. E chiudo con una seconda nota di demerito per l'edizione nostrana, che avrà dalla sua il prezzo competitivo ma ci regala anche una bella parata di refusi facilmente smascherabili.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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giovedì 21 maggio 2026

"Al crepuscolo" di Stephen King

Al crepuscoloAl crepuscolo by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Ebbe la sensazione che quella scrivania fosse stata usata. Che Pickering vi si sedesse per scrivere a mano, curvo come un bambino in un'aula di qualche piccola scuola di campagna. A scrivere cose a cui preferiva non pensare"


SIFKITZ DOVREBBE TEMERE L'AI, NON IL COLESTEROLO!

Vista la mia attuale lentezza nel portare avanti le letture non ci speravo proprio, e invece ben prima di metà anno sono arrivata già all'ottava raccolta targata King; non male, considerando che non potrò andare oltre "Il bazar dei brutti sogni" per evitarmi spoiler della combo seriale di Bill Hodges e Holly Gibney. Tornando a questo "Al crepuscolo", ci troviamo davanti un'antologia che raccoglie tredici racconti dei quali un solo inedito, e dalla lunghezza non troppo variabile -si spazia tra le dieci e le ottanta pagine- sebbene alcune siano ufficialmente indicate come novelle.
Pur essendoci diversi riferimenti ad altre opere dell'autore e ad alcune tra le sue ambientazioni più celebri, a livello tematico e di continuità non ho riscontrato molta sostanza, però il volume merita un recupero per alcune delle perle che nasconde. Come nel caso degli altri compendi del caro Stephen, valo ad analizzare e valutare singolarmente ogni storia, calcolando poi il voto complessivo in base alla media generale.


"Willa" - tre stelline e mezza
Si parte con un racconto abbastanza breve, che riesce nel contempo a dimostrare un'ottima tempistica narrativa. La prospettiva scelta è quella di David Sanderson, che assieme ad altre persone è bloccato nella stazione ferroviaria di Crowheart Spings nello Wyoming, in attesa di un treno sostitutivo dopo il deragliamento del loro; accortosi dell'assenza della fidanzata Willa Stuart, l'uomo si incammina verso la vicina città per rintracciarla. A livello di trama non ci si può sbilanciare oltre senza incorrere in qualche spoiler, anche perché la svolta principale è così ben gestita che sarebbe un vero peccato conoscerla in anticipo, checché ne dica il caro Stephen nelle note finali. Tra i pregi mi sento di includere il concept alla base e la caratterizzazione di David e Willa, tanto come singoli protagonisti quanto nella loro dinamica di coppia; meno bene i comprimari -che rimangono delle mere figure di sfondo- e la conclusione eccessivamente positiva.

"Torno a prenderti" - quattro stelline
Questa è una delle storie più corpose, tanto da aver ottenuto anche un volume indipendente, seppur sia ben lontana dalle solite, titaniche novelle di King. La protagonista della vicenda è Emily Owensby, una giovane madre in lutto per la morte improvvisa della figlia Amy; nel suo tentativo di metabolizzare quanto accaduto, la donna inizia a dedicarsi alla corsa, attività che diventa talmente importante nella sua quotidianità da spingerla a lasciare il marito Henry e trasferirsi a Vermillion Key, dove il padre ha una casetta per le vacanze. Partendo da questo contesto, viene strutturata un'avvincente storia di sopravvivenza fisica che crea un parallelo evidente con la sopravvivenza emotiva e psicologica alla quale Emily deve puntare; purtroppo lo stacco tra questi due filoni narrativi è talmente improvviso e repentino da lasciare un po' spaesato il lettore, e questo è forse l'unico elemento davvero negativo del racconto. Tra i punti di forza possiamo invece annoverare il lavoro di introspezione fatto sulla protagonista, la solidità dei caratteri secondari e il lato survival: decisamente credibile e ben ritmato. La crudezza della componente horror è alquanto soggettiva, ma personalmente l'ho trovata adeguata al contesto e molto godibile.

"Il sogno di Harvey" - tre stelline e mezza
Passando a un formato ridotto rispetto al precedente troviamo la storia di Janet "Jax" e Harvey, moglie e marito che portano avanti da tanti anni un matrimonio non sempre facile, nel quale ci sono stati momenti di gioia -specialmente legati alle loro tre figlie- ma anche difficoltà, come la recente diagnosi di Alzheimer per l'uomo. Quando un mattino lui inizia a raccontarle un bizzarro incubo avuto la notte precedente, la protagonista pensa sia un episodio collegato alla sua malattia pur rimanendone sempre più turbata, fino a una conclusione che lascia supporre non si tratti né di un fenomeno onirico né di un ricordo alterato. Il connubio tra reale e fantastico è molto ben riuscito, e introduce anche un fattore horror coerente nella sua inquietudine e fortemente allegorico; a livello di trama e personaggi non mi posso dire altrettanto soddisfatta perché sono entrambi ridotti all'osso, anche nel caso di Janet che magari avrebbe potuto ottenere un paio di pagine in più per analizzare meglio i suoi sentimenti verso la famiglia. L'idea comunque non è affatto malvagia, e si adatta molto bene alla brevità del testo.

"Area di sosta" - due stelline e mezza
È una storiella alquanto dimenticabile quella in cui il caro Stephen ripesca per l'ennesima volta dal cilindro l'alter ego Richard Bachman, con il quale si cala nei ruoli dei due protagonisti del racconto: mentre lui interpreta l'ex insegnante di inglese John Andrew Dykstra, il suo pseudonimo editoriale riveste il ruolo di Rick Hardin ovvero il nome con cui vengono pubblicati i libri del primo. Il passaggio da un'identità all'altra viene simboleggiato dal viaggio di ritorno da incontri e conferenze, durante uno dei quali si svolte la narrazione; a una stazione di servizio, Dykstra assiste a un'aggressione e si interroga su quale sia il modo migliore per intervenire, tirando in ballo anche il suo alias Hardin e la loro creatura letteraria detta Cane. L'atmosfera mi ha convinto ma l'intreccio non è particolarmente brillante, e anche la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale e stereotipata; non che lo spunto offrisse chissà che margine di creatività, ma si poteva azzardare qualche guizzo meno banale.

"Cyclette" - una stellina e mezza
Meglio la banalità delle idee troppo bislacche e caotiche, verrebbe da pensare leggendo la disavventura di Richard Sifkitz, disegnatore commerciale freelance di SoHo che, dopo aver ricevuto un ammonimento dal medico per il suo alto valore di colesterolo decide di migliorare lo stile di vita, scegliendo cibi più sani e acquistando una cyclette Brookstone con la quale allenarsi. Di pari passo, l'artista inizia anche una serie di dipinti legati a una specie di metafora biologica: gli enzimi nel suo organismo si trasformano in operai impegnati nella semplificazione dei lipidi, che però si trovano ora con sempre meno lavoro, situazione che li rende scontenti ma soprattutto pericolosi. Sono quindi presenti molti elementi con poco in comune, e se alcuni potrebbero risultare interessanti (specialmente la realizzazione di essere un personaggio immaginario) altri sono soltanto stranianti -come i retroscena personali dei vari enzimi- oppure già visti, perché di quadri viventi il caro Stephen ce ne ha rifilati pure troppi! La caratterizzazione del protagonista è alquanto trascurabile, mentre definirei quella degli "operai" stereotipica; la componente horror è debole e la stranezza generale rende quasi comico il contesto, annullando i tentativi di creare tensione. Il messaggio di fondo funziona poi male, perché Sifkitz non diventa mai un patito del fitness, e non saranno certo un paio d'ore alla cyclette a rendere superflua l'attività svolta dagli enzimi.

"Le cose che hanno lasciato indietro" - quattro stelline
Se prima c'era il rischio di scoppiare a ridere, questo racconto invece cerca in modo alquanto palese di spostare il barometro emotivo del lettore verso la tristezza, dal momento che gli attentati dell'11 settembre sono un elemento cardine della storia. Il protagonista è Scott Staley, all'epoca dell'attacco alle Torri Gemelle impiegato nella compagnia assicurativa Light and Bell Insurers; scampato alla tragedia per caso, l'uomo si porta addosso il peso delle vittime che conosceva e fatica ad allacciare nuovi legami di amicizia. L'inspiegabile comparsa in casa sua di alcuni oggetti appartenuti ai colleghi defunti porta Scott a interrogarsi sulla sua sanità mentale e a chiedere consiglio alla vicina Paula Robeson; e seppure il rapporto tra i due non sembri da subito destinato a durate, diventa un trampolino di lancio per riportare il protagonista alla vita. Due caratteri abbastanza sfaccettati seppur non proprio memorabili, che portano avanti una trama semplice e coerente verso un epilogo forse un pelino sentimentale, ma in linea con quanto raccontato fino a quel punto. In altri contesti avrei visto in questo concept un fastidioso il tentativo di commuovere, ma King è stato molto abile (o comunque più abile di Safran Foer) a direzionare l'attenzione sulle fasi successive del lutto e dare al protagonista un ruolo oltre a quello di tragico superstite. Più che horror qui si può parlare di angoscia psicologica, mentre l'elemento fantastico è soltanto uno strumento per dare il via alla vicenda, un po' come l'assenza per ferie del portiere Pedro.

"Pomeriggio del diploma" - tre stelline e mezza
Il racconto più breve dell'antologia prende ispirazione da una sorta di allucinazione farmacologica dell'autore, e questo spiega forse perché la trama sia praticamente assente. Il punto di vista è quello dell'adolescente Janice Gandolewksi, in procinto di diplomarsi e intraprendere il percorso universitario verso il suo sogno di diventare giornalista; la ragazza si trova nella tenuta del suo ragazzo Bruce "Buddy" Hope, dove la famiglia ricca e snob di lui non la fa sentire granché benvenuta. Un evento imprevedibile arriva però a sconvolgere delle esistenze calate in ruoli ben definiti, e se da un lato ho trovato interessante l'idea di smuovere in modo tanto netto le sorti dei personaggi, dall'altro devo tenere conto del nulla di fatto a livello narrativo: la storia termina ancor prima di iniziare, un bel concetto e al tempo stesso un contenuto insoddisfacente. A portare a casa una sufficienza abbondante questa volta è soprattutto il cast, composto da caratteri credibili e inquadrati in modo intelligente nelle pochissime pagine a disposizione. Il finale a libera interpretazione del lettore potrebbe lasciare perplessi, ma personalmente mi è sembrato adeguato al contesto.

"N." - quattro stelline e mezza
L'unico inedito dell'antologia è anche uno dei racconti più lunghi e dalla struttura meno scontata: la narrazione si articola infatti in una serie di messaggi e annotazioni che passano da un personaggio all'altro in questa staffetta all'insegna della follia incombente. Alla base di tutti i documenti ci sono le sedute di terapia tra il dottor John "Johnny" Bonsaint e il suo paziente N., all'apparenza affetto da una grave forma di disturbo ossessivo compulsivo che prosciuga ogni sua energia e lo porta a compiere azioni bislacche al fine di impedire una presunta apocalisse. Un confronto fra la convinzione paranormale e la razionalità della scienza quindi che, pur non essendo troppo originale (anche per lo stesso autore, come si è visto nel suo classico "Pet Sematary"), risulta essere uno spunto convincente sul quale basare una storia forse un po' prevedibile ma sempre scorrevole e coerente. Tra gli aspetti più apprezzabili includerei anche l'interessante formato e i solidi personaggi; la parte finale è quella che invece mi ha convinto meno, sia per la conclusione banale sia per la poca chiarezza nel passaggio di testimone tra Sheila a Charlie, perché fino a quel punto c'è una consequenzialità coerente tra le figure coinvolte, mentre non sembra esserci una ragione univoca per la scelta della donna. Per il mio gusto, il lato horror risulta troppo allegorico: preferisco quando King opta per minacce più concrete.

"Il gatto del diavolo" - cinque stelline
E dal più recente, passiamo al racconto di gran lunga più vecchio: a dispetto di quanto asserito dal caro Stephen in "Incubi e deliri", almeno una delle sue vecchie storie (per la precisione del 1977) non era ancora stata pubblicata in una raccolta, e devo dire che ritengo una fortuna la sua decisione di porvi rimedio. La narrazione segue il sicario John Halston che si trova per le mani un incarico a dir poco bizzarro quando l'anziano magnate farmaceutico Drogan gli chiede di sopprimere un gatto e -con una teatralità degna della Grimilde disneyana- portargli come prova la sua coda. Non voglio sbilanciarmi sulle motivazioni del committente o sulla reazione di Halston a questa insolita richiesta, ma devo dire che l'intreccio fila molto bene, con un ritmo impeccabile e una conclusione coerentemente (s)gradevole. I personaggi non sono granché approfonditi ma funzionano all'interno della storia e la parte più spaventosa si inserisce con gusto e risulta terrificante al punto giusto. L'unico neo che potrei trovarci è la figura stessa del gatto, perché rappresenta un elemento più che classico del genere dai tempi di Poe... perché nessuno scrivere invece degli indicibili crimini commessi da un alpaca demoniaco?

"Il «New York Times» in offerta speciale" - due stelline
Un altro balzo temporale ci porta fino al più recente tra i testi già pubblicati in precedenza, dove ritorna il tema dell'esistenza ultraterrena nella storia di Anne "Annie" Driscoll, una neo-vedova che riceve una telefonata a dir poco inaspettata. Un concept carino anche se già visto ulteriormente svilito dalla fretta con cui l'autore lo sviluppa, come se avesse una gran urgenza di arrivare alla conclusione, tra l'altro parecchio insoddisfacente. I personaggi di per sé sono abbastanza trascurabili, però quello che manca davvero è la sostanza della relazione tra la protagonista e il marito: in una narrazione tanto concentrata sul fattore emotivo, il lettore dovrebbe sentirsi più coinvolto dai legami sentimentali! Ho trovato interessante la trovata delle premonizioni e mi fa piacere che King si sia divertito a scrivere questo racconto in una sola, lunga nottata australiana, ma personalmente temo lo dimenticherò tra non molto.

"Muto" - quattro stelline
Si parla ancora di matrimoni, andando però a trattarne uno ben oltre lo scatafascio, quello del viaggiatore di commercio Monette che incontriamo mentre è impegnato in due distinte confessioni: quella a un autostoppista sordomuto caricato sulla strada verso Derry e quella successiva (e decisamente più tradizionale) a un sacerdote. Il fulcro delle sue vicissitudini è sempre la relazione ormai al capolinea con la moglie, per la quale i suoi interlocutori propongono delle soluzioni decisamente dissimili. Altro caso in cui ho apprezzato molto la struttura narrativa diversa dal solito -nella quale l'autore alterna le due interazioni del protagonista- perché questo permette di svelare l'intreccio un po' per volta, creando una buona tensione e adottando un valido ritmo; al momento della risoluzione mi sarei forse aspettata qualcosina di meno allusivo, o per lo meno di più coraggioso. Anche il contesto manca un po' di solidità, specie perché Monette rimane sempre vago tanto sugli spostamenti quanto sulle intenzioni, però la caratterizzazione è abbastanza convincente, i commenti non-poi-così-pii del religioso creano un'identità distintiva e la battuta su Playboy scritta per un racconto pubblicato su Playboy è una vera chicca.

"Ayana" - tre stelline e mezza
Metafore e allusioni continuano a farci compagnia nel resoconto fatto da un anonimo insegnante di inglese che, ormai anziano e solo, sente di potersi confidare su alcuni miracoli medici ai quali ha partecipato più o meno inconsapevolmente. La sua vicenda inizia nei primi anni Ottanta con il padre del protagonista Don "Doc" Gentry che guarisce in modo apparentemente inspiegabile dal suo tumore al pancreas, per poi continuare fino all'ultimo intervento prodigioso del 1997. Trovo molto interessante il concetto sul quale ha voluto riflettere l'autore -il filtro di misticismo attraverso il quale le persone guardano alle malattie e alle guarigioni-, inoltre il narratore è carismatico e l'intreccio dimostra del potenziale, che magari una narrazione più lunga avrebbe permesso di esprimere meglio. Sono rimasta invece un po' perplessa dalla scarsità di risposte (sul funzionamento dei miracoli, ma non solo!) e dalla presenza di un personaggio che sembrerebbe ricalcare lo stereotipo del magical negro: ne "Il miglio verde" era molto più chiaro e fastidioso, ma nel frattempo sono anche passati più di dieci anni!

"Alle strette" - cinque stelline
Conclude la racconta un'altra delle storie più lunghe, che possiamo accomunare a "Torno a prenderti" anche per la tematica della sopravvivenza in condizione estreme; la resa in questo caso è stata però decisamente migliore, fosse soltanto per la maggior naturalezza con cui si passa dal contesto quotidiano alla situazione di pericolo. Al centro della narrazione c'è l'acrimonia tra i vicini di casa Curtis Johnson e Tim Grunwald, nata dalla contesa per l'acquisto di un terreno e esacerbata da altri eventi spiacevoli che hanno caratterizzato le loro vite. Quando Curtis riceve un messaggio all'apparenza cordiale da Grunwald pensa sia arrivato il momento di riappacificarsi, senza realizzare che il suo vicino è tutt'altro che disposto a cercare un compromesso; da questa base, la situazione degenera fino ad arrivare a un climax coinvolgente e terrificante. L'intreccio fila quindi a meraviglia, così come la prosa e il lato survival; molto interessante anche la caratterizzazione di Curtis e il modo in cui decide di riesce a risolvere le sue difficoltà tangibili e psicologiche. Per quanto riguarda la sua nemesi, ho una mezza riserva perché non dimostra un comportamento sempre in linea con le sue affermazioni, ma è soltanto una piccola sbavatura in un racconto per altro eccellente. Sebbene faticherei a consigliarlo a cuor leggero, o a stomaco pieno!

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 14 maggio 2026

"Nelle profondità del bosco proibito" di Colin Meloy

Wildwood: Nelle profondità del bosco proibito (Wildwood Chronicles, #2)Wildwood: Nelle profondità del bosco proibito by Colin Meloy
My rating: 4 of 5 stars

"Il sentiero di pietra su cui stavano camminando era in effetti un ponte ... un intrico pazzesco di ponti identici, che coprivano l'intera larghezza dell'abisso sotto di loro; la scena si ripeteva anche sopra le loro teste. A Curtis tornarono in mente i video che aveva visto al museo della scienza: la distesa di tessuti connettivi che costituiva il cervello umano"


WILDWOOD IS THE NEW WONDERLAND

Il finale de "I segreti del bosco proibito" regalava ai lettori una conclusione abbastanza chiara per gli eventi scatenanti di quella narrazione. Per questa ragione cominciare "Nelle profondità del bosco proibito" non è così semplice per i lettori, e dev'esserlo stato ancora di più per lo scrittore: a dispetto di tutto il suo impegno, il caro Colin si è trovato a creare il classico libro di mezzo, dove la necessità di gettare delle solide basi per l'epilogo della trilogia lo ha portato a sacrificare in parte la scorrevolezza e l'incisività del secondo capitolo. Si ottiene così un volume dove si introducono nuovi personaggi e dinamiche senza però dare alcun tipo di ricompensa alla fine; tutto rimane in sospeso, anche quando delle rivelazioni sono presenti, e l'impressione per chi legge è quella di trovarsi tra le mani soltanto la metà di una storia più ampia.

Le prospettive proposte questa volta aumentano fino a includere quattro protagonisti, tre antagonisti e un breve sguardo su un paio di comprimari, ma le linee di trama rimangono due. Ad alcuni mesi dalle avventure nel Bosco, Prue è tornata alla sua vecchia vita con non poche difficoltà: la quotidianità le risulta noiosa, le piante continuano a distrarla con i loro sussurri, e soprattutto dei sicari sono sulle sue tracce; in suo soccorso ricompare il neo-bandito Curtis, assieme al quale parte per una nuova missione che mette in gioco le sorti dell'intero Bosco. Gli altri POV principali sono affidati a Elsie e Rachel, sorelle dello stesso Curtis che i genitori ignari affidano alle cure di Joffrey Unthank e della sua compagna Desdemona. All'apparenza l'uomo è un industriale di successo nella produzione di parti meccaniche e gestisce l'orfanotrofio dove vengono alloggiate le due ragazze, ma in realtà cova una vera e propria monomania verso la Landa Impenetrabile, le cui risorse è determinato a ottenere.

In questo seguito l'autore decide di riflettere sugli eventi successivi alla classica vittoria dei buoni al termine di una narrazione fiabesca oppure di un'avventura fantasy. Sarebbe stato facile liquidare la scelta di Curtis di rimanere tra i banditi come ininfluente per la sua famiglia, oppure lasciar intendere che i problemi di malagestione a Bosco Sud si fossero risolti in automatico alla sconfitta della Governatrice Vedova. Meloy invece indaga più a fondo queste dinamiche, concentrandosi anche sulle conseguenze del ritorno all'Esterno di Prue, che sulla carta dovrebbe aver raggiunto i suoi obiettivi ma realizza invece di non essere affatto felice lontana dal Bosco. Gli spunti scelti sono quindi molto validi, ma rimango perplessa per il modo e le tempistiche con cui vengono poi sviluppati.

L'effetto più palese è un chiaro problema di ritmo: la conclusione del primo sarebbe potuta essere definitiva e crea pertanto un duplice problema, da un lato con la sottotrama di Elsie e Rachel che richiede molto spazio e cura -specie per non risultare ridondante rispetto alla scoperta del Bosco fatta dagli altri protagonisti- e dall'altro con le nuove vicende legate a Prue e Curtis. In confronto, la parte affidata alle sorelle Mehlberg risulta molto più interessante, per i collegamenti con la figura di Unthank e per i nuovi elementi di world building, mentre l'avventura dei due amici ha un sentore di già visto; li troviamo quasi sempre a interagire con figure ben note in luoghi conosciuti ne "I segreti del bosco proibito", mentre il Deserto Industriale e il Vincolo Periferico offrono degli elementi inediti.

La missione di Prue non mi ha fatto impazzire anche per il senso di predestinazione che sempre accompagna le azioni della protagonista; questo rende meno appassionante le sue vicende e più scontata una trama già costellata da numerose e fortuite coincidenze. Ci si potrebbe aspettare almeno un bilanciamento dato dai confronti emotivi, ma tanto gli scontri tra lei e Curtis quanto le divergenze caratteriali tra Elsie e Rachel non hanno avuto a mio avviso abbastanza spazio per essere esplorati. A conti fatti, il punto di vista di Curtis risulta essere il più debole (a dispetto dei molti elementi da sviluppare attorno al suo personaggio) assieme a quello di Darla, una nuova personaggia dalla quale mi sarei aspettata un ruolo decisamente meno prevedibile. Tra gli aspetti meno riusciti includo poi la parentesi del Sottobosco, perché basandomi sul titolo stesso avevo immaginato fosse il centro di una buona metà del libro, mentre a conti fatti lo troviamo relegato ad alcune scene nella parte finale, e come ambientazione non è granché memorabile.

Decisamente più rilevanti sono le prospettive di Rachel ed Elsie -con i loro caratteri agli antipodi, che comunque trovano la forza per collaborare e farsi coraggio l'un l'altra- da un lato e di Unthank e Desdemona dall'altro; questi ultimi sono degli antagonisti per nulla banali e integrati con intelligenza all'interno della narrazione. Anche Prue si difende benino nel suo ruolo di protagonista testarda e risoluta, ma non per questo sciocca o avventata: mi è piaciuta soprattutto al momento di prendere consapevolezza del suo potere e di trovarsi di fronte al dilemma di come fosse corretto utilizzarlo. Per la seconda volta mi sento poi di promuovere sia il world building che lo stile, che si confermano dei capisaldi della serie, con la speranza di affiancare loro l'intreccio una volta recuperato l'ultimo capitolo e verificato che l'epilogo sia valso oltre cinquecento pagine di costruzione.

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mercoledì 29 aprile 2026

"La paziente silenziosa" di Alex Michaelides

La paziente silenziosaLa paziente silenziosa by Alex Michaelides
My rating: 2 of 5 stars

"Alicia non parlò mai più. Il suo silenzio incrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi"


DA TRE GIORNI A SEI ANNI È UN ATTIMO

Dopo lo sconfortante tedio generato da "Nel bosco", ero un po' restia ad affrontare subito un altro thriller psicologico. Non volevo però che lo spiacevole incontro con French mi bloccasse dal dare un'onesta possibilità anche al caro Alex, del quale ho scelto di provare il celeberrimo "La paziente silenziosa", un titolo caratterizzato (per mia fortuna!) da un tono molto meno dispersivo. Eppure siamo ancora ben lontani dalla sufficienza, e una delle ragioni è da ricercarsi proprio nell'unico elemento degno di plauso nell'esordio della cara Tana, ovvero lo stile: quello di Michaelides è tragicamente infantile e approssimativo. Due autori agli antipodi letti in sequenza, scelta che mi ha portato a chiedermi se io abbia apprezzato il secondo più di quanto meritasse effettivamente soltanto per la diretta contrapposizione con il primo.

L'ambientazione in questo romanzo è quasi ininfluente, ma per chiarezza ci troviamo nel sud dell'Inghilterra, soprattutto nella zona di Londra. La principale voce narrante è quella dello psicologo forense Theo Faber, che all'inizio della storia ottiene un posto nel Grove Hospital con l'obiettivo dichiarato di occuparsi della sua più famosa paziente: la celebre pittrice Alicia Berenson. La donna si trova lì da sei anni, dopo aver ricevuto una sentenza di colpevolezza per l'omicidio del marito Gabriel, e senza alcun tentativo di difendersi dal momento che per tutto questo tempo è rimasta chiusa in una sorta di mutismo selettivo; l'unico scorcio sui suoi pensieri sono le pagine del suo diario, poste a inframezzare i capitoli narrati in prima persona da Theo. Quest'ultimo, ottenuta la piena fiducia del direttore clinico, il bizzarro professor Lazarus Diomedes, avvia una sorta di indagine per comprendere le origini del silenzio di Alicia e convincerla a parlare di nuovo.

Il testo è costellato inoltre da rimandi alla mitologia classica, e in particolare alla tragedia di Euripide "Alcesti", scelta che confesso di non aver compreso appieno: a mio avviso sarebbero risultati più calzanti i miti di Medea oppure di Clitennestra. Una premessa che rimane comunque molto interessante per quello che è il romanzo d'esordio dello scrittore cipriota, e che si tratti di un'opera prima non è difficile intuirlo vista la prosa caratterizzata dall'utilizzo indecente dei sinonimi -utile solo a creare delle fastidiose ridondanze- e dalla presenza di frasi a effetto degne della collana Piccoli Brividi a conclusione di ogni capitolo. Capitoli che per lo meno sono mediamente brevi, rendendo il ritmo narrativo parecchio scorrevole, effetto ottenuto anche grazie agli incalzanti dialoghi; un altro elemento che mostra però un rovescio della medaglia, perché tutto gli scambi ai quali assistiamo sono terribilmente vuoti e banali. A tal proposito, la sinossi mi aveva fatto credere che le interazioni tra Theo e Alicia avrebbero costituito il cuore del volume, mentre a conti fatti risultano essere troppo poche e prive della necessaria incisività.

E dire che loro sono gli unici caratteri con un minimo di introspezione, seppur limitata all'ambito dei traumi passati e condivisi. Il resto dei cast è composto da personaggi poco approfonditi nella migliore delle ipotesi: comprimari e comparse risultato delle mere macchiette, e le battute scelte per loro dal caro Alex non li aiutano a dimostrare un briciolo di personalità visto che tutti si esprimono quasi allo stesso modo, adottando tra l'altro la sovrabbondanza di inutili sinonimi alla quale accennavo prima. I fondali si adeguano a loro volta a questo livello di impersonalità e sciattezza: che il protagonista si trovi nel suo studio, in un parco pubblico o seduto al pub è del tutto indifferente! inoltre ho trovato a dir poco patetici i tentativi di creare un'atmosfera inquietante descrivendo ogni luogo come sudicio e in cattivo stato. Quanto è poco verosimile poi, considerando che i personaggi si trovano per la maggior parte del tempo in una struttura medica?

A parte ritmo e spunto, l'aspetto più convincente del libro è forse da rintracciare nelle svolte di trama: anche se non tutte colgono nel segno e sorprendono come dovrebbero, ammetto che un paio mi hanno colpita in positivo per la buona tempistica scelta. Per quanto riguarda l'intreccio, il limite di Michaelides si trova nella decisione di confondere a tutti i costi i suoi lettori, al punto da introdurre una quantità spropositata di informazioni e sottotrame prive di sbocco. E se è vero che il mistero principale ottiene alla fine una risposta abbastanza esaustiva, bisogna anche tenere in considerazione la pretestuosità del concetto alla base del volume stesso: si è obbligati a sospendere parecchio la propria incredulità per credere alle supercazzole enunciate dai protagonisti con una convinzione fastidiosamente arrogante. Non ho ancora deciso se la bibliografia del caro Alex meriti una seconda chance da parte mia, ma mi auguro comunque abbia imparato a scrivere personaggi che si prendono un po' meno sul serio.

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martedì 21 aprile 2026

"Nel bosco" di Tana French

Nel bosco (Dublin Murder Squad #1)Nel bosco by Tana French
My rating: 1 of 5 stars

"Mi balzarono alla mente alcuni ricordi, alcuni tuttora difficili da affrontare ... La luce grigia dell'alba, il rumore dei nostri passi, la rugiada sulle gambe nude, la mano di Jamie, piccola e rosea, sulle pieghe di un abito di pietra, il suo viso rivolto verso l'alto per guardare in quegli occhi vuoti. Il silenzio infinito"


PER NIENTE O'KE(LL)Y!

Con una "carriera" da lettrice lunga quasi tre decadi alle spalle, ho notato che sempre più spesso mi appoggio a una ristretta cerchia di autori ben conosciuti e apprezzati, mentre fatico parecchio quando si tratta di dare un'occasione a una penna nuova. Con ogni probabilità è un meccanismo difensivo: in passato avevo invece l'insana abitudine di acquistare a scatola chiusa anche due o tre libri di uno scrittore mai provato prima, rimanendo delusa dal risultato spesso e volentieri. Ogni tanto però quel piccolo sforzo riesco ancora a farlo, a esempio con Tana French e il suo romanzo d'esordio "Nel bosco", primo capitolo in una serie di volumi grossomodo autoconclusivi che -per ragioni che andrò a elencare a breve- non progetto di continuare in futuro.

Per l'ambientazione l'autrice sceglie il suo Paese d'adozione, l'Irlanda. Ci troviamo infatti a Knocknaree una località fittizia non lontana da Dublino, dove degli archeologi rinvengono un cadavere; nulla di strano, se non si trattasse del corpo di una ragazzina vittima di un omicidio fin troppo recente. A indagare sulla vicenda sono i detective Adam Robert "Rob" Ryan (aka, la nostra voce narrante) e Cassandra "Cassie" Maddox, i quali ben presto identificano il corpo come quello della giovane promessa del balletto Katharine "Katy" Siobhan Devlin. Il mistero non è però così semplice da ricostruire, sia per l'ostruzionismo della famiglia che per i collegamenti con un caso di vent'anni prima: nel 1984 quella stessa zona è stata infatti il teatro della sparizione di Germaine "Jamie" Elinor Rowan e Peter Joseph Savage, dei dodicenni come Katy ma soprattutto i più cari amici d'infanzia dello stesso Rob.

Un legame che ovviamente influenza le reazioni e l'atteggiamento del protagonista, delineando un quadro interessante sul piano psicologico ma anche molto problematico. Rob infatti ha una quantità spropositata di difetti personali e mancanze professionali, che mi hanno portata in più momenti a chiedermi come possa aver avuto così tanti successi nel suo lavoro di detective. Questa caratterizzazione lo ha reso per me insoffribile come narratore e odioso come protagonista, e se è vero che un personaggio non dev'essere per forza moralmente ineccepibile è altrettanto vero che un autore non può basare la totalità dei colpi di scena sull'idiozia di un carattere. O peggio ancora dell'intero cast, perché in realtà c'è un'unica personaggia che dimostri intelligenza e genuino interesse per il proprio lavoro: peccato che French costringa anche lei a comportarsi da mentecatta per pilotare l'intreccio a proprio gusto.

Tra personalità detestabili oppure stereotipate al massimo, il cast non spicca come punto di forza del volume, tra i quali si possono invece includere le metafore visive che danno carattere allo stile dell'autrice e la scelta di affrontare dei temi decisamente rilevanti; non sono convinta del tutto del risultato ottenuto, ma devo ammettere che la descrizione di un nucleo famigliare disfunzionale le è riuscita molto bene. Un pregio con riserva riguarda invece il racconto dell'indagine, che è davvero dettagliata e tiene conto dei tecnicismi del caso, ma allo stesso tempo rallenta moltissimo il ritmo in un genere di romanzo dove ci si aspetterebbe un coinvolgimento più rapido. Un'ulteriore zavorra narrativa è rappresentata dalla lunghezza eccessiva dei capitoli -circa 50 pagine ognuno-, altro elemento insoluto per un thriller.

Come si sarà intuito, non reputo l'intreccio granché riuscito: le svolte dell'indagine sono per la maggior parte fortuite, e anche gli ostacoli compaiono per puro caso anziché per merito dell'acume dimostrato dagli antagonisti. Ho trovato inoltre svogliata l'edizione nostrana (sarebbe costato tanto includere qualche nota esplicativa a fondo pagina?) e fastidiosa la scelta di spiegare i comportamenti dei personaggi anziché farli desumere dal contesto. Forse questo è dovuto alla presenza di un unico POV, e a tal proposito: con chi sta parlando Rob? il testo è costellato di suoi commenti e giustificazioni rivolti a un misterioso pubblico, come se si stesse interfacciando con qualcuno che gli chiede conto e ragione delle sue azioni, ma alla fine non c'è nessun chiarimento in merito! Inoltre è un narratore inaffidabile, espediente letterario fin troppo pigro per questo genere di storie; tra i demeriti soggettivi menzionerei poi la sensibilità datata e l'impressione che sia più vicino al noir di quanto io tenda ad apprezzare.

In relazione al lato investigativo c'è poi un enorme difetto, ossia le pochissime risposte sulla scomparsa degli amici del protagonista. Non escludo in modo assoluto vengano fornite nei seguiti, ma lo reputo molto improbabile considerando che di certo Rob non ritorna come protagonista negli altri romanzi, e a questo punto non saprei se considerarlo un bene o meno: da un lato l'ho detestato e non potrei sopportare altre narrazioni dal suo punto di vista, dall'altro trovo frustrante la scarsità di spiegazioni fornita su una figura teoricamente centrale all'interno della storia. Di sicuro la sua assenza non rappresenta una motivazione sufficiente per sorbirmi di mia sponte una seconda indagine con il contagocce a opera della cara Tana.

Voto effettivo: una stellina e mezza

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giovedì 9 aprile 2026

"Tutto è fatidico" di Stephen King

Tutto è fatidico: 14 storie nereTutto è fatidico: 14 storie nere by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza … una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato"


QUATTRO DIVORZI E UNA (MANCATA) AUTOPSIA

Continua con un buon ritmo il mio recupero cronologico delle antologie del caro Stephen con la sua settima "Tutto è fatidico", composta da quattordici racconti non originali, principalmente concentrati sul genere horror. Una serie di narrazioni che non solo mi hanno riportato a Derry, Castle Rock e sulla via per la Torre Nera, ma è anche riuscita a stupirmi: pur non essendo molto popolare, penso possa ambire al titolo di miglior raccolta. Almeno per quanto riguarda le storie brevi, perché in quanto a novelle "Stagioni diverse" tocca delle vette non ripetibili!
Anche questa volta, sono andata ad assegnare un voto singolo a ogni titolo, per poi calcolare la media e trasformarla nella valutazione globale, con un lievissimo arrotondamento in positivo che trovo più che corretto per una lettura capace di trasmettere emozioni tanto variegate.


"Autopsia 4" - tre stelline
Si comincia con una storia dalla premessa parecchio cupa e angosciante, che il caro Stephen decide però di trattare con piglio quasi comico: l'agente di cambio Howard Randolph Cottrell, sosia di Michael Bolton e appassionato giocatore di golf, si risveglia all'interno di una sacca mortuaria e realizza di star per subire un'autopsia; ancora in dubbio sulla sua stessa condizione di vivente, Howard si ingegna in ogni modo per fermare l'operazione. Pur non essendo granché originale, lo spunto si dimostra interessante e ben gestito, inoltre il ritmo scorre ottimamente -con le varie rivelazioni piazzate con intelligenza nei momenti più opportuni- e i commenti del protagonista all'assurda piega degli eventi mi hanno convinto quasi sempre. Peccato che il black humor venga contaminato fin troppo da commenti sessualizzanti di dubbio gusto, inoltre mi sarei aspettata una piega meno forzatamente comica: gli elementi per creare più tensione e terrore non mancavano di certo.

"L'uomo vestito di nero" - quattro stelline
Nel secondo racconto si torna su binari più nettamente horror, con l'anziano Gary che -sentendosi ormai prossimo alla fine della sua esistenza- decide di trascrivere su un diario un incredibile episodio della sua infanzia: nei boschi vicino alla Castle Rock di inizio Novecento, il protagonista allora novenne incontrò un signore distinto, inquietante e decisamente affamato. Ispirandosi (a mio avviso molto vagamente) a un celebre racconto di Hawthorne, King ricava una piacevole storia caratterizzata da alcuni validi picchi di tensione, descrivendo in poche pagine un personaggio credibile e ben strutturato. La figura più interessante è però quella dello straniero nel bosco, nel quale si mescolano con attenzione malizia e aggressività, creano dei parallelismi non troppo velati con il mondo reale; peccato che questo antagonista non ottenga molto spazio, risultando una minaccia meno incisiva di quanto mi sarei aspettata.

"Tutto ciò che ami ti sarà portato via" - quattro stelline
La vicenda che vede come protagonista il commesso viaggiatore Alfie Zimmer porta il nero promesso da questa antologia a virare verso un blu cupo: l'uomo si trova in Nebraska, in particolare si è fermato in un Motel 6 sull'Interstate 80, ma con dei propositi ben diversi da un tranquillo pernottamento; a mettere in dubbio le sue convinzioni è il quadernetto sul quale ha appuntato graffiti trovati nelle stazioni di servizio durante anni di viaggi di lavoro. Ammetto di aver un po' patito la mancanza di una trama chiara, nonché la pochezza di dettagli sulla vita di Alfie e sugli eventi che l'hanno portato in quel luogo. La prosa riesce in buona parte a compensare queste lacune, portando l'attenzione sullo stato d'animo e sui dettagli psicologici di un protagonista alquanto atipico. Mi devo inoltre schierare con Bill Buford, il collega che ha consigliato al caro Stephen di lasciare in dubbio il lettore sul destino di Alfie, perché una risoluzione più netta avrebbe distorto il messaggio stesso della storia.

"La morte di Jack Hamilton" - tre stelline e mezza
Nonostante il tono vecchio stile e il contenuto molto lontano dalla contemporaneità, questo racconto è il più recente della selezione. Ispirandosi per molti elementi alle fonti storiche, King dà voce al criminale Homer Van Meter, membro della Banda Dillinger che nei primi anni Trenta era celebre per le clamorose rapine in banca e l'antagonismo con FBI, specialmente con la figura dell'agente Melvis Purvis; è quest'ultimo a uccidere infine il capobanda John "Johnnie" Herbert Dillinger, evento che solleva però parecchie perplessità nell'opinione pubblica, tanto da spingere Homer a voler disambiguare le circostanze della morte del complice Jack "Red" Hamilton, quando Johnnie si procurò una vistosa cicatrice sul viso. Tutti questi personaggi sono delineati con grande cura e anche i rapporti di amicizia tra loro riescono a convincere -a dispetto delle poche pagine a disposizione-, ma per contro l'intreccio risulta davvero scarno vista la scelta di rimanere fedele agli avvenimenti storici. Il limite che ho riscontrato in questo caso è quasi esclusivamente personale: non provo alcun interesse per le storie di gangster e trovo la scelta lessicale (seppur del tutto in linea con il contesto) troppo lontana dalla sensibilità attuale.

"La camera della morte" - quattro stelline e mezza
In uno scenario geografico non propriamente chiaro (forse il Venezuela o la Colombia), il reporter del New York Times Fletcher viene interrogato da alcuni funzionari del ministero dell'Informazione a causa del suo appoggio a un gruppo paramilitare comunista. La narrazione evolve rapidamente, portando a un'escalation di tensione raccontata in modo magistrale, anche grazie alla presenza di alcuni dettagli horror ben contestualizzati. Di certo avrei gradito una maggior chiarezza per inquadrare concretamente gli eventi e gli antagonisti non fanno chissà che sforzo per uscire dai rispettivi stereotipi, però la storia trova la sua forza nel protagonista e nella sua determinazione a sopravvivere, e da questo punto di vista trovo che l'autore abbia svolto un lavoro eccellente: pronto a pensare fuori dagli schemi e a correre dei rischi -ma senza risultare per questo incosciente o sopra le righe-, Fletcher è un personaggio pratico e brillante per il quale non si può che fare il tifo.

"Le Piccole Sorelle di Eluria" - tre stelline
Il racconto più lungo dell'antologia è ambientato poco prima dell'inizio de "L'ultimo cavaliere", ma risulta comprensibile anche a chi fosse del tutto digiuno dalle vicende de La torre nera, anzi potrebbe essere un buon assaggio di quelle vibes utile per capire se valga la pena investire in un percorso lungo ben otto libri. Pur presentando degli elementi horror, la storia rimane di base un'avventura fantastica con protagonista l'immancabile Roland Deschain, che durante la sua ricerca dell'uomo in nero finisce nella città fantasma di Eluria; qui il pistolero viene attaccato dai lenti mutanti per poi essere soccorso dalle Piccole Sorelle di Eluria, un gruppo di religiose dedite all'aiuto dei malati i cui modi ispirano però ben poca fiducia. Una narrazione e un tipo di prosa che mi hanno rimandata ai primi capitoli della saga, un po' nel bene (la contaminazione di generi e sottogeneri, i dettagli più grotteschi, la conclusione dal sapore dolceamaro) ma soprattutto nel male, e penso in particolar modo alla figura di Roland: che intuisce tutto senza però agire di conseguenza, fa promesse pseudo-eroiche a casaccio, e aspetta che sia l'ennesima tizia innamorata di lui perché sì a risolvere i suoi problemi. Nel complesso, una quest carina ma dimenticabile la cui lunghezza intermedia le preclude tanto l'immersione tipica di romanzi e novelle quando l'incisività del racconto breve.

"Tutto è fatidico" - cinque stelline
Sempre abbastanza lunghetto e sempre collegato a La torre nera, questo racconto è però tematicamente più vicino alla novella "Uomini bassi in soprabito giallo", oltre ad avere come protagonista un altro degli Spezzatori che si troveranno a Devar-Toi durante gli eventi de "La torre nera". In questa narrazione leggiamo infatti di come Richard "Dinky" Ellery Earnshaw scopre la propria abilità paranormale di tracciare simboli e parole che influenzano gli animali e perfino gli altri esseri umani; un dono impossibile da ignorare e che gli permette di condurre una vita all'insegna dell'agio a Columbia City grazie alle sovvenzioni della misteriosa Trans Corporation. Il primo elemento ad avermi fatto capire che questa narrazione stava funzionando è il talento di Dinky: in bilico tra praticità e misticismo, è chiaramente una capacità sinistra ma fa anche parte di lui in modo indissolubile, ed è inoltre la chiave per mostrare la debolezza mortale del protagonista. Non c'è purtroppo tanto spazio per gli altri personaggi, eppure Mr Sharpton risulta perfetto nel suo ruolo da antagonista cortese; mi è sembrata adatta anche la svolta finale: come il potere dei segni, intriga e convince senza dover scendere in troppi dettagli.

"La teoria degli animali di L.T." - tre stelline e mezza
Se nelle due precedenti narrazioni ho trovato azzeccata la scelta di collocare la nota dell'autore all'inizio, in questo caso credo che la presenza di una premessa finisca per creare delle aspettative fuorvianti, in particolare pensando al finale. La voce narrante è quella di un dipendente della W.S. Hepperton ad Ames nell'Iowa, che riporta il racconto fatto dal suo collega L.T. DeWitt in merito alla separazione dalla moglie Cynthia Lulubelle Simms, la quale dopo averlo lasciato pare sia stata vittima del cosiddetto killer della mannaia; la causa della rottura tra i due sembrano essere i loro animali domestici: il cane Jack Russell terrier Frank regalato a lui che però adora lei, e la gatta siamese Lucy regalata a lei ma con un debole per lui. Pur avendo qualche accenno di tematiche più cupe, la storia punta soprattutto sull'inquietudine sensoriale e sul confine tra detto e non detto, creando una buona atmosfera di tensione che però l'epilogo non riesce a sfruttare appieno, scegliendo non solo di lasciare ogni possibile conclusione aperta ma non dando al lettore neppure qualche elemento concreto per inquadrare correttamente l'indole dei personaggi.

"Il Virus della Strada va a nord" - quattro stelline
Il protagonista di questo racconto è un grande classico del caro Stephen: un celebre scrittore horror! Richard Kinnell non lo incontriamo però mentre è al lavoro sul suo prossimo romanzo bensì durante un viaggio in auto, in particolare quando incappa in una svendita domestica nella città di Rosewood e subito decide di acquistare un quadro che pare angosciare tutti tranne lui, intitolato appunto "Il Virus della Strada va a nord". Accostata a "Rose Madder", questa vicenda mi è sembrata più una commistione tra "Il fotocane" (dove sono presenti delle inspiegabili immagini in movimento), "Christine. La macchina infernale" per la presenza di un'automobile decisamente sinistra e "La metà oscura" per la presenza di un individuo decisamente sinistro che non dovrebbe essere reale. L'aspetto spaventoso della storia quindi è ben riuscito, e anche il limitato cast funziona pur con qualche stereotipo; sul fronte del ritmo si poteva invece dare più spazio alla crescita della tensione, perché la sventura che colpisce Kinnell non ha abbastanza tempo per essere elaborata da lui né tantomeno dal lettore.

"Pranzo al «Gotham Café» - quattro stelline
Di recente trasposto in una graphic novel, questo racconto ha come spunto un altro divorzio: il broker newyorkese Steven Davis viene infatti lasciato dalla moglie Diane Coslaw; desiderando rivederla, l'uomo fissa un incontro con lei e il suo avvocato William Humboldt, che propone quindi un pranzo in un locale sulla Cinquantatreesima, il Gotham Café appunto. Dopo un'introduzione abbastanza placida e moderata, la narrazione degenera in poche pagine non appena entra in scelta il bislacco maître d'hôtel Guy, e devo dire di non aver apprezzato del tutto il cambio repentino nel ritmo, che si percepisce soprattutto nel confronto finale tra Steven e la ex moglie. Molto interessanti invece gli elementi horror -con qualche spunto da thriller psicologico- e il momento dello sgambetto, specchio di una dinamica relazionale tossica.

"Quella sensazione che puoi dire soltanto di francese"- quattro stelline e mezza
Quello tra Bill e Carol Shelton sembra invece un matrimonio felice, con la coppia in partenza per la seconda luna di miele in occasione del venticinquesimo anniversario a Captiva Island, in Florida. La narrazione sottolinea in più punti come anche questo rapporto all'apparenza perfetto -soprattutto dopo tanti anni difficili dal punto di vista finanziario- nasconda degli attriti, ma subito l'attenzione si sposta sul senso di déjà vu che influenza la donna nel viaggio in macchina dall'aeroporto. So bene che come sunto risulta poco chiaro, ma credo sia una storia da affrontare quasi alla cieca: più degli eventi, qui sono le sensazioni e il crescente disagio a creare le fondamenta del racconto, una soluzione narrativa che non sempre riesce a convincermi ma in questo caso l'ho trovata azzeccata. Molto interessante anche la chiave di lettura, che giunge come una piccola rivelazione verso la fine di una storia con il solo demerito di essere troppo breve, perché una manciata di pagine in più avrebbe permesso di dare maggior carattere ai personaggi e di approfondire i dettagli ricorrenti.

"1408" - quattro stelline
Un'altra storia alla quale avrei concesso volentieri maggiore spazio è quella di Michael "Mike" Enslin, scrittore divenuto celebre per i resoconti delle sue esplorazioni in luoghi infestati da spettri. Giunto al Hotel Dolphin, l'uomo si confronta con il direttore Mr Olin che tenta in ogni modo di dissuaderlo dal pernottare nella stanza 1408, dove molti ospiti sono morti oppure hanno riportato gravi traumi; incurante dei moniti ricevuti, Enslin entra nella camera per settanta minuti, anche se gliene saranno sufficienti molti di meno per comprendere il suo errore. Le pagine in più sarebbero servite in quest'ultima parte, dove imperano la poca chiarezza e il ritmo frenetico, aspetti che non permettono di cogliere al meglio la pericolosità del luogo a mio avviso. Ho trovato invece molto interessante il passato della stanza e il modo in cui ha influenzato le vite di tante persone, nonché il resoconto degli esperimenti condotti dal direttore. Il risultato è una buona narrazione dell'orrore, che inquieta e attrae il lettore, un po' come il luogo al centro della vicenda.

"Riding the Bullet - Passaggio per il nulla" - cinque stelline
Un secondo preferito a dir poco inaspettato, perché all'inizio la storia del viaggio in autostop dello studente universitario Alan "Al" Parker non mi sembrava granché appassionante. Avvisato del ricovero della madre Jean a seguito di un malore, il ragazzo percorre la Route 68 diretto alla natia Harlow (città natale anche del protagonista di "Revival", tra l'altro!) e durante il tragitto accetta il passaggio di un certo George Staub alla guida di una Mustang d'annata. Ovviamente l'intero viaggio è costellato da sensazioni angoscianti e sottotesti squallidi, che valgono al racconto la presenza in questa antologia; sono approvati in pieno anche la caratterizzazione dei personaggi e la descrizione del rapporto tra Al e la madre. Il vero punto di forza credo si nasconda nel modo in cui il protagonista affronta la scelta impossibile che gli viene posta, e soprattutto come riesce a convivere con le conseguenze. Mi rendo conto sia una scelta paracula dal punto di vista emotivo, ma apprezzo anche che King con questo racconto abbia cercato di elaborare il lutto per la perdita della madre, perché a conti fatti non mi è sembrata una scelta troppo ruffiana.

"La moneta portafortuna" - tre stelline e mezza
Nell'ultimo e più breve racconto si torna a parlare di stanze d'albergo con la cameriera ai piani Darlene Pullen, che nella camera 322 del Rancher's Hotel di Carson City trova come mancia un quarto di dollaro; la donna inizialmente è allibita da una regalia tanto misera, ma poi inizia a sospettare che la monetina sia dotata di poteri paranormali. Come spesso accade in queste narrazioni, quella che inizialmente sembra la risposta a ogni problema diventa in breve motivo di angoscia per le sensazioni negative che Darlene associa alla moneta. Una storia che ci racconta molto poco, poggiando principalmente su stereotipi e dinamiche collaudate, ma nel complesso convince e intrattiene: forse uno dei rari casi in cui un formato più lungo avrebbe sciupato l'idea, rendendo prevedibile una conclusione che qui risulta invece quasi brillante.

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giovedì 2 aprile 2026

"La saggezza delle folle" di Joe Abercrombie

La saggezza delle folleLa saggezza delle folle by Joe Abercrombie
My rating: 4 of 5 stars

"Il prezzo del pane. Il prezzo delle abitazioni. Il prezzo della torba da quando il clima era diventato più freddo. Salari troppo bassi, orari troppo lunghi, troppe leggi o troppo poche. Pike aveva insegnato loro una lezione: se abbastanza persone si incazzano quando basta, potevano cambiare le cose. Adesso la rabbia era la risposta a tutto"


DA DOVE SONO SALTATI FUORI TUTTI 'STI TEPPISTI?

Come mi ero ripromessa, non appena terminato il secondo volume ho subito portato avanti la mia esplorazione del Mondo Circolare con "La saggezza delle folle", a oggi l'ultimo romanzo ambientato nel più celebre universo narrativo del caro Joe, dalla penna del quale credo a questo punto di potermi prendere una meritata pausa, almeno finché non avrà terminato la sua nuova serie. Nel mentre mi consolerò all'idea di aver concluso su una nota positiva questa trilogia che nei primi due capitoli aveva dimostrato di non saper sfruttare del tutto il potenziale dato dallo slittamento in avanti sul piano sociale e tecnologico. Qui invece prende una bella ricorsa, mostrando le conseguenze di tutto il build-up fatto su personaggi e world building in un migliaio di pagine.

Nonostante trascorra appena una manciata di giorni dalla conclusione de "Il problema della pace", il quadro generale qui è molto diverso: nel giro di pochi capitoli Orso è costretto a chinare il capo davanti all'onda della ribellione scatenata da Spezzatori e Incendiari, e mentre lui è letteralmente rinchiuso in una gabbia (non troppo) dorata i suoi passati oppositori si trovano in posizioni di potere; seppur anche i ruoli di Savine e Leo non siano sicuri come potrebbero sembrare, perché non tutti hanno chiuso un occhio sui loro trascorsi. Nel frattempo al Nord si prepara l'ennesima battaglia, in questo caso tra la neo-insediata sovrana Rikke e Calder il Nero, che non sarà più giovanissimo ma non intende per questo rinunciare tanto facilmente al trono del padre.

Escludendo alcune svolte abbastanza interessati verso il finale -specie nell'ottica di una possibile continuazione per questa saga letteraria-, l'intreccio si sviluppa in modo decisamente prevedibile; in altri casi questo sarebbe un grosso limite, ma possiamo in parte dare una giustificazione con l'attenzione che Abercrombie riserva sempre alla caratterizzazione dei suoi protagonisti, che rendono la trama meno sorprendente proprio perché adottano dei comportamenti coerenti e in linea con le loro personalità. Tuttavia avrei apprezzato ricevere delle informazioni più chiare in diverse scene, specialmente in relazione alle molte ellissi temporali che rendono nebulosi alcuni passaggi.

Per quanto riguarda il lavoro svolto dal caro Joe, avrebbe potuto gestire meglio alcuni personaggi e sottotrame: saranno anche utili nell'economia della narrazione, ma le figure di Grosso e Trifoglio compiono davvero poche azioni degne di nota, non hanno delle risoluzioni soddisfacenti e per la maggior parte del tempo servono soltanto ad aggiornare il lettore sui personaggi privi di un loro POV. Tenendo in considerazione l'intera trilogia, non sarebbe stato poi malaccio sfruttare meglio i caratteri introdotti nella parentesi styriana, che qui vengono a malapena menzionati. Ma chi è al lavoro in un libro, oltre al suo autore? molte persone in realtà, ma mi sto riferendo ovviamente al traduttore, perché ancora una volta ci troviamo tra le mani un volume tutt'altro che economico adattato in maniera criminale. Potrei fare decine e decine di esempi, ma mi limiterò a uno che tutti possono verificare dall'estratto gratuito dell'ebook: nel primo capitolo è presente uno scambio di battute in cui Yoru Sulfur diventa a caso Zolfo, ossia il nome con cui era chiamato nelle prime edizioni italiane della saga. Io ho letto quelle, quindi ho subito capito di chi si stesse parlando, ma immagino la confusione di un lettore abituato alla versione di Mondadori! momenti di perplessità che costellano purtroppo l'intero libro, e spesso incidono sul senso di immersione nella storia.

Ma passiamo ai pregi del romanzo, e soprattutto alle ragioni per cui lo reputo il migliore della trilogia. Innanzitutto entriamo nel vivo del Grande Cambiamento: dopo più di mille pagine di promesse, devo dire che ho trovato alquanto convincente la rappresentazione scelta per il governo gestito dai rivoltosi, seppur manchi un fattore di genuina sorpresa per quasi tutto il volume. Immaginavo sarebbe stato il momento di Grosso per brillare, invece a uscirne meglio dal punto di vista della crescita personale sono gli altri protagonisti riuniti ad Adua. Leo, Savine, Orso e Vick dimostrano tutti di essersi evoluti dai caratteri un po' stereotipati del primo capitolo, e così pure Rikke nonostante per buona parte della narrazione rimanga confinata in dinamiche già viste e riviste al Nord.

Oltre alla buona gestione del tema principale, promuovo anche il ritmo (che nei primi due libri era stato invece caratterizzato da una certa disomogeneità) e le scene di battaglia, forse tra le più sensate e comprensibili mai scritte da Abercrombie. Un altro grande punto a favore è il finale, che per diversi aspetti definirei coraggioso, specie confrontato ai precedenti dell'autore; riesce allo stesso tempo a fornire dei chiarimenti -in merito alle ragioni dietro al Grande Cambiamento, ma anche alle visioni di Rikke e al futuro dell'Unione- e a includere degli elementi utili per un eventuale seguito, che a conti fatti non mi dispiacerebbe leggere: vedere come personaggi che si detestano ma sono costretti a collaborare potrebbero trovare un loro equilibrio nell'arco di una ventina d'anni mi sembra davvero uno spunto interessante.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 24 marzo 2026

"Estranea" di Yael van der Wouden

EstraneaEstranea by Yael van der Wouden
My rating: 5 of 5 stars

"Che cos'era la gioia, comunque. Che valore aveva una felicità che lasciava dietro di sé un cratere grande il triplo del suo impatto. Cosa sapevano le persone che parlavano di gioia di cosa significasse dormire e sognare solo il fischio degli aerei e i colpi alla porta e alle finestre"


E LE PERE DI PINOCCHIO MUTE!

Tutti ben sappiamo quanto un lettore possa venire influenzato da una bella cover, e io stessa ho scoperto parecchi titoli attratta da una copertina carina, ragionando solo in un secondo momento sull'effettiva sinossi; per questo mi domando a volte quanti bei romanzi mi sono lasciata sfuggire negli anni, solo perché non trovavo gradevole l'aspetto grafico scelto dalla CE. Di certo sarebbe successo con "Estranea" perché Garzanti ha optato per un'immagine monocroma e deprimente, ma per fortuna ho dato ascolto ad alcuni lettori entusiasti e ho così incontrato una penna che mi azzarderei ad accostare a quella della mia adorata Sarah Waters per qualità e gradevolezza.

L'ambientazione è l'Olanda dei primi anni Sessanta, dove vive la protagonista e unico POV Isabel "Isa" den Brave, una donna sulla trentina che dopo la morte dei genitori e la partenza dei fratelli è rimasta sola nella vecchia casa di famiglia. Una solitudine che non sembra pesarle: Isabel si trova a suo agio nella sua vita all'insegna dell'ordine e della routine; a portare un elemento di novità è però Eva de Haas, la nuova fidanzata del fratello maggiore Louis che costringe praticamente Isabel a ospitarla per un mese mentre lui è in Inghilterra per lavoro. La narrazione segue l'evoluzione della protagonista, tanto in relazione al rapporto con Eva quanto a un lato più personale e misterioso legato all'abitazione e a ciò che essa simboleggia.

Questo percorso di crescita parte dal contesto di una persona chiusa e ostile -che addirittura si priva volontariamente di qualsiasi attimo di gioia per paura di perderla dopo- ed è ben motivato dal passato della protagonista, oltre a fornire diversi elementi di riflessione nonché una direzione per la sua storia. Anche Eva aggiunge al volume delle tematiche molto rilevati, in particolare sul disturbo da stress post-traumatico e su un'aspirazione alla rivalsa sociale che ricorda caratteri come Magdalen in "Senza nome". Le due protagoniste sono inoltre supportate da un cast di personaggi tridimensionali e convincenti, perfino nel caso di quelli più marcatamente negativi: il confronto finale tra Isabel e Louis porta quasi a volergli perdonare la miope stronzaggine dimostrata fino a quel momento.

Le solide relazioni sono un altro punto a favore del romanzo, perché portano il lettore a conoscere Isabel sotto diversi aspetti e a comprenderne ancor meglio il cambiamento. Ovviamente il focus è concentrato sul rapporto con Eva, che si avvia come un'ostilità ingannevole da entrambe le parti per poi aumentare lentamente in un crescendo di tensione ben percepibile. Nel raccontare l'amore tra loro, la cara Yael ricorre a dei tropes romance molto popolari come enemies-to-lovers e grumpy X sunshine, sfruttandoli però in maniera intelligente e per nulla scontata. In generale, reputo la sua prosa davvero piacevole (nonostante la sovrabbondanza di due punti) e apprezzo molto l'attenzione data all'ambientazione storica, che è curata ma per nulla invasiva.

Anche gli elementi del conflitto principale sono molto validi, ma lo stesso non si può dire di quelli legati alle sottotrame secondarie, dove si tende a sorvolare su alcuni dettagli oppure a escludere la conclusione di una determinata scena. Questo aspetto incide in qualche modo sul ritmo della storia, che è abbastanza lento nella parte centrale per poi accelerare in vista del finale, con un epilogo a mio avviso fin troppo ottimista per risultare del tutto credibile. Per gusto personale, non ho poi gradito l'ottica quasi positiva in cui si parla di tradimento sentimentale e la notevole prevedibilità dell'intreccio.

Quest'ultimo è un difetto che normalmente considererei significativo a dir poco, e in altri generi -come il mystery- mi porterebbe a ridurre la valutazione di almeno una stellina; qui invece pur avendolo riscontrato durante la lettura non ne sono stata influenzata in modo particolarmente negativo. Questo romanzo ha infatti dimostrato di non aver bisogno di una trama stupefacente per mantenere alta l'attenzione del lettore verso la sua storia: quando l'autore scrive in modo coinvolgente e si basa su personaggi credibili, rimanere incollati alle pagine si trasforma da scelta a vera e propria necessità.

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venerdì 13 marzo 2026

"I segreti di mio marito" di Liane Moriarty

I segreti di mio maritoI segreti di mio marito by Liane Moriarty
My rating: 4 of 5 stars

"Era così che funzionava. Era così che si viveva con un segreto. Lo si faceva e basta. Si fingeva che andasse tutto bene. Si ignorava il dolore profondo, simile a un crampo, nel proprio stomaco. In qualche modo ci si anestetizzava, così che niente sembrasse troppo brutto, ma neanche troppo bello"


SETTIMANA SANTA CON DELITTO

Pur non essendo affatto un libro atroce, "Nove perfetti sconosciuti" aveva raffreddato notevolmente il mio interesse verso la bibliografia di Moriarty, forse perché la sinossi mi aveva fatto che sperare sarebbe diventato il mio preferito dell'autrice e così non è poi stato. Per questo ho pensato fosse meglio ridimensionare di parecchio le mie aspettative prima di iniziare "I segreti di mio marito", che vedevo anche come un banco di prova per capire se dovessi passare agli altri titoli tradotti della cara Liane oppure attendere l'arrivo in Italia di "Here One Moment". E a lettura ultimata sembra proprio che io non debba mettere in pausa il recupero delle sue opere: pur con i suoi limiti, questo romanzo è stato una piacevole sorpresa.

Come sempre ci troviamo in Australia, e per la maggior parte della storia rimaniamo a Sydney, città in cui vive la stessa Moriarty. La narrazione alterna le prospettive di tre donne molto diverse caratterialmente: Cecilia Fitzpatrick è l'emblema della perfetta casalinga con tanto di rappresentanza per il brand Tupperware, Teresa "Tess" O'Leary è un tipo più riservato e insicuro, mentre Rachel Crowley cela dietro l'apparente affabilità un grande dolore. Ognuna di loro si trova a dover affrontare dei conflitti domestici parecchio intensi quando un elemento di novità cambia le loro vite; per Cecilia è il ritrovamento della lettera che per anni ha custodito il più grande segreto del marito John-Paul, per Tess l'essere messa davanti alla prossima fine del suo matrimonio rivivendo quanto avvenuto anni prima tra i suoi genitori, e per Rachel la scoperta che a breve il figlio Rob porterà negli Stati Uniti il suo adorato nipotino Jacob.

A collegare le tre linee di trama sono tanto la morte di Janie, figlia adolescente di Rachel, quanto un parallelo molto interessante con il mito di Pandora, qui rappresentata da Cecilia quando si trova per le mani la misteriosa lettera e inizia a fantasticare sul contenuto. L'ispirazione mitologica caratterizza non solo lo spunto ma anche lo sviluppo della storia, che si configura come un'antica tragedia dove i personaggi in scena sono vessati da un Fato crudele, e finiscono col commettere colossali errori a dispetto delle loro migliori intenzioni. Questa scelta mi è piaciuta molto, specialmente perché si sposa ottimamente con il tono ironico tipico della prosa di Moriarty, oltre ad attenuarne in parte la componente più sarcastica che potrebbe per qualcuno risultare irrispettosa. Personalmente, l'ho vista invece come la prova che il suo stile è proprio nelle mie corde.

Tra i punti forza del romanzo colloco anche i personaggi. In generale, la caratterizzazione è molto buona per tutti i comprimari, ma a brillare sono sicuramente le tre protagoniste: Cecilia, Tess e Rachel sono persone imperfette e simpatetiche, verso le quali è impossibile non provare dell'empatia sia per come vengono colpite dal destino sia per la risolutezza quando devono trovare delle soluzioni. Inoltre, tutte affrontano un solido percorso di crescita individuale, che le porta a scoprire dei lati inediti delle loro personalità. Pur ritenendo l'intreccio parecchio prevedibile, collocherei anche la trama nella categoria dei pregi, perché per lo meno dimostra una coerenza interna e non lascia quesiti in sospeso, a differenza di "Nove perfetti sconosciuti"!

Per contro, i limiti del volume si riducono a elementi non propriamente centrali, ma che comunque hanno minato la possibilità di farlo arrivare al massimo della valutazione. Ho trovato infatti molto irritanti -nonché del tutto evitabili- i tanti commenti grassofobici e le uscite infelici riguardo alla terapia psicologica, che caratterizzano soprattutto la storyline di Tess ma non di rado esondano, intaccando anche quelle delle altre protagoniste. In generale, mi aspettavo un ruolo più rilevante dalla figura di Tess, che avrei voluto vedersi confrontare in modo più risoluto con gli altri personaggi. Non dico che il suo contributo alla storia sia del tutto irrilevante, ma di certo parte del potenziale con lei non è stato sfruttato.

Forse il maggior problema del libro è proprio la sua svogliatezza nel prendere delle posizioni più nette, specialmente quando si arriva in vista dell'epilogo. La cara Liane pare nascondersi dietro ai paraventi delle tre prospettive per giustificare tanto i commenti spiacevoli quanto l'incapacità di criticare con cognizione di causa i comportamenti più tossici del suo cast. Così finisce però per dar l'impressione di aver messo sullo stesso piano un incidente nato da anni di dolore messo a tacere con un mancato femminicidio che è invece il frutto di una visione distorta dei ruoli di genere nel contesto delle relazioni di coppia. Una visione molto cinica forse adatta per un carattere dalla dubbia moralità, ma non troppo compatibile con la disperata madre della vittima.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 3 marzo 2026

"Not quite dead yet" di Holly Jackson

Not quite dead yetNot quite dead yet by Holly Jackson
My rating: 3 of 5 stars

"Jet non era stata solo attaccata o aggredita. Quelle erano parole più scialbe, una taglia unica. Quello che aveva subìto era… un delitto. Qualcuno l'aveva uccisa. Uccisa più che al novanta percento, a meno che lei non fosse in lizza per un altro miracolo"


VEROSIMIGLIANZA, VADE RETRO!

Novelle a parte, con "Not quite dead yet" mi sono messa in pari con l'attuale bibliografia della cara Holly, un'autrice che fin dal suo romanzo d'esordio è riuscita a conquistare il mio interesse, ma soprattutto a mantenerlo accesso con i suoi spunti intriganti per ben sei libri. Qui abbiamo però un parziale passo falso, non solo per la relativa lentezza della parte introduttiva, ma soprattutto per una mancanza di brillantezza nell'intreccio in quello che ho visto etichettare da tanti lettori come il suo miglior romanzo. Speravo che anche per me si sarebbe rivelato tale, raggiungendo o magari superando lo stupendo "As Good As Dead", invece mi sono trovata davanti un mystery con davvero pochi elementi di mistero; e a lettura ultimata ancora non riesco a capire se mancasse la capacità di sorprendere o solamente la volontà di farlo.

Per la terza volta le indagini ci portano lontano dalla Patria dell'autrice, pronta a lasciare il suo caro Regno Unito in favore di Woodstock, una città del Vermont. L'ambientazione è circoscritta a questa località, e allo stesso modo pure le tempistiche risultano a dir poco limitate; la ragione di ciò si trova nella premessa stessa del volume: la ventisettenne Margaret "Jet" Mason viene aggredita la notte di Halloween, riportando delle ferite al cranio tali da dover scegliere tra un rischiosissimo intervento chirurgico e la morte certa nell'arco di una settimana. La protagonista opta per la seconda opzione, con il fermo proposito di sfruttare ogni momento a sua disposizione per trovare il proprio assassino.

Un concept originale e dal grande potenziale, che porta con sé anche una prospettiva decisamente insolita, ossia quella di una persona consapevole di avere i giorni contati e per questo priva di molti dei blocchi morali o legali con cui tutti gli altri devono fare i conti. Jet non sarà la mia personaggia preferita scritta da Jackson, ma è comunque una protagonista ben caratterizzata e dalle solide motivazioni; una figura che permette all'autrice di piazzare sul tavolo riflessioni interessanti sul tema del lutto. Essendo prossima alla morte, Jet si trova infatti nella ristretta cerchia dei mortali che sono costretti a venire a patti con una mortalità alla quale non hanno mai pensato pur capendo a livello logico come essa sia inevitabile. Non nego di aver trovato personalmente fastidiosa la chiara volontà di commuovere il lettore con questo espediente, però la cara Holly evita come può di toccare le vette di pietismo tipiche degli spot della Chiesa Cattolica in periodo di denuncia dei redditi.

Tra i pregi del romanzo includerei anche il resto del cast, perché tutti i comprimari si dimostrano solidi e coerenti nella loro scrittura. Grazie a loro Jackson può inoltre trattare diverse tipologie di rapporti interpersonali, includendo anche delle dinamiche familiari tossiche non scontate; confesso che mi sarei aspettata un'analisi maggiore del legame tra Jet e i suoi genitori, ma chiaramente l'attenzione è stata diretta verso altro. Un punto di forza da non sottovalutare è poi il ritmo: è in effetti un po' lento nella parte introduttiva, ma una volta iniziata davvero l'indagine fila a meraviglia.

Dovendo elencare invece le debolezze del testo, ho individuato un grosso difetto attorniato da tanti piccoli nèi che un editing più attento avrebbe magari sistemato. Non mi ha convinta a esempio la scelta di scrivere in prima persona includendo al contempo commenti e pensieri della protagonista, ho trovato noioso il ricorso tanto frequente a battute di dark humor sempre uguali, e di cattivo gusto alcune riflessioni sull'ex di Jet e sulla violenza di genere in senso lato; inoltre credo ci voglia qualcosa di più che una manciata di parolacce per scrivere un romanzo targettizzato per un pubblico di adulti.

Ad avermi maggiormente delusa è stato però l'intreccio mystery vero e proprio. Sarà che la cara Holly mi aveva abituato a personaggi ben più perspicaci, ma trovo inaccettabile far procedere un'investigazione sfruttando una simile quantità di convenienze di trama! penso in particolare alla scena della chat nel telefono di Luke, ma anche all'inverosimile definizione grafica di una certa webcam… Mi rendo conto che ogni romanzo pretenda un pizzico di sospensione dell'incredulità, ma qui si arriva a livelli assurdi, e non mi riferisco soltanto al comparto medico per il quale l'autrice si tutela citando la licenza poetica nei ringraziamenti. Tutto questo ci unisce poi a un giallo privo di rivelazioni stupefacenti: ogni scoperta dei protagonisti può essere azzardata con capitoli di anticipo, e questo potrebbe rendere la lettura piacevole se volete sentirvi brillanti, peccato che io fossi alla ricerca di un titolo meno prevedibile.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 26 febbraio 2026

"Il problema della pace" di Joe Abercrombie

Il problema della pace (L'Età della Follia #2)Il problema della pace by Joe Abercrombie
My rating: 4 of 5 stars

"Orso stesso indossava un'uniforme ancora più pomposa, e l'unica azione militare cui aveva partecipato era stata circondare una delle sue stesse città e impiccare duecento suoi sudditi. Quando si trattava di impostori, lui era certamente il peggiore in tutto il Cerchio del Mondo"


VOGLIAMO PARLARE DEI FEROMONI CHE RILASCIA LEO?

Mi è servito quasi un intero anno per raccogliere il coraggio necessario a continuare L'Età della Follia, un po' per lo scoraggiamento causato dagli aspetti meno riusciti del primo libro, ma soprattutto per lo scarso interesse verso le narrazioni seriali che ho sviluppato nell'ultimo periodo, motivo per cui trovo terribilmente pesante portare avanti trilogie e affini. Per ovviare al problema ho pensato fosse una buona idea optare per una terapia d'urto: affrontare le serie attualmente in lettura tutte d'un fiato, iniziando il volume successivo non appena terminato quello precedente. E com'è logico ho cominciato dalla storia che attendeva da più tempo di essere conclusa, approdando così a "Il problema della pace", forse il più apprezzato tra i romanzi di Abercrombie. Un apprezzamento che purtroppo non riesco a condividere appieno, ma partiamo con la trama.

Come nel caso di "Un piccolo odio", al lettore vengono proposti sette POV distribuiti nelle diverse terre che compongono il Mondo Circolare. Al Nord continuano le tensioni tra Possente e il Protettorato, che vediamo attraverso gli occhi di Trifoglio da un lato e di Rikke dall'altro, la quale è anche impegnata nel trovare un modo per tenere a bada -e magari poter sfruttare- la Vista Profonda. Vick è inizialmente incaricata di fermare un tentativo di secessione a Westport, ma poi avrà modo di ricongiungersi con gli altri protagonisti ad Adua, dove quasi tutti parteciperanno al matrimonio dell'improvvisamente celeberrimo Lord Isher. Questo sposalizio diventa quasi il nucleo della prima parte, e getta le basi per motivare una cospirazione ai danni del nuovo re Orso e del suo tanto odiato Consiglio Chiuso.

Ovviamente gli eventi risultano molto più articolati, specialmente nei passaggi dove si lascia spazio alle molte voci dei personaggi secondari, tecnica già utilizzata in precedenza dal caro Joe e sempre con esiti brillanti. Non a caso i capitoli dell'attentato organizzato dagli Incendiari e quello della battaglia campale sono tra i migliori del testo, assieme alle scene di confronto tra i protagonisti, nelle quali l'autore riesce a intessere degli ottimi dialoghi, fondamentali per la loro crescita individuale. Quest'ultima riguarda un po' tutte le figure più rilevanti, ma penso che lo sviluppo maggiore qui sia toccato a Vick (di cui finalmente viene svelato del tutto il passato), Rikke e Orso; pure Savine sul finale ha un buon riscatto, che mi fa sperare in un suo futuro chiarimento con Glokta.

In generale, i rapporti tra genitori e figli sono uno dei temi più presenti, e ho apprezzato le diverse sfumature date a essi: troviamo dinamiche più affettuose e altre di aperto contrasto, padri che vorrebbero essere più presenti e figli determinati a mantenerne viva la memoria. Sul piano sociale, Abercrombie sfrutta inoltre il suo universo letterario per creare dei parallelismi non troppo sottili con la contemporaneità. Troviamo quindi una critica abbastanza netta al sistema bancario e per contro un endorsement verso una ribellione atta a sovvertire l'ordine quando questo viene percepito come ingiusto, ma anche al modo in cui i singoli individui recepiscono il fenomeno dell'immigrazione e i suoi effetti. Ovviamente il contesto fantasy permette all'autore di prendersi qualche libertà e allo stesso tempo di toccare temi legati al mondo attuale come l'omofobia.

Per quanto riguarda i personaggi, ho molto gradito il ritorno di alcune vecchie conoscenze, che ritengo siano state utilizzate in maniera intelligente all'interno della storia: non per merito fan service, ma con dei ruoli chiari e credibili. Da parte di un paio di protagonisti invece mi sarei aspettata un contributo maggiore, e penso specialmente a Trifoglio (che esclusa la svolta sul finale serve soltanto a tenerci aggiornati sugli spostamenti di Crepuscolo), Leo e soprattutto Grosso, il quale aveva un sacco di potenziale essendo legato in modo diretto con gli Spezzatori, ma questa sua connessione viene sfruttata ben poco. In generale, credevo sinceramente che questo aspetto così caratteristico della serie rispetto ai lavori precedenti del caro Joe diventasse più centrale, ma immagino se lo sia voluto tenere da parte per il gran finale.

Tra i lati non proprio positivi annovero poi il ritmo abbastanza lento -che caratterizza anche le parti in teoria più dinamiche dell'intreccio-, gli spostamenti un po' troppo veloci e semplicistici, e la presenza di passaggi poco chiari specialmente durante gli scontri e sul lato pseudo-spiritualista legato a Rikke. Per quanto riguarda l'edizione nostrana, ancora una volta il lavoro di traduzione svolto da Rialti non mi ha convinto, perché ho riscontrato delle scelte lessicali sbadate nonché diversi errori: passi il cambiare i nomi da un volume all'altro, ma farlo più volte all'interno dello stesso libro credo sia inaccettabile!

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giovedì 12 febbraio 2026

"Sono parte del tuo mondo" di Abby Jimenez

Sono parte del tuo mondo. Part of your WorldSono parte del tuo mondo. Part of your World by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Volevo di più. Volevo vedere il suo mondo con i miei occhi, non solo sbirciarlo dietro le tende. Volevo farne parte. Vi si accedeva solo su invito, però. E dubitavo che ne avrei mai ricevuto uno"


WAKAN COME MACONDO

Non sono certo approdata al 2026 senza aver mai letto un romance in vita mia, eppure sono stati necessari svariati decenni come lettrice per raggiungere finalmente un'insperata epifania: i libri rosa possono piacermi, e anche parecchio! Per anni sono rimasta fermamente convinta di non potermi gustare questo genere di storie, turlupinata da alcune mie vecchie letture, libri che solitamente acquistavo per leggere narrazioni avventurose o misteriose e poi risultavano essere in primis delle romance scadenti. La via giusta per me pare essere quella tracciata da "Sono parte del tuo mondo", un volume manifestamente romantico nel quale la presenza di elementi estranei arricchisce il contenuto, evitando di eclissarne il cuore; e soprattutto dove l'autrice può dedicarsi al cento per cento alle dinamiche di coppia, senza perdere tempo a tratteggiare un mondo fantasy rabberciato o a intessere una trama mystery poco credibile.

Qui l'intreccio è invece estremamente lineare e viene illustrato al lettore con chiarezza fin da subito: i protagonisti conducono delle vite agli antipodi sotto una quantità di punti di vista, quindi si trovano costretti a scendere a dei compromessi per portare avanti la loro storia d'amore. La narrazione segue alternativamente i POV dei due personaggi principali: lei è Alexis "Ali" Elizabeth Montgomery, medico d'emergenza nell'ospedale Royaume Northwestern a Minneapolis dove la sua famiglia lavora da generazioni, mentre lui è Daniel Grant, il gestore di un b&b nella tenuta di Grant House a Wakan, un'immaginaria cittadina del Minnesota nei pressi di Rochester. Oltre a focalizzarsi sul contrasto tra metropoli e campagna, ricchezza e umiltà, vita sofisticata e semplice, il libro tocca altre tematiche più triggeranti come le conseguenze psicologiche degli abusi domestici e delle pressioni sociali.

Argomenti che Jimenez tratta in maniera ottima e approfondita raccontandoci la figura di Alexis, da poco uscita da una relazione problematica che fatica a comunicare con le persone a lei più vicine quanto si senta a disagio. Per questo motivo e per il valido percorso di crescita che affronta nel corso del romanzo, la protagonista femminile si colloca ai primi posti tra i punti di forza; anche la caratterizzazione di Daniel è ben strutturata, ed è evidente quanto l'autrice si sforzi nel dare anche a lui obiettivi da raggiungere e difficoltà da superare, partendo però da un base così idilliaca da avere ben poco margine sul quale lavorare. Come coppia ritengo siano comunque ben assortiti: il rapporto parte da un'attrazione istantanea più che credibile e si sviluppa in modo naturale e coerente con le loro personalità.

Comprimari e antagonisti non sono da meno, fatti salvi alcuni comportamenti o espressioni un po' troppo caricaturali e sopra le righe. Il cast riesce a svolgere il suo ruolo di supporto od ostacolo nei confronti dei protagonisti senza grossi intoppi, oltre ad abbellire la narrazione con diverse personalità degne di nota come quella di Briana "Bri", amica del cuore di Alexis che sarà protagonista nella storia companion. Ho trovato apprezzabile anche la prosa, per la sua gradevolezza ma anche per quanto risulti scorrevole; sull'umorismo invece ho qualche riserva… sono presenti così tante battute che è inevitabile trovarne qualcuna di proprio gusto, ma diverse freddure mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo.

Oltre alla già citata perfezione poco credibile e abbastanza frustante di Daniel -che si estende all'intera cittadina di Wakan-, tra gli aspetti meno riusciti colloco in primis la gestione superficiale di alcune sottotrame legate ai problemi dei personaggi secondari; in particolare nel caso della depressione di Doug (mi rendo conto che una persona può sembrare allegra anche quando sta male, ma la sua malattia non si manifesta neppure una volta nell'intero volume!) e del matrimonio turbolento di Liz, che viene associato a forza alla sua possibile relazione con Brian. Personalmente ho poi trovato artificioso vil pretesto di trama iniziale collegato al gemello di Alexis, fuori luogo la presenza di elementi associabili al realismo magico e troppo rapido e zuccheroso il finale. Per quanto riguarda l'edizione, direi che è in linea con il basso costo del volume: refusi a non finire, che portano parecchia confusione quando si passa da un POV all'altro.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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