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giovedì 21 maggio 2026

"Al crepuscolo" di Stephen King

Al crepuscoloAl crepuscolo by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Ebbe la sensazione che quella scrivania fosse stata usata. Che Pickering vi si sedesse per scrivere a mano, curvo come un bambino in un'aula di qualche piccola scuola di campagna. A scrivere cose a cui preferiva non pensare"


SIFKITZ DOVREBBE TEMERE L'AI, NON IL COLESTEROLO!

Vista la mia attuale lentezza nel portare avanti le letture non ci speravo proprio, e invece ben prima di metà anno sono arrivata già all'ottava raccolta targata King; non male, considerando che non potrò andare oltre "Il bazar dei brutti sogni" per evitarmi spoiler della combo seriale di Bill Hodges e Holly Gibney. Tornando a questo "Al crepuscolo", ci troviamo davanti un'antologia che raccoglie tredici racconti dei quali un solo inedito, e dalla lunghezza non troppo variabile -si spazia tra le dieci e le ottanta pagine- sebbene alcune siano ufficialmente indicate come novelle.
Pur essendoci diversi riferimenti ad altre opere dell'autore e ad alcune tra le sue ambientazioni più celebri, a livello tematico e di continuità non ho riscontrato molta sostanza, però il volume merita un recupero per alcune delle perle che nasconde. Come nel caso degli altri compendi del caro Stephen, valo ad analizzare e valutare singolarmente ogni storia, calcolando poi il voto complessivo in base alla media generale.


"Willa" - tre stelline e mezza
Si parte con un racconto abbastanza breve, che riesce nel contempo a dimostrare un'ottima tempistica narrativa. La prospettiva scelta è quella di David Sanderson, che assieme ad altre persone è bloccato nella stazione ferroviaria di Crowheart Spings nello Wyoming, in attesa di un treno sostitutivo dopo il deragliamento del loro; accortosi dell'assenza della fidanzata Willa Stuart, l'uomo si incammina verso la vicina città per rintracciarla. A livello di trama non ci si può sbilanciare oltre senza incorrere in qualche spoiler, anche perché la svolta principale è così ben gestita che sarebbe un vero peccato conoscerla in anticipo, checché ne dica il caro Stephen nelle note finali. Tra i pregi mi sento di includere il concept alla base e la caratterizzazione di David e Willa, tanto come singoli protagonisti quanto nella loro dinamica di coppia; meno bene i comprimari -che rimangono delle mere figure di sfondo- e la conclusione eccessivamente positiva.

"Torno a prenderti" - quattro stelline
Questa è una delle storie più corpose, tanto da aver ottenuto anche un volume indipendente, seppur sia ben lontana dalle solite, titaniche novelle di King. La protagonista della vicenda è Emily Owensby, una giovane madre in lutto per la morte improvvisa della figlia Amy; nel suo tentativo di metabolizzare quanto accaduto, la donna inizia a dedicarsi alla corsa, attività che diventa talmente importante nella sua quotidianità da spingerla a lasciare il marito Henry e trasferirsi a Vermillion Key, dove il padre ha una casetta per le vacanze. Partendo da questo contesto, viene strutturata un'avvincente storia di sopravvivenza fisica che crea un parallelo evidente con la sopravvivenza emotiva e psicologica alla quale Emily deve puntare; purtroppo lo stacco tra questi due filoni narrativi è talmente improvviso e repentino da lasciare un po' spaesato il lettore, e questo è forse l'unico elemento davvero negativo del racconto. Tra i punti di forza possiamo invece annoverare il lavoro di introspezione fatto sulla protagonista, la solidità dei caratteri secondari e il lato survival: decisamente credibile e ben ritmato. La crudezza della componente horror è alquanto soggettiva, ma personalmente l'ho trovata adeguata al contesto e molto godibile.

"Il sogno di Harvey" - tre stelline e mezza
Passando a un formato ridotto rispetto al precedente troviamo la storia di Janet "Jax" e Harvey, moglie e marito che portano avanti da tanti anni un matrimonio non sempre facile, nel quale ci sono stati momenti di gioia -specialmente legati alle loro tre figlie- ma anche difficoltà, come la recente diagnosi di Alzheimer per l'uomo. Quando un mattino lui inizia a raccontarle un bizzarro incubo avuto la notte precedente, la protagonista pensa sia un episodio collegato alla sua malattia pur rimanendone sempre più turbata, fino a una conclusione che lascia supporre non si tratti né di un fenomeno onirico né di un ricordo alterato. Il connubio tra reale e fantastico è molto ben riuscito, e introduce anche un fattore horror coerente nella sua inquietudine e fortemente allegorico; a livello di trama e personaggi non mi posso dire altrettanto soddisfatta perché sono entrambi ridotti all'osso, anche nel caso di Janet che magari avrebbe potuto ottenere un paio di pagine in più per analizzare meglio i suoi sentimenti verso la famiglia. L'idea comunque non è affatto malvagia, e si adatta molto bene alla brevità del testo.

"Area di sosta" - due stelline e mezza
È una storiella alquanto dimenticabile quella in cui il caro Stephen ripesca per l'ennesima volta dal cilindro l'alter ego Richard Bachman, con il quale si cala nei ruoli dei due protagonisti del racconto: mentre lui interpreta l'ex insegnante di inglese John Andrew Dykstra, il suo pseudonimo editoriale riveste il ruolo di Rick Hardin ovvero il nome con cui vengono pubblicati i libri del primo. Il passaggio da un'identità all'altra viene simboleggiato dal viaggio di ritorno da incontri e conferenze, durante uno dei quali si svolte la narrazione; a una stazione di servizio, Dykstra assiste a un'aggressione e si interroga su quale sia il modo migliore per intervenire, tirando in ballo anche il suo alias Hardin e la loro creatura letteraria detta Cane. L'atmosfera mi ha convinto ma l'intreccio non è particolarmente brillante, e anche la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale e stereotipata; non che lo spunto offrisse chissà che margine di creatività, ma si poteva azzardare qualche guizzo meno banale.

"Cyclette" - una stellina e mezza
Meglio la banalità delle idee troppo bislacche e caotiche, verrebbe da pensare leggendo la disavventura di Richard Sifkitz, disegnatore commerciale freelance di SoHo che, dopo aver ricevuto un ammonimento dal medico per il suo alto valore di colesterolo decide di migliorare lo stile di vita, scegliendo cibi più sani e acquistando una cyclette Brookstone con la quale allenarsi. Di pari passo, l'artista inizia anche una serie di dipinti legati a una specie di metafora biologica: gli enzimi nel suo organismo si trasformano in operai impegnati nella semplificazione dei lipidi, che però si trovano ora con sempre meno lavoro, situazione che li rende scontenti ma soprattutto pericolosi. Sono quindi presenti molti elementi con poco in comune, e se alcuni potrebbero risultare interessanti (specialmente la realizzazione di essere un personaggio immaginario) altri sono soltanto stranianti -come i retroscena personali dei vari enzimi- oppure già visti, perché di quadri viventi il caro Stephen ce ne ha rifilati pure troppi! La caratterizzazione del protagonista è alquanto trascurabile, mentre definirei quella degli "operai" stereotipica; la componente horror è debole e la stranezza generale rende quasi comico il contesto, annullando i tentativi di creare tensione. Il messaggio di fondo funziona poi male, perché Sifkitz non diventa mai un patito del fitness, e non saranno certo un paio d'ore alla cyclette a rendere superflua l'attività svolta dagli enzimi.

"Le cose che hanno lasciato indietro" - quattro stelline
Se prima c'era il rischio di scoppiare a ridere, questo racconto invece cerca in modo alquanto palese di spostare il barometro emotivo del lettore verso la tristezza, dal momento che gli attentati dell'11 settembre sono un elemento cardine della storia. Il protagonista è Scott Staley, all'epoca dell'attacco alle Torri Gemelle impiegato nella compagnia assicurativa Light and Bell Insurers; scampato alla tragedia per caso, l'uomo si porta addosso il peso delle vittime che conosceva e fatica ad allacciare nuovi legami di amicizia. L'inspiegabile comparsa in casa sua di alcuni oggetti appartenuti ai colleghi defunti porta Scott a interrogarsi sulla sua sanità mentale e a chiedere consiglio alla vicina Paula Robeson; e seppure il rapporto tra i due non sembri da subito destinato a durate, diventa un trampolino di lancio per riportare il protagonista alla vita. Due caratteri abbastanza sfaccettati seppur non proprio memorabili, che portano avanti una trama semplice e coerente verso un epilogo forse un pelino sentimentale, ma in linea con quanto raccontato fino a quel punto. In altri contesti avrei visto in questo concept un fastidioso il tentativo di commuovere, ma King è stato molto abile (o comunque più abile di Safran Foer) a direzionare l'attenzione sulle fasi successive del lutto e dare al protagonista un ruolo oltre a quello di tragico superstite. Più che horror qui si può parlare di angoscia psicologica, mentre l'elemento fantastico è soltanto uno strumento per dare il via alla vicenda, un po' come l'assenza per ferie del portiere Pedro.

"Pomeriggio del diploma" - tre stelline e mezza
Il racconto più breve dell'antologia prende ispirazione da una sorta di allucinazione farmacologica dell'autore, e questo spiega forse perché la trama sia praticamente assente. Il punto di vista è quello dell'adolescente Janice Gandolewksi, in procinto di diplomarsi e intraprendere il percorso universitario verso il suo sogno di diventare giornalista; la ragazza si trova nella tenuta del suo ragazzo Bruce "Buddy" Hope, dove la famiglia ricca e snob di lui non la fa sentire granché benvenuta. Un evento imprevedibile arriva però a sconvolgere delle esistenze calate in ruoli ben definiti, e se da un lato ho trovato interessante l'idea di smuovere in modo tanto netto le sorti dei personaggi, dall'altro devo tenere conto del nulla di fatto a livello narrativo: la storia termina ancor prima di iniziare, un bel concetto e al tempo stesso un contenuto insoddisfacente. A portare a casa una sufficienza abbondante questa volta è soprattutto il cast, composto da caratteri credibili e inquadrati in modo intelligente nelle pochissime pagine a disposizione. Il finale a libera interpretazione del lettore potrebbe lasciare perplessi, ma personalmente mi è sembrato adeguato al contesto.

"N." - quattro stelline e mezza
L'unico inedito dell'antologia è anche uno dei racconti più lunghi e dalla struttura meno scontata: la narrazione si articola infatti in una serie di messaggi e annotazioni che passano da un personaggio all'altro in questa staffetta all'insegna della follia incombente. Alla base di tutti i documenti ci sono le sedute di terapia tra il dottor John "Johnny" Bonsaint e il suo paziente N., all'apparenza affetto da una grave forma di disturbo ossessivo compulsivo che prosciuga ogni sua energia e lo porta a compiere azioni bislacche al fine di impedire una presunta apocalisse. Un confronto fra la convinzione paranormale e la razionalità della scienza quindi che, pur non essendo troppo originale (anche per lo stesso autore, come si è visto nel suo classico "Pet Sematary"), risulta essere uno spunto convincente sul quale basare una storia forse un po' prevedibile ma sempre scorrevole e coerente. Tra gli aspetti più apprezzabili includerei anche l'interessante formato e i solidi personaggi; la parte finale è quella che invece mi ha convinto meno, sia per la conclusione banale sia per la poca chiarezza nel passaggio di testimone tra Sheila a Charlie, perché fino a quel punto c'è una consequenzialità coerente tra le figure coinvolte, mentre non sembra esserci una ragione univoca per la scelta della donna. Per il mio gusto, il lato horror risulta troppo allegorico: preferisco quando King opta per minacce più concrete.

"Il gatto del diavolo" - cinque stelline
E dal più recente, passiamo al racconto di gran lunga più vecchio: a dispetto di quanto asserito dal caro Stephen in "Incubi e deliri", almeno una delle sue vecchie storie (per la precisione del 1977) non era ancora stata pubblicata in una raccolta, e devo dire che ritengo una fortuna la sua decisione di porvi rimedio. La narrazione segue il sicario John Halston che si trova per le mani un incarico a dir poco bizzarro quando l'anziano magnate farmaceutico Drogan gli chiede di sopprimere un gatto e -con una teatralità degna della Grimilde disneyana- portargli come prova la sua coda. Non voglio sbilanciarmi sulle motivazioni del committente o sulla reazione di Halston a questa insolita richiesta, ma devo dire che l'intreccio fila molto bene, con un ritmo impeccabile e una conclusione coerentemente (s)gradevole. I personaggi non sono granché approfonditi ma funzionano all'interno della storia e la parte più spaventosa si inserisce con gusto e risulta terrificante al punto giusto. L'unico neo che potrei trovarci è la figura stessa del gatto, perché rappresenta un elemento più che classico del genere dai tempi di Poe... perché nessuno scrivere invece degli indicibili crimini commessi da un alpaca demoniaco?

"Il «New York Times» in offerta speciale" - due stelline
Un altro balzo temporale ci porta fino al più recente tra i testi già pubblicati in precedenza, dove ritorna il tema dell'esistenza ultraterrena nella storia di Anne "Annie" Driscoll, una neo-vedova che riceve una telefonata a dir poco inaspettata. Un concept carino anche se già visto ulteriormente svilito dalla fretta con cui l'autore lo sviluppa, come se avesse una gran urgenza di arrivare alla conclusione, tra l'altro parecchio insoddisfacente. I personaggi di per sé sono abbastanza trascurabili, però quello che manca davvero è la sostanza della relazione tra la protagonista e il marito: in una narrazione tanto concentrata sul fattore emotivo, il lettore dovrebbe sentirsi più coinvolto dai legami sentimentali! Ho trovato interessante la trovata delle premonizioni e mi fa piacere che King si sia divertito a scrivere questo racconto in una sola, lunga nottata australiana, ma personalmente temo lo dimenticherò tra non molto.

"Muto" - quattro stelline
Si parla ancora di matrimoni, andando però a trattarne uno ben oltre lo scatafascio, quello del viaggiatore di commercio Monette che incontriamo mentre è impegnato in due distinte confessioni: quella a un autostoppista sordomuto caricato sulla strada verso Derry e quella successiva (e decisamente più tradizionale) a un sacerdote. Il fulcro delle sue vicissitudini è sempre la relazione ormai al capolinea con la moglie, per la quale i suoi interlocutori propongono delle soluzioni decisamente dissimili. Altro caso in cui ho apprezzato molto la struttura narrativa diversa dal solito -nella quale l'autore alterna le due interazioni del protagonista- perché questo permette di svelare l'intreccio un po' per volta, creando una buona tensione e adottando un valido ritmo; al momento della risoluzione mi sarei forse aspettata qualcosina di meno allusivo, o per lo meno di più coraggioso. Anche il contesto manca un po' di solidità, specie perché Monette rimane sempre vago tanto sugli spostamenti quanto sulle intenzioni, però la caratterizzazione è abbastanza convincente, i commenti non-poi-così-pii del religioso creano un'identità distintiva e la battuta su Playboy scritta per un racconto pubblicato su Playboy è una vera chicca.

"Ayana" - tre stelline e mezza
Metafore e allusioni continuano a farci compagnia nel resoconto fatto da un anonimo insegnante di inglese che, ormai anziano e solo, sente di potersi confidare su alcuni miracoli medici ai quali ha partecipato più o meno inconsapevolmente. La sua vicenda inizia nei primi anni Ottanta con il padre del protagonista Don "Doc" Gentry che guarisce in modo apparentemente inspiegabile dal suo tumore al pancreas, per poi continuare fino all'ultimo intervento prodigioso del 1997. Trovo molto interessante il concetto sul quale ha voluto riflettere l'autore -il filtro di misticismo attraverso il quale le persone guardano alle malattie e alle guarigioni-, inoltre il narratore è carismatico e l'intreccio dimostra del potenziale, che magari una narrazione più lunga avrebbe permesso di esprimere meglio. Sono rimasta invece un po' perplessa dalla scarsità di risposte (sul funzionamento dei miracoli, ma non solo!) e dalla presenza di un personaggio che sembrerebbe ricalcare lo stereotipo del magical negro: ne "Il miglio verde" era molto più chiaro e fastidioso, ma nel frattempo sono anche passati più di dieci anni!

"Alle strette" - cinque stelline
Conclude la racconta un'altra delle storie più lunghe, che possiamo accomunare a "Torno a prenderti" anche per la tematica della sopravvivenza in condizione estreme; la resa in questo caso è stata però decisamente migliore, fosse soltanto per la maggior naturalezza con cui si passa dal contesto quotidiano alla situazione di pericolo. Al centro della narrazione c'è l'acrimonia tra i vicini di casa Curtis Johnson e Tim Grunwald, nata dalla contesa per l'acquisto di un terreno e esacerbata da altri eventi spiacevoli che hanno caratterizzato le loro vite. Quando Curtis riceve un messaggio all'apparenza cordiale da Grunwald pensa sia arrivato il momento di riappacificarsi, senza realizzare che il suo vicino è tutt'altro che disposto a cercare un compromesso; da questa base, la situazione degenera fino ad arrivare a un climax coinvolgente e terrificante. L'intreccio fila quindi a meraviglia, così come la prosa e il lato survival; molto interessante anche la caratterizzazione di Curtis e il modo in cui decide di riesce a risolvere le sue difficoltà tangibili e psicologiche. Per quanto riguarda la sua nemesi, ho una mezza riserva perché non dimostra un comportamento sempre in linea con le sue affermazioni, ma è soltanto una piccola sbavatura in un racconto per altro eccellente. Sebbene faticherei a consigliarlo a cuor leggero, o a stomaco pieno!

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 9 aprile 2026

"Tutto è fatidico" di Stephen King

Tutto è fatidico: 14 storie nereTutto è fatidico: 14 storie nere by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza … una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato"


QUATTRO DIVORZI E UNA (MANCATA) AUTOPSIA

Continua con un buon ritmo il mio recupero cronologico delle antologie del caro Stephen con la sua settima "Tutto è fatidico", composta da quattordici racconti non originali, principalmente concentrati sul genere horror. Una serie di narrazioni che non solo mi hanno riportato a Derry, Castle Rock e sulla via per la Torre Nera, ma è anche riuscita a stupirmi: pur non essendo molto popolare, penso possa ambire al titolo di miglior raccolta. Almeno per quanto riguarda le storie brevi, perché in quanto a novelle "Stagioni diverse" tocca delle vette non ripetibili!
Anche questa volta, sono andata ad assegnare un voto singolo a ogni titolo, per poi calcolare la media e trasformarla nella valutazione globale, con un lievissimo arrotondamento in positivo che trovo più che corretto per una lettura capace di trasmettere emozioni tanto variegate.


"Autopsia 4" - tre stelline
Si comincia con una storia dalla premessa parecchio cupa e angosciante, che il caro Stephen decide però di trattare con piglio quasi comico: l'agente di cambio Howard Randolph Cottrell, sosia di Michael Bolton e appassionato giocatore di golf, si risveglia all'interno di una sacca mortuaria e realizza di star per subire un'autopsia; ancora in dubbio sulla sua stessa condizione di vivente, Howard si ingegna in ogni modo per fermare l'operazione. Pur non essendo granché originale, lo spunto si dimostra interessante e ben gestito, inoltre il ritmo scorre ottimamente -con le varie rivelazioni piazzate con intelligenza nei momenti più opportuni- e i commenti del protagonista all'assurda piega degli eventi mi hanno convinto quasi sempre. Peccato che il black humor venga contaminato fin troppo da commenti sessualizzanti di dubbio gusto, inoltre mi sarei aspettata una piega meno forzatamente comica: gli elementi per creare più tensione e terrore non mancavano di certo.

"L'uomo vestito di nero" - quattro stelline
Nel secondo racconto si torna su binari più nettamente horror, con l'anziano Gary che -sentendosi ormai prossimo alla fine della sua esistenza- decide di trascrivere su un diario un incredibile episodio della sua infanzia: nei boschi vicino alla Castle Rock di inizio Novecento, il protagonista allora novenne incontrò un signore distinto, inquietante e decisamente affamato. Ispirandosi (a mio avviso molto vagamente) a un celebre racconto di Hawthorne, King ricava una piacevole storia caratterizzata da alcuni validi picchi di tensione, descrivendo in poche pagine un personaggio credibile e ben strutturato. La figura più interessante è però quella dello straniero nel bosco, nel quale si mescolano con attenzione malizia e aggressività, creano dei parallelismi non troppo velati con il mondo reale; peccato che questo antagonista non ottenga molto spazio, risultando una minaccia meno incisiva di quanto mi sarei aspettata.

"Tutto ciò che ami ti sarà portato via" - quattro stelline
La vicenda che vede come protagonista il commesso viaggiatore Alfie Zimmer porta il nero promesso da questa antologia a virare verso un blu cupo: l'uomo si trova in Nebraska, in particolare si è fermato in un Motel 6 sull'Interstate 80, ma con dei propositi ben diversi da un tranquillo pernottamento; a mettere in dubbio le sue convinzioni è il quadernetto sul quale ha appuntato graffiti trovati nelle stazioni di servizio durante anni di viaggi di lavoro. Ammetto di aver un po' patito la mancanza di una trama chiara, nonché la pochezza di dettagli sulla vita di Alfie e sugli eventi che l'hanno portato in quel luogo. La prosa riesce in buona parte a compensare queste lacune, portando l'attenzione sullo stato d'animo e sui dettagli psicologici di un protagonista alquanto atipico. Mi devo inoltre schierare con Bill Buford, il collega che ha consigliato al caro Stephen di lasciare in dubbio il lettore sul destino di Alfie, perché una risoluzione più netta avrebbe distorto il messaggio stesso della storia.

"La morte di Jack Hamilton" - tre stelline e mezza
Nonostante il tono vecchio stile e il contenuto molto lontano dalla contemporaneità, questo racconto è il più recente della selezione. Ispirandosi per molti elementi alle fonti storiche, King dà voce al criminale Homer Van Meter, membro della Banda Dillinger che nei primi anni Trenta era celebre per le clamorose rapine in banca e l'antagonismo con FBI, specialmente con la figura dell'agente Melvis Purvis; è quest'ultimo a uccidere infine il capobanda John "Johnnie" Herbert Dillinger, evento che solleva però parecchie perplessità nell'opinione pubblica, tanto da spingere Homer a voler disambiguare le circostanze della morte del complice Jack "Red" Hamilton, quando Johnnie si procurò una vistosa cicatrice sul viso. Tutti questi personaggi sono delineati con grande cura e anche i rapporti di amicizia tra loro riescono a convincere -a dispetto delle poche pagine a disposizione-, ma per contro l'intreccio risulta davvero scarno vista la scelta di rimanere fedele agli avvenimenti storici. Il limite che ho riscontrato in questo caso è quasi esclusivamente personale: non provo alcun interesse per le storie di gangster e trovo la scelta lessicale (seppur del tutto in linea con il contesto) troppo lontana dalla sensibilità attuale.

"La camera della morte" - quattro stelline e mezza
In uno scenario geografico non propriamente chiaro (forse il Venezuela o la Colombia), il reporter del New York Times Fletcher viene interrogato da alcuni funzionari del ministero dell'Informazione a causa del suo appoggio a un gruppo paramilitare comunista. La narrazione evolve rapidamente, portando a un'escalation di tensione raccontata in modo magistrale, anche grazie alla presenza di alcuni dettagli horror ben contestualizzati. Di certo avrei gradito una maggior chiarezza per inquadrare concretamente gli eventi e gli antagonisti non fanno chissà che sforzo per uscire dai rispettivi stereotipi, però la storia trova la sua forza nel protagonista e nella sua determinazione a sopravvivere, e da questo punto di vista trovo che l'autore abbia svolto un lavoro eccellente: pronto a pensare fuori dagli schemi e a correre dei rischi -ma senza risultare per questo incosciente o sopra le righe-, Fletcher è un personaggio pratico e brillante per il quale non si può che fare il tifo.

"Le Piccole Sorelle di Eluria" - tre stelline
Il racconto più lungo dell'antologia è ambientato poco prima dell'inizio de "L'ultimo cavaliere", ma risulta comprensibile anche a chi fosse del tutto digiuno dalle vicende de La torre nera, anzi potrebbe essere un buon assaggio di quelle vibes utile per capire se valga la pena investire in un percorso lungo ben otto libri. Pur presentando degli elementi horror, la storia rimane di base un'avventura fantastica con protagonista l'immancabile Roland Deschain, che durante la sua ricerca dell'uomo in nero finisce nella città fantasma di Eluria; qui il pistolero viene attaccato dai lenti mutanti per poi essere soccorso dalle Piccole Sorelle di Eluria, un gruppo di religiose dedite all'aiuto dei malati i cui modi ispirano però ben poca fiducia. Una narrazione e un tipo di prosa che mi hanno rimandata ai primi capitoli della saga, un po' nel bene (la contaminazione di generi e sottogeneri, i dettagli più grotteschi, la conclusione dal sapore dolceamaro) ma soprattutto nel male, e penso in particolar modo alla figura di Roland: che intuisce tutto senza però agire di conseguenza, fa promesse pseudo-eroiche a casaccio, e aspetta che sia l'ennesima tizia innamorata di lui perché sì a risolvere i suoi problemi. Nel complesso, una quest carina ma dimenticabile la cui lunghezza intermedia le preclude tanto l'immersione tipica di romanzi e novelle quando l'incisività del racconto breve.

"Tutto è fatidico" - cinque stelline
Sempre abbastanza lunghetto e sempre collegato a La torre nera, questo racconto è però tematicamente più vicino alla novella "Uomini bassi in soprabito giallo", oltre ad avere come protagonista un altro degli Spezzatori che si troveranno a Devar-Toi durante gli eventi de "La torre nera". In questa narrazione leggiamo infatti di come Richard "Dinky" Ellery Earnshaw scopre la propria abilità paranormale di tracciare simboli e parole che influenzano gli animali e perfino gli altri esseri umani; un dono impossibile da ignorare e che gli permette di condurre una vita all'insegna dell'agio a Columbia City grazie alle sovvenzioni della misteriosa Trans Corporation. Il primo elemento ad avermi fatto capire che questa narrazione stava funzionando è il talento di Dinky: in bilico tra praticità e misticismo, è chiaramente una capacità sinistra ma fa anche parte di lui in modo indissolubile, ed è inoltre la chiave per mostrare la debolezza mortale del protagonista. Non c'è purtroppo tanto spazio per gli altri personaggi, eppure Mr Sharpton risulta perfetto nel suo ruolo da antagonista cortese; mi è sembrata adatta anche la svolta finale: come il potere dei segni, intriga e convince senza dover scendere in troppi dettagli.

"La teoria degli animali di L.T." - tre stelline e mezza
Se nelle due precedenti narrazioni ho trovato azzeccata la scelta di collocare la nota dell'autore all'inizio, in questo caso credo che la presenza di una premessa finisca per creare delle aspettative fuorvianti, in particolare pensando al finale. La voce narrante è quella di un dipendente della W.S. Hepperton ad Ames nell'Iowa, che riporta il racconto fatto dal suo collega L.T. DeWitt in merito alla separazione dalla moglie Cynthia Lulubelle Simms, la quale dopo averlo lasciato pare sia stata vittima del cosiddetto killer della mannaia; la causa della rottura tra i due sembrano essere i loro animali domestici: il cane Jack Russell terrier Frank regalato a lui che però adora lei, e la gatta siamese Lucy regalata a lei ma con un debole per lui. Pur avendo qualche accenno di tematiche più cupe, la storia punta soprattutto sull'inquietudine sensoriale e sul confine tra detto e non detto, creando una buona atmosfera di tensione che però l'epilogo non riesce a sfruttare appieno, scegliendo non solo di lasciare ogni possibile conclusione aperta ma non dando al lettore neppure qualche elemento concreto per inquadrare correttamente l'indole dei personaggi.

"Il Virus della Strada va a nord" - quattro stelline
Il protagonista di questo racconto è un grande classico del caro Stephen: un celebre scrittore horror! Richard Kinnell non lo incontriamo però mentre è al lavoro sul suo prossimo romanzo bensì durante un viaggio in auto, in particolare quando incappa in una svendita domestica nella città di Rosewood e subito decide di acquistare un quadro che pare angosciare tutti tranne lui, intitolato appunto "Il Virus della Strada va a nord". Accostata a "Rose Madder", questa vicenda mi è sembrata più una commistione tra "Il fotocane" (dove sono presenti delle inspiegabili immagini in movimento), "Christine. La macchina infernale" per la presenza di un'automobile decisamente sinistra e "La metà oscura" per la presenza di un individuo decisamente sinistro che non dovrebbe essere reale. L'aspetto spaventoso della storia quindi è ben riuscito, e anche il limitato cast funziona pur con qualche stereotipo; sul fronte del ritmo si poteva invece dare più spazio alla crescita della tensione, perché la sventura che colpisce Kinnell non ha abbastanza tempo per essere elaborata da lui né tantomeno dal lettore.

"Pranzo al «Gotham Café» - quattro stelline
Di recente trasposto in una graphic novel, questo racconto ha come spunto un altro divorzio: il broker newyorkese Steven Davis viene infatti lasciato dalla moglie Diane Coslaw; desiderando rivederla, l'uomo fissa un incontro con lei e il suo avvocato William Humboldt, che propone quindi un pranzo in un locale sulla Cinquantatreesima, il Gotham Café appunto. Dopo un'introduzione abbastanza placida e moderata, la narrazione degenera in poche pagine non appena entra in scelta il bislacco maître d'hôtel Guy, e devo dire di non aver apprezzato del tutto il cambio repentino nel ritmo, che si percepisce soprattutto nel confronto finale tra Steven e la ex moglie. Molto interessanti invece gli elementi horror -con qualche spunto da thriller psicologico- e il momento dello sgambetto, specchio di una dinamica relazionale tossica.

"Quella sensazione che puoi dire soltanto di francese"- quattro stelline e mezza
Quello tra Bill e Carol Shelton sembra invece un matrimonio felice, con la coppia in partenza per la seconda luna di miele in occasione del venticinquesimo anniversario a Captiva Island, in Florida. La narrazione sottolinea in più punti come anche questo rapporto all'apparenza perfetto -soprattutto dopo tanti anni difficili dal punto di vista finanziario- nasconda degli attriti, ma subito l'attenzione si sposta sul senso di déjà vu che influenza la donna nel viaggio in macchina dall'aeroporto. So bene che come sunto risulta poco chiaro, ma credo sia una storia da affrontare quasi alla cieca: più degli eventi, qui sono le sensazioni e il crescente disagio a creare le fondamenta del racconto, una soluzione narrativa che non sempre riesce a convincermi ma in questo caso l'ho trovata azzeccata. Molto interessante anche la chiave di lettura, che giunge come una piccola rivelazione verso la fine di una storia con il solo demerito di essere troppo breve, perché una manciata di pagine in più avrebbe permesso di dare maggior carattere ai personaggi e di approfondire i dettagli ricorrenti.

"1408" - quattro stelline
Un'altra storia alla quale avrei concesso volentieri maggiore spazio è quella di Michael "Mike" Enslin, scrittore divenuto celebre per i resoconti delle sue esplorazioni in luoghi infestati da spettri. Giunto al Hotel Dolphin, l'uomo si confronta con il direttore Mr Olin che tenta in ogni modo di dissuaderlo dal pernottare nella stanza 1408, dove molti ospiti sono morti oppure hanno riportato gravi traumi; incurante dei moniti ricevuti, Enslin entra nella camera per settanta minuti, anche se gliene saranno sufficienti molti di meno per comprendere il suo errore. Le pagine in più sarebbero servite in quest'ultima parte, dove imperano la poca chiarezza e il ritmo frenetico, aspetti che non permettono di cogliere al meglio la pericolosità del luogo a mio avviso. Ho trovato invece molto interessante il passato della stanza e il modo in cui ha influenzato le vite di tante persone, nonché il resoconto degli esperimenti condotti dal direttore. Il risultato è una buona narrazione dell'orrore, che inquieta e attrae il lettore, un po' come il luogo al centro della vicenda.

"Riding the Bullet - Passaggio per il nulla" - cinque stelline
Un secondo preferito a dir poco inaspettato, perché all'inizio la storia del viaggio in autostop dello studente universitario Alan "Al" Parker non mi sembrava granché appassionante. Avvisato del ricovero della madre Jean a seguito di un malore, il ragazzo percorre la Route 68 diretto alla natia Harlow (città natale anche del protagonista di "Revival", tra l'altro!) e durante il tragitto accetta il passaggio di un certo George Staub alla guida di una Mustang d'annata. Ovviamente l'intero viaggio è costellato da sensazioni angoscianti e sottotesti squallidi, che valgono al racconto la presenza in questa antologia; sono approvati in pieno anche la caratterizzazione dei personaggi e la descrizione del rapporto tra Al e la madre. Il vero punto di forza credo si nasconda nel modo in cui il protagonista affronta la scelta impossibile che gli viene posta, e soprattutto come riesce a convivere con le conseguenze. Mi rendo conto sia una scelta paracula dal punto di vista emotivo, ma apprezzo anche che King con questo racconto abbia cercato di elaborare il lutto per la perdita della madre, perché a conti fatti non mi è sembrata una scelta troppo ruffiana.

"La moneta portafortuna" - tre stelline e mezza
Nell'ultimo e più breve racconto si torna a parlare di stanze d'albergo con la cameriera ai piani Darlene Pullen, che nella camera 322 del Rancher's Hotel di Carson City trova come mancia un quarto di dollaro; la donna inizialmente è allibita da una regalia tanto misera, ma poi inizia a sospettare che la monetina sia dotata di poteri paranormali. Come spesso accade in queste narrazioni, quella che inizialmente sembra la risposta a ogni problema diventa in breve motivo di angoscia per le sensazioni negative che Darlene associa alla moneta. Una storia che ci racconta molto poco, poggiando principalmente su stereotipi e dinamiche collaudate, ma nel complesso convince e intrattiene: forse uno dei rari casi in cui un formato più lungo avrebbe sciupato l'idea, rendendo prevedibile una conclusione che qui risulta invece quasi brillante.

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venerdì 23 gennaio 2026

"Cuori in Atlantide" di Stephen King

Cuori in AtlantideCuori in Atlantide by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Mi piacerebbe scrivere una storia come questa, pensò quando finalmente chiuse il libro e si accomodò sul divano a guardare I've Got a Secret. Chissà se ne sarò mai capace. Forse. Perché no. Qualcuno doveva pur scrivere storie, del resto"


SE NON ERA LA GUERRA, ERANO LE SIGARETTE

Ho deciso di non impormi grandi obiettivi in ambito letterario per quest'anno, dal momento che mi rendo conto di avere poca concentrazione e ancor meno tempo disponibile; almeno qualche proposito vorrei però portarlo a termine, come la lettura delle vecchie antologie kinghiane. In realtà ho in cantiere questo recupero da qualche tempo, con una raccolta per anno: nel 2026 intendo invece schiacciare sull'acceleratore leggendone almeno tre o quattro. Ecco perché ho deciso di cominciare presto con "Cuori in Atlantide", un volume un po' diverso dai precedenti sia perché non segue lo schema consolidato di alternare racconti e novelle, sia per la presenza di personaggi ed eventi che collegano le cinque storie, tanto da essere etichettato come romanzo alla sua prima pubblicazione italiana.

Come per le precedenti antologie del caro Stephen, andrò ad analizzare ogni narrazione in maniera indipendente, mentre per la valutazione complessiva mi baserò sulla media dei singoli voti. Devo dire che in questo caso il metodo che ho scelto di adottare mi va un po' stretto: visto l'enorme dislivello tra la prima (e l'ultima!) narrazione e le successive, la lunghezza e la bellezza di una soltanto non hanno avuto purtroppo alcuna possibilità contro la mediocrità di tutte le altre. Mi sono comunque concessa di arrotondare leggermente per eccesso il mio giudizio finale, perché la conclusione mi ha lasciato delle sensazioni positive, che spero siano la parte più memorabile di questo volume nel tempo.


"Uomini bassi in soprabito giallo" - quattro stelline e mezza
Questa novella occupa da sola una buona metà del libro, quindi la potremmo reputare quasi un romanzo breve, tant'è vero che qualche anno fa è stata pubblicata anche in un volume indipendente. La narrazione prende il via nel 1960 ad Harwich, una cittadina fittizia del Connecticut dove vive l'undicenne Robert "Bobby" Garfield con la parsimoniosa madre Elizabeth "Liz", e dove l'anziano Ted Brautigan si trasferisce. Tra lui e Bobby si instaura subito una speciale sintonia che né la diffidenza della genitrice, né la bizzarra ossessione dell'uomo per i cosiddetti uomini bassi sembrano poter inficiare; questi misteriosi individui si dimostrano però una minaccia reale, tanto da costringere il ragazzino a prendere risoluzioni molto mature nel tentativo di salvare il suo nuovo amico.
Il rapporto tra Ted e Bobby, così come il percorso di maturazione intrapreso da quest'ultimo, sono il cuore della storia; in entrambi i casi il lavoro di introspezione svolto da King è impeccabile e risulta genuinamente toccante, specie nel finale dal sapore dolceamaro. Anche i comprimari e gli antagonisti si dimostrano all'altezza, delineando un cast solido e carismatico che ho trovato piacevole da seguire. Con la figura di Liz è stato forse compiuto qualche passo falso, ma nel complesso il caro Stephen è riuscito a rendere il suo comportamento coerente e comprensibile.
Ad aver depotenziato questo testo è stata invece la trama, che non è contraddittoria ma nel complesso mi è sembrata alquanto banale e prevedibile, in particolare se si considera che mi ero anticipata involontariamente il destino di Ted leggendo la serie La Torre Nera. Il collegamento a quella saga è invece un elemento che non saprei come categorizzare: da un lato sono una fan e ho quindi apprezzato i numerosi riferimenti, ma al tempo stesso mi rendo conto che la conclusione per chi non conosce quelle vicende potrebbe risultare troppo criptica, depotenziando l'esperienza di lettura.

"Cuori in Atlantide" - tre stelline
Un salto in avanti di sei anni ci porta nell'Università del Maine, dove Peter "Pete" Riley studia nel 1966, assieme anche a Carol Gerber, l'amica d'infanzia di Bobby che diventa un po' il filo conduttore di tutte le altre storie. Pete è anche il narratore in prima persona delle vicende che lo porteranno a rinnegare gli ideali repubblicani della sua famiglia d'origine, finendo per unirsi alle proteste contro la Guerra in Vietnam. Il suo ruolo nel presente non è però così positivo: lui e molti suoi compagni di dormitorio finiscono infatti per ossessionarsi al gioco di carte detto Cuori, e questa specifica ludopatia porta molti a lasciare gli studi o peggio, incuranti della possibilità di venir subito arruolati.
Grazie agli interventi di Carol, dei compagni Nate e Stoke, e dei genitori, Pete finisce invece per capire di dover mettere da parte le carte, non per il gioco in sé bensì per il genere di compagnia che ha iniziato a frequentare e della quale sta apprendendo gli spiacevoli costumi. Un percorso di crescita personale che non è malvagio in sé, ma a livello narrativo raggiunge appena la sufficienza: la trama è davvero risicata e procede con una lentezza soporifera. Le traversie di Pete non mi sono sembrate granché coinvolgenti, al punto che la scena più emozionante per me è stata quella in cui venivano citate in modo diretto la prima novella e le amicizie d'infanzia di Carol.
A riscattare in parte questa lettura sono i suoi personaggi, non tanto lo sciapo protagonista, quanto i suoi ben più sfaccettati compagni di università; anche i genitori mi sono piaciuti parecchio, mentre per Carol mi sarei aspettata un ruolo maggiormente incisivo. Sono in parte delusa anche dai rimandi a "Il signore delle mosche", perché amando il romanzo ho gradito le citazioni, peccato che verso la fine inizino a diventare inutilmente ridondanti: ho capito che Ronnie e i suoi compari si stanno trasformando nei cacciatori del capolavoro di Golding, non c'è bisogno di ripetermelo centomila volte!

"Willie il Cieco" - una stellina e mezza
Per contro manca del tutto la chiarezza nella storia che racconta di un William "Willie" Shearman ormai adulto, nella New York del 1983 dove vive con la moglie (o almeno così ho supposto io) Sharon. Legato ad altri personaggi della raccolta dal suo passato come bullo di Harwich prima e come soldato nella Guerra del Vietnam poi, l'uomo si è creato una procedura a dir poco intricata per passare attraverso due identità farlocche -ovvero l'impiegato Bill Shearman e il tecnico Willie Shearman- e approdare infine a quella che rappresenta la sua fonte di reddito: Willie Garfield, veterano cieco del Vietnam costretto a elemosinare per mantenere gli studi del figlio.
Il lettore viene subito informato che sia la cecità sia la prole sono una farsa, come sospetta anche Jasper Wheelock, poliziotto corrotto in cerca di un aumento sulla sua solita bustarella. Mentre seguiamo Willie in una sua giornata tipo a ridosso delle festività natalizie, scopriamo anche come intenda liberarsi da questa seccante presenza, dando probabilmente vita a una quarta identità. Più che un intreccio queste sono però le mie deduzioni, perché il testo è davvero criptico sia in merito agli eventi sia alla concretezza dei travestimenti: non si capisce mai se Willie ricorra a qualche espediente paranormale o si affidi semplicemente all'indifferenza dei cittadini newyorkesi.
Anche le motivazioni dietro alla sua routine rimangono fumose: sembra provare un gran senso di colpa nei confronti di Carol ma non fa nulla a parte annotare il suo rimorso su dei fogli, dona alle altre persone che elemosinano eppure in cuor suo pensa siano artefatti quanto lui, ha bisogno del benestare di Wheelock e al contempo pianifica di sbarazzarsene senza alcuna preoccupazione. Per questo motivo, il protagonista non mi ha trasmesso granché, neppure in relazione ai suoi traumi scaturiti dal conflitto, appena abbozzati e descritti in maniera troppo metaforica; il resto dei personaggi è ancor meno approfondito, quindi a conti fatti l'unico aspetto positivo è il misterioso lavoro di Willie (che ammetto mi abbia inizialmente incuriosita, portandomi anche verso ipotesi bizzarre come il sicario o la spia!) e l'unica attenuante che posso concedergli è l'essere stato pesantemente rielaborato rispetto al testo originale del 1994.

"Perché siamo finiti in Vietnam" - tre stelline e mezza
Un'idea simile, ma sviluppata in modo decisamente più chiaro è quella incentrata su John "Sully-John" Sullivan, amico d'infanzia di Bobby ai tempi di Harwich e reduce del Vietnam, dove ha rincontrato tra gli altri Willie. La sua storia ci trasporta al presente -almeno dal punto di vista della pubblicazione originale- ovvero nel 1999, quando Sully partecipa al funerale di un altro ex commilitone. Anche nel suo caso abbiamo quindi un approfondimento sulle conseguenze del conflitto, soprattutto a livello psicologico e relazionale; e pur sfiorando a tratti il surreale, penso che qui il caro Stephen abbia svolto un lavoro decisamente più coerente e immersivo.
A livello di trama ci sono davvero pochi elementi, soprattutto perché le vicende che riguardano il percorso del protagonista vengono accennate a più riprese nelle narrazioni precedenti; qui si spiega più nel dettaglio chi sia la mamasan, una sorta di fantasma allucinatorio che dà forma al disturbo mentale di Sully. Un'allegoria semplice ma efficace, così come l'immagine dei beni di consumo che cadono dal cielo rappresenta ottimamente quanto sia stato grande il sacrificio dei compagni di Sully in confronto con la pochezza delle comodità moderne.
Non posso dire che mi abbia folgorata, però questo racconto svolge in modo degno il suo compito e porta maggiore attenzione su un personaggio accantonato troppo in fretta nella prima storia.

"Scendono le celesti ombre della notte" - quattro stelline e mezza
Un po' quello che speravo succedesse per Carol in quest'ultima, brevissima narrazione, ambientata sempre nel 1999. Dopo decenni, Bobby torna ad Harwich in occasione di un funerale grazie al suo vecchio guanto da baseball, perso da bambino e ora ricomparso nella sua vita come per magia. Una magia da Frangitori, la stessa che sembra indicargli la possibile presenza di Carol alla commemorazione.
L'intreccio è estremamente limitato, quindi non voglio davvero rischiare dicendo qualcosa di troppo. Rimango però dell'idea che King si sia lasciato sfuggire l'occasione per approfondire finalmente la personalità di Carol, invece dobbiamo farci bastare un riassunto e un vago accenno a Randal Flagg. Anche in relazione al personaggio di Bobby non otteniamo delle informazioni troppo entusiasmanti, ma per contro ho trovato il suo ruolo qui del tutto in linea con quanto mostrato nel primo testo.
Si tratta insomma di una conclusione coerente, che lascia il lettore con un tocco di positività grazie alla quale potrebbe forse dimenticare nel tempo le infelici scelte delle narrazioni centrali.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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mercoledì 3 dicembre 2025

"Revival" di Stephen King

RevivalRevival by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Un secondo fulmine colpì il palo di ferro, colorandolo dello stesso blu che nei miei sogni circondava il capo di Charles Jacobs. Fui obbligato a chiudere gli occhi per non restare accecato. Quando li riaprii, l'asta brillava rosso fuoco"


IT'S NOT SCIENCE, IT'S A LOVECRAFTIAN MONSTER!

Ultimamente la mia esplorazione della bibliografia kinghiana è proseguita in modo discontinuo e randomico, con volumi scelti quasi a caso: perché trovati in vendita a poco prezzo oppure ricevuti in regalo. Per il 2026 ho intenzione di essere un po' più rigorosa, affrontando con una precisa intenzione le antologie del caro Stephen, ma nel frattempo concludo l'anno in corso con "Revival"; titolo ben poco chiacchierato, forse per la trama non proprio lineare o forse per le copertine tristi e banali che gli sono state assegnate. Devo dire che anch'io trovavo poco accattivante quella della mia copia (con quella specie di croce in CGI mal illuminata!), eppure la sinossi mi intrigava parecchio. Sinossi che però trovo giusto mettere in chiaro fin da subito è decisamente fuorviante.

Di base seguiamo una storia di formazione che copre l'intera vita del protagonista e narratore Jamie Edward Morton, in modo principalmente episodico. Con qualche eccezione marginale, le vicende raccontate si concentrano sul suo rapporto con Charles Daniel Jacobs, inizialmente introdotto come il nuovo reverendo di Harlow, la cittadina del New England in cui il bambino vive nei primi anni Sessanta. Il legame tra i due è subito forte, e permette di introdurre la passione di Jacobs per l'energia elettrica con cui si diletta a creare piccoli giochi, ma sulla quale basa anche degli studi meno innocenti. Tutto procede serenamente per qualche anno, finché un evento tragico non giunge a sconvolgere la visione del mondo dell'uomo che, persa completamente la fede religiosa, viene allontanato dai suoi concittadini. Lui e Jamie si rincontrano trent'anni dopo, quando quest'ultimo ha raggiunto un punto di non ritorno a causa della tossicodipendenza, ma il loro addio è ancora lontano.

Mi tolgo subito il dente: questa struttura a puntate non mi ha fatto impazzire. In primis, perché rende molto più difficile affezionarsi ai personaggi e farsi coinvolgere nelle loro vicende personali, ma anche per aver lasciato spesso in secondo piano il personaggio di Jacobs. Capisco la ragione dietro alla scelta di Jamie come protagonista, ma ciò porta a un numero ristretto di interazioni tra i due, così sappiamo pochissimo del percorso dell'ex reverendo e al contempo il rapporto di antagonismo tra loro non risulta così significativo, mentre tutto nella narrazione ci indica sia centrale. Verso l'epilogo il motivo per cui Jamie arriva a detestare Jacobs è palese -e condivisibile anche dal lettore-, ma prima abbiamo centinaia di pagine in cui sembra avercela con lui a torto ed esserne ossessionato più per principio che per una reale colpa dell'altro.

Oltre a rimpiangere l'assenza del POV di Jacobs, tra gli aspetti meno riusciti includo la lentezza con cui si sviluppa lo spunto principale, come anche la trama in generale. Non ho trovato l'intreccio particolarmente avvincente o capace di stupire: la direzione generale è abbastanza chiara, mentre le sottotrame collaterali hanno ben poca rilevanza e si riducono a brevi momenti di quotidianità che vengono sfruttati soprattutto per approfondire le relazioni personali del protagonista. È così che personaggi anche molto interessanti finiscono per rimanere poco più di comparse oppure relegati a brevi trafiletti per spiegare la loro uscita di scena dalla vita di Jamie.

Se non sono riuscita ad apprezzare il loro impiego nel romanzo, non posso però dire che questi caratteri siano delineati in modo superficiale o incoerente. Ancora una volta, il caro Stephen dedica molta cura all'aspetto della caratterizzazione, creando un cast di figure tridimensionali e carismatiche, che neppure la narrazione sincopata riesce a far risultare dimenticabili. Attraverso le loro interazioni, l'autore riesce a descrivere delle scene estremamente incisive sul piano emotivo, in particolare nei momenti in cui Jamie si confronta con i suoi familiari, con il suo datore di lavoro Hugh Yates, e ovviamente con la sua cosiddetta nemesi Jacobs. Proprio per questo mi spiace che le loro interazioni non siano più frequenti: quando sono in scena si percepisce con chiarezza come siano combattuti tra una spontanea simpatia e la consapevolezza di essere degli individui fallaci che risulteranno ancor più pericolosi insieme.

Per questo la prospettiva del Jamie adulto che racconta gli eventi più significativi della sua vita è a conti fatti una scelta giusta; infatti riesce a porre l'attenzione su degli elementi che al tempo presente non avrebbe considerato rilevati, motivando così la sua crescente preoccupazione verso le pratiche di Jacobs. Inoltre il suo POV è utile per includere nella narrazione una quantità di tematiche: non tutte ottengono il medesimo approfondimento, ma ritengo che King sia stato molto abile nel raccontare i sentimenti conflittuali di Jamie verso la sua famiglia, la grande passione per il mondo della musica, ma anche la prospettiva distorta nel periodo della dipendenza. Verso il finale questi aspetti cedono il passo al lato più marcatamente horror: si tratta di una svolta dalle tinte lovecraftiane, con chiarimenti quasi assenti ma degli ottimi momenti di tensione e di terrore verso l'ignoto. E seppure la risoluzione sembri un filino anticlimatica, lo considero un epilogo solido e coerente con la scrittura dei personaggi principali, perché non premia nessuno e anche chi sembra salvarsi è destinato a convivere con i propri errori.

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venerdì 29 agosto 2025

"La storia di Lisey" di Stephen King

La storia di LiseyLa storia di Lisey by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"E Scott parla una lingua che le è riuscita gioiosamente comprensibile fin da subito. Non la lingua dei Debusher, ma una lingua che conosce lo stesso molto bene, è come se l'avesse sempre parlata nei suoi sogni"


INSÁCCATELO E CINGHIATELO DA SOLO, GRAZIE

Anche alle persone più solari e spensierate capita di riflettere sulla propria morte, magari fantasticando sulle reazioni di amici e parenti o sul destino dei loro beni, ma solo il caro Stephen poteva arrivare a scrivere un intero romanzo su queste elucubrazioni. Come parecchi suoi lavori, "La storia di Lisey" ha infatti dei chiarissimi contorni autoreferenziali, incentrando la narrazione proprio su una coppia formata da un talentuoso ed apprezzato autore originario del Maine e sua moglie. I protagonisti scrittori sono uno stilema della produzione kinghiana, ma ammetto che la mia curiosità verso questo romanzo in particolare è nata nel momento in cui lo stesso King lo ha definito il suo preferito.

Purtroppo mentirei se mi dicessi d'accordo, ed una delle ragioni si cela proprio nella storia raccontata. La prospettiva scelta è quella di Lisa "Lisey" Debusher Landon, da due anni vedova dell'amato marito Scott, venuto a mancare prematuramente. Nel tentativo di elaborare il proprio dolore, ma soprattutto per le pressioni esterne da parte di persone che sperano di scoprire opere postume del romanziere, Lisey inizia a riordinarne l'ufficio; e questo la porta a smuovere vecchi ricordi, ma anche a rievocare fantasmi passati tutt'altro che metaforici. Tra la preoccupazione per la salute della sorella Amanda "Manda" e la minaccia di un fan dai tratti anniewilkesiani, si procede in un viaggio non sempre lineare tra i momenti più intensi e difficili del matrimonio con un uomo decisamente complicato.

Questa mancanza di linearità è il problema al quale accennavo, e non solo nell'intreccio in sé: i primi capitoli sono caotici, la trama oscilla tra l'essere dispersiva ed il farti chiedere se ci sia davvero, e generi parecchio lontani tra loro (come horror e realismo magico) vengono mescolati senza la necessaria attenzione. Il risultato è una narrazione labirintica che confonde ed ostracizza il lettore, riuscendo comunque ad affascinarlo almeno in parte per la peculiare struttura del volume, parecchio simile ad una matrioska destrutturata. Un altro aspetto che potrebbe rendere la lettura intrigante ed al contempo sfidante è la presenza di un corposo linguaggio familiare, utilizzato soprattutto da Lisey e Scott; all'inizio sembra una trovata carina per creare subito un clima di affetto e complicità tra i due, ma dopo centinaia di pagine farcite di neologismi e battutine ridonanti, l'effetto ottenuto è un po' diverso.

Passando però ai punti di forza veri e propri, abbiamo delle svolte di trama per nulla banali, una rappresentazione alquanto interessante ed allegorica della salute mentale -specie nella delicatezza con cui viene trattato un tema così sensibile-, ed una protagonista non soltanto simpatetica ma capace di emanciparsi dall'ombra creata dalla fama di suo marito. Lisey parte con parecchie incertezze e poco carisma, ma con il procedere del romanzo acquista sempre più risolutezza e coraggio nell'affrontare minacce tangibili e turbamenti psicologici. In poche parole, la personaggia perfetta per una narrazione principalmente introspettiva e riflessiva.

Altro grande pregio è dato dal focus sulla storia della famiglia Landon (e prima Landreau) e sul pericolo rappresentato da "Zack McCool". La prima è davvero piacevole da scoprire un po' per volta, con un giusto bilanciamento tra scene devastanti ed attimi di calore; il secondo non sarà all'altezza delle emozioni suscitate in "Misery", ma regala comunque dei momenti terrificanti e brutali, oltre ad una soddisfacente risoluzione. Approvato anche il comparto personaggi: come succede (quasi) sempre, il caro Stephen riesce con semplicità a delineare dei caratteri credibili e chiari nelle loro motivazioni personali.

Ad avermi un filino delusa è stata invece la poca rilevanza data a Castle Rock come ambientazione principale delle vicende raccontate. In storie come "Il fotocane", "Cujo", e perfino "La zona morta" questa città forniva un contesto molto più rilevante ed immersivo; qui invece è un mero fondale, e le informazioni inedite raccolte sono ben poco impattanti: a chi importa se lo sceriffo non è disponibile perché in luna di miele? Anche il finale ha influito significativamente sulla mia valutazione complessiva, perché gli ultimi capitoli danno l'impressione di trascinare più del necessario la storia. In definitiva, non è stata una lettura del tutto trascurabile, ma credo che l'autore abbia trattato gli stessi temi e delle dinamiche molto simili in altri titoli, con risultati sicuramente migliori.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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lunedì 28 luglio 2025

"La bambina che amava Tom Gordon" di Stephen King

La bambina che amava Tom GordonLa bambina che amava Tom Gordon by Stephen King
My rating: 5 of 5 stars

"Era come se in quel grande bosco ci fosse solo lei e, sebbene l'idea fosse ridicola, il pesciolino aveva scodinzolato un'altra volta nello spazio vuoto di quel luogo speciale. Un po' più forte di prima"


PRATICAMENTE IO AD OGNI CAMPEGGIO DEGLI SCOUT

Nonostante mi sia capitato di sentire diversi pareri positivi su "La bambina che amava Tom Gordon", ero parecchio indecisa prima di iniziarne la lettura. Questo testo nasce infatti dalla fusione tra un elemento quasi sempre ben riuscito nelle opere kinghiane ed uno che invece non penso rientri tra i suoi punti di forza; nella fattispecie, troviamo accostate una storia di sopravvivenza in condizioni estreme ad una protagonista molto giovane. In questo caso (forse perché la bambina é isolata dal resto dei personaggi?) ho però trovato la sua prospettiva abbastanza gradevole da seguire. Considerando poi che ha solo nove anni, il caro Stephen non può permettersi troppe lungaggini in commenti lascivi e fuori luogo. E vorrei ben dire!

La storia di Patricia "Trisha" McFarland si ambienta nel giugno 1998 sui monti Appalachi, dove si trova in gita con il fratello maggiore Pete e la madre Quilla Andersen. Dopo il divorzio dal marito ed il trasloco da Boston al Maine meridionale, la donna ha sviluppato una passione per le attività familiari edificanti, arrivando così ad imporre ai figli un percorso sulla Route 68 dell'Appalachian Trail, tra le altre iniziative; a Trisha andrebbe anche bene, non fosse per l'interminabile litigio tra la madre e Pete, che la spinge ad allontanarsi leggermente dal sentiero indicato. Una scelta a dir poco infelice, perché la ragazzina perde del tutto l'orientamento e si ritrova da sola, a vagare per i boschi con l'unica compagnia delle voci alla radio del suo walkman.

Raccontato così, l'intreccio potrebbe apparire un po' noioso e ripetitivo, invece la storia si sviluppa con un ottimo ritmo: non ci sono mai momenti morti in cui il lettore percepisce l'attesa di una nuova svolta narrativa, anzi la (dis)avventura di Trisha è costellata di ostacoli sempre nuovi da affrontare, ed i pochi attimi di pausa non riescono a stemperare del tutto la tensione che si va accumulando. Tensione che getta le sue basi già dalle primissime pagine, con un inizio deciso e rapido al punto giusto, cosicché la posta in gioco venga subito messa in chiaro. Si prosegue quindi con un deciso crescendo di angoscia, che va a braccetto con il deterioramento della psiche della bambina.

Trisha inizia infatti ad immaginare di essere affiancata da Tom "Flash" Gordon, il numero 36 dei Red Sox e suo idolo personale, ma anche perseguitata da un'entità malvagia che alberga nei boschi e la spia durante la notte. La fantasia della protagonista da un lato crea delle descrizioni terrificanti e potenti per gli ambienti naturali -che contribuiscono a costituire il valido fattore horror del romanzo-, e dall'altro generano una misteriosa voce fredda la quale, sussurrando al suo orecchio, dipinge scenari tragici ma plausibili; in questo modo risulta sia spaventosa per il cinico realismo, sia ingannevolmente manipolatoria. Pur avendo adorato la prospettiva determinata e carismatica di Trisha, questa sorta di suo alterego maligno mi è sembrato ancor più interessante da ascoltare.

Si è trattato quindi di una lettura perfetta? no, qualche difetto si fa notare. Parlo però di elementi per la maggior parte di contorno; ad esempio, non ho trovato appieno soddisfacenti i brevi scorci su come la famiglia di Trisha affronti la sua scomparsa: rimangono in gran parte superficiali ed inficiano a tratti sul buon ritmo narrativo. Personalmente non sono poi riuscita, non dico ad apprezzare, ma neppure a cogliere i moltissimi riferimenti al mondo del baseball, per me del tutto alieno. Per contro, mi sarebbe piaciuto vedere qualche pagina in più dedicata alla conclusione, perché il confronto finale sembra un po' troppo rapido, e lo stesso vale per il momento post-climax, che avrebbe beneficiato di maggior spazio, specie per dare una risoluzione alle dinamiche interne alla famiglia McFarland.

Al netto di queste osservazioni marginali, il romanzo rimane estremamente godibile, oltre ad essere un'ottima scelta sia per dei giovani lettori che provino della curiosità verso l'intimidente bibliografia del caro Stephen, sia per i neofiti dell'autore intenzionati a capire se possa fare al caso loro. Questo perché la storia di Trisha è dotata di una voce universale, che può suggerire delle riflessioni anche in persone molto più grandi di lei dal punto di vista anagrafico, senza però adottare una prosa respingente verso un pubblico di ragazzi. In tutta onestà, avrei preferito iniziare da qui anziché partire a bomba con i traumi brutti di "It".

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lunedì 23 giugno 2025

"Desperation" di Stephen King

DesperationDesperation by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"La luce del giorno moriva... si andava come spegnendo troppo in fretta ... un fronte di sabbia sollevata aveva sfumato i contorni delle montagne e presto le avrebbe cancellate del tutto. Il sole era ancora al di sopra del polverone, ma forse non per molto. Era una tempesta di sabbia e si dirigeva su di loro"


BELLA LA LEZIONE DI LINGUA DEMONIACA!

Ammetto di non aver mai sentito dei pareri davvero convinti per i romanzi gemelli che compongono La forza del male, al massimo qualche tiepida approvazione. Per mio conto ero però molto curiosa di scoprire cosa si fosse inventato il caro Stephen per strutturare queste due storie, così vittima anche della bellezza delle copertine da accostare ho deciso di recuperarle nelle prime edizioni, per farmene un'idea personale. E nonostante una recente edizione italiana proponga per primo "I vendicatori", ho seguito il consiglio più frequente cominciando da "Desperation".

Questo è il nome della cittadina mineraria nel Nevada in cui si ambienta per la maggior parte la narrazione. Le vicende in realtà iniziano qualche miglio più in là, in particolare lungo la Highway 50, un'arteria che attraversa orizzontalmente gli Stati Uniti centrali; qui stanno viaggiando diversi personaggi -la coppia formata da Peter e Mary "Mare" Jackson, la famiglia Carver sul loro spazioso camper ed il premiato scrittore John "Johnny" Edward Marinville- prima di essere tutti fermati con le motivazioni più disparate dal titanico poliziotto locale Collier "Collie" Entragian. Scoprono così che l'uomo ha preso il controllo dell'intera località, massacrando indiscriminatamente i suoi concittadini nell'arco di pochi giorni, ed ha in serbo un trattamento per nulla ospitale anche per i protagonisti.

In pochi capitoli ci troviamo quindi di fronte a parecchi tropes ricorrenti nei testi di King, e molto apprezzati dalla sottoscritta: una cittadina maledetta con un passato tragico, delle persone comuni impegnate a sopravvivere in una situazione estrema, un'entità antica e malvagia che minaccia di scatenare il suo potere sul Mondo. Avendo già fatto esperienza con questi elementi, l'autore li manovra con grande sapienza, andando così a strutturare una narrazione che da un lato risulta di conforto per i suoi Fedeli Lettori e dall'altro include una'adeguata quantità di svolte di trama per niente banali, nonché cadenzate con un buon tempismo: non si ha mai la sensazione che un'informazione sia superflua o inserita troppo presto nella storia.

E questo nonostante la linea temporale non venga sempre presentata in modo ordinato. Sono anzi inclusi diversi flashback del passato dei protagonisti, momenti pseudo-onirici e racconti su eventi avvenuti molti decenni prima, tutti elementi che ho trovato davvero interessati da leggere, ma anche analizzare perché nascondono una quantità di dettagli sottintesi, oltre a molti rimandi ad altre opere kinghiane. Posso tranquillamente dire che sono state tra le mie parti preferite dell'intero volume, in particolare quando si arriva al racconto sulle origini del cosiddetto China Pit; tra i pregi finisce poi la caratterizzazione dei protagonisti, che come sempre si dimostra uno degli aspetti in cui il caro Stephen eccelle, senza alcuno sforzo apparente. In questo caso è riuscito perfino nell'arduo compito di rendermi simpatico il piccolo saccente di turno, un tipo di carattere che in altri contesti (un esempio su tutti, il giovane Mark de "Le notti di Salem") avrei trovato detestabile.

La prospettiva più interessante ed insolita penso sia però quella dell'antagonista: i capitoli nel POV di Entragian e dei vari accoliti sono estremamente inquietanti e veicolano al meglio la tensione crescente del romanzo. Purtroppo l'elemento paranormale rappresenta al contempo una debolezza di questa lettura, perché non è sempre coerente e chiaro nei suoi poteri e limiti, cosa che porta il lettore (per quanto Fedele!) a chiedersi perché certi piani non vengano attuati prima o con più forza. Ciò rende da un lato la missione fin troppo agevolata per i protagonisti, e dall'altro dipinge i loro nemici come degli sprovveduti in più di una scena.

Gli altri demeriti del libro sono per la maggior parte soggettivi. Infatti, per mio gusto ho trovato irritante la presenza di commenti fuori luogo ed inutile la sessualizzazione dei personaggi nella prima metà, così come non ho gradito più di tanto la scelta di focalizzarsi sull'aspetto religioso: chiaramente non è la mia tazza di tè, ma mi è risultata ancor più indigesta dopo essermene beccata già una bella dose nella mia ultima lettura "Protocollo Uchronia". Avrei poi adottato uno sviluppo della storia meno frettoloso dal punto di vista temporale, anche per giustificare meglio le dinamiche tra i personaggi o per dare più spazio a caratteri poco sfruttati, come nel caso di Ralph per il quale davvero mi aspettavo un approfondimento più incisivo.

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venerdì 28 febbraio 2025

"Incubi e deliri" di Stephen King

Incubi e deliriIncubi e deliri by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Quando la mente si rivolge al terrificante e all'irrazionale, come una persona costretta a girarsi a guardare in faccia la Medusa, allora dimentica. Non può fare altro che dimenticare. E, Dio del cielo, a parte uscire da questo inferno, dimenticare è l'unica cosa che voglio al mondo"


LA RIVINCITA DI WILE E. COYOTE E ALTRE STORIE

Dopo aver letto una sola raccolta in dodici mesi per ben quattro anni, in questo 2025 ho scelto di includere come buon proposito libroso di dare maggior priorità alle antologie kinghiane. Non punto certo a mettermi in pari, ma mi piacerebbe almeno recuperare un po' di terreno, e sono ovviamente partita da "Incubi e deliri", compendio formato da ben 24 testi: ventuno racconti classici, una cronaca sportiva, una poesia (sportiva anche quella!) ed una riscrittura di una parabola induista. Le narrazioni ricadono quasi tutte nel genere horror e presentano molti riferimenti ed omaggi, indicati dall'autore stesso nelle note finali, da affrontare esclusivamente a fine lettura se non si desidera incappare in qualche spoiler. Andiamo quindi a scoprire le mie impressioni e le valutazioni individuali che ho dato ogni singola storia.


"La Cadillac di Dolan" - quattro stelline e mezza
Il primo racconto si presenta come una classica storia di vendetta personale: l'insegnante Robinson è rimasto vedovo dopo che il malavitoso Dolan ha fatto giustiziare sua moglie Elizabeth -testimone di un suo crimine-, e per questo medita per anni di rivalersi fino a quando gli si presenta la situazione ottimale. Ammetto che lo spunto è proprio di mio gusto, infatti mi ha appassionato seguire il piano di Robinson ed il crescendo nella tensione narrativa; sono promossi anche l'introspezione psicologica del protagonista ed il modo in cui si relaziona agli altri. Le miei uniche critiche sono puramente soggettive e riguardano l'espediente narrativo del fridging (per il quale non vado pazza) e l'associazione di idee tra questa narrazione ed un noto personaggio dei Looney Tunes, che mi ha reso difficile prenderlo sul serio all'inizio.

"La fine del gran casino" - quattro stelline
A differenza del primo, questo secondo racconto parte da una premessa che trovo deprimente a livello concettuale, ovvero quella di un contesto post-apocalittico causato da una precisa azione umana. La narrazione è affidata alla penna di Howard "Bow-Wow" Fornoy, scrittore e fratello dello scienziato Robert "Bobby" detto il Messia, colui che ha trovato il modo di porre fine alle guerre; dal momento che Howard esordisce informandoci di aver appena ucciso Bobby e di essere a sua volta in fin di vita, si può intuire come l'utopia sia ancora lontana. Questo intreccio tanto prevedibile è forse il principale difetto, assieme ad una generica superficialità nel chiarire i dettagli; il tutto trova comunque giustificazione nella premessa stessa, va detto. Ho apprezzato la caratterizzazione dei due protagonisti e la narrativa del loro legame, nonché la forma scelta per veicolarla.

"Bambinate" - tre stelline e mezza
Poche risposte anche per il racconto a tema scolastico sulla maestra Emily Sidley, una donna molto severa e precisa sul lavoro, che comincia ad essere spaventata dal comportamento del piccolo Robert, uno dei suoi studenti. Penso che lo scoglio maggiore qui sia lo spazio: qualche pagina in più avrebbe permesso a questa storia di dare il suo meglio, seppur la fine lasciata volutamente in sospeso sia valida ed in linea con il tipo di narrazione. In generale, ho trovato positivi anche il declino psicologico della protagonista e l'elemento horror, ma entrambi non sono esplorati a sufficienza per risultare convincenti.

"Il Volatore Notturno" - due stelline e mezza
Rispetto ai precedenti, questo racconto ha un taglio più divertente ed ironico, che mal si coniuga con la sua conclusione teoricamente spaventosa. Al centro della vicenda c'è la caccia intrapresa dall'appassionato di aviazione Richard Dees ai danni del cosiddetto Volatore Notturno; quest'ultimo è un serial killer che colpisce nottetempo in piccoli aeroporti locali, e Dees è determinato a documentare con delle fotografie il suo operato. Assieme al tono umoristico, la scrittura del protagonista è il solo aspetto gradevole della narrazione che, oltre a lasciare il lettore con una quantità di quesiti insoluti, presenta una struttura poco lineare negli avvenimenti e delle scene d'azione descritte in modo caotico.

"Popsy" - tre stelline
Diametralmente opposta alla storia che la precede, troviamo qui una narrazione cupa ed angosciante fino alle ultime righe, in cui compare un po' fuori posto un guizzo comico. La vicenda ruota attorno al sequestro di un bambino ad opera del protagonista Sheridan che, sommerso dai debiti del gioco d'azzardo, è arrivato a commettere questi rapimenti per recuperare il denaro con cui finanzia la sua dipendenza. Il racconto crea una buona tensione, delinea un protagonista spregevole ma non banale e risulta gradevole, seppur parecchio scontato a livello di trama. Come accennato, il finale rovina in parte l'atmosfera e mi convince una volta in più che il caro Stephen non dovrebbe tirare in ballo il paranormale a caso come fattore risolutivo.

"Ti prende a poco a poco" - tre stelline e mezza
Cinquantadue anni e non sentirli troppo per il racconto più vecchio dell'antologia. King ci riporta nella sua Castle Rock per parlare della casa costruita da Joe Newall sulla Bend; un edificio tanto antiestetico quanto sfortunato, che agli occhi degli avventori del locale Brownie di Harley McKissick conserva un suo fascino morboso. Questa storia aveva del potenziale -soprattutto per il trope del luogo legato al male- ma purtroppo ha finito per puntare in un'altra direzione, lasciando intendere che la fonte della malvagità non fosse tanto la casa in sé. Ho trovato comunque interessante il modo in cui è stato raccontato il passato dell'abitazione, così come il contesto da cittadina di provincia, dove gli abitanti si spalleggiano ma al contempo nascondono molti segreti.

"Denti Chiacchierini" - quattro stelline e mezza
Sulla falsariga di "Christine. La macchina infernale", questo racconto prende un elemento insolito per il genere horror e riesce a renderlo terrificante. In questo caso l'oggetto in questione è una buffa dentiera a molla che il protagonista, il rappresentante Bill Hogan, trova ad una stazione di servizio; nel medesimo luogo, l'uomo decide di caricare un autostoppista, e queste sue decisioni finiscono ben presto per collidere. Ammetto di aver avuto delle riserve sulla resa dell'idea, soprattutto dopo la lettura di "Campo di battaglia" (dalla raccolta "A volte ritornano"), che trattava un tema simile; in questo caso però non c'è proprio nulla di ridicolo: la tensione creata è ottima e non si scivola in momenti di scarsa credibilità. Approvo anche i personaggi -soprattutto i coniugi Scotter, bislacchi gestori della stazione di servizio-, mentre sui momenti più d'azione ho qualche riserva, avendoli trovati caotici e ricchi di svenimenti tattici.

"Dedica" - tre stelline e mezza
Forse il racconto che più rimanda alla seconda metà del titolo: la storia di Martha "Marty" Rosewall, capocameriera presso La Palais a New York, presenta infatti i contorni di un sogno ad occhi aperti. Alla metà degli anni Ottanta, la donna riceve una copia in anteprima del primo libro scritto dal figlio Peter "Pete", e la dedica la spinge a ricordare le insolite circostanze della sua nascita. Emotivamente, mi sono sentita coinvolta da Martha come personaggia, dalle sue difficoltà e dalla tenacia con cui persevera; il mio gradimento non si è purtroppo esteso al tipo di elemento soprannaturale scelto da King, che ho trovato alquanto stereotipato e grottesco tanto per.

"Il dito" - quattro stelline
Altro caso di racconto intrigante e ricco di tensione sciupato da una conclusione incompleta. La storia parte da un'idea molto semplice, quasi sciocca: il ragioniere Howard "Howie" Mitla scopre un dito che sbuca inspiegabilmente dallo scarico del lavello; tra ipotesi di allucinazioni o di malattie, per la sua mente razionale è l'inizio della fine. Una discesa oscura un po' affrettata ma molto avvincente e disturbante, che rende interessante capire le decisioni di Howard su un piano mentale e concreto. Dopo tanto buildup, il finale mi ha lasciato con l'amaro in bocca, ma si tratta di un'osservazione soggettiva.

"Scarpe da tennis" - quattro stelline e mezza
Rimaniamo in zona bagno con la storia di John "Johnny" Tell, riservato appassionato di musica, che nota una persona con le scarpe da tennis nel gabinetto del suo posto di lavoro; la stranezza è che le stesse scarpe rimangono ferme lì, con l'inquietante aggiunta di mosche morte. Un racconto in cui horror e mystery si mescolano bene, con un buon bilanciamento a livello di tensione ed un finale convincente, capace di incanalare al meglio l'indole del protagonista. Le mie uniche critiche riguardano la non troppo velata omofobia e l'eccessiva presenza di riferimenti musicali.

"E hanno una band dell'altro mondo" - quattro stelline
Acnora un collegamento alla storia precedente, perché si continua a parlare di musica (purtroppo per me!) nel racconto che vede protagonisti i coniugi Willinghan. Durante una gita on the road, Clark e Mary "Mariuccia" finiscono in una misteriosa città chiamata Rock and Roll Paradise, nell'Oregon; una premessa che mi ha riportato alla mente "I figli del grano", ma con dei risolvi un po' meno inquietanti. In generale, ho avuto l'impressione che non ci fosse il tempo necessario per assimilare tutto e percepirne la pericolosità, e l'ennesimo finale da interpretare non aiuta. Di questa storia ho però apprezzato lo spunto di base, il rapporto tra i protagonisti ed alcuni validi dettagli horror.

"Parto in casa" - due stelline
Secondo post-apocalittico, questo racconto è partito doppiamente svantaggiato perché combina due tropes SFF per nulla di mio gusto; e lo fa pure molto male, in un'accozzaglia di elementi in teoria paurosi e sensazionali, ma risultano solo ridicoli. In teoria, la storia segue la gravidanza Maddie Sullivan, incinta del primo figlio su Gennesault "Jenny" Island, quando un'epidemia zombie ed un'invasione aliena portano la fine del mondo. Nei fatti però l'attenzione è posta sulla crescita di Maddie -da insicura cronica a persona abbastanza stoica-, fino a quando King non decide di raccontarci come gli isolani si organizzino per sventare la minaccia dei non-morti. L'idea non sarebbe male, ma la confusione e l'eccesso di sottotrame la sviliscono.

"La stagione delle piogge" - quattro stelline e mezza
Si ritorna sulla terraferma con questo racconto all'apparenza piccolibrividoso, ma in realtà inquietante, oscuro e denso: in una manciata di pagine l'horror passa da zero a cento. I rotagonisti sono John ed Elise Graham, giovane coppia appena arrivata a Willow, villaggio del Maine; qui alcuni abitanti li mettono in guardia contro un bizzarro evento, noto appunto come stagione delle piogge, non riuscendo però a convincerli del pericolo. La narrazione è breve e procede speditamente; oltre al ritmo ho apprezzato gli elementi soprannaturali -soprattutto per come vengono illustrati nel finale- e l'atmosfera che permea il paesino. Per contro, avrei voluto qualche dettaglio in più di background ed un maggiore approfondimento dei (pochi!) personaggi.

"Il mio bel cavallino" - quattro stelline
Il caro Stephen cambia tono con la storia dell'ultimo confronto tra Clive "Clivey" Banning ed il nonno George che, sentendo la fine vicina, decide di donare al nipote un orologio ed una lezione sul tempo. Questo racconto non ha una vera trama, pur comprendendo flashback sull'intera famiglia; di conseguenza mancano anche degli elementi spaventosi o fantastici, eppure la narrazione trasmetta un senso di cupezza. La scelta di includerlo in questa raccolta mi ha impedito di apprezzarlo del tutto, perché in effetti si tratta di un racconto valido: i due protagonisti sono ottimamente tratteggiati, il legame tra loro è convincente, la prosa risulta curata e la disamina sul concetto del tempo (seppur non sorprendente) è significativa.

"Spiacente, è il numero giusto" - cinque stelline
Primo inedito della raccolta e prima storia ad avermi convinto appieno, per merito di un certo trope soprattutto. Il racconto comincia da una strana telefonata ricevuta da Katie Weiderman, moglie del popolare autore horror Bill; al telefono si sente una voce femminile terrorizzata, che la donna riconosce come familiare, senza però riuscire a comprendere il messaggio. La sola critica che posso rivolgere a questa narrazione è l'eccessiva rapidità di alcuni passaggi, ma per il resto è ineccepibile! in particolare ho apprezzato lo spunto di base, il sottotesto quasi gotico, ed ovviamente la particolare scelta formale: la vicenda è raccontata come fosse la sceneggiatura di un film, riuscendo comunque a trasmettere sensazioni credibili.

"La Gente delle Dieci" - tre stelline e mezza
Il secondo raccolto inedito ci trasporta a Boston per parlare ancora di vampiri, o comunque di creature analoghe. Il fumatore Brandon "Brand" Pearson scopre infatti l'esistenza di persone con la testa da pipistrello; si tratta di individui potenti, che stanno prendendo il controllo della società, ma solo chi fuma con moderazione li sa riconoscere, come gli spiega il collega Dudley "Duke" Rhinemann. In breve la vita di Pearson viene stravolta, eppure il ritmo incalzante rende la vicenda credibile; mi sono piaciute molto anche la scena d'apertura in medias res e il crescendo di tensione durante la riunione della Gente delle Dieci, ossia i lavoratori che escono a quell'ora per una pausa-sigaretta. Meno convincenti l'improvvisa amicizia tra Pearson e Duke, i particolari dell'elemento fantastico ed il comportamento poco verosimile del leader.

"Crouch End" - quattro stelline
Per una volta lasciamo gli U.S.A. ed atteriamo a Londra, dove gli agenti Robert "Bob" Farnham e Ted Vetter ascoltano la denuncia presentata dalla turista americana Doris Freeman; la donna ha perso il marito Leonard "Lonnie" nel quartiere di Crouch End, o meglio in una sua distorta versione. Il racconto è ricco di rimandi e citazioni, in particolare sembra che i coniugi Freeman abbiano attraversato una sottilità, come quelle presenti in The Dark Tower; da lettrice kinghiana di lunga data, ho apprezzato molto questi collegamenti, così come ho trovato gradevoli l'inquietante ambientazione e la scelta di alternare le prospettive di Farnham e Doris. Purtroppo anche qui si sente la mancanza di qualche pagina in più -durante l'esplorazione della Crouch End alternativa- e di una caratterizzazione più solida del cast.

"La casa di Maple Street" - quattro stelline
Inedito anche il testo incentrato sui fratelli Bradbury, impauriti dal violento patrigno Lewis "Lew" Evans e preoccupati dai mutamenti che sta subendo casa loro. L'abuso domestico non è un tema nuovo per il caro Stephen, ma approvo la sua decisione di raccontarlo dalla prospettiva dei bambini, che non ne risentono fisicamente ma sono comunque vittime. Sono promossi anche il rapporto affettuoso tra i bambini e la scrittura di tutti i personaggi; sul risvolto fantascientifico invece ho qualche riserva, perché mi è sembrato fin troppo funzionale. Perplessità aggiuntive per i malori della madre: sono dovuti solo agli abusi o dovrebbero rappresentare altro?

"Il quinto quarto" - tre stelline
Forse il racconto più smaccatamente bachmaniano, e proprio per questo taglio lontano dai miei gusti. La storia è narrata da un criminale ribattezzatosi Jerry Tarkanian che mette in atto una vendetta verso gli assassini dell'amico Barney; non si tratta però di un elogio ai buoni sentimenti, infatti il vero obiettivo sono i pezzi di una mappa per trovare il bottino di una rapina. Come accennato il tono noir non mi ha fatto impazzire, così come la superficialità generale e la presenza di molti stereotipi. Raggiunge la sufficienza per merito dello stile incalzante e della narrazione davvero intrattenente: sembra di vedere un film, in senso buono.

"Il caso del dottore" - tre stelline e mezza
In questo caso andiamo oltre l'omaggio ed approdiamo direttamente ad una fanfiction su Sherlock Holmes e John Watson, con un pizzico di ispettore Lestrade. In una giornata come tante al 221b di Baker Street, l'uomo di legge raggiunge il celebre duo per sottoporre un enigma della camera chiusa, con il (per nulla) amabile Lord Albert Hull trovato senza vita dentro lo studio. La voce narrante del quasi centenario Watson mi ha convinto, ed il taglio moderno risulta incisivo seppur un po' straniante. Meno bene il lato mystery, perché al lettore non vengono dati gli elementi necessari per giungere alla risoluzione, inoltre la spiegazione del delitto risulta fin troppo prolissa.

"L'ultimo caso di Umney" - quattro stelline e mezza
L'ultimo racconto inedito mi ha fatto ripensare a "La metà oscura" per il marcato piglio metaletterario. L'azione si apre nella Los Angeles degli anni Trenta, dove l'investigatore privato Clyde Umney conduce un'esistenza stereotipata finché non inizia a notare dei cambiamenti inspiegabili. L'incipit mi aveva un po' frenata, ma devo dire che l'idea di base si è rivelata ottima, oltre che eseguita in modo per nulla banale. Reputo ben pensato anche l'epilogo, mentre da brava completista avrei gradito più verosimiglianza nell'elemento sci-fi, magari ambientando la vicenda nel futuro.

"A testa bassa" - due stelline
Una lettura per me faticosa. Si tratta della cronaca di un campionato di baseball della Little League; e qual è il legame con King? ma la presenza del figlio Owen nella squadra di Bangor West! Accantonando l'imbarazzo che possono aver provato sia il pargolo sia i suoi compagni, reputo questa lettura fuori luogo per il tono della raccolta oltre che soporifera per chiunque non sia appassionato di questo sport. La narrativa dello scontro tra Davide e Golia -qui rappresentati da Bangor West e York- è piacevole, inoltre il messaggio di fondo non è malvagio seppur zuccheroso, ma non giustificano comunque 40 pagine di noia.

"Agosto a Brooklyn" - una stellina
Premessa: evito le composizioni poetiche, non nutro alcun interesse verso il baseball e penso che nelle traduzioni si perda sempre qualcosa. Questa è una poesia sul baseball tradotta.

"Il mendicante e il diamante"- n.c.
A fine volume troviamo questo raccontino dove le divinità indù Śiva e Pārvatī sono sostituite da Dio e dall'arcangelo Uriel. La morale ovviamente è positiva, ma davvero non so come valutare questa lettura -a prescindere dalla brevità- perché temo che il caro Stephen si sia limitato a biblicizzare i personaggi. Niente voto quindi, e gli va bene perché c'era il rischio che abbassasse la media generale.


Voto effettivo: tre stelline e mezza

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venerdì 9 agosto 2024

"Christine. La macchina infernale" di Stephe King

Christine. La macchina infernaleChristine. La macchina infernale by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"La macchina in sé e per sé gli era antipatica... molto antipatica. Era abbastanza ridicolo provare sentimenti del genere per un oggetto inanimato, ma l'antipatia restava, precisa e inequivocabile, come un groppo in gola"


ARNIE FREEBOOTER DI CHRISTINE!

Specialmente nel corso degli ultimi anni, ho sviluppato una certa familiarità con la prosa del caro Stephen; quindi ormai quando devo cominciare una delle sue storie, sono sia incuriosita da cosa il libro in questione abbia in serbo per me che preparata a trovarmi di fronte determinate dinamiche narrative. Ed infatti ancor prima di iniziare la lettura di "Christine. La macchina infernale", ho pensato ad "Il camion di zio Otto" con sentimenti contrastanti: adoro infatti l'idea di un oggetto oppure un luogo in grado di assorbire e trasmettere la malvagità, ma in quel racconto il tutto scivolava poi nel ridicolo. Con il romanzo questo specifico problema invece non c'è stato, anche se le imperfezioni non sono mancate.

La vicenda comincia nell'autunno del 1978 a Libertyville, città immaginaria della Pennsylvania. È qui che l'adolescente Arnold "Arnie" Cunningham vede per la prima volta Christine, una Plymouth Fury del 1958, e sente l'impellente desiderio di acquistarla dal vecchio reduce Roland D. LeBay. Da subito, il giovane è totalmente assorbito dai lavori che deve fare per rimetterla in sesto, mentre tutti gli altri personaggi -a cominciare dal suo migliore amico Dennis Guilder- provano delle sensazioni molto negative verso l'automobile. La situazione si complica quando Arnie inizia una relazione con la bella Leigh Cabot, ma soprattutto quando un gruppo di teppisti prende di mira Christine per rivalersi su di lui.

L'intreccio è un po' più articolato in realtà, ma il cuore del libro rimane comunque l'ossessione di Arnie per Christine, che mi porta al primo degli aspetti meno convincenti: la scelta di affidare metà della narrazione alla voce di Dennis. Il suo è certamente un carattere centrale nella storia, ma mantenere un narratore onnisciente (come viene fatto nella seconda parte, tra l'altro!) avrebbe permesso di dare molto più spazio alla trasformazione di Arnie, a livello fisico ma anche psicologico. Immagino che l'intento fosse quello di creare un crescendo di tensione, ma in questo modo la trama perde di efficacia; la quasi totalità delle interazioni tra -quello che dovrebbe essere- il protagonista e l'automobile ci vengono raccontate e prima di metà volume la malvagità di quest'ultima è data solo dalle sensazioni e dai sogni dei personaggi.

L'altro difetto del volume è la presenza di diverse sottotrame che distraggono l'attenzione dal tema centrale. Anche per questo motivo la prospettiva di Dennis è limitante, perché le sue preoccupazioni nei confronti dell'amico vanno oltre la fissa per Christine e si estendono alla relazione con Leigh, al conflitto con i genitori ed ai lavori che comincia a svolgere per Will Darnell, il classico tipo losco locale che non può mancare in ogni romanzo kinghiano. Sono rimasta delusa anche dalla presentazione di Leigh, anticipata già dalla sinossi ma un po' troppo improvvisa; così come risultano prive di base le relazioni amicali e romantiche, difetto che il finale riesce almeno in parte a correggere. Infine, ho trovato la partenza un po' lenta e macchinosa (no pun intended!): la violenza vera e propria si fa aspettare, ma per fortuna quando arriva ripaga l'attesa in pieno.

In generale l'elemento paranormale mi è piaciuto molto. Ho adorato il modo in cui King ha sviluppato il concetto di un oggetto inanimato che prende vita ed assorbe l'indole del suo proprietario, infatti tutte le scene in cui Christine agisce sono davvero godibili nella loro crudezza. Si possono inoltre identificare delle nette sovrapposizioni tra elemento fantastico e problemi reali, andando a creare degli interessanti parallelismi. Si genera poi un buon livello di tensione, in particolare per merito del sapiente utilizzo del foreshadowing da parte di Dennis, che porta curiosità per le sciagure a venire.

A parte Leigh, i personaggi si dimostrano molto ben caratterizzati: anche quando si tratta di figure non centrali, il caro Stephen riesce con poche righe a renderli credibili e tridimensionali. Tra tutti spicca ovviamente Christine, ma anche Arnie che nelle sue (troppo poche!) scene POV riesce a catturare con la sua lotta interiore ed il focus sui momenti di incertezza, come durante le tre telefonate in cui prova a cercare un aiuto da famiglia ed amici. Chissà come sarebbero andate le cose se solo Dennis fosse riuscito a rispondere...

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venerdì 21 giugno 2024

"L'occhio del male" di Richard Bachman

L'occhio del male (Italian Edition)L'occhio del male by Richard Bachman
My rating: 4 of 5 stars

"In quel momento, d'improvviso, in tutta semplicità, credette. Credette tutto. Lo zingaro gli aveva lanciato addosso una maledizione, ma non era cancro; sarebbe stato troppo rapido e troppo gentile. Era qualcos'altro e stava solo cominciando a mostrare i suoi effetti"


SPARISCI NON RENDE L'IDEA

Il mio rapporto con le narrazioni di Bachman non è partito con il piede giusto, e conservo ancora un ricordo svilente de "La lunga marcia"; le cose sono però migliorate con "L'uomo in fuga", specialmente per la scelta di porre l'attenzione soltanto sui personaggi adulti. Con un'incerta aspettativa sono quindi approdata a "L'occhio del male", forse il titolo bachmaniano sul quale riponevo maggiori speranze. Speranze assai ben riposte dal momento che tra i tre è il titolo più marcatamente kinghiano, ed anche per questo il mio preferito.

Alla base del romanzo c'è una vicenda di sopravvivenza in condizioni anomale, che lo accomuna appunto a molte opere del caro Stephen. L'avvocato William "BIlly" J. Halleck conduce una vita all'insegna dell'agiatezza nella borghese Fairview, cittadina immaginaria nel Connecticut, fino a quando causa la morte di una zingara mentre è alla guida dell'automobile. Per merito delle sue conoscenze BIlly riesce ad evitare una condanna per omicidio colposo, ma non la maledizione che Taduz Lemke -il terrificante padre della donna- sembra avergli lanciato ed a causa della quale diventa sempre più magro.

Lo spunto potrebbe sembrare un po' infantile, ma vi garantisco che getta le basi per una storia ricca di tensione ed angoscia, nonostante l'elemento horror sia più psicologico che visivo. In generale, non si tratta di una lettura in cui la violenza è descritta in modo troppo grafico, con sovrabbondanza di dettagli (come invece capita in altri libri di Bachman); questo non esclude però diversi aspetti triggeranti, soprattutto nelle scene in cui si fa riferimento a malattie mortali.

Per questa ragione, ammetto non si tratti di un romanzo adatto a tutti. Eppure io l'ho davvero apprezzato, anche più di quanto le prime pagine lasciassero presagire: più ci si addentra nella narrazione, più si può gustare il gioco di parallelismi creato da King, in cui vengono posti a confronto razionalità e superstizione, vita cittadina e vita nomade, giustizia e vendetta. Il protagonista diventa il perno su cui ruotano queste contraddizioni, ed infatti si dimostra un personaggio dalla psiche davvero interessante da conoscere pian piano; Billy pensa di essere nel giusto, e perfino quando si trova materialmente colpito per le sue colpe è pronto a riversare i problemi sugli altri, senza particolare preoccupazione delle conseguenze a lungo termine.

Accanto ad un protagonista caratterialmente mastodontico, gli altri personaggi rischiano di sparire (perdonate il gioco di parole!), ma non in questo caso. L'autore ha saputo infatti dipingere un cast di comprimari detestabili ma non macchiettistici, che formano un contorno di certo non amabile però sicuramente adatto alle sventure di Billy.

A discapito del mio apprezzamento, per tutta la lettura ho avuto però l'impressione che qualcosa non andasse e alla fine ho capito: la trama è prevedibile. L'intera storia è priva di colpi di scena e guizzi narrativi che la rendano intrigante, e -a dispetto della sua componente thriller- non c'è un solo avvenimento che il lettore non riesca ad indovinare dopo aver letto qualche capitolo per avere un quadro di partenza sull'indole dei personaggi e la premessa di base. Un difetto che comunque non influenza più di tanto la lettura, anche perché a risollevarlo c'è comunque un finale piacevolmente angosciante.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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