venerdì 9 ottobre 2026

"La diga" di Michael McDowell

La digaLa diga by Michael McDowell
My rating: 4 of 5 stars

"Poi vi gettò il cuore trafitto, che cadde su un letto di braci ardenti e iniziò subito a sfrigolare. Sister e Ivey sbirciarono all'interno e lo guardarono mentre prendeva fuoco e bruciava in una fiamma cremisi. Presto rimasero soltanto i cinque spiedi incandescenti, ancora intrecciati a formare un pentagono"


NOVANTADUE MINUTI DI APPLAUSI PER SISTER

Per l'ennesima volta mi sono lasciata gabbare da Neri Pozza e dalle sue infide sinossi! E dire che, dopo il disappunto provato a causa de "Il serpente dell'Essex", avevo stabilito di ignorare le loro quarte di copertina; non avendo avuto alcun problema con "La piena", mi sono però lasciata nuovamente irretire quando è arrivato il momento di continuare la saga Blackwater con il secondo capitolo. Purtroppo ritengo che il modo in cui viene presentato "La diga" sia parecchio ingannevole: si pone l'attenzione quasi esclusivamente sull'attività di costruzione dell'opera di sbarramento e sulle conseguenti difficoltà logistiche, mentre queste occupano a malapena l'ultimo terzo del volume. Ma cosa succede prima? tranquilli, ora vi sforno io un accenno di trama come si deve...

Ritroviamo la famiglia Caskey più o meno come l'avevamo lasciata, ossia con una calma ostilità tra Mary-Love ed Elinor che comporta diverse azioni passivo-aggressive da entrambe le parti: la suocera cerca di tenere la nipotina Grace lontana dalla nuova casa, la nuora si sbarazza dei vestitini datile per la sua secondogenita Frances, e così via mentre Elinor sembra sempre più impegnata a investire sul prestigio futuro del marito Oscar. Nel frattempo arrivano in città -e si inseriscono all'interno del clan dei Caskey- Early Haskew, l'ingegnere che si dovrà occupare del progetto della diga, e la cognata di James Queenie Strickland, in cerca di un nuovo posto in cui vivere con i suoi figli. La maggior parte del libro copre quindi gli avvenimenti del 1922 e i primi mesi del 1923, mentre nelle pagine finali McDowell scegliere di non creare un vero e proprio epilogo, bensì di riassumere gli eventi dei quattro anni successivi e di gettare le basi per il terzo capitolo della serie.

Non avendo avuto a disposizione questa premessa ed essendomi invece basata su quella rifilata dalla CE, ero certa del ruolo centrale che avrebbero ricoperto i lavori di edificazione della diga all'interno dell'intreccio; questi risultano essere invece solo uno dei principali elementi che lo formano, venendo tra l'altro relegati alla parte finale del testo. Di nuovo il formato episodico non mi ha convinto appieno perché, nonostante il caro Michael sia stato molto abile nel collegare pian piano le diverse sottotrame, ne risulta spesso un senso di incompletezza, come si potesse scorgere solo una piccola parte di un arazzo narrativo molto più ampio. E di certo è così per la componente soprannaturale, per la quale vengono fornite giusto un paio di informazioni in più senza permettere al lettore di farsi un'idea ben chiara sulla natura di Elinor, delle sue figlie, dell'entità che dimora nella casa, o di come tutte loro siano legate al fiume Perdido.

In generale ho avuto l'impressione che il lato horror della storia venisse notevolmente ridimensionato, infatti nonostante non manchino un paio di passaggi grotteschi questi sono brevi, funzionali alla scena in corso e dalle conseguenze limitate; inoltre il personaggio di Elinor risulta essere meno centrale rispetto al primo romanzo: sono presenti diversi momenti nei quali mi sarei aspettata un suo intervento più significativo, mentre sono stati altri caratteri a prendersi l'attenzione. Non sono contraria a questa apertura verso il resto del cast di per sé o perché tema che l'autore possa lasciare degli spunti incompleti (questo volume mi ha anzi provato l'esatto contrario!), ma vista la conclusione temo si ridurrà ancora lo spazio per la teorica protagonista, magari in favore di figure giovani considerando le ampie ellissi temporali.

Mentre le ambientazioni brillano un po' meno di quanto McDowell ci abbia abituati, devo dire che l'approfondimento dei protagonisti, l'analisi più complessa delle loro relazioni, e l'occasione anche per qualche comprimario di ottenere finalmente una vera caratterizzazione, sono tra gli aspetti che maggiormente ho apprezzato durante la lettura. Quasi tutti i personaggi ottengono una crescita, magari non in senso nettamente positivo ma di certo diventano dei caratteri tridimensionali, con i quali è ancor più facile entrare in sintonia o rivedere delle persone reali. In particolare ho trovato molto interessante il lavoro di scrittura fatto sul piccolo John Robert DeBordenave e su Queenie, perché sarebbe stato fin troppo semplice puntare su un banale patetismo per le loro sventure, invece il caro Michael si premura di renderli delle figure dignitose nei rispettivi ruoli. Ma la standing ovation è riservata al momento di emancipazione di Sister, che nasconde anche una sorta di twist per come viene risolto: posso sperare che nei seguiti saprà darci più d'una soddisfazione.

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martedì 6 ottobre 2026

"Un bel pasticcio per Riley Thorn!" di Lucy Score

Un bel pasticcio per Riley Thorn! The dead guy next doorUn bel pasticcio per Riley Thorn! The dead guy next door by Lucy Score
My rating: 2 of 5 stars

"«Mi sono innamorata del "bravo ragazzo" abbronzato. Non ho intenzione di rimpiazzarlo con il ragazzaccio tatuato. Questa storia è una ricetta per il disastro».
«I disastri possono essere molto divertenti», replicò lui"



RAVEN INCONTRA ONLY MURDERS IN THE BUILDING

Avendo ormai appurato che il romance puro può piacermi e anche parecchio, ho pensato di spingermi a valutare qualche esempio di contaminazione con altri generi letterari, sempre nell'ottica di capire quali elementi dei libri rosa mi convincono maggiormente, e dovrei pertanto ricercare in futuro. Temo però di aver esagerato puntando su "Un bel pasticcio per Riley Thorn!" che ha la pretesa di unire in un solo volume mystery, fantasy, e romance appunto; il tutto condito con delle vibes cozy e uno smaccato tono umoristico. All'atto pratico, questo titolo è un giallo, ma si fatica quasi a intuirlo in un simile marasma di elementi che sgomitano per ottenere dello spazio nell'intreccio.

L'intreccio, che vede come ambientazione la città di Harrisburg -nella Pennsylvania natale dell'autrice stessa-, alterna le prospettive della coppia protagonista: Riley "Rye" Thorn, correttrice di bozze e sensitiva svogliata (l'aggettivo si applica a entrambi gli ambiti), e l'investigatore privato nonché primo fan di sé stesso Nicholas "Nick" Michael Santiago. I due si conoscono quando lui si interessa per ragioni lavorative a Dickie Frick, il dirimpettaio losco sul quale lei ha appena avuto una premonizione traumatica. Partendo da questo elemento di mistero, la storia racconta la fiacca e fortuita indagine che Riley e Nick portano avanti mentre si sviluppa la loro problematica storia d'amore; sullo sfondo, dozzine di personaggi e sottotrame di dubbia utilità.

Nel consegue che il problema principale del titolo è la mancanza di un intervento significativo da parte dell'editor, il quale avrebbe magari potuto limare le scene ripetitive e dare una bella sfoltita al cast. Per quanto riguarda le prime, rendono il ritmo stranamente lento e danno al lettore l'impressione di star rileggendo sempre gli stessi dialoghi in una storia già molto scontata e zeppa di cliché, mentre il secondo è talmente pieno di caratteri simili tra loro -a livello di indole, contributo, e senso dell'umorismo- che non ci si riesce ad affezionarsi a nessuno e si ha spesso difficoltà a distinguere gli uni dagli altri. Eppure tra tutti questi (ne ho contati circa 50!) personaggi, i casi più preoccupanti sono rappresentati dalla guida spirituale Gabriel "Gabe" e da Jasmine "Jas", aka la migliore amica di Riley: lui non sembra neppure un personaggio di finzione al punto che, se gli altri hanno la consistenza della carta velina, lui è intangibile come un gas a parte nel suo immotivato odio verso Nick; lei è presentata con una tempistica a dir poco insensata e svolge una funzione che avrebbe potuto essere ricoperta da un'altra mezza dozzina di caratteri.

Se i comprimari non funzionano, con i personaggi principali non va molto meglio. Il conflitto alla base della romance viene spesso rimarcato, ma riguarda molto più l'atteggiamento di lui che le loro effettive divergenze come coppia. In modo simile, i traumi che Riley e Nick si portano dietro avrebbero della potenzialità, peccato che nel caso di lei vengano trattati con grande superficialità specie da parte di chi li ha causati, e da parte di lui si ponga tanta solennità su una questione quasi ridicola per com'è stata gestita. A non farmi impazzire per questi personaggi c'è poi il modo in cui Score ha scelto di scriverli: Riley ha un minimo di crescita solo dopo aver passato la maggior parte del romanzo a farsi calpestare dal comportamento autoritario di chiunque la circondi, in particolare dallo stesso Nick che si presenta come il gemello malvagio di Flynn Rider, o meglio riunisce in sé l'arroganza di quest'ultimo alla prepotenza di Gaston trasformando il suo POV in una vera sofferenza per la sottoscritta.

Nonostante la fama e la quantità di volumi pubblicati, la penna della cara Lucy non mi ha conquistata. Trovo che la scelta di optare per la terza persona sia stata dettata soprattutto dalla volontà di nascondere delle piccole rivelazioni, ma nel pratico finisce solo per generare tanta confusione nei dialoghi; anche l'umorismo è poco riuscito, principalmente per l'eccesso di battute sullo stesso tono e che sfruttano le medesime meccaniche comiche. Sul lato fantasy invece non mi aspettavo granché, e infatti mi sono trovata davanti un'accozzaglia di luoghi comuni e frasi supercazzolose, ma quasi nessuna spiegazione vera e propria. Pertanto, pur rimanendo fedele al mio proposito di proseguire nell'esplorazione del romance, mi informerò molto meglio prima di affrontare il prossimo ibrido; e in particolare verificherò che non vengano neppure menzionate le fossette di chicchessia! Non riesco a immaginarmi un tizio come sexy se in faccia sfoggia delle guanciotte degne di Ciccio Bello!

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venerdì 2 ottobre 2026

"Quattro casi per Hercule Poirot" di Agatha Christie

Quattro casi per Hercule Poirot (Hercule Poirot, #16)Quattro casi per Hercule Poirot by Agatha Christie
My rating: 3 of 5 stars

"Il signor Satterthwaite si mordicchiò un labbro nel tentativo di reprimere un sorriso. Forse stava pensando che, quando c'era di mezzo l'egoismo, c'era poco da scegliere fra Hercule Poirot e Gervase Chevenix-Gore"


OMICIDI, FURTI E ABUSI SULLA PUNTEGGIATURA

Continua il mio recupero delle letture dedicate al detective più belga e meno modesto della letteratura mondiale con l'antologia "Quattro casi per Hercule Poirot", la seconda raccolta di narrazioni brevi incentrate esclusivamente su di lui. A comporre il volume concorrono tre novelle e un racconto stringato, e si tratta di opere già pubblicate in precedenza oppure create rielaborando delle vecchie storie della cara Agatha. Un volume che ho letto con piacere (salvo gli immancabili e anacronistici accenni di colonialismo e sessismo) ma che non è quasi mai riuscito a stupirmi e soprattutto a coinvolgermi come capita invece con i romanzi dell'autrice.

Il più deludente è forse stato proprio il primo, ossia "Delitto nei Mews", termine che indica uno specifico quartiere londinese nel quale un tempo sorgevano scuderie e rimesse, poi riconvertite in abitazioni; qui nella Guy Fawkes Night il colpo di pistola che causa la morte della giovane vedova Barbara Allen si mescola agli scoppi dei fuochi d'artificio. All'apparenza si tratterebbe di un suicidio per quanto immotivato, ma le analisi forensi raccontano un'altra storia, quindi l'ispettore capo Japp avvia un'indagine assistito dall'immancabile Poirot e finendo per ricoprire in parte il ruolo che tante volte è stato del capitano Arthur Hastings. Scoprire chi nasconda la verità tra la coinquilina Jane Plenderleith, il fidanzato Charles Laverton-West e il vecchio amico maggiore Eustace non è impossibile, ma l'aspetto meno riuscito arriva per me con la ricostruzione finale: viene assegnata un'importanza capitale a una caratteristica fisica della vittima, che a conti fatti è un elemento a favore tanto di un'ipotesi quanto del suo opposto. Sottotono anche la caratterizzazione dei personaggi, in particolare nelle loro reazioni alla tragica morte della donna.

Il cast diventa un po' più importante e variegato nel caso de "Il furto incredibile", che ricorda in parte una storia di spionaggio con il poliedrico Lord Charles Mayfield che intende cogliere in fallo la signora Vanderlyn, presunta spia internazionale, magari durante la sottrazione di alcuni importanti progetti bellici; peccato che non solo il crimine riesca, ma la donna sembri al di sopra di ogni sospetto. Ovviamente si rende necessario l'intervento del buon Hercule per ricostruire quanto accaduto, e ci troviamo nuovamente di fronte a una risposta grossomodo scontata nonché quasi inutile al fine di dare una degna conclusione alla novella. Non mi ha fatto impazzire neanche l'auto-elogio di Lord Mayfield, che pur essendo un carattere di fantasia ricorda fin troppo una tipologia di individui non particolarmente simpatici.

Molto simpatica è stata invece "Lo specchio del morto", altrimenti nota come la mia storia preferita della raccolta, e non soltanto per il gradito ritorno del signor Satterthwaite dai tempi di "Tragedia in tre atti", ma soprattutto per le vibes da telenovela che sono uno dei miei principali talloni d'Achille. La storia mi ha fatto pensare per molti versi ad "Aiuto, Poirot!", con l'investigatore convocato con sollecitudine dal bizzarro Gervase Chevenix-Gore presso la sua magione, solo per arrivare quando ormai il baronetto è defunto; anche qui si sospetta un suicidio, ma poi la situazione si complica per l'intervento degli innumerevoli parenti e ospiti che affollano l'abitazione e la scena. Un giallo abbastanza tipico e dalle svolte non proprio strabilianti, ma comunque intrattenente e con una risoluzione coerente e soddisfacente, seppur un po' affrettata.

Fretta che caratterizza l'interezza del racconto "Triangolo a Rodi", nel quale troviamo Poirot in vacanza sull'isola greca (seppur allora fosse una colonia italiana) deciso a tenere la mente lontana dai delitti; purtroppo per lui e per l'immancabile vittima, la tensione creatasi tra le coppie formate dall'appariscente Valentine e dal comandate Tony Chantry e da Marjorie Emma e Douglas Cameron Gold sembra destinata a sfociare in una tragedia. Una storiella che, escluso l'elemento crime, ricorderebbe più una puntata di Temptation Island che un'indagine condotta dall'ineffabile Poirot; e rimarrebbe senza infamia e senza lode, non fosse per gli infelici commenti sulla gelosia e sugli stereotipi femminili.

Di conseguenza, ho chiuso il volume su una nota non particolarmente piacevole, anche per merito di un'edizione che mortifica la punteggiatura senza alcuna ragione. Per fortuna quasi una decina di libri si frappongono tra me e la prossima raccolta christieniana, seguendo l'ordine di pubblicazione delle avventure del buon Hercule: ergo, un sacco di spunti ben più interessanti e intrattenenti, prima di dover tornare su queste micro-avventure da Settimana Enigmistica.

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martedì 29 settembre 2026

"La piena" di Michael McDowell

La pienaLa piena by Michael McDowell


"Sentivano ancora il fetore dell'alluvione. Aveva impregnato le assi, le travi, gli stessi mattoni di case e edifici. Di tanto in tanto, tornava a ricordare a Perdido la devastazione che aveva subito, e che poteva benissimo abbattesti di nuovo sulla città"


QUANDO SI DICE PARENTI... MOCASSINI ACQUATICI

Dopo aver penato con ognuna delle serie ereditate dal 2025, che mi hanno spesso e volentieri lasciata perplessa perché a distanza di tanti mesi non ricordavo quasi i nomi dei protagonisti, ho preso la (spero saggia!) decisione di affrontare questo genere di letture il più possibile ravvicinate tra loro. E la saga Blackwater mi è sembrata una buona scelta per testare questo nuovo approccio dal momento tutti i volumi sono stati originariamente pubblicati nello stesso anno, a distanza di un mese l'uno dall'altro. Ad avermi fatto cominciare con entusiasmo la lettura de "La piena" sono state anche le recenti esperienze positive con la bibliografia del caro Michael; in particolare, ho trovato molti elementi in comune con lo stupendo "L'amuleto" che mi spingono a ben sperare per il proseguo della serie, anche perché devo giustificare per lo meno intimamente l'acquisto in blocco dell'intera saga.

Come nel romanzo d'esordio dell'autore ci troviamo in una cittadina dell'Alabama, seppur se il contesto storico si sposti un po' indietro: la vicenda si apre infatti in una versione fittizia della Perdido del 1919, una località dedita quasi esclusivamente alla produzione di legname, tant'è che le tre famiglie più abbienti del circondario sono proprietarie di altrettante segherie. Durante la Settimana Santa, l'intero centro abitato viene sommerso da un'esondazione straordinaria dei vicini fiumi Perdido e Blackwater, e assieme agli ingenti danni la piena porta con sé la misteriosa Elinor Dammert, una maestra elementare piena di risorse inaspettate che in pochissimo si ritaglia un nido su misura all'interno della facoltosa famiglia Caskey. Mentre la donna procede a vezzeggiare i suoi favoriti e a tagliar fuori chi invece la osteggia, vediamo diversi avvenimenti che vanno a coprire un periodo di circa due anni.

Questa potrebbe essere l'unica vera debolezza del testo, perché assistere solo a pochi episodi chiave rende l'intreccio poco corposo e perfino dispersivo, dando la sensazione di star assistendo più a una narrazione antologica che a un romanzo convenzionale. In tal senso, il finale non è di grande aiuto perché ben pochi degli spunti disseminati nel testo ottengono una netta risoluzione, mentre la maggior parte viene ignorata dai personaggi stessi e quindi rimandata al secondo capitolo o dopo ancora. Tutto questo non riesce comunque a rendere la lettura noiosa, ma soltanto un po' più arduo immergersi appieno nelle vicende, private di una vera omogeneità e raccontate facendo spesso ricorso a delle piccole ellissi temporali. Avrei una mezza riserva anche sui personaggi secondari, in particolare sugli abitanti di Perdido che nelle prime scene sembrano molto rilevanti, ma poi tendono sempre più a fondersi in un'entità indistinta che rimane quasi sempre sullo sfondo.

Lo stesso non è fortunatamente valido per protagonisti e comprimari, che formano un cast ricco di personalità varie e credibili, con le quali è molto semplice entrare in sintonia: appena qualche capitolo e ci si sente parte della famiglia allargata dei Caskey... fosse anche per rastrellare la sabbia nei loro giardini! E al fianco di tutte queste riuscitissime figure, la città diventa da subito e a pieno titolo uno dei personaggi principali, per merito di descrizioni ricche di dettagli -tanto per gli ambienti naturali, quanto per gli edifici dove si muovono i caratteri- e del modo in cui dimostra di ricoprire un ruolo chiave in parecchi eventi. Ambientazione che ci viene raccontata attraverso la gradevolissima penna di McDowell, come sempre abile nel bilanciare una prosa scorrevole a un lessico ricercato, nonché in linea con il momento storico raccontato.

L'elemento paranormale merita un paragrafo a parte, perché pur avendolo apprezzato molto ritengo che dimostri qualche limite. Infatti, l'horror brutale e decisamente sopra le righe dell'autore con me funziona bene, e credo che qui sia riuscito a collocarlo con cura all'interno del testo, adottando delle buone tempistiche: non si rimane per pagine e pagine in attesa che venga rivelato qualcosa di scontato, anzi sin da subito la natura mostruosa di un personaggio in particolare è palesata ad altri caratteri e a noi lettori. Questo comporta però una corposa necessità di sospendere l'incredulità e accettare che gente adulta e per altro abbastanza pratica non si ponga la minima domanda trovandosi di fronte a scenari allucinanti. Spero che i prossimi capitoli riescano a bilanciare meglio questo aspetto, fornendo magari a Mary-Love delle motivazioni più solide per la sua diffidenza, oltre all'avversione per un insolito colore di capelli.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 22 settembre 2026

"Carte in tavola" di Agatha Christie

Carte in tavola (Hercule Poirot, #15)Carte in tavola by Agatha Christie
My rating: 4 of 5 stars

"«Ormai ho scritto trentadue romanzi... e, naturalmente, sono tutti uguali, come sembra che abbia osservato il signor Poirot… mentre nessun altro se ne è accorto... e se rimpiango una cosa... è che ho voluto che il mio investigatore fosse un finlandese»"


LA RISPOSTA DELLA CARA AGHATA AGLI AVENGERS

Non sono arrivata a lasciar passare un intero anno ma poco c'è mancato: dallo scorso ottobre non leggevo nulla di Christie, e da prima ancora avevo messo in pausa la serie dedicata al buon Hercule. Tutto per mancanza di nuovi titoli nella mia biblioteca (un tempo nota come collezione...), alla quale ho rimediato facendo incetta di volumi all'usato, ed eccomi quindi approdare a "Carte in tavola"; un libro che non solo mi ha permesso di reincontrare il detective belga meno modesto di sempre, ma si è dimostrato un efficacie connettore per una buona fetta dei personaggi creati dalla cara Agatha! troviamo infatti il sovrintendente Battle, il colonnello Race e la scrittrice Ariadne Oliver tra i protagonisti mentre a margine viene perfino nominato l'irreprensibile ispettore Japp, rendendo questa storia la prova principe dell'esistenza di un universo narrativo condiviso tra tutti i suoi risolutori.

La premessa non è delle più complesse, ma funziona per catturare l'attenzione di Poirot e del lettore: il ricco ed eccentrico signor Shaitana invita l'investigatore a cena nella sua opulenta dimora con la promessa di mostrargli una collezione di artisti del delitto, ossia persone che sono riuscite a commettere uno o più omicidi e risultare nondimeno del tutto impunite. Almeno uno di questi criminali percepisce però il pericolo rappresentato dal padrone di casa e, durante le partite a bridge di fine serata, riesce a pugnalarlo a morte sotto gli occhi di altri tre ignari giocatori. Battle inizia subito un'indagine serrata, ma non è il solo a voler individuare l'assassino, tanto che l'operazione diventa una sorta di progetto di gruppo al quale partecipano attivamente anche Poirot, Oliver e Race.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio vedere all'opera questi personaggi, con i loro diversissimi atteggiamenti nei confronti dei quattro sospettati: Battle segue una linea d'azione classica e metodica, Poirot tenta di svagare con quesiti all'apparenza insignificanti conditi da trappole assortite, Oliver accentua se possibile la sua già tragica sbadataggine e aggiunge qualche nota di amichevole compassione, mentre Race porta a casa la mini quest assegnatagli per poi scomparire. La sua quasi totale assenza mi ha fatto un filino storcere il naso, ma possiamo dire che sia coerente con il personaggio; anche da parte della grande giallista non mi sarebbe spiaciuto leggere un contributo più significativo, però mi sono potuta consolare tranquillamente con l'ottima dinamica tra Poirot e Battle che tiene banco in svariate scene, risultando tanto intrigante quanto divertente visti i loro caratteri agli antipodi.

Tra gli elementi che hanno reso per me davvero godibile questa lettura compaiono senza dubbio la caratterizzazione della signora Lorrimer (aka la migliore tra i comprimari), lo spazio dato alle prospettive dei sospettati -perché da un lato vengono fornite più informazioni, ma dall'altro si finisce spesso e volentieri per essere portati fuori strada-, e la dinamicità della struttura: una piacevole sorpresa, dal momento che il ridotto numero di indiziati mi portava a temere una narrazione molto più statica e ripetitiva. Risulta molto carina anche la scelta di rendere centrale il tema del bridge, che non viene abbandonato dopo il delitto iniziale, ma diventa una sorta di argomento ricorrente in ragionamenti e battute varie. Ricorrenti sono anche gli easter egg, sempre graditi, seppur debba indicare con fermezza quello ad "Assassinio sull'Orient Express" come il mio preferito.

In linea di massima ho apprezzato anche la figura di Ariadne Oliver: ha le battute migliori, adoro i suoi riferimenti meta-narrativi, e porta una bella ventata di autoironia nel testo. A darmi noia è invece l'idea di associarla al femminismo, perché quello di cui parla non è affatto femminismo e la fa risultare quasi sempre una personaggia risibile e inconsistente. Non mancano poi i due capisaldi delle mie lamentele christieniane, ovvero la xenofobia e le romance fuori luogo, che come spesso accade mortificano senza ragione la lettura. Segnalo poi delle tempistiche un filino strane per la risoluzione conclusiva e la presenza di troppe informazioni per il lettore ben prima di arrivare alla spiegazione finale targata Poirot, sebbene la trovata dell'attore sia stata un colpo di genio davvero ben assestato.

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