martedì 29 settembre 2026

"La piena" di Michael McDowell

La pienaLa piena by Michael McDowell


"Sentivano ancora il fetore dell'alluvione. Aveva impregnato le assi, le travi, gli stessi mattoni di case e edifici. Di tanto in tanto, tornava a ricordare a Perdido la devastazione che aveva subito, e che poteva benissimo abbattesti di nuovo sulla città"


QUANDO SI DICE PARENTI... MOCASSINI ACQUATICI

Dopo aver penato con ognuna delle serie ereditate dal 2025, che mi hanno spesso e volentieri lasciata perplessa perché a distanza di tanti mesi non ricordavo quasi i nomi dei protagonisti, ho preso la (spero saggia!) decisione di affrontare questo genere di letture il più possibile ravvicinate tra loro. E la saga Blackwater mi è sembrata una buona scelta per testare questo nuovo approccio dal momento tutti i volumi sono stati originariamente pubblicati nello stesso anno, a distanza di un mese l'uno dall'altro. Ad avermi fatto cominciare con entusiasmo la lettura de "La piena" sono state anche le recenti esperienze positive con la bibliografia del caro Michael; in particolare, ho trovato molti elementi in comune con lo stupendo "L'amuleto" che mi spingono a ben sperare per il proseguo della serie, anche perché devo giustificare per lo meno intimamente l'acquisto in blocco dell'intera saga.

Come nel romanzo d'esordio dell'autore ci troviamo in una cittadina dell'Alabama, seppur se il contesto storico si sposti un po' indietro: la vicenda si apre infatti in una versione fittizia della Perdido del 1919, una località dedita quasi esclusivamente alla produzione di legname, tant'è che le tre famiglie più abbienti del circondario sono proprietarie di altrettante segherie. Durante la Settimana Santa, l'intero centro abitato viene sommerso da un'esondazione straordinaria dei vicini fiumi Perdido e Blackwater, e assieme agli ingenti danni la piena porta con sé la misteriosa Elinor Dammert, una maestra elementare piena di risorse inaspettate che in pochissimo si ritaglia un nido su misura all'interno della facoltosa famiglia Caskey. Mentre la donna procede a vezzeggiare i suoi favoriti e a tagliar fuori chi invece la osteggia, vediamo diversi avvenimenti che vanno a coprire un periodo di circa due anni.

Questa potrebbe essere l'unica vera debolezza del testo, perché assistere solo a pochi episodi chiave rende l'intreccio poco corposo e perfino dispersivo, dando la sensazione di star assistendo più a una narrazione antologica che a un romanzo convenzionale. In tal senso, il finale non è di grande aiuto perché ben pochi degli spunti disseminati nel testo ottengono una netta risoluzione, mentre la maggior parte viene ignorata dai personaggi stessi e quindi rimandata al secondo capitolo o dopo ancora. Tutto questo non riesce comunque a rendere la lettura noiosa, ma soltanto un po' più arduo immergersi appieno nelle vicende, private di una vera omogeneità e raccontate facendo spesso ricorso a delle piccole ellissi temporali. Avrei una mezza riserva anche sui personaggi secondari, in particolare sugli abitanti di Perdido che nelle prime scene sembrano molto rilevanti, ma poi tendono sempre più a fondersi in un'entità indistinta che rimane quasi sempre sullo sfondo.

Lo stesso non è fortunatamente valido per protagonisti e comprimari, che formano un cast ricco di personalità varie e credibili, con le quali è molto semplice entrare in sintonia: appena qualche capitolo e ci si sente parte della famiglia allargata dei Caskey... fosse anche per rastrellare la sabbia nei loro giardini! E al fianco di tutte queste riuscitissime figure, la città diventa da subito e a pieno titolo uno dei personaggi principali, per merito di descrizioni ricche di dettagli -tanto per gli ambienti naturali, quanto per gli edifici dove si muovono i caratteri- e del modo in cui dimostra di ricoprire un ruolo chiave in parecchi eventi. Ambientazione che ci viene raccontata attraverso la gradevolissima penna di McDowell, come sempre abile nel bilanciare una prosa scorrevole a un lessico ricercato, nonché in linea con il momento storico raccontato.

L'elemento paranormale merita un paragrafo a parte, perché pur avendolo apprezzato molto ritengo che dimostri qualche limite. Infatti, l'horror brutale e decisamente sopra le righe dell'autore con me funziona bene, e credo che qui sia riuscito a collocarlo con cura all'interno del testo, adottando delle buone tempistiche: non si rimane per pagine e pagine in attesa che venga rivelato qualcosa di scontato, anzi sin da subito la natura mostruosa di un personaggio in particolare è palesata ad altri caratteri e a noi lettori. Questo comporta però una corposa necessità di sospendere l'incredulità e accettare che gente adulta e per altro abbastanza pratica non si ponga la minima domanda trovandosi di fronte a scenari allucinanti. Spero che i prossimi capitoli riescano a bilanciare meglio questo aspetto, fornendo magari a Mary-Love delle motivazioni più solide per la sua diffidenza, oltre all'avversione per un insolito colore di capelli.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 22 settembre 2026

"Carte in tavola" di Agatha Christie

Carte in tavola (Hercule Poirot, #15)Carte in tavola by Agatha Christie
My rating: 4 of 5 stars

"«Ormai ho scritto trentadue romanzi... e, naturalmente, sono tutti uguali, come sembra che abbia osservato il signor Poirot… mentre nessun altro se ne è accorto... e se rimpiango una cosa... è che ho voluto che il mio investigatore fosse un finlandese»"


LA RISPOSTA DELLA CARA AGHATA AGLI AVENGERS

Non sono arrivata a lasciar passare un intero anno ma poco c'è mancato: dallo scorso ottobre non leggevo nulla di Christie, e da prima ancora avevo messo in pausa la serie dedicata al buon Hercule. Tutto per mancanza di nuovi titoli nella mia biblioteca (un tempo nota come collezione...), alla quale ho rimediato facendo incetta di volumi all'usato, ed eccomi quindi approdare a "Carte in tavola"; un libro che non solo mi ha permesso di reincontrare il detective belga meno modesto di sempre, ma si è dimostrato un efficacie connettore per una buona fetta dei personaggi creati dalla cara Agatha! troviamo infatti il sovrintendente Battle, il colonnello Race e la scrittrice Ariadne Oliver tra i protagonisti mentre a margine viene perfino nominato l'irreprensibile ispettore Japp, rendendo questa storia la prova principe dell'esistenza di un universo narrativo condiviso tra tutti i suoi risolutori.

La premessa non è delle più complesse, ma funziona per catturare l'attenzione di Poirot e del lettore: il ricco ed eccentrico signor Shaitana invita l'investigatore a cena nella sua opulenta dimora con la promessa di mostrargli una collezione di artisti del delitto, ossia persone che sono riuscite a commettere uno o più omicidi e risultare nondimeno del tutto impunite. Almeno uno di questi criminali percepisce però il pericolo rappresentato dal padrone di casa e, durante le partite a bridge di fine serata, riesce a pugnalarlo a morte sotto gli occhi di altri tre ignari giocatori. Battle inizia subito un'indagine serrata, ma non è il solo a voler individuare l'assassino, tanto che l'operazione diventa una sorta di progetto di gruppo al quale partecipano attivamente anche Poirot, Oliver e Race.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio vedere all'opera questi personaggi, con i loro diversissimi atteggiamenti nei confronti dei quattro sospettati: Battle segue una linea d'azione classica e metodica, Poirot tenta di svagare con quesiti all'apparenza insignificanti conditi da trappole assortite, Oliver accentua se possibile la sua già tragica sbadataggine e aggiunge qualche nota di amichevole compassione, mentre Race porta a casa la mini quest assegnatagli per poi scomparire. La sua quasi totale assenza mi ha fatto un filino storcere il naso, ma possiamo dire che sia coerente con il personaggio; anche da parte della grande giallista non mi sarebbe spiaciuto leggere un contributo più significativo, però mi sono potuta consolare tranquillamente con l'ottima dinamica tra Poirot e Battle che tiene banco in svariate scene, risultando tanto intrigante quanto divertente visti i loro caratteri agli antipodi.

Tra gli elementi che hanno reso per me davvero godibile questa lettura compaiono senza dubbio la caratterizzazione della signora Lorrimer (aka la migliore tra i comprimari), lo spazio dato alle prospettive dei sospettati -perché da un lato vengono fornite più informazioni, ma dall'altro si finisce spesso e volentieri per essere portati fuori strada-, e la dinamicità della struttura: una piacevole sorpresa, dal momento che il ridotto numero di indiziati mi portava a temere una narrazione molto più statica e ripetitiva. Risulta molto carina anche la scelta di rendere centrale il tema del bridge, che non viene abbandonato dopo il delitto iniziale, ma diventa una sorta di argomento ricorrente in ragionamenti e battute varie. Ricorrenti sono anche gli easter egg, sempre graditi, seppur debba indicare con fermezza quello ad "Assassinio sull'Orient Express" come il mio preferito.

In linea di massima ho apprezzato anche la figura di Ariadne Oliver: ha le battute migliori, adoro i suoi riferimenti meta-narrativi, e porta una bella ventata di autoironia nel testo. A darmi noia è invece l'idea di associarla al femminismo, perché quello di cui parla non è affatto femminismo e la fa risultare quasi sempre una personaggia risibile e inconsistente. Non mancano poi i due capisaldi delle mie lamentele christieniane, ovvero la xenofobia e le romance fuori luogo, che come spesso accade mortificano senza ragione la lettura. Segnalo poi delle tempistiche un filino strane per la risoluzione conclusiva e la presenza di troppe informazioni per il lettore ben prima di arrivare alla spiegazione finale targata Poirot, sebbene la trovata dell'attore sia stata un colpo di genio davvero ben assestato.

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giovedì 17 settembre 2026

"L'ombra del patrono" di Mattia Manfredonia

Le notti di Cliffmouth: l'ombra del patronoLe notti di Cliffmouth: l'ombra del patrono by Mattia Manfredonia
My rating: 4 of 5 stars

"Per anni era rimasto in bella vista sul ciglio della rupe. I coloni avevano coperto di stucco le incisioni stregate e ne avevano cambiato l'utilizzo. Lui, come un'altissima e immobile sentinella, attendeva da secoli il giorno in cui la luce della strega sarebbe tornata per infondersi nei suoi nervi di pietra. Il Verde Pinnacolo di Malamellula altro non era che il faro di Cliffmouth"


I MILLE E UNO USI DELLA PUTRESSENZA

Migliorare nelle abitudini di lettura figura sempre tra i miei buoni propositi; per esempio, di recente sto valutando l'idea di affrontare le serie back-to-back, leggendo tutti i seguiti appena terminato il primo capitolo. Di certo avrei fatto bene a farlo con Le notti di Cliffmouth perché "L'ombra del patrono" si è rivelato essere in tutto e per tutto una diretta continuazione, lasciandomi alquanto spiazzata non tanto sul piano dell'intreccio bensì sulle regole dietro al mondo fantasy creato da Manfredonia. Una sensazione in parte simile a quella che mi ha trasmesso lo scorso mese "Un affare per orecchie a punta", pubblicato dalla stessa CE: gli autori SFF nostrani danno forse per scontata la conoscenza approfondita di complessi meccanismi soprannaturali e di ventordici creature immaginarie? A me tutto questo know-how purtroppo manca, ed ecco perché pur avendo valutato positivamente il romanzo nel suo insieme non si contano i passaggi che ho dovuto rileggere, per poi rimanere comunque a fissare il vuoto come un'idiota con la sensazione di essermi lasciata sfuggire qualche elemento vitale per la comprensione della storia.

A grandi linee, la trama sviluppa e risolve tutti i misteri messi in scena durante "Luci verdi dall'inferno", con la cittadina costiera minacciata da una quantità di malevole entità paranormali a cominciare dai mostri fungini che popolano la foresta, ma c'è dell'altro: sembra che tanto i residenti quanto i visitatori nascondano dei segreti potenzialmente pericolosi. A eccezione della breve prima parte, che fa un passettino in dietro sulla linea temporale e ci aggiorna sugli eventi legati alla vicina Cliffport, l'intera narrazione si svolge a Cliffmouth e vede tornare i vecchi POV con l'aggiunta di Susan "Sue", ma in questo caso la maggior parte dello spazio viene concesso alla prospettiva di Cordelia, identificabile in modo più marcato come la vera protagonista e la persona chiamata a mettere chiarezza e ordine nella vicenda, portando nel mentre a compimento il suo percorso di crescita interiore.

La decisione di focalizzarsi su di lei mi ha convinto parzialmente: capisco fosse la scelta più sensata in quanto Dama del Cordoglio ancora inesperta e con diversi aspetti caratteriali sui quale poter migliorare, ma la sua indole avventata rende troppo rapidi alcuni passaggi e poco chiare diverse rivelazioni; inoltre non mi ha fatto impazzire il sottinteso sulla sua possibile bisessualità, che ho trovato alquanto stereotipico. In linea di massima, i personaggi rientrano però tra gli aspetti più convincenti del romanzo, con dei caratteri a tutto tondo e soprattutto collegati da ottime relazioni interpersonali che più di tutto il resto permettono di farsi coinvolgere nella storia e appassionarsi ai diversi misteri. Misteri che vengono rivelati con delle tempistiche molto intelligenti, seguendo una struttura che di certo l'autore ha imbastito con cura ben prima di scrivere la prima parola del capitolo precedente. Si percepisce in modo netto anche la volontà di stupire il lettore, ma da questo punto di vista i risultati sono parecchio altalenanti, infatti in alcuni casi non ci sono informazioni sufficienti per arrivare alla deduzione corretta (che ne sappiamo dell'addestramento megafotonico dei cavalli delle Dame?) mentre in altri si tratta di segreti alquanto pulcinelleschi, già palesi ai tempi di "Luci verdi dall'inferno".

Lo stile si riconferma uno dei punti di forza del caro Mattia, in particolar modo per la bravura nell'assegnare una specifica voce a ogni carattere e per la buona gestione di ritmo e dinamicità, che rendono impossibile annoiarsi e trascinano con entusiasmo il lettore per tutto il volume. Continuo a trovare invece alquanto caotiche le sue scene d'azione, al punto da farle risultare inutilmente confuse, oltre a essere piene di siparietti in cui i personaggi chiacchierano come se non stessero vivendo una situazione di pericolo imminente; questa è anche la principale ragione per cui esito all'idea di recuperare il suo nuovo romanzo, che si presenta principalmente come una narrazione avventurosa. Sono inoltre perplessa sul fronte della magia, che qui diventa ancor più rilevante per l'intreccio e viene approfondita nella sua pratica, ma al contempo lascia l'impressione che le varie regole siano più che altro convenienti per il proseguo della storia, oltre a poter essere contraddette alla bisogna in più frangenti.

Come spesso accade, chiudo parlando un po' dell'edizione. Nulla da dire a Lumien sul fronte estetico! infatti i loro volumi sono sempre molto curati e ricchi di dettagli grafici di gusto; peccato non manchino allo stesso tempo numerosi refusi nel testo, accostati a una gestione non chiarissima degli spazi fra i paragrafi. L'errore più grossolano è però l'assenza di trigger warning: molti dialoghi hanno un contenuto abbastanza disturbante, reso ancor più fastidioso dall'accostamento di questi dettagli crudi con altri molto più giocosi e talmente ridicoli da non stonare nel contesto della Melevisione: per esempio, in una scena si svolge un rituale satanico con implicazioni terribili come tortura e pedofilia, eppure il demone evocato porta occhiali e tocco accademico, e afferma di star radunando bambini e neonati per organizzare una nuova classe scolastica all'inferno. Trovandomi davanti immagini di questo tipo, in tutta onestà non ho potuto fare a meno di scoppiare a ridere per quanto grottesche risultassero, ma dubito fosse l'effetto desiderato.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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lunedì 14 settembre 2026

"L'altra valle" di Scott Alexander Howard

L'altra valleL'altra valle by Scott Alexander Howard
My rating: 3 of 5 stars

"Ecco di nuovo il lago. La città questa volta sulla sponda opposta, scintillante nell'alba ... Guardò la valle straniera a bocca aperta, con la paura e la meraviglia di un visitatore. Scrutai il cielo. Alcune nuvole stavano strisciando verso nord, perdendo il loro colore rosa. Il mattino era di un sottile blu silicio. In alto, un falco planava su ali immobili"


LA VALLE INTERDETTA AGLI ASTEMI

Come ormai si sarà indovinato, il viaggio nel tempo in ogni sua declinazione è uno dei miei tropi fantascientifici preferiti; e dal momento che appezzo molto anche i contesti più o meno marcatamente distopici, "L'altra valle" sembrava il libro perfetto per me. E se mi fossi fermata ai primi capitoli sarei forse arrivata ad assegnargli perfino cinque stelline... ma allora perché questa valutazione grossomodo mediocre? Come vedremo, le problematiche che si palesano nel corso della lettura sono variegate, ma il mio limite soggettivo è stata l'assenza di qualsivoglia reazione emotiva in un contesto dove si cerca proprio di spingere con ogni mezzo il lettore a simpatizzare per la triste sorte della protagonista. Peccato esistano spot pubblicitari della carta igienica capaci di commuovermi molto più dell'epilogo teoricamente strappalacrime di questo romanzo.

La narrazione si divide in due parti e altrettante linee temporali, come si può intuire anche dalla citazione piazzata in quarta di copertina, ma prima di parlare dell'intreccio, vediamo la particolare ambientazione: ci troviamo in una valle (con ogni probabilità collocata tra Veneto e Friuli, vista l'insalubre quantità di alcolici pro-capite!) dove ci si muove tanto nello spazio quanto nel tempo, infatti verso ovest si trova una serie di valli identiche in diversi momenti del passato e verso est lo stesso ma proiettandosi nel futuro; in particolare lo spostamento procede sempre di vent'anni, e per ovvie ragioni una recinzione e dei gendarmi armati impediscono agli abitanti di viaggiare senza una precisa autorizzazione da parte del Consiglio cittadino, che accorda tali permessi soltanto a parenti stretti in caso di un lutto improvviso. In questo contesto rigidamente normato -e abbastanza simile a nostri anni 70- cresce Odile Ozanne, una sedicenne timida e goffa in procinto di cominciare l'apprendistato, magari proprio all'interno del Consiglio come spera sfacciatamente sua madre. Il modo in cui la ragazza vede il proprio destino viene però stravolto quando scorge una coppia di visitatori da una valle futura e capisce che sono lì per il suo compagno di classe Edme Pira.

Il percorso di maturazione della protagonista copre l'intero arco della storia, puntando soprattutto l'attenzione sulla mancanza di autonomia che la porta a fare delle scelte avventate e sciocche prima di poter prendere tra le mani la sua esistenza con cognizione di causa. Pur nutrendo qualche perplessità sulle tempistiche scelte dall'autore per questo percorso di crescita, lo apprezzo a livello concettuale e trovo che sia stato ben accostato al tema dell'accettazione del lutto. I principali pregi dell'esordio di Howard però sono senz'altro il suo stile curato e molto gradevole -specie per come gioca sapientemente con le figure retoriche- e il concept alla base della narrazione: il world building è molto più articolato di quanto si potrebbe pensare (o forse di quanto sarebbe stato saggio renderlo?) e viene spiegato in modo naturale, in modalità e tempi ben ponderati.

La trama fatica invece a rientrare tra i punti di forza del volume perché, pur compensando la propria semplicità con alcune svolte interessanti, avanza per merito di dei ex machina piazzati in momenti fortuiti per spingere la protagonista a forza verso un determinato epilogo; inoltre parecchi dettagli apparentemente significativi rimangono privi di un vero chiarimento e il ritmo risulta essere fin troppo placido nella parte centrale del testo. A dispetto del suo fascino, anche il world building rientra tra gli aspetti meno equilibrati, infatti inverosimiglianze e incoerenze non si contano neppure: basta anche solo chiedersi come possa una comunità così poco numerosa produrre ogni bene necessario, potendosi perfino permettere di mantenere nullafacenti, commerciare oggetti per nulla indispensabili e coltivare piante incompatibili con una singola areale. La risposta dovrebbe celarsi nella natura allegorica del testo, ma la presenza di tante regole rende difficile sospendere più di tanto l'incredulità.

Come già accennato, ho trovato inoltre fastidiosa la pornografia del dolore messa in scena dal caro Scott, l'inspiegabile e inspiegata assenza di segni grafici nei dialoghi e la scrittura dei personaggi secondari, che mi sono sembrati dal primo all'ultimo stereotipati e limitati al loro ruolo narrativo in modo parecchio netto. Questi piatti comprimari sono un'altra delle ragioni per cui non ho potuto empatizzare con la storia, assieme all'eccessiva indolenza da parte di Odile che rasenta un urticante forma di patetismo; per mio gusto, proprio il tentativo sfacciato di ispirare compassione nel lettore porta questo romanzo a fallisce nell'intento. Il mio coinvolgimento è stato ulteriormente minato dagli accenni alle storie folkloristiche di questa valle, che pur essendo a malapena abbozzate mi sono sembrate tristemente più interessanti della vicenda con protagonista questo manifesto semovente alla sfiga.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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venerdì 11 settembre 2026

"L'oscurità profana" di Richard K. Morgan

L'oscurità profana (Cosa resta degli eroi, #3)L'oscurità profana by Richard K. Morgan
My rating: 4 of 5 stars

"La creatura si sollevò mentre lei guardava, impennandosi quasi completamente sulle cosce. La cresta si spalancò, schiudendosi ai lati del cranio per la lunghezza d'un cancello di palazzo ... Il drago strillò contro il cielo grigio e desolato, e Archeth avvertì l'urlo attraverso la pietra contro cui stava appoggiata. Si sentì vibrare il fondo dello stomaco"


IN PRATICA I KIRIATH SONO TUTTI... DALTONICI?

Pur essendo una stabile lettrice del genere fantasy non sono mai diventata una grande fan delle varie creature magiche o paranormali e questo vale anche per i draghi, che siano amichevoli e paciocconi come Dragonite oppure con il cipiglio incazzoso alla Charizard. Quindi la copertina de "L'oscurità profana" avrebbe dovuto lasciarmi indifferente, o al massimo meritarsi un piccolo plauso da parte mia per la qualità dell'illustrazione, invece mi ha infastidito per l'intera lettura perché sulla cover avrei visto meglio la spada dei NeraRovina, i coltelli da lancio di Archeth, oppure il fiocco medioevale con stella dell'edizione americana, mantenendo la linea dettata dai due volumi precedenti. E mi spiace dover dire che questa immotivata mancanza di coerenza è solo il primo dei miei motivi di risentimento verso il lavoro svolto dalla CE italiana sul capitolo conclusivo della trilogia Cosa Resta degli Eroi.

La storia si apre con un timeskip rispetto alla conclusione de "Il gelo comanda", infatti sono passati cinque mesi dall'inizio della gloriosa spedizione imperiale verso le isole Hironish e all'incirca un anno dalla cacciata degli Aldrain da Yhelteth. E mentre i nostri protagonisti cercano apparentemente invano la tomba di NeraRovina lo Scambiato e la colonia di An-Kirilnar, nuove minacce giungono via mare: una flotta mandata dalla Lega -dove nel frattempo si è scatenata l'ennesima guerra di confine- e capitanata da un parecchio risentito Klithren. Al fianco degli ostacoli terreni, non possono poi mancare gli interventi assortiti di Dwenda, Corte Oscura e dei vari dispositivi fin-troppo-smart disseminati millenni prima dai Kiriath. Arrivati a questo punto della serie, ogni accenno alla trama sfiora il confine con lo spoiler, ma posso dire che Ringil viene separato dagli altri e si dedica sempre più ad apprendere l'ikinri 'ska; nel frattempo, Archeth ed Egar scoprono cosa si nasconde dietro i diversi conflitti e cercano di evitare la catastrofe.

E nonostante questo intreccio occupi oltre ottocento pagine, ricavarne delle osservazioni non è per nulla immediato. In primis perché la storia diventa abbastanza rapidamente dispersiva e ai protagonisti mancano quasi sempre degli obiettivi chiari, o che comunque il lettore possa interpretare senza alcun dubbio: è sottinteso come tutti loro pùntino alla salvaguardia del genere umano contro minacce aliene o interdimensionali assortite, ma avrei preferito capire un po' più nel dettaglio le sequenze di ragionamento. Per esempio, Ringil è protagonista di diverse epifanie molto importanti per far avanzare la storia eppure altrettanto inspiegabili; certo, si potrebbero azzardare delle ipotesi (magari tra le capacità dell'ikinri 'ska c'è anche l'implementazione dell'intuito?) però in altri casi i chiarimenti non mancano, anzi sono presenti lunghi spiegoni da parte soprattutto dei Cimieri e di Dakovash, che in un passaggio teoricamente teso dal punto di vista emotivo e narratologico pensa bene di fare un riassuntone delle disavventure vissute da Egar ne "L'acciaio sopravvive".

Questo ci porta all'argomento spinoso delle sottotrame, e soprattutto delle sottotrame ripescate dai primi due libri. Da un lato ho ammirato la cura con cui l'autore ha saputo portare avanti per l'intera serie dei misteri sul funzionamento e sulla Storia del suo universo narrativo, fornendo pian piano delle rivelazioni che permettessero al lettore di unire gli elementi a sua disposizione per comprendere almeno in parte la pianificazione dietro questo poderoso world building; d'altro canto, dedicare un simile spazio a eventi risalenti a centinaia e centinaia di pagine prima risulta frustrante nel momento in cui chi legge vorrebbe veder progredire la vicenda nel presente. In questo modo si arriva invece a ridosso dell'epilogo senza avere affatto la sensazione di star leggendo una conclusione di serie! e infatti gli ultimi capitoli lasciano moltissimo spazio alla nostra immaginazione per indovinare quale sarà l'effettivo finale.

Seppur io non abbia apprezzato la risoluzione data a diversi personaggi e sottotrame -in particolare, ammetto candidamente di non aver capito per nulla come pensano di risolvere il problema delle isole vulcaniche-, ritengo che una chiusura dolce-amara e un filino ambigua sia stata la scelta migliore per questa trilogia. Inoltre non vengono lesinate morti significative e brutali, senza alcun riguardo per i sentimenti dei lettori, e non si indugia neppure su momenti di reunion per i quali un po' speravo ma che in effetti sarebbero stati soltanto un contentino dato ai fan. Onore quindi a Morgan per la coerenza, che comunque non gli ha evitato le mie lamentele psichiche per il modo... diciamo bizzarro con cui ha deciso di caratterizzare il Popolo delle Squame e per la lunghissima introduzione dedicata a Wyr MastroSqualo, praticamente inutile visto il suo ruolo limitato all'interno della narrazione.

Ma allore dov'è che il caro Richard riesce davvero a brillare incontrastato? nella scrittura dei personaggi! Adoro come i valori che muovono i tre protagonisti siano netti e costanti, nonché fortemente simpatetici; e proprio su questi l'autore calca la mano per allestire degli eccellenti momenti di confronto: i miei preferiti sono stati quelli tra Archeth ed Egar da un lato e Ringil e Klithren dall'altro, ma devo dire che tutte le interazioni che vedono coinvolti i Cimieri o i membri della Corte Oscura risultano appassionanti e ricche di tensione. E lo sarebbero ancor di più se i refusi dell'edizione nostrana non giungessero spesso e volentieri a straniare il povero lettore; per quest'ultimo capitolo Rialti -che finora aveva svolto un lavoro adeguato come revisore- torna a occuparsi di traduzione, e quindi aridaje di nomi sbagliati a grappolo e mitragliate di "fottuto" et similia mai viste nei volumi precedenti. Si trattasse di un volumetto da pochi euro come quelli prodotti in serie da Newton Compton non mi lamenterei più di tanto, ma questo libro (in flessibile, tra l'altro!) viene venduto a venti sberle! Sono casi come questo che mi portano a sentirmi sempre meno in colpa di acquistare quasi tutto all'usato.

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