La diga by Michael McDowellMy rating: 4 of 5 stars
"Poi vi gettò il cuore trafitto, che cadde su un letto di braci ardenti e iniziò subito a sfrigolare. Sister e Ivey sbirciarono all'interno e lo guardarono mentre prendeva fuoco e bruciava in una fiamma cremisi. Presto rimasero soltanto i cinque spiedi incandescenti, ancora intrecciati a formare un pentagono"
NOVANTADUE MINUTI DI APPLAUSI PER SISTER
Per l'ennesima volta mi sono lasciata gabbare da Neri Pozza e dalle sue infide sinossi! E dire che, dopo il disappunto provato a causa de "Il serpente dell'Essex", avevo stabilito di ignorare le loro quarte di copertina; non avendo avuto alcun problema con "La piena", mi sono però lasciata nuovamente irretire quando è arrivato il momento di continuare la saga Blackwater con il secondo capitolo. Purtroppo ritengo che il modo in cui viene presentato "La diga" sia parecchio ingannevole: si pone l'attenzione quasi esclusivamente sull'attività di costruzione dell'opera di sbarramento e sulle conseguenti difficoltà logistiche, mentre queste occupano a malapena l'ultimo terzo del volume. Ma cosa succede prima? tranquilli, ora vi sforno io un accenno di trama come si deve...
Ritroviamo la famiglia Caskey più o meno come l'avevamo lasciata, ossia con una calma ostilità tra Mary-Love ed Elinor che comporta diverse azioni passivo-aggressive da entrambe le parti: la suocera cerca di tenere la nipotina Grace lontana dalla nuova casa, la nuora si sbarazza dei vestitini datile per la sua secondogenita Frances, e così via mentre Elinor sembra sempre più impegnata a investire sul prestigio futuro del marito Oscar. Nel frattempo arrivano in città -e si inseriscono all'interno del clan dei Caskey- Early Haskew, l'ingegnere che si dovrà occupare del progetto della diga, e la cognata di James Queenie Strickland, in cerca di un nuovo posto in cui vivere con i suoi figli. La maggior parte del libro copre quindi gli avvenimenti del 1922 e i primi mesi del 1923, mentre nelle pagine finali McDowell scegliere di non creare un vero e proprio epilogo, bensì di riassumere gli eventi dei quattro anni successivi e di gettare le basi per il terzo capitolo della serie.
Non avendo avuto a disposizione questa premessa ed essendomi invece basata su quella rifilata dalla CE, ero certa del ruolo centrale che avrebbero ricoperto i lavori di edificazione della diga all'interno dell'intreccio; questi risultano essere invece solo uno dei principali elementi che lo formano, venendo tra l'altro relegati alla parte finale del testo. Di nuovo il formato episodico non mi ha convinto appieno perché, nonostante il caro Michael sia stato molto abile nel collegare pian piano le diverse sottotrame, ne risulta spesso un senso di incompletezza, come si potesse scorgere solo una piccola parte di un arazzo narrativo molto più ampio. E di certo è così per la componente soprannaturale, per la quale vengono fornite giusto un paio di informazioni in più senza permettere al lettore di farsi un'idea ben chiara sulla natura di Elinor, delle sue figlie, dell'entità che dimora nella casa, o di come tutte loro siano legate al fiume Perdido.
In generale ho avuto l'impressione che il lato horror della storia venisse notevolmente ridimensionato, infatti nonostante non manchino un paio di passaggi grotteschi questi sono brevi, funzionali alla scena in corso e dalle conseguenze limitate; inoltre il personaggio di Elinor risulta essere meno centrale rispetto al primo romanzo: sono presenti diversi momenti nei quali mi sarei aspettata un suo intervento più significativo, mentre sono stati altri caratteri a prendersi l'attenzione. Non sono contraria a questa apertura verso il resto del cast di per sé o perché tema che l'autore possa lasciare degli spunti incompleti (questo volume mi ha anzi provato l'esatto contrario!), ma vista la conclusione temo si ridurrà ancora lo spazio per la teorica protagonista, magari in favore di figure giovani considerando le ampie ellissi temporali.
Mentre le ambientazioni brillano un po' meno di quanto McDowell ci abbia abituati, devo dire che l'approfondimento dei protagonisti, l'analisi più complessa delle loro relazioni, e l'occasione anche per qualche comprimario di ottenere finalmente una vera caratterizzazione, sono tra gli aspetti che maggiormente ho apprezzato durante la lettura. Quasi tutti i personaggi ottengono una crescita, magari non in senso nettamente positivo ma di certo diventano dei caratteri tridimensionali, con i quali è ancor più facile entrare in sintonia o rivedere delle persone reali. In particolare ho trovato molto interessante il lavoro di scrittura fatto sul piccolo John Robert DeBordenave e su Queenie, perché sarebbe stato fin troppo semplice puntare su un banale patetismo per le loro sventure, invece il caro Michael si premura di renderli delle figure dignitose nei rispettivi ruoli. Ma la standing ovation è riservata al momento di emancipazione di Sister, che nasconde anche una sorta di twist per come viene risolto: posso sperare che nei seguiti saprà darci più d'una soddisfazione.
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