martedì 21 aprile 2026

"Nel bosco" di Tana French

Nel bosco (Dublin Murder Squad #1)Nel bosco by Tana French
My rating: 1 of 5 stars

"Mi balzarono alla mente alcuni ricordi, alcuni tuttora difficili da affrontare ... La luce grigia dell'alba, il rumore dei nostri passi, la rugiada sulle gambe nude, la mano di Jamie, piccola e rosea, sulle pieghe di un abito di pietra, il suo viso rivolto verso l'alto per guardare in quegli occhi vuoti. Il silenzio infinito"


PER NIENTE O'KE(LL)Y!

Con una "carriera" da lettrice lunga quasi tre decadi alle spalle, ho notato che sempre più spesso mi appoggio a una ristretta cerchia di autori ben conosciuti e apprezzati, mentre fatico parecchio quando si tratta di dare un'occasione a una penna nuova. Con ogni probabilità è un meccanismo difensivo: in passato avevo invece l'insana abitudine di acquistare a scatola chiusa anche due o tre libri di uno scrittore mai provato prima, rimanendo delusa dal risultato spesso e volentieri. Ogni tanto però quel piccolo sforzo riesco ancora a farlo, a esempio con Tana French e il suo romanzo d'esordio "Nel bosco", primo capitolo in una serie di volumi grossomodo autoconclusivi che -per ragioni che andrò a elencare a breve- non progetto di continuare in futuro.

Per l'ambientazione l'autrice sceglie il suo Paese d'adozione, l'Irlanda. Ci troviamo infatti a Knocknaree una località fittizia non lontana da Dublino, dove degli archeologi rinvengono un cadavere; nulla di strano, se non si trattasse del corpo di una ragazzina vittima di un omicidio fin troppo recente. A indagare sulla vicenda sono i detective Adam Robert "Rob" Ryan (aka, la nostra voce narrante) e Cassandra "Cassie" Maddox, i quali ben presto identificano il corpo come quello della giovane promessa del balletto Katharine "Katy" Siobhan Devlin. Il mistero non è però così semplice da ricostruire, sia per l'ostruzionismo della famiglia che per i collegamenti con un caso di vent'anni prima: nel 1984 quella stessa zona è stata infatti il teatro della sparizione di Germaine "Jamie" Elinor Rowan e Peter Joseph Savage, dei dodicenni come Katy ma soprattutto i più cari amici d'infanzia dello stesso Rob.

Un legame che ovviamente influenza le reazioni e l'atteggiamento del protagonista, delineando un quadro interessante sul piano psicologico ma anche molto problematico. Rob infatti ha una quantità spropositata di difetti personali e mancanze professionali, che mi hanno portata in più momenti a chiedermi come possa aver avuto così tanti successi nel suo lavoro di detective. Questa caratterizzazione lo ha reso per me insoffribile come narratore e odioso come protagonista, e se è vero che un personaggio non dev'essere per forza moralmente ineccepibile è altrettanto vero che un autore non può basare la totalità dei colpi di scena sull'idiozia di un carattere. O peggio ancora dell'intero cast, perché in realtà c'è un'unica personaggia che dimostri intelligenza e genuino interesse per il proprio lavoro: peccato che French costringa anche lei a comportarsi da mentecatta per pilotare l'intreccio a proprio gusto.

Tra personalità detestabili oppure stereotipate al massimo, il cast non spicca come punto di forza del volume, tra i quali si possono invece includere le metafore visive che danno carattere allo stile dell'autrice e la scelta di affrontare dei temi decisamente rilevanti; non sono convinta del tutto del risultato ottenuto, ma devo ammettere che la descrizione di un nucleo famigliare disfunzionale le è riuscita molto bene. Un pregio con riserva riguarda invece il racconto dell'indagine, che è davvero dettagliata e tiene conto dei tecnicismi del caso, ma allo stesso tempo rallenta moltissimo il ritmo in un genere di romanzo dove ci si aspetterebbe un coinvolgimento più rapido. Un'ulteriore zavorra narrativa è rappresentata dalla lunghezza eccessiva dei capitoli -circa 50 pagine ognuno-, altro elemento insoluto per un thriller.

Come si sarà intuito, non reputo l'intreccio granché riuscito: le svolte dell'indagine sono per la maggior parte fortuite, e anche gli ostacoli compaiono per puro caso anziché per merito dell'acume dimostrato dagli antagonisti. Ho trovato inoltre svogliata l'edizione nostrana (sarebbe costato tanto includere qualche nota esplicativa a fondo pagina?) e fastidiosa la scelta di spiegare i comportamenti dei personaggi anziché farli desumere dal contesto. Forse questo è dovuto alla presenza di un unico POV, e a tal proposito: con chi sta parlando Rob? il testo è costellato di suoi commenti e giustificazioni rivolti a un misterioso pubblico, come se si stesse interfacciando con qualcuno che gli chiede conto e ragione delle sue azioni, ma alla fine non c'è nessun chiarimento in merito! Inoltre è un narratore inaffidabile, espediente letterario fin troppo pigro per questo genere di storie; tra i demeriti soggettivi menzionerei poi la sensibilità datata e l'impressione che sia più vicino al noir di quanto io tenda ad apprezzare.

In relazione al lato investigativo c'è poi un enorme difetto, ossia le pochissime risposte sulla scomparsa degli amici del protagonista. Non escludo in modo assoluto vengano fornite nei seguiti, ma lo reputo molto improbabile considerando che di certo Rob non ritorna come protagonista negli altri romanzi, e a questo punto non saprei se considerarlo un bene o meno: da un lato l'ho detestato e non potrei sopportare altre narrazioni dal suo punto di vista, dall'altro trovo frustrante la scarsità di spiegazioni fornita su una figura teoricamente centrale all'interno della storia. Di sicuro la sua assenza non rappresenta una motivazione sufficiente per sorbirmi di mia sponte una seconda indagine con il contagocce a opera della cara Tana.

Voto effettivo: una stellina e mezza

View all my reviews

giovedì 9 aprile 2026

"Tutto è fatidico" di Stephen King

Tutto è fatidico: 14 storie nereTutto è fatidico: 14 storie nere by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Dalla ferita sgorgò un getto violento di goccioline di sangue che decorarono la tovaglia di puntini, con un motivo a ventaglio. Vidi con chiarezza … una goccia di sangue rosso vivo cadere nell'acqua del mio bicchiere e scendere verso il fondo lasciandosi dietro un filamento rosato"


QUATTRO DIVORZI E UNA (MANCATA) AUTOPSIA

Continua con un buon ritmo il mio recupero cronologico delle antologie del caro Stephen con la sua settima "Tutto è fatidico", composta da quattordici racconti non originali, principalmente concentrati sul genere horror. Una serie di narrazioni che non solo mi hanno riportato a Derry, Castle Rock e sulla via per la Torre Nera, ma è anche riuscita a stupirmi: pur non essendo molto popolare, penso possa ambire al titolo di miglior raccolta. Almeno per quanto riguarda le storie brevi, perché in quanto a novelle "Stagioni diverse" tocca delle vette non ripetibili!
Anche questa volta, sono andata ad assegnare un voto singolo a ogni titolo, per poi calcolare la media e trasformarla nella valutazione globale, con un lievissimo arrotondamento in positivo che trovo più che corretto per una lettura capace di trasmettere emozioni tanto variegate.


"Autopsia 4" - tre stelline
Si comincia con una storia dalla premessa parecchio cupa e angosciante, che il caro Stephen decide però di trattare con piglio quasi comico: l'agente di cambio Howard Randolph Cottrell, sosia di Michael Bolton e appassionato giocatore di golf, si risveglia all'interno di una sacca mortuaria e realizza di star per subire un'autopsia; ancora in dubbio sulla sua stessa condizione di vivente, Howard si ingegna in ogni modo per fermare l'operazione. Pur non essendo granché originale, lo spunto si dimostra interessante e ben gestito, inoltre il ritmo scorre ottimamente -con le varie rivelazioni piazzate con intelligenza nei momenti più opportuni- e i commenti del protagonista all'assurda piega degli eventi mi hanno convinto quasi sempre. Peccato che il black humor venga contaminato fin troppo da commenti sessualizzanti di dubbio gusto, inoltre mi sarei aspettata una piega meno forzatamente comica: gli elementi per creare più tensione e terrore non mancavano di certo.

"L'uomo vestito di nero" - quattro stelline
Nel secondo racconto si torna su binari più nettamente horror, con l'anziano Gary che -sentendosi ormai prossimo alla fine della sua esistenza- decide di trascrivere su un diario un incredibile episodio della sua infanzia: nei boschi vicino alla Castle Rock di inizio Novecento, il protagonista allora novenne incontrò un signore distinto, inquietante e decisamente affamato. Ispirandosi (a mio avviso molto vagamente) a un celebre racconto di Hawthorne, King ricava una piacevole storia caratterizzata da alcuni validi picchi di tensione, descrivendo in poche pagine un personaggio credibile e ben strutturato. La figura più interessante è però quella dello straniero nel bosco, nel quale si mescolano con attenzione malizia e aggressività, creano dei parallelismi non troppo velati con il mondo reale; peccato che questo antagonista non ottenga molto spazio, risultando una minaccia meno incisiva di quanto mi sarei aspettata.

"Tutto ciò che ami ti sarà portato via" - quattro stelline
La vicenda che vede come protagonista il commesso viaggiatore Alfie Zimmer porta il nero promesso da questa antologia a virare verso un blu cupo: l'uomo si trova in Nebraska, in particolare si è fermato in un Motel 6 sull'Interstate 80, ma con dei propositi ben diversi da un tranquillo pernottamento; a mettere in dubbio le sue convinzioni è il quadernetto sul quale ha appuntato graffiti trovati nelle stazioni di servizio durante anni di viaggi di lavoro. Ammetto di aver un po' patito la mancanza di una trama chiara, nonché la pochezza di dettagli sulla vita di Alfie e sugli eventi che l'hanno portato in quel luogo. La prosa riesce in buona parte a compensare queste lacune, portando l'attenzione sullo stato d'animo e sui dettagli psicologici di un protagonista alquanto atipico. Mi devo inoltre schierare con Bill Buford, il collega che ha consigliato al caro Stephen di lasciare in dubbio il lettore sul destino di Alfie, perché una risoluzione più netta avrebbe distorto il messaggio stesso della storia.

"La morte di Jack Hamilton" - tre stelline e mezza
Nonostante il tono vecchio stile e il contenuto molto lontano dalla contemporaneità, questo racconto è il più recente della selezione. Ispirandosi per molti elementi alle fonti storiche, King dà voce al criminale Homer Van Meter, membro della Banda Dillinger che nei primi anni Trenta era celebre per le clamorose rapine in banca e l'antagonismo con FBI, specialmente con la figura dell'agente Melvis Purvis; è quest'ultimo a uccidere infine il capobanda John "Johnnie" Herbert Dillinger, evento che solleva però parecchie perplessità nell'opinione pubblica, tanto da spingere Homer a voler disambiguare le circostanze della morte del complice Jack "Red" Hamilton, quando Johnnie si procurò una vistosa cicatrice sul viso. Tutti questi personaggi sono delineati con grande cura e anche i rapporti di amicizia tra loro riescono a convincere -a dispetto delle poche pagine a disposizione-, ma per contro l'intreccio risulta davvero scarno vista la scelta di rimanere fedele agli avvenimenti storici. Il limite che ho riscontrato in questo caso è quasi esclusivamente personale: non provo alcun interesse per le storie di gangster e trovo la scelta lessicale (seppur del tutto in linea con il contesto) troppo lontana dalla sensibilità attuale.

"La camera della morte" - quattro stelline e mezza
In uno scenario geografico non propriamente chiaro (forse il Venezuela o la Colombia), il reporter del New York Times Fletcher viene interrogato da alcuni funzionari del ministero dell'Informazione a causa del suo appoggio a un gruppo paramilitare comunista. La narrazione evolve rapidamente, portando a un'escalation di tensione raccontata in modo magistrale, anche grazie alla presenza di alcuni dettagli horror ben contestualizzati. Di certo avrei gradito una maggior chiarezza per inquadrare concretamente gli eventi e gli antagonisti non fanno chissà che sforzo per uscire dai rispettivi stereotipi, però la storia trova la sua forza nel protagonista e nella sua determinazione a sopravvivere, e da questo punto di vista trovo che l'autore abbia svolto un lavoro eccellente: pronto a pensare fuori dagli schemi e a correre dei rischi -ma senza risultare per questo incosciente o sopra le righe-, Fletcher è un personaggio pratico e brillante per il quale non si può che fare il tifo.

"Le Piccole Sorelle di Eluria" - tre stelline
Il racconto più lungo dell'antologia è ambientato poco prima dell'inizio de "L'ultimo cavaliere", ma risulta comprensibile anche a chi fosse del tutto digiuno dalle vicende de La torre nera, anzi potrebbe essere un buon assaggio di quelle vibes utile per capire se valga la pena investire in un percorso lungo ben otto libri. Pur presentando degli elementi horror, la storia rimane di base un'avventura fantastica con protagonista l'immancabile Roland Deschain, che durante la sua ricerca dell'uomo in nero finisce nella città fantasma di Eluria; qui il pistolero viene attaccato dai lenti mutanti per poi essere soccorso dalle Piccole Sorelle di Eluria, un gruppo di religiose dedite all'aiuto dei malati i cui modi ispirano però ben poca fiducia. Una narrazione e un tipo di prosa che mi hanno rimandata ai primi capitoli della saga, un po' nel bene (la contaminazione di generi e sottogeneri, i dettagli più grotteschi, la conclusione dal sapore dolceamaro) ma soprattutto nel male, e penso in particolar modo alla figura di Roland: che intuisce tutto senza però agire di conseguenza, fa promesse pseudo-eroiche a casaccio, e aspetta che sia l'ennesima tizia innamorata di lui perché sì a risolvere i suoi problemi. Nel complesso, una quest carina ma dimenticabile la cui lunghezza intermedia le preclude tanto l'immersione tipica di romanzi e novelle quando l'incisività del racconto breve.

"Tutto è fatidico" - cinque stelline
Sempre abbastanza lunghetto e sempre collegato a La torre nera, questo racconto è però tematicamente più vicino alla novella "Uomini bassi in soprabito giallo", oltre ad avere come protagonista un altro degli Spezzatori che si troveranno a Devar-Toi durante gli eventi de "La torre nera". In questa narrazione leggiamo infatti di come Richard "Dinky" Ellery Earnshaw scopre la propria abilità paranormale di tracciare simboli e parole che influenzano gli animali e perfino gli altri esseri umani; un dono impossibile da ignorare e che gli permette di condurre una vita all'insegna dell'agio a Columbia City grazie alle sovvenzioni della misteriosa Trans Corporation. Il primo elemento ad avermi fatto capire che questa narrazione stava funzionando è il talento di Dinky: in bilico tra praticità e misticismo, è chiaramente una capacità sinistra ma fa anche parte di lui in modo indissolubile, ed è inoltre la chiave per mostrare la debolezza mortale del protagonista. Non c'è purtroppo tanto spazio per gli altri personaggi, eppure Mr Sharpton risulta perfetto nel suo ruolo da antagonista cortese; mi è sembrata adatta anche la svolta finale: come il potere dei segni, intriga e convince senza dover scendere in troppi dettagli.

"La teoria degli animali di L.T." - tre stelline e mezza
Se nelle due precedenti narrazioni ho trovato azzeccata la scelta di collocare la nota dell'autore all'inizio, in questo caso credo che la presenza di una premessa finisca per creare delle aspettative fuorvianti, in particolare pensando al finale. La voce narrante è quella di un dipendente della W.S. Hepperton ad Ames nell'Iowa, che riporta il racconto fatto dal suo collega L.T. DeWitt in merito alla separazione dalla moglie Cynthia Lulubelle Simms, la quale dopo averlo lasciato pare sia stata vittima del cosiddetto killer della mannaia; la causa della rottura tra i due sembrano essere i loro animali domestici: il cane Jack Russell terrier Frank regalato a lui che però adora lei, e la gatta siamese Lucy regalata a lei ma con un debole per lui. Pur avendo qualche accenno di tematiche più cupe, la storia punta soprattutto sull'inquietudine sensoriale e sul confine tra detto e non detto, creando una buona atmosfera di tensione che però l'epilogo non riesce a sfruttare appieno, scegliendo non solo di lasciare ogni possibile conclusione aperta ma non dando al lettore neppure qualche elemento concreto per inquadrare correttamente l'indole dei personaggi.

"Il Virus della Strada va a nord" - quattro stelline
Il protagonista di questo racconto è un grande classico del caro Stephen: un celebre scrittore horror! Richard Kinnell non lo incontriamo però mentre è al lavoro sul suo prossimo romanzo bensì durante un viaggio in auto, in particolare quando incappa in una svendita domestica nella città di Rosewood e subito decide di acquistare un quadro che pare angosciare tutti tranne lui, intitolato appunto "Il Virus della Strada va a nord". Accostata a "Rose Madder", questa vicenda mi è sembrata più una commistione tra "Il fotocane" (dove sono presenti delle inspiegabili immagini in movimento), "Christine. La macchina infernale" per la presenza di un'automobile decisamente sinistra e "La metà oscura" per la presenza di un individuo decisamente sinistro che non dovrebbe essere reale. L'aspetto spaventoso della storia quindi è ben riuscito, e anche il limitato cast funziona pur con qualche stereotipo; sul fronte del ritmo si poteva invece dare più spazio alla crescita della tensione, perché la sventura che colpisce Kinnell non ha abbastanza tempo per essere elaborata da lui né tantomeno dal lettore.

"Pranzo al «Gotham Café» - quattro stelline
Di recente trasposto in una graphic novel, questo racconto ha come spunto un altro divorzio: il broker newyorkese Steven Davis viene infatti lasciato dalla moglie Diane Coslaw; desiderando rivederla, l'uomo fissa un incontro con lei e il suo avvocato William Humboldt, che propone quindi un pranzo in un locale sulla Cinquantatreesima, il Gotham Café appunto. Dopo un'introduzione abbastanza placida e moderata, la narrazione degenera in poche pagine non appena entra in scelta il bislacco maître d'hôtel Guy, e devo dire di non aver apprezzato del tutto il cambio repentino nel ritmo, che si percepisce soprattutto nel confronto finale tra Steven e la ex moglie. Molto interessanti invece gli elementi horror -con qualche spunto da thriller psicologico- e il momento dello sgambetto, specchio di una dinamica relazionale tossica.

"Quella sensazione che puoi dire soltanto di francese"- quattro stelline e mezza
Quello tra Bill e Carol Shelton sembra invece un matrimonio felice, con la coppia in partenza per la seconda luna di miele in occasione del venticinquesimo anniversario a Captiva Island, in Florida. La narrazione sottolinea in più punti come anche questo rapporto all'apparenza perfetto -soprattutto dopo tanti anni difficili dal punto di vista finanziario- nasconda degli attriti, ma subito l'attenzione si sposta sul senso di déjà vu che influenza la donna nel viaggio in macchina dall'aeroporto. So bene che come sunto risulta poco chiaro, ma credo sia una storia da affrontare quasi alla cieca: più degli eventi, qui sono le sensazioni e il crescente disagio a creare le fondamenta del racconto, una soluzione narrativa che non sempre riesce a convincermi ma in questo caso l'ho trovata azzeccata. Molto interessante anche la chiave di lettura, che giunge come una piccola rivelazione verso la fine di una storia con il solo demerito di essere troppo breve, perché una manciata di pagine in più avrebbe permesso di dare maggior carattere ai personaggi e di approfondire i dettagli ricorrenti.

"1408" - quattro stelline
Un'altra storia alla quale avrei concesso volentieri maggiore spazio è quella di Michael "Mike" Enslin, scrittore divenuto celebre per i resoconti delle sue esplorazioni in luoghi infestati da spettri. Giunto al Hotel Dolphin, l'uomo si confronta con il direttore Mr Olin che tenta in ogni modo di dissuaderlo dal pernottare nella stanza 1408, dove molti ospiti sono morti oppure hanno riportato gravi traumi; incurante dei moniti ricevuti, Enslin entra nella camera per settanta minuti, anche se gliene saranno sufficienti molti di meno per comprendere il suo errore. Le pagine in più sarebbero servite in quest'ultima parte, dove imperano la poca chiarezza e il ritmo frenetico, aspetti che non permettono di cogliere al meglio la pericolosità del luogo a mio avviso. Ho trovato invece molto interessante il passato della stanza e il modo in cui ha influenzato le vite di tante persone, nonché il resoconto degli esperimenti condotti dal direttore. Il risultato è una buona narrazione dell'orrore, che inquieta e attrae il lettore, un po' come il luogo al centro della vicenda.

"Riding the Bullet - Passaggio per il nulla" - cinque stelline
Un secondo preferito a dir poco inaspettato, perché all'inizio la storia del viaggio in autostop dello studente universitario Alan "Al" Parker non mi sembrava granché appassionante. Avvisato del ricovero della madre Jean a seguito di un malore, il ragazzo percorre la Route 68 diretto alla natia Harlow (città natale anche del protagonista di "Revival", tra l'altro!) e durante il tragitto accetta il passaggio di un certo George Staub alla guida di una Mustang d'annata. Ovviamente l'intero viaggio è costellato da sensazioni angoscianti e sottotesti squallidi, che valgono al racconto la presenza in questa antologia; sono approvati in pieno anche la caratterizzazione dei personaggi e la descrizione del rapporto tra Al e la madre. Il vero punto di forza credo si nasconda nel modo in cui il protagonista affronta la scelta impossibile che gli viene posta, e soprattutto come riesce a convivere con le conseguenze. Mi rendo conto sia una scelta paracula dal punto di vista emotivo, ma apprezzo anche che King con questo racconto abbia cercato di elaborare il lutto per la perdita della madre, perché a conti fatti non mi è sembrata una scelta troppo ruffiana.

"La moneta portafortuna" - tre stelline e mezza
Nell'ultimo e più breve racconto si torna a parlare di stanze d'albergo con la cameriera ai piani Darlene Pullen, che nella camera 322 del Rancher's Hotel di Carson City trova come mancia un quarto di dollaro; la donna inizialmente è allibita da una regalia tanto misera, ma poi inizia a sospettare che la monetina sia dotata di poteri paranormali. Come spesso accade in queste narrazioni, quella che inizialmente sembra la risposta a ogni problema diventa in breve motivo di angoscia per le sensazioni negative che Darlene associa alla moneta. Una storia che ci racconta molto poco, poggiando principalmente su stereotipi e dinamiche collaudate, ma nel complesso convince e intrattiene: forse uno dei rari casi in cui un formato più lungo avrebbe sciupato l'idea, rendendo prevedibile una conclusione che qui risulta invece quasi brillante.

View all my reviews

giovedì 2 aprile 2026

"La saggezza delle folle" di Joe Abercrombie

La saggezza delle folleLa saggezza delle folle by Joe Abercrombie
My rating: 4 of 5 stars

"Il prezzo del pane. Il prezzo delle abitazioni. Il prezzo della torba da quando il clima era diventato più freddo. Salari troppo bassi, orari troppo lunghi, troppe leggi o troppo poche. Pike aveva insegnato loro una lezione: se abbastanza persone si incazzano quando basta, potevano cambiare le cose. Adesso la rabbia era la risposta a tutto"


DA DOVE SONO SALTATI FUORI TUTTI 'STI TEPPISTI?

Come mi ero ripromessa, non appena terminato il secondo volume ho subito portato avanti la mia esplorazione del Mondo Circolare con "La saggezza delle folle", a oggi l'ultimo romanzo ambientato nel più celebre universo narrativo del caro Joe, dalla penna del quale credo a questo punto di potermi prendere una meritata pausa, almeno finché non avrà terminato la sua nuova serie. Nel mentre mi consolerò all'idea di aver concluso su una nota positiva questa trilogia che nei primi due capitoli aveva dimostrato di non saper sfruttare del tutto il potenziale dato dallo slittamento in avanti sul piano sociale e tecnologico. Qui invece prende una bella ricorsa, mostrando le conseguenze di tutto il build-up fatto su personaggi e world building in un migliaio di pagine.

Nonostante trascorra appena una manciata di giorni dalla conclusione de "Il problema della pace", il quadro generale qui è molto diverso: nel giro di pochi capitoli Orso è costretto a chinare il capo davanti all'onda della ribellione scatenata da Spezzatori e Incendiari, e mentre lui è letteralmente rinchiuso in una gabbia (non troppo) dorata i suoi passati oppositori si trovano in posizioni di potere; seppur anche i ruoli di Savine e Leo non siano sicuri come potrebbero sembrare, perché non tutti hanno chiuso un occhio sui loro trascorsi. Nel frattempo al Nord si prepara l'ennesima battaglia, in questo caso tra la neo-insediata sovrana Rikke e Calder il Nero, che non sarà più giovanissimo ma non intende per questo rinunciare tanto facilmente al trono del padre.

Escludendo alcune svolte abbastanza interessati verso il finale -specie nell'ottica di una possibile continuazione per questa saga letteraria-, l'intreccio si sviluppa in modo decisamente prevedibile; in altri casi questo sarebbe un grosso limite, ma possiamo in parte dare una giustificazione con l'attenzione che Abercrombie riserva sempre alla caratterizzazione dei suoi protagonisti, che rendono la trama meno sorprendente proprio perché adottano dei comportamenti coerenti e in linea con le loro personalità. Tuttavia avrei apprezzato ricevere delle informazioni più chiare in diverse scene, specialmente in relazione alle molte ellissi temporali che rendono nebulosi alcuni passaggi.

Per quanto riguarda il lavoro svolto dal caro Joe, avrebbe potuto gestire meglio alcuni personaggi e sottotrame: saranno anche utili nell'economia della narrazione, ma le figure di Grosso e Trifoglio compiono davvero poche azioni degne di nota, non hanno delle risoluzioni soddisfacenti e per la maggior parte del tempo servono soltanto ad aggiornare il lettore sui personaggi privi di un loro POV. Tenendo in considerazione l'intera trilogia, non sarebbe stato poi malaccio sfruttare meglio i caratteri introdotti nella parentesi styriana, che qui vengono a malapena menzionati. Ma chi è al lavoro in un libro, oltre al suo autore? molte persone in realtà, ma mi sto riferendo ovviamente al traduttore, perché ancora una volta ci troviamo tra le mani un volume tutt'altro che economico adattato in maniera criminale. Potrei fare decine e decine di esempi, ma mi limiterò a uno che tutti possono verificare dall'estratto gratuito dell'ebook: nel primo capitolo è presente uno scambio di battute in cui Yoru Sulfur diventa a caso Zolfo, ossia il nome con cui era chiamato nelle prime edizioni italiane della saga. Io ho letto quelle, quindi ho subito capito di chi si stesse parlando, ma immagino la confusione di un lettore abituato alla versione di Mondadori! momenti di perplessità che costellano purtroppo l'intero libro, e spesso incidono sul senso di immersione nella storia.

Ma passiamo ai pregi del romanzo, e soprattutto alle ragioni per cui lo reputo il migliore della trilogia. Innanzitutto entriamo nel vivo del Grande Cambiamento: dopo più di mille pagine di promesse, devo dire che ho trovato alquanto convincente la rappresentazione scelta per il governo gestito dai rivoltosi, seppur manchi un fattore di genuina sorpresa per quasi tutto il volume. Immaginavo sarebbe stato il momento di Grosso per brillare, invece a uscirne meglio dal punto di vista della crescita personale sono gli altri protagonisti riuniti ad Adua. Leo, Savine, Orso e Vick dimostrano tutti di essersi evoluti dai caratteri un po' stereotipati del primo capitolo, e così pure Rikke nonostante per buona parte della narrazione rimanga confinata in dinamiche già viste e riviste al Nord.

Oltre alla buona gestione del tema principale, promuovo anche il ritmo (che nei primi due libri era stato invece caratterizzato da una certa disomogeneità) e le scene di battaglia, forse tra le più sensate e comprensibili mai scritte da Abercrombie. Un altro grande punto a favore è il finale, che per diversi aspetti definirei coraggioso, specie confrontato ai precedenti dell'autore; riesce allo stesso tempo a fornire dei chiarimenti -in merito alle ragioni dietro al Grande Cambiamento, ma anche alle visioni di Rikke e al futuro dell'Unione- e a includere degli elementi utili per un eventuale seguito, che a conti fatti non mi dispiacerebbe leggere: vedere come personaggi che si detestano ma sono costretti a collaborare potrebbero trovare un loro equilibrio nell'arco di una ventina d'anni mi sembra davvero uno spunto interessante.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

View all my reviews

martedì 24 marzo 2026

"Estranea" di Yael van der Wouden

EstraneaEstranea by Yael van der Wouden
My rating: 5 of 5 stars

"Che cos'era la gioia, comunque. Che valore aveva una felicità che lasciava dietro di sé un cratere grande il triplo del suo impatto. Cosa sapevano le persone che parlavano di gioia di cosa significasse dormire e sognare solo il fischio degli aerei e i colpi alla porta e alle finestre"


E LE PERE DI PINOCCHIO MUTE!

Tutti ben sappiamo quanto un lettore possa venire influenzato da una bella cover, e io stessa ho scoperto parecchi titoli attratta da una copertina carina, ragionando solo in un secondo momento sull'effettiva sinossi; per questo mi domando a volte quanti bei romanzi mi sono lasciata sfuggire negli anni, solo perché non trovavo gradevole l'aspetto grafico scelto dalla CE. Di certo sarebbe successo con "Estranea" perché Garzanti ha optato per un'immagine monocroma e deprimente, ma per fortuna ho dato ascolto ad alcuni lettori entusiasti e ho così incontrato una penna che mi azzarderei ad accostare a quella della mia adorata Sarah Waters per qualità e gradevolezza.

L'ambientazione è l'Olanda dei primi anni Sessanta, dove vive la protagonista e unico POV Isabel "Isa" den Brave, una donna sulla trentina che dopo la morte dei genitori e la partenza dei fratelli è rimasta sola nella vecchia casa di famiglia. Una solitudine che non sembra pesarle: Isabel si trova a suo agio nella sua vita all'insegna dell'ordine e della routine; a portare un elemento di novità è però Eva de Haas, la nuova fidanzata del fratello maggiore Louis che costringe praticamente Isabel a ospitarla per un mese mentre lui è in Inghilterra per lavoro. La narrazione segue l'evoluzione della protagonista, tanto in relazione al rapporto con Eva quanto a un lato più personale e misterioso legato all'abitazione e a ciò che essa simboleggia.

Questo percorso di crescita parte dal contesto di una persona chiusa e ostile -che addirittura si priva volontariamente di qualsiasi attimo di gioia per paura di perderla dopo- ed è ben motivato dal passato della protagonista, oltre a fornire diversi elementi di riflessione nonché una direzione per la sua storia. Anche Eva aggiunge al volume delle tematiche molto rilevati, in particolare sul disturbo da stress post-traumatico e su un'aspirazione alla rivalsa sociale che ricorda caratteri come Magdalen in "Senza nome". Le due protagoniste sono inoltre supportate da un cast di personaggi tridimensionali e convincenti, perfino nel caso di quelli più marcatamente negativi: il confronto finale tra Isabel e Louis porta quasi a volergli perdonare la miope stronzaggine dimostrata fino a quel momento.

Le solide relazioni sono un altro punto a favore del romanzo, perché portano il lettore a conoscere Isabel sotto diversi aspetti e a comprenderne ancor meglio il cambiamento. Ovviamente il focus è concentrato sul rapporto con Eva, che si avvia come un'ostilità ingannevole da entrambe le parti per poi aumentare lentamente in un crescendo di tensione ben percepibile. Nel raccontare l'amore tra loro, la cara Yael ricorre a dei tropes romance molto popolari come enemies-to-lovers e grumpy X sunshine, sfruttandoli però in maniera intelligente e per nulla scontata. In generale, reputo la sua prosa davvero piacevole (nonostante la sovrabbondanza di due punti) e apprezzo molto l'attenzione data all'ambientazione storica, che è curata ma per nulla invasiva.

Anche gli elementi del conflitto principale sono molto validi, ma lo stesso non si può dire di quelli legati alle sottotrame secondarie, dove si tende a sorvolare su alcuni dettagli oppure a escludere la conclusione di una determinata scena. Questo aspetto incide in qualche modo sul ritmo della storia, che è abbastanza lento nella parte centrale per poi accelerare in vista del finale, con un epilogo a mio avviso fin troppo ottimista per risultare del tutto credibile. Per gusto personale, non ho poi gradito l'ottica quasi positiva in cui si parla di tradimento sentimentale e la notevole prevedibilità dell'intreccio.

Quest'ultimo è un difetto che normalmente considererei significativo a dir poco, e in altri generi -come il mystery- mi porterebbe a ridurre la valutazione di almeno una stellina; qui invece pur avendolo riscontrato durante la lettura non ne sono stata influenzata in modo particolarmente negativo. Questo romanzo ha infatti dimostrato di non aver bisogno di una trama stupefacente per mantenere alta l'attenzione del lettore verso la sua storia: quando l'autore scrive in modo coinvolgente e si basa su personaggi credibili, rimanere incollati alle pagine si trasforma da scelta a vera e propria necessità.

View all my reviews

venerdì 13 marzo 2026

"I segreti di mio marito" di Liane Moriarty

I segreti di mio maritoI segreti di mio marito by Liane Moriarty
My rating: 4 of 5 stars

"Era così che funzionava. Era così che si viveva con un segreto. Lo si faceva e basta. Si fingeva che andasse tutto bene. Si ignorava il dolore profondo, simile a un crampo, nel proprio stomaco. In qualche modo ci si anestetizzava, così che niente sembrasse troppo brutto, ma neanche troppo bello"


SETTIMANA SANTA CON DELITTO

Pur non essendo affatto un libro atroce, "Nove perfetti sconosciuti" aveva raffreddato notevolmente il mio interesse verso la bibliografia di Moriarty, forse perché la sinossi mi aveva fatto che sperare sarebbe diventato il mio preferito dell'autrice e così non è poi stato. Per questo ho pensato fosse meglio ridimensionare di parecchio le mie aspettative prima di iniziare "I segreti di mio marito", che vedevo anche come un banco di prova per capire se dovessi passare agli altri titoli tradotti della cara Liane oppure attendere l'arrivo in Italia di "Here One Moment". E a lettura ultimata sembra proprio che io non debba mettere in pausa il recupero delle sue opere: pur con i suoi limiti, questo romanzo è stato una piacevole sorpresa.

Come sempre ci troviamo in Australia, e per la maggior parte della storia rimaniamo a Sydney, città in cui vive la stessa Moriarty. La narrazione alterna le prospettive di tre donne molto diverse caratterialmente: Cecilia Fitzpatrick è l'emblema della perfetta casalinga con tanto di rappresentanza per il brand Tupperware, Teresa "Tess" O'Leary è un tipo più riservato e insicuro, mentre Rachel Crowley cela dietro l'apparente affabilità un grande dolore. Ognuna di loro si trova a dover affrontare dei conflitti domestici parecchio intensi quando un elemento di novità cambia le loro vite; per Cecilia è il ritrovamento della lettera che per anni ha custodito il più grande segreto del marito John-Paul, per Tess l'essere messa davanti alla prossima fine del suo matrimonio rivivendo quanto avvenuto anni prima tra i suoi genitori, e per Rachel la scoperta che a breve il figlio Rob porterà negli Stati Uniti il suo adorato nipotino Jacob.

A collegare le tre linee di trama sono tanto la morte di Janie, figlia adolescente di Rachel, quanto un parallelo molto interessante con il mito di Pandora, qui rappresentata da Cecilia quando si trova per le mani la misteriosa lettera e inizia a fantasticare sul contenuto. L'ispirazione mitologica caratterizza non solo lo spunto ma anche lo sviluppo della storia, che si configura come un'antica tragedia dove i personaggi in scena sono vessati da un Fato crudele, e finiscono col commettere colossali errori a dispetto delle loro migliori intenzioni. Questa scelta mi è piaciuta molto, specialmente perché si sposa ottimamente con il tono ironico tipico della prosa di Moriarty, oltre ad attenuarne in parte la componente più sarcastica che potrebbe per qualcuno risultare irrispettosa. Personalmente, l'ho vista invece come la prova che il suo stile è proprio nelle mie corde.

Tra i punti forza del romanzo colloco anche i personaggi. In generale, la caratterizzazione è molto buona per tutti i comprimari, ma a brillare sono sicuramente le tre protagoniste: Cecilia, Tess e Rachel sono persone imperfette e simpatetiche, verso le quali è impossibile non provare dell'empatia sia per come vengono colpite dal destino sia per la risolutezza quando devono trovare delle soluzioni. Inoltre, tutte affrontano un solido percorso di crescita individuale, che le porta a scoprire dei lati inediti delle loro personalità. Pur ritenendo l'intreccio parecchio prevedibile, collocherei anche la trama nella categoria dei pregi, perché per lo meno dimostra una coerenza interna e non lascia quesiti in sospeso, a differenza di "Nove perfetti sconosciuti"!

Per contro, i limiti del volume si riducono a elementi non propriamente centrali, ma che comunque hanno minato la possibilità di farlo arrivare al massimo della valutazione. Ho trovato infatti molto irritanti -nonché del tutto evitabili- i tanti commenti grassofobici e le uscite infelici riguardo alla terapia psicologica, che caratterizzano soprattutto la storyline di Tess ma non di rado esondano, intaccando anche quelle delle altre protagoniste. In generale, mi aspettavo un ruolo più rilevante dalla figura di Tess, che avrei voluto vedersi confrontare in modo più risoluto con gli altri personaggi. Non dico che il suo contributo alla storia sia del tutto irrilevante, ma di certo parte del potenziale con lei non è stato sfruttato.

Forse il maggior problema del libro è proprio la sua svogliatezza nel prendere delle posizioni più nette, specialmente quando si arriva in vista dell'epilogo. La cara Liane pare nascondersi dietro ai paraventi delle tre prospettive per giustificare tanto i commenti spiacevoli quanto l'incapacità di criticare con cognizione di causa i comportamenti più tossici del suo cast. Così finisce però per dar l'impressione di aver messo sullo stesso piano un incidente nato da anni di dolore messo a tacere con un mancato femminicidio che è invece il frutto di una visione distorta dei ruoli di genere nel contesto delle relazioni di coppia. Una visione molto cinica forse adatta per un carattere dalla dubbia moralità, ma non troppo compatibile con la disperata madre della vittima.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

View all my reviews