mercoledì 28 gennaio 2026

"Gli aghi d'oro" di Michael McDowell

Gli aghi d'oroGli aghi d'oro by Michael McDowell
My rating: 4 of 5 stars

"Il salotto era arredato in uno stile sfarzoso ma singolare. Tutti i mobili, tutte le passamanerie, tutte le tappezzerie, ogni vernice e decorazione erano di un unico colore: oro … L'intero arredo di quella sala opprimente era identico non soltanto per sfumatura, ma anche per origine: là dentro non c'era niente che non fosse rubato"


OFFUSCATO IS THE NEW DICOLORE

La conclusione di "Katie" mi aveva lasciata con alcune perplessità, che il passare dei mesi ha però fatto scemare in favore degli aspetti più positivi di quel romanzo; ecco perché quanto mi è stata regalata una copia de "Gli aghi d'oro" ho cominciato quasi subito la lettura con entusiasmo. E pur dovendo ammettere che anche questo testo non è scevro da difetti, reputo questi ultimi ancor più marginali e trascurabili del precedente. Infatti il mio interesse verso la bibliografia di McDowell è aumentato notevolmente, tanto che non escludo di andare finalmente oltre gli autoconclusivi e affrontare la serie Blackwater.

La città di New York è nuovamente al centro della narrazione: ne diventa anzi l'unico palcoscenico dove il caro Michael allestisce il conflitto tra gli Stallworth e le Shanks. Partendo dal Capodanno 1882, il romanzo copre all'incirca un anno durante il quale le vicende private delle due famiglie fanno chiacchierare l'intera metropoli. A muovere gli eventi è la risoluzione del giudice James Stallworth di screditare l'operato del governo democratico e al contempo mettersi in luce avviando una campagna contro le depravazioni e i crimini perpetrati nel cosiddetto Triangolo Nero, grazie alla collaborazione del genero avvocato Duncan Phair e dell'ambizioso giornalista Simeon Lightner. Il progetto causa non pochi problemi a "Black" Lena Shanks, proprietaria di un banco dei pegni utile a nascondere la sua attività come ricettatrice, che ha diversi conti in sospeso con il giudice e nessuna remora a ripagarlo con la sua stessa moneta.

In questo modo, si delinea fin dalle primissime pagine un gioco di contrasti e antagonismi, che rappresenta senza dubbio il cuore della narrazione: dando l'impressione di una ripresa a volo d'uccello, l'autore ci porta per le affollate strade newyorkesi, passando dai gentiluomini in visita nei salotti più eleganti alle donne disperate che sperano di poter abortire in segreto senza rimetterci la vita; non a caso il capitolo d'apertura è forse il migliore dell'intero romanzo. Accantonate le varie comparse, la prospettiva si sposta in modo più deciso sulle famiglie protagoniste, mostrando immediatamente tutti gli aspetti in cui differiscono. Questo dualismo colloca da un lato l'ottica rigorosa, bigotta e conservatrice degli Stallworth e dall'altro la spregiudicatezza, la ferocia, ma anche l'affetto sincero che caratterizza le Shanks. Ho letto con molto interesse dello scontro tra queste visioni agli antipodi, seppur la prosa non sia troppo sottile nella sua volontà di far pendere la bilancia in favore delle criminali.

Un favoritismo che non mi ha infastidito più di tanto, sia perché ricorda in parte il percorso di rivalsa di Magdalen Vanston (protagonista anticonformista del "Senza nome" di Collins) un personaggio che adoro, sia per l'affinità con Katie e i suoi genitori, che nell'altro romanzo di McDowell ottenevano meno spazio di quanto avrei sperato. Un altro elemento che ho apprezzato seppur con una parziale riserva è l'intreccio: lo reputo ben pianificato e ottimamente ritmato, con le diverse rivelazioni collocate nei momenti più opportuni, ma forse proprio per questo mi ha trasmesso un senso di prevedibilità e soprattutto di convenienza, tanto da dover sospendere un po' l'incredulità in più di una scena.

Come già accennato, gli altri punti deboli del libro sono elementi di contorno, come la presenza di alcune esagerazioni nei passaggi in cui il caro Michael descrive la povertà dei sobborghi (dubito ci fossero file intere di neonati abbandonati per la strada!), le coordinate temporali non sempre chiare nell'immediato , e la rapidità con cui si glissa in alcuni momenti dove avrei gradito maggiore approfondimento: non intendo spoilerare troppo, ma mi riferisco alla morte di un personaggio importante verso la metà del testo. Per il resto, la caratterizzazione è un'enorme voce a favore, grazie tanto al cast -sfaccettato, con il quale è facile entrare in sintonia- quanto alle dinamiche relazionali, che ho trovato sempre coerenti e in più casi genuinamente emozionanti.

Tra i pregi del romanzo non posso poi dimenticare lo stile, scorrevole eppure ricercato e sempre puntuale nella scelta dei termini e delle forme. Allo stesso modo, McDowell ha svolto un lavoro egregio per creare un'ambientazione curatissima e immersiva, raccontando tradizioni dal sapore nobiliare ma anche piccole abitudini della servitù con dovizia di particolari. Un'attenzione puntigliosa estesa anche all'edizione, che può vantare una copertina ricca di easter eggs e una solida traduzione; peccato solo per l'assenza di qualsivoglia cenno biografico, forse eliminato vista la fama dell'autore o la volontà di mantenere il volume compatto e minimale.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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venerdì 23 gennaio 2026

"Cuori in Atlantide" di Stephen King

Cuori in AtlantideCuori in Atlantide by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Mi piacerebbe scrivere una storia come questa, pensò quando finalmente chiuse il libro e si accomodò sul divano a guardare I've Got a Secret. Chissà se ne sarò mai capace. Forse. Perché no. Qualcuno doveva pur scrivere storie, del resto"


SE NON ERA LA GUERRA, ERANO LE SIGARETTE

Ho deciso di non impormi grandi obiettivi in ambito letterario per quest'anno, dal momento che mi rendo conto di avere poca concentrazione e ancor meno tempo disponibile; almeno qualche proposito vorrei però portarlo a termine, come la lettura delle vecchie antologie kinghiane. In realtà ho in cantiere questo recupero da qualche tempo, con una raccolta per anno: nel 2026 intendo invece schiacciare sull'acceleratore leggendone almeno tre o quattro. Ecco perché ho deciso di cominciare presto con "Cuori in Atlantide", un volume un po' diverso dai precedenti sia perché non segue lo schema consolidato di alternare racconti e novelle, sia per la presenza di personaggi ed eventi che collegano le cinque storie, tanto da essere etichettato come romanzo alla sua prima pubblicazione italiana.

Come per le precedenti antologie del caro Stephen, andrò ad analizzare ogni narrazione in maniera indipendente, mentre per la valutazione complessiva mi baserò sulla media dei singoli voti. Devo dire che in questo caso il metodo che ho scelto di adottare mi va un po' stretto: visto l'enorme dislivello tra la prima (e l'ultima!) narrazione e le successive, la lunghezza e la bellezza di una soltanto non hanno avuto purtroppo alcuna possibilità contro la mediocrità di tutte le altre. Mi sono comunque concessa di arrotondare leggermente per eccesso il mio giudizio finale, perché la conclusione mi ha lasciato delle sensazioni positive, che spero siano la parte più memorabile di questo volume nel tempo.


"Uomini bassi in soprabito giallo" - quattro stelline e mezza
Questa novella occupa da sola una buona metà del libro, quindi la potremmo reputare quasi un romanzo breve, tant'è vero che qualche anno fa è stata pubblicata anche in un volume indipendente. La narrazione prende il via nel 1960 ad Harwich, una cittadina fittizia del Connecticut dove vive l'undicenne Robert "Bobby" Garfield con la parsimoniosa madre Elizabeth "Liz", e dove l'anziano Ted Brautigan si trasferisce. Tra lui e Bobby si instaura subito una speciale sintonia che né la diffidenza della genitrice, né la bizzarra ossessione dell'uomo per i cosiddetti uomini bassi sembrano poter inficiare; questi misteriosi individui si dimostrano però una minaccia reale, tanto da costringere il ragazzino a prendere risoluzioni molto mature nel tentativo di salvare il suo nuovo amico.
Il rapporto tra Ted e Bobby, così come il percorso di maturazione intrapreso da quest'ultimo, sono il cuore della storia; in entrambi i casi il lavoro di introspezione svolto da King è impeccabile e risulta genuinamente toccante, specie nel finale dal sapore dolceamaro. Anche i comprimari e gli antagonisti si dimostrano all'altezza, delineando un cast solido e carismatico che ho trovato piacevole da seguire. Con la figura di Liz è stato forse compiuto qualche passo falso, ma nel complesso il caro Stephen è riuscito a rendere il suo comportamento coerente e comprensibile.
Ad aver depotenziato questo testo è stata invece la trama, che non è contraddittoria ma nel complesso mi è sembrata alquanto banale e prevedibile, in particolare se si considera che mi ero anticipata involontariamente il destino di Ted leggendo la serie La Torre Nera. Il collegamento a quella saga è invece un elemento che non saprei come categorizzare: da un lato sono una fan e ho quindi apprezzato i numerosi riferimenti, ma al tempo stesso mi rendo conto che la conclusione per chi non conosce quelle vicende potrebbe risultare troppo criptica, depotenziando l'esperienza di lettura.

"Cuori in Atlantide" - tre stelline
Un salto in avanti di sei anni ci porta nell'Università del Maine, dove Peter "Pete" Riley studia nel 1966, assieme anche a Carol Gerber, l'amica d'infanzia di Bobby che diventa un po' il filo conduttore di tutte le altre storie. Pete è anche il narratore in prima persona delle vicende che lo porteranno a rinnegare gli ideali repubblicani della sua famiglia d'origine, finendo per unirsi alle proteste contro la Guerra in Vietnam. Il suo ruolo nel presente non è però così positivo: lui e molti suoi compagni di dormitorio finiscono infatti per ossessionarsi al gioco di carte detto Cuori, e questa specifica ludopatia porta molti a lasciare gli studi o peggio, incuranti della possibilità di venir subito arruolati.
Grazie agli interventi di Carol, dei compagni Nate e Stoke, e dei genitori, Pete finisce invece per capire di dover mettere da parte le carte, non per il gioco in sé bensì per il genere di compagnia che ha iniziato a frequentare e della quale sta apprendendo gli spiacevoli costumi. Un percorso di crescita personale che non è malvagio in sé, ma a livello narrativo raggiunge appena la sufficienza: la trama è davvero risicata e procede con una lentezza soporifera. Le traversie di Pete non mi sono sembrate granché coinvolgenti, al punto che la scena più emozionante per me è stata quella in cui venivano citate in modo diretto la prima novella e le amicizie d'infanzia di Carol.
A riscattare in parte questa lettura sono i suoi personaggi, non tanto lo sciapo protagonista, quanto i suoi ben più sfaccettati compagni di università; anche i genitori mi sono piaciuti parecchio, mentre per Carol mi sarei aspettata un ruolo maggiormente incisivo. Sono in parte delusa anche dai rimandi a "Il signore delle mosche", perché amando il romanzo ho gradito le citazioni, peccato che verso la fine inizino a diventare inutilmente ridondanti: ho capito che Ronnie e i suoi compari si stanno trasformando nei cacciatori del capolavoro di Golding, non c'è bisogno di ripetermelo centomila volte!

"Willie il Cieco" - una stellina e mezza
Per contro manca del tutto la chiarezza nella storia che racconta di un William "Willie" Shearman ormai adulto, nella New York del 1983 dove vive con la moglie (o almeno così ho supposto io) Sharon. Legato ad altri personaggi della raccolta dal suo passato come bullo di Harwich prima e come soldato nella Guerra del Vietnam poi, l'uomo si è creato una procedura a dir poco intricata per passare attraverso due identità farlocche -ovvero l'impiegato Bill Shearman e il tecnico Willie Shearman- e approdare infine a quella che rappresenta la sua fonte di reddito: Willie Garfield, veterano cieco del Vietnam costretto a elemosinare per mantenere gli studi del figlio.
Il lettore viene subito informato che sia la cecità sia la prole sono una farsa, come sospetta anche Jasper Wheelock, poliziotto corrotto in cerca di un aumento sulla sua solita bustarella. Mentre seguiamo Willie in una sua giornata tipo a ridosso delle festività natalizie, scopriamo anche come intenda liberarsi da questa seccante presenza, dando probabilmente vita a una quarta identità. Più che un intreccio queste sono però le mie deduzioni, perché il testo è davvero criptico sia in merito agli eventi sia alla concretezza dei travestimenti: non si capisce mai se Willie ricorra a qualche espediente paranormale o si affidi semplicemente all'indifferenza dei cittadini newyorkesi.
Anche le motivazioni dietro alla sua routine rimangono fumose: sembra provare un gran senso di colpa nei confronti di Carol ma non fa nulla a parte annotare il suo rimorso su dei fogli, dona alle altre persone che elemosinano eppure in cuor suo pensa siano artefatti quanto lui, ha bisogno del benestare di Wheelock e al contempo pianifica di sbarazzarsene senza alcuna preoccupazione. Per questo motivo, il protagonista non mi ha trasmesso granché, neppure in relazione ai suoi traumi scaturiti dal conflitto, appena abbozzati e descritti in maniera troppo metaforica; il resto dei personaggi è ancor meno approfondito, quindi a conti fatti l'unico aspetto positivo è il misterioso lavoro di Willie (che ammetto mi abbia inizialmente incuriosita, portandomi anche verso ipotesi bizzarre come il sicario o la spia!) e l'unica attenuante che posso concedergli è l'essere stato pesantemente rielaborato rispetto al testo originale del 1994.

"Perché siamo finiti in Vietnam" - tre stelline e mezza
Un'idea simile, ma sviluppata in modo decisamente più chiaro è quella incentrata su John "Sully-John" Sullivan, amico d'infanzia di Bobby ai tempi di Harwich e reduce del Vietnam, dove ha rincontrato tra gli altri Willie. La sua storia ci trasporta al presente -almeno dal punto di vista della pubblicazione originale- ovvero nel 1999, quando Sully partecipa al funerale di un altro ex commilitone. Anche nel suo caso abbiamo quindi un approfondimento sulle conseguenze del conflitto, soprattutto a livello psicologico e relazionale; e pur sfiorando a tratti il surreale, penso che qui il caro Stephen abbia svolto un lavoro decisamente più coerente e immersivo.
A livello di trama ci sono davvero pochi elementi, soprattutto perché le vicende che riguardano il percorso del protagonista vengono accennate a più riprese nelle narrazioni precedenti; qui si spiega più nel dettaglio chi sia la mamasan, una sorta di fantasma allucinatorio che dà forma al disturbo mentale di Sully. Un'allegoria semplice ma efficace, così come l'immagine dei beni di consumo che cadono dal cielo rappresenta ottimamente quanto sia stato grande il sacrificio dei compagni di Sully in confronto con la pochezza delle comodità moderne.
Non posso dire che mi abbia folgorata, però questo racconto svolge in modo degno il suo compito e porta maggiore attenzione su un personaggio accantonato troppo in fretta nella prima storia.

"Scendono le celesti ombre della notte" - quattro stelline e mezza
Un po' quello che speravo succedesse per Carol in quest'ultima, brevissima narrazione, ambientata sempre nel 1999. Dopo decenni, Bobby torna ad Harwich in occasione di un funerale grazie al suo vecchio guanto da baseball, perso da bambino e ora ricomparso nella sua vita come per magia. Una magia da Frangitori, la stessa che sembra indicargli la possibile presenza di Carol alla commemorazione.
L'intreccio è estremamente limitato, quindi non voglio davvero rischiare dicendo qualcosa di troppo. Rimango però dell'idea che King si sia lasciato sfuggire l'occasione per approfondire finalmente la personalità di Carol, invece dobbiamo farci bastare un riassunto e un vago accenno a Randal Flagg. Anche in relazione al personaggio di Bobby non otteniamo delle informazioni troppo entusiasmanti, ma per contro ho trovato il suo ruolo qui del tutto in linea con quanto mostrato nel primo testo.
Si tratta insomma di una conclusione coerente, che lascia il lettore con un tocco di positività grazie alla quale potrebbe forse dimenticare nel tempo le infelici scelte delle narrazioni centrali.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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lunedì 29 dicembre 2025

"Il ritorno di Rachel Price" di Holly Jackson

Il ritorno di Rachel PriceIl ritorno di Rachel Price by Holly Jackson
My rating: 4 of 5 stars

"Ed eccola lì: Rachel Price. Identica alla foto che avevano usato per i volantini. Un sorriso ampio che le appuntiva il mento, gli occhi di un grigio-azzurro scuro, i capelli dorati, in quel frammento del passato lunghi quasi quanto quelli di Carter"


GIUSTIZIA PER NONNA SUSAN!

Seppur avessi adorato la serie cominciata con "A Good Girl's Guite to Murder", la parziale delusione di "Five Survive" aveva un po' frenato il mio interesse verso la bibliografia di Jackson, tanto da lasciar trascorrere quasi due interi anni prima di recuperare altro. Nel frattempo, lei ha scritto due romanzi che sono stati pubblicati anche in Italia con un ottimo successo, almeno a livello di popolarità; e questo mi ha ovviamente spinto a voler continuare questa esplorazione -sempre in ordine cronologico- con "Il ritorno di Rachel Price", un titolo che salvo poche scene è molto più vicino alla trilogia di debutto dell'autrice, per la predominanza della componete mystery ma anche per il ruolo di alcuni personaggi.

Per la seconda volta ci muoviamo in territorio statunitense, in particolare a Gorham, località del New Hampshire dove vivono da generazioni i Price; una famiglia segnata sedici anni prima dalla scomparsa di Rachel, madre della protagonista Annabel "Bel" che fin da piccolissima convive con questo trauma. Un regista britannico coinvolge lei e tutti i suoi parenti nelle riprese di un documentario incentrato su questo caso di cronaca, iniziativa che la ora diciottenne Bel mal tollera, tanto da dileguarsi in più occasioni quando le telecamere sono nei paraggi. Durante una delle sue fughe, la ragazza incontra una donna dall'aspetto sudicio diretta a casa sua: si tratta proprio di Rachel, improvvisamente liberata dal suo rapitore; il sospetto che la donna non stia dicendo tutta la verità spinge però Bel a voler far chiarezza sui segreti di lei e del resto della famiglia.

I legami tra questi personaggi sono praticamente il cuore del romanzo, mostrando un'evoluzione significativa nel corso della storia e una centralità quasi totale sia per come viene sviluppata la trama che per la crescita dei protagonisti stessi. Molto rilevante e ben scritto è anche il rapporto che Bel instaura con Ash, un ragazzo che lavora alle riprese del documentario; non posso dire di essere del tutto convinta per come si arriva in fretta alla svolta romantica tra i due, ma nel complesso credo che la cara Holly abbia svolto un ottimo lavoro per bilanciare le loro interazioni e renderle omogenee nel contesto dell'investigazione che portano avanti. A conti fatti ho trovato più verosimile il modo in cui lei viene a patti con la partenza di lui, rispetto alle reazioni che ha nei confronti di altri caratteri.

Questo è dato forse dalla scrittura un po' raffazzonata di buona parte dei comprimari: molti di loro sono descritti in modo rapido e superficiale, limitandosi al loro piccolo ruolo all'interno dell'intreccio. Mi sarebbe piaciuto vedere un cast un po' più articolato, specialmente nei casi di figure come nonna Susan, il badante Jordan o l'ex amica Sam, che avrebbero potuto risultare più incisivi con poco sforzo; questo ovviamente non vale per tutti i personaggi secondari, ma anche quelli più interessanti non arrivano molto oltre la sufficienza. Per contro, l'affascinante caratterizzazione di Bel risalta ancora di più; una protagonista che ho apprezzato praticamente in ogni aspetto, con una prospettiva molto chiara e sempre coerente, capace di offrire degli spunti non banali per analizzare tanto le reazioni a un trauma quando le conseguenze di vivere in un determinato ambiente famigliare.

Arrivando quindi a parlare di tematiche, mi trovo un po' indecisa: più di una mi costringerebbe a delle perifrasi interminabili per evitare spoiler, inoltre mi sento combattuta perché pur apprezzandole tutte a livello teorico penso che l'esecuzione non sia stata delle migliori nella pratica. Senza scendere troppo nel dettaglio, Jackson vorrebbe parlare di relazioni interpersonali problematiche, squilibri di potere, gestione di un trauma e violenza di genere, ma nella maggior parte dei casi ripete i concetti fin troppe volte, oppure opta per degli esempi estremamente didascalici. Questo è senza dubbio dovuto al target scelto, ma ultimamente mi capita tanto spesso di incappare in narrazioni simili che i miei occhi scattano in automatico al soffitto!

Tra i limiti del volume penso si possano includere anche la traduzione -non abominevole, ma un filino legnosa e pigra-, la prosa che spesso scivola dalla terza alla prima persona, la rapidità con cui si arriva alle risoluzioni nell'epilogo, e alcune delle rivelazioni riguardanti il mistero principale. Nel suo insieme la struttura del mystery è solida e ben ritmata, ma alterna colpi di scena estremamente prevedibili (che ovviamente non menzionerò!) ad altri inarrivabili; penso a casi come la prima sparizione di Rachel nel centro commerciale oppure l'identità di Robert Meyer e il suo legame con la famiglia, ovvero twist che sono preclusi al lettore eppure dovrebbero essere banali per i personaggi. Il risultato finale però mi ha dato delle sensazioni positive, che magari potrebbero trasformarsi in un voto più alto per "Not quite dead yet" visto il passaggio dell'autrice a un pubblico più maturo.

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"Progetto Parousia" di Nikolas Dau Bennasib

Progetto ParousiaProgetto Parousia by Nikolas Dau Bennasib
My rating: 3 of 5 stars

"Il Migliore dei Mondi... Di sicuro, dall'abbattimento dei nemici di Cristo e del suo araldo, poteva nascere un mondo migliore, ma mettere mano alla spada avrebbe davvero portato al migliore dei mondi in assoluto? Dal sangue dei martiri era fiorita la Chiesa di Cristo. Ma, in quel momento, chi era il martire e chi il carnefice?"


DOM STA PER DOMENICANO NON PER DOMINATORE, VERO?

Dopo aver terminato "Protocollo Uchronia" ho lasciato trascorrere parecchio tempo prima di recuperare il secondo volume della serie d'esordio di Dau Bennasib, e la mia preferenza verso le narrazioni autoconclusive è soltanto una delle ragioni dietro a questo ritardo. Ho procrastinato anche perché il primo capitolo non mi aveva granché entusiasmata, inoltre mi era capitato di sentir etichettare "Progetto Parousia" più come spin-off che come seguito. Una volta affrontato il testo, posso dire che questa informazione non è corretta al cento per cento ma capisco quali elementi (tra cui il commento dell'autore stesso nelle note finali) abbiano fatto propendere altri recensori verso questa definizione.

La linea di trama ambientata nel presente alternativo è più o meno coincidente con la prima ma si basa su una diversa protagonista: messa da parte la detestabile Rebecca du Puit, seguiamo qui l'adolescente Chiara Serafini, un'appassionata di videogiochi che intraprende un percorso di vendetta verso gli sviluppatori della console Zoe dopo l'incidente accaduto al fratello minore a causa di un visore da loro prodotto. Questa tragedia la porta ad avvicinarsi al gruppo hacktivista detto BigSister, ma anche a nutrire un senso di colpa apparentemente inesauribile per le disgrazie alle quali assiste. Nella timeline futuristica abbiamo sempre un cambio di POV, ma con un ulteriore salto in avanti nel tempo, perché approdiamo all'anno 2116 con le figure di Hanuman e Damaso, già introdotte nel primo romanzo che qui si incontrano e partono per un viaggio alla ricerca delle rispettive origini.

Per quanto riguarda le menti artificiali attive nel sistema operativo di ZOE per preparare il Migliore dei Mondi in tempo per la fine dell'apocalisse, continuiamo a seguire gli (scarsissimi) progressi di Eve e compagnia ma per poco: la loro attenzione -così come quella del lettore- viene ben presto catturata da una deviazione ucronistica all'interno della riscrittura stessa della Storia. Vediamo così l'introduzione di Rothiland, cavaliere cristiano al servizio di Carlo Magno che vaga per le terre dei sassoni impegnato in diverse missioni. Per quanto affascinante a livello di ricostruzione del passato, quest'ultima è a mani basse la linea di trama più noiosa, perché della prospettiva dei soci di Rebecca vediamo solo un susseguirsi di scene identiche, al punto che in un paio di occasioni ho avuto seriamente il dubbio di star rileggendo un capitolo precedente; per quanto riguarda invece la prospettiva simil-storica, la conclusione è abbastanza prevedibile se si ha già letto il primo capitolo.

Un problema analogo riguarda il POV di Chiara, dal momento che le informazioni principali erano già presenti nel racconto di Rebecca, quindi affrontare la sua storia è stato abbastanza inutile dal punto di vista contenutistico. L'elemento di novità è dato dalla nascita delle AL/AS, con tutta la riflessione che ne potrebbe conseguire: queste entità sono considerabili al pari delle persone in carne e ossa oppure sono un mero coacervo di dati digitali? domande sulle quali il lettore dovrà però ragionare in autonomia a volume chiuso, perché i personaggi non vanno a fondo più di tanto, e soprattutto non forniscono un quadro completo delle problematiche collegate. Esattamente come per la debosciata dottoressa du Puit, le vicende legate a Chiara sono fortemente episodiche e tendono a rendere difficoltosa l'empatizzazione verso di lei, per tacere dei caratteri secondari che sembrano a malapena accennati. L'immersione nella lettura è inoltre interrotta spesso da dialoghi irreali (dove Tizio racconta a Caio la storia della vita di Caio, come se lui non la conoscesse benissimo!) e legami personali annunciati al lettore anziché raccontati in modo diretto.

Come si potrà indovinare, la linea di trama più interessante e motivata a mio avviso è quella che vede protagonisti Hanuman e Damaso, sia perché entrambi sono supportati da una buona introspezione sia per l'assenza di time skip significativi. Purtroppo tutte le scoperte principali sulle loro origini riescono a stupire soltanto i personaggi in scena, perché chi arriva dalla lettura di "Protocollo Uchronia" è al corrente di tutte queste informazioni. Devo dire che comunque loro risultano abbastanza carismatici e dinamici da non annoiare mai, inoltre affrontano dei solidi archi narrativi e costruiscono un rapporto in bilico tra antagonismo e vicinanza molto originale.

Tra gli aspetti positivi di questa lettura mi sento di includere poi la prosa: non sarà più di tanto identificativa, ma mi è sembrata molto più scorrevole rispetto all'esordio del caro Nikolas, che ha inoltre dosato più saggiamente la sua propensione a sfoggiare le conoscenze introiettate per strutturare il romanzo. Pur concentrandosi sui caratteri protagonisti -e sul loro essere imperfetti-, l'autore è migliorato anche nel definire i comprimari, dando quasi a tutti una parvenza di personalità e autonomia all'interno della storia. L'aspetto più interessante è senza dubbio la presenza di moltissimi spunti di ordine etico, identitario e spirituale: quali limiti dovrebbe porsi la scienza? cosa sia un'anima e chi la possegga? in che modo si trova o si perde la fede? siamo definiti dalle nostre azioni o da una natura intrinseca? sono alcune delle domande suggerite dal testo, di certo interessanti seppur un po' troppo numerose e mio avviso.

A non convincermi è stata di nuovo la struttura a POV alternati, perché costringe Dau Bennasib a includere alcune scene riempitive o comunque molto diluite per rimanere coerente allo schema di partenza senza scivolare in qualche spoiler. Mi hanno fatto storcere il naso anche i tanti dettagli che non aggiungono nulla alla storia, specie nei piccoli gesti compiuti dai personaggi, e la scelta di presentare un quartetto di racconti midquel prima di cominciare: li ho trovati grosso modo inutili, perché si concentrano su fatti già noti come l'origine di Hanuman e confronti ripetitivi tra Eve e le altre menti digitalizzate. C'è poi da considerare l'intreccio del romanzo, e qui andiamo su gusti estremamente personali dal momento che l'autore -da plotter estremo qual è- ha ben chiaro dove andrà la narrazione, ma sembra non voler tenere in nessuna considerazione le attitudini dei personaggi oppure la banale verosimiglianza; abbiamo così parecchi comportamenti e svolte forzati al solo fine di condurre la trama nella direzione stabilita inizialmente, vedasi Chiara che dedica la vita ai videogiochi nonostante l'incidente al fratello oppure i seguaci di Al Hajj fedeli a una figura come quella di Hanuman seppure la disprezzino e ne diffidino.

Andiamo infine a rispondere al quesito iniziale: questo libro è un seguito oppure uno spin-off? la verità è in effetti a metà strada, un po' come la natura di Hanuman. Personalmente mi voglio azzardare a dire che lo consiglierei come lettura singola, sia perché è qualitativamente migliore del primo sia per la ripetizione delle tematiche e delle informazioni necessarie a comprendere il testo. Al più aver letto anche "Protocollo Uchronia" permette di cogliere numerosi easter eggs durante la lettura, ma non mi sembra indispensabile per avere una visione globale delle vicende.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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martedì 23 dicembre 2025

"Confessioni" di Minato Kanae

 ConfessioniConfessioni by Kanae Minato 湊 かなえ

My rating: 5 of 5 stars

"Ho deciso di lasciare l'insegnamento a causa della morte di mia figlia. Ma... se Manami fosse davvero morta per una pura fatalità, credo che avrei continuato a insegnare ... E allora perché, vi starete chiedendo, sono giunta a questa decisione? Perché Manami non è morta accidentalmente, ma è stata uccisa da qualcuno di voi"


MA NON ESISTE LA POLIZIA POSTALE IN GIAPPONE?

In quasi dieci anni di recensioni librose vi ho consigliato (e altrettanto spesso sconsigliato!) centinaia di titoli, ma i social sono stati un mezzo utile anche per vedermi suggerite delle letture che altrimenti non avrebbero mai incrociato la mia strada. Una di queste è senza dubbio "Confessioni" -romanzo d'esordio che Minato ha elaborato a partire dal suo racconto "La sacerdotessa"- al quale ho deciso di approcciarmi anche in virtù del mio apprezzamento per i placidi thriller asiatici: intrecci dove l'attenzione non è posta tanto sullo smascheramento di un colpevole o su inseguimenti pregni di adrenalina, quanto piuttosto sulle motivazioni dietro a un crimine sul piano individuale e sociologico.

Il delitto che muove la narrazione in questo caso è la morte sospetta di Manami, una bambina di quattro anni figlia della professoressa Moriguchi Yūko, trovata annegata nella piscina della scuola media dove la madre insegna. Tutte le prove lasciano intuire che si sia trattato di una tragedia senza responsabili, ma l'ultimo giorno di lezioni la donna descrive nel dettaglio quanto è avvenuto in realtà: a uccidere Manimi sono stati gli studenti Watanabe Shūya e Shimomura Nao, due ragazzi decisamente diversi ma accomunati dal risentimento verso l'insegnante e dall'incapacità dei rispettivi genitori. Terminato il monologo di Moriguchi, prendono metaforicamente la parola altri personaggi, e tramite lettere e diari raccontano le loro prospettive sulla vicenda.

L'intento della cara Kanae non è tanto fornire nuovi elementi per ribaltare la sentenza di Moriguchi, quanto piuttosto far comprendere al lettore quali dinamiche distorte si nascondano dietro all'omicidio perpetrato da Shūya e Nao, come anche dietro a tutte le sciagure che ne conseguiranno. Il romanzo riesce in questo modo a sviscerare tematiche molto serie e attuali, fra le quali primeggia quella dell'educazione: un ragazzino può essere ritenuto al cento per cento responsabile delle azioni compiute? quale limite non deve superare un educatore nel suo ruolo? ed entro quali confini si deve invece muovere la famiglia? Grazie ai diversi POV, l'autrice tratta inoltre i temi del bullismo scolastico, della pressione sociale, dell'influenza mediatica, della manipolazione emotiva, del sottile confine tra giustizia e vendetta; e in questo senso svolge un lavoro egregio dando a ogni argomento il giusto peso e spazio.

Tra gli aspetti che ho apprezzato devo poi collocare la prosa -estremamente piacevole e attenta a dare un tono adatto a ogni protagonista- e la scelta di un'ambientazione quasi anonima: per molti dettagli culturali è chiaro che ci troviamo in Giappone, ma evitando di mettere troppe etichette Minato ha creato una narrazione capace di parlare trasversalmente, risultando in questo modo adttabile anche a delle dinamiche più internazionali. Il pregio maggiore credo però siano i suoi personaggi, sia come individui analizzati singolarmente che come personalità sulle quali si basa l'intreccio; tutti vengono infatti caratterizzati in modo tridimensionale e credibile, non limitandosi ad assegnare delle qualità superficiali ma scavando a fondo, fino a scoprire quali esperienze hanno strutturato determinate indoli.

Anche per questa ragione farei fatica a indicare un personaggio che mi abbia colpito in particolare: non solo sono tutti ben scritti, ma nessuno di loro è nettamente positivo dal momento che si dimostrano al contempo sia vittime sia carnefici, portando nel mentre alla negazione del mito dell'innocenza infantile. Ovviamente la cara Kanae tiene in considerazione l'importanza delle influenze culturali e sociali al momento di definire i personaggi, mostrando le diverse reazioni di un gruppo all'apparenza omogeneo di ragazzini di fronte a un'ingiustizia, a un rimprovero oppure a un pericolo. Ho inoltre apprezzato molto che la storia risulti cruda e angosciante, senza ricorrere a mezzucci splatter, ma semplicemente mostrando le spirali discendenti di queste psichi compromesse.

Devo dire di non avere delle vere critiche da muovere a questo libro: al più mi hanno fatta sorridere alcune piccole forzature verso il finale, che comunque risulta calzante e coerente; anche troppo, visto che appena un anno dopo la pubblicazione è stato scopiazzato in un noto film hollywoodiano. Ritengo però giusto mettere in chiaro che non sono presenti degli strabilianti plot twist, checché ne scriva la CE nella sinossi o nella quarta di copertina. Non che mi voglia lamentare dell'edizione (la trovo molto ben fatta, soprattutto negli utili contenuti extra a fine volume), però la trama è semplicemente un concatenarsi di eventi tragici, e la presenza di caratteri così ben delineati rende molto facile capire come agiranno. Quindi non la consiglierei a chi cerca una storia stupefacente nel senso convenzionale, quanto a dei lettori che desiderino perdersi nell'introspezione psicologica di caratteri deviati e riflettere sulla differenza tra giusto e legittimo.

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