lunedì 14 settembre 2026

"L'altra valle" di Scott Alexander Howard

L'altra valleL'altra valle by Scott Alexander Howard
My rating: 3 of 5 stars

"Ecco di nuovo il lago. La città questa volta sulla sponda opposta, scintillante nell'alba ... Guardò la valle straniera a bocca aperta, con la paura e la meraviglia di un visitatore. Scrutai il cielo. Alcune nuvole stavano strisciando verso nord, perdendo il loro colore rosa. Il mattino era di un sottile blu silicio. In alto, un falco planava su ali immobili"


LA VALLE INTERDETTA AGLI ASTEMI

Come ormai si sarà indovinato, il viaggio nel tempo in ogni sua declinazione è uno dei miei tropi fantascientifici preferiti; e dal momento che appezzo molto anche i contesti più o meno marcatamente distopici, "L'altra valle" sembrava il libro perfetto per me. E se mi fossi fermata ai primi capitoli sarei forse arrivata ad assegnargli perfino cinque stelline... ma allora perché questa valutazione grossomodo mediocre? Come vedremo, le problematiche che si palesano nel corso della lettura sono variegate, ma il mio limite soggettivo è stata l'assenza di qualsivoglia reazione emotiva in un contesto dove si cerca proprio di spingere con ogni mezzo il lettore a simpatizzare per la triste sorte della protagonista. Peccato esistano spot pubblicitari della carta igienica capaci di commuovermi molto più dell'epilogo teoricamente strappalacrime di questo romanzo.

La narrazione si divide in due parti e altrettante linee temporali, come si può intuire anche dalla citazione piazzata in quarta di copertina, ma prima di parlare dell'intreccio, vediamo la particolare ambientazione: ci troviamo in una valle (con ogni probabilità collocata tra Veneto e Friuli, vista l'insalubre quantità di alcolici pro-capite!) dove ci si muove tanto nello spazio quanto nel tempo, infatti verso ovest si trova una serie di valli identiche in diversi momenti del passato e verso est lo stesso ma proiettandosi nel futuro; in particolare lo spostamento procede sempre di vent'anni, e per ovvie ragioni una recinzione e dei gendarmi armati impediscono agli abitanti di viaggiare senza una precisa autorizzazione da parte del Consiglio cittadino, che accorda tali permessi soltanto a parenti stretti in caso di un lutto improvviso. In questo contesto rigidamente normato -e abbastanza simile a nostri anni 70- cresce Odile Ozanne, una sedicenne timida e goffa in procinto di cominciare l'apprendistato, magari proprio all'interno del Consiglio come spera sfacciatamente sua madre. Il modo in cui la ragazza vede il proprio destino viene però stravolto quando scorge una coppia di visitatori da una valle futura e capisce che sono lì per il suo compagno di classe Edme Pira.

Il percorso di maturazione della protagonista copre l'intero arco della storia, puntando soprattutto l'attenzione sulla mancanza di autonomia che la porta a fare delle scelte avventate e sciocche prima di poter prendere tra le mani la sua esistenza con cognizione di causa. Pur nutrendo qualche perplessità sulle tempistiche scelte dall'autore per questo percorso di crescita, lo apprezzo a livello concettuale e trovo che sia stato ben accostato al tema dell'accettazione del lutto. I principali pregi dell'esordio di Howard però sono senz'altro il suo stile curato e molto gradevole -specie per come gioca sapientemente con le figure retoriche- e il concept alla base della narrazione: il world building è molto più articolato di quanto si potrebbe pensare (o forse di quanto sarebbe stato saggio renderlo?) e viene spiegato in modo naturale, in modalità e tempi ben ponderati.

La trama fatica invece a rientrare tra i punti di forza del volume perché, pur compensando la propria semplicità con alcune svolte interessanti, avanza per merito di dei ex machina piazzati in momenti fortuiti per spingere la protagonista a forza verso un determinato epilogo; inoltre parecchi dettagli apparentemente significativi rimangono privi di un vero chiarimento e il ritmo risulta essere fin troppo placido nella parte centrale del testo. A dispetto del suo fascino, anche il world building rientra tra gli aspetti meno equilibrati, infatti inverosimiglianze e incoerenze non si contano neppure: basta anche solo chiedersi come possa una comunità così poco numerosa produrre ogni bene necessario, potendosi perfino permettere di mantenere nullafacenti, commerciare oggetti per nulla indispensabili e coltivare piante incompatibili con una singola areale. La risposta dovrebbe celarsi nella natura allegorica del testo, ma la presenza di tante regole rende difficile sospendere più di tanto l'incredulità.

Come già accennato, ho trovato inoltre fastidiosa la pornografia del dolore messa in scena dal caro Scott, l'inspiegabile e inspiegata assenza di segni grafici nei dialoghi e la scrittura dei personaggi secondari, che mi sono sembrati dal primo all'ultimo stereotipati e limitati al loro ruolo narrativo in modo parecchio netto. Questi piatti comprimari sono un'altra delle ragioni per cui non ho potuto empatizzare con la storia, assieme all'eccessiva indolenza da parte di Odile che rasenta un urticante forma di patetismo; per mio gusto, proprio il tentativo sfacciato di ispirare compassione nel lettore porta questo romanzo a fallisce nell'intento. Il mio coinvolgimento è stato ulteriormente minato dagli accenni alle storie folkloristiche di questa valle, che pur essendo a malapena abbozzate mi sono sembrate tristemente più interessanti della vicenda con protagonista questo manifesto semovente alla sfiga.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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venerdì 11 settembre 2026

"L'oscurità profana" di Richard K. Morgan

L'oscurità profana (Cosa resta degli eroi, #3)L'oscurità profana by Richard K. Morgan
My rating: 4 of 5 stars

"La creatura si sollevò mentre lei guardava, impennandosi quasi completamente sulle cosce. La cresta si spalancò, schiudendosi ai lati del cranio per la lunghezza d'un cancello di palazzo ... Il drago strillò contro il cielo grigio e desolato, e Archeth avvertì l'urlo attraverso la pietra contro cui stava appoggiata. Si sentì vibrare il fondo dello stomaco"


IN PRATICA I KIRIATH SONO TUTTI... DALTONICI?

Pur essendo una stabile lettrice del genere fantasy non sono mai diventata una grande fan delle varie creature magiche o paranormali e questo vale anche per i draghi, che siano amichevoli e paciocconi come Dragonite oppure con il cipiglio incazzoso alla Charizard. Quindi la copertina de "L'oscurità profana" avrebbe dovuto lasciarmi indifferente, o al massimo meritarsi un piccolo plauso da parte mia per la qualità dell'illustrazione, invece mi ha infastidito per l'intera lettura perché sulla cover avrei visto meglio la spada dei NeraRovina, i coltelli da lancio di Archeth, oppure il fiocco medioevale con stella dell'edizione americana, mantenendo la linea dettata dai due volumi precedenti. E mi spiace dover dire che questa immotivata mancanza di coerenza è solo il primo dei miei motivi di risentimento verso il lavoro svolto dalla CE italiana sul capitolo conclusivo della trilogia Cosa Resta degli Eroi.

La storia si apre con un timeskip rispetto alla conclusione de "Il gelo comanda", infatti sono passati cinque mesi dall'inizio della gloriosa spedizione imperiale verso le isole Hironish e all'incirca un anno dalla cacciata degli Aldrain da Yhelteth. E mentre i nostri protagonisti cercano apparentemente invano la tomba di NeraRovina lo Scambiato e la colonia di An-Kirilnar, nuove minacce giungono via mare: una flotta mandata dalla Lega -dove nel frattempo si è scatenata l'ennesima guerra di confine- e capitanata da un parecchio risentito Klithren. Al fianco degli ostacoli terreni, non possono poi mancare gli interventi assortiti di Dwenda, Corte Oscura e dei vari dispositivi fin-troppo-smart disseminati millenni prima dai Kiriath. Arrivati a questo punto della serie, ogni accenno alla trama sfiora il confine con lo spoiler, ma posso dire che Ringil viene separato dagli altri e si dedica sempre più ad apprendere l'ikinri 'ska; nel frattempo, Archeth ed Egar scoprono cosa si nasconde dietro i diversi conflitti e cercano di evitare la catastrofe.

E nonostante questo intreccio occupi oltre ottocento pagine, ricavarne delle osservazioni non è per nulla immediato. In primis perché la storia diventa abbastanza rapidamente dispersiva e ai protagonisti mancano quasi sempre degli obiettivi chiari, o che comunque il lettore possa interpretare senza alcun dubbio: è sottinteso come tutti loro pùntino alla salvaguardia del genere umano contro minacce aliene o interdimensionali assortite, ma avrei preferito capire un po' più nel dettaglio le sequenze di ragionamento. Per esempio, Ringil è protagonista di diverse epifanie molto importanti per far avanzare la storia eppure altrettanto inspiegabili; certo, si potrebbero azzardare delle ipotesi (magari tra le capacità dell'ikinri 'ska c'è anche l'implementazione dell'intuito?) però in altri casi i chiarimenti non mancano, anzi sono presenti lunghi spiegoni da parte soprattutto dei Cimieri e di Dakovash, che in un passaggio teoricamente teso dal punto di vista emotivo e narratologico pensa bene di fare un riassuntone delle disavventure vissute da Egar ne "L'acciaio sopravvive".

Questo ci porta all'argomento spinoso delle sottotrame, e soprattutto delle sottotrame ripescate dai primi due libri. Da un lato ho ammirato la cura con cui l'autore ha saputo portare avanti per l'intera serie dei misteri sul funzionamento e sulla Storia del suo universo narrativo, fornendo pian piano delle rivelazioni che permettessero al lettore di unire gli elementi a sua disposizione per comprendere almeno in parte la pianificazione dietro questo poderoso world building; d'altro canto, dedicare un simile spazio a eventi risalenti a centinaia e centinaia di pagine prima risulta frustrante nel momento in cui chi legge vorrebbe veder progredire la vicenda nel presente. In questo modo si arriva invece a ridosso dell'epilogo senza avere affatto la sensazione di star leggendo una conclusione di serie! e infatti gli ultimi capitoli lasciano moltissimo spazio alla nostra immaginazione per indovinare quale sarà l'effettivo finale.

Seppur io non abbia apprezzato la risoluzione data a diversi personaggi e sottotrame -in particolare, ammetto candidamente di non aver capito per nulla come pensano di risolvere il problema delle isole vulcaniche-, ritengo che una chiusura dolce-amara e un filino ambigua sia stata la scelta migliore per questa trilogia. Inoltre non vengono lesinate morti significative e brutali, senza alcun riguardo per i sentimenti dei lettori, e non si indugia neppure su momenti di reunion per i quali un po' speravo ma che in effetti sarebbero stati soltanto un contentino dato ai fan. Onore quindi a Morgan per la coerenza, che comunque non gli ha evitato le mie lamentele psichiche per il modo... diciamo bizzarro con cui ha deciso di caratterizzare il Popolo delle Squame e per la lunghissima introduzione dedicata a Wyr MastroSqualo, praticamente inutile visto il suo ruolo limitato all'interno della narrazione.

Ma allore dov'è che il caro Richard riesce davvero a brillare incontrastato? nella scrittura dei personaggi! Adoro come i valori che muovono i tre protagonisti siano netti e costanti, nonché fortemente simpatetici; e proprio su questi l'autore calca la mano per allestire degli eccellenti momenti di confronto: i miei preferiti sono stati quelli tra Archeth ed Egar da un lato e Ringil e Klithren dall'altro, ma devo dire che tutte le interazioni che vedono coinvolti i Cimieri o i membri della Corte Oscura risultano appassionanti e ricche di tensione. E lo sarebbero ancor di più se i refusi dell'edizione nostrana non giungessero spesso e volentieri a straniare il povero lettore; per quest'ultimo capitolo Rialti -che finora aveva svolto un lavoro adeguato come revisore- torna a occuparsi di traduzione, e quindi aridaje di nomi sbagliati a grappolo e mitragliate di "fottuto" et similia mai viste nei volumi precedenti. Si trattasse di un volumetto da pochi euro come quelli prodotti in serie da Newton Compton non mi lamenterei più di tanto, ma questo libro (in flessibile, tra l'altro!) viene venduto a venti sberle! Sono casi come questo che mi portano a sentirmi sempre meno in colpa di acquistare quasi tutto all'usato.

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venerdì 4 settembre 2026

"Ellie all'improvviso" di Lisa Jewell

Ellie all'improvvisoEllie all'improvviso by Lisa Jewell
My rating: 3 of 5 stars

"Laurel vedeva spesso ragazze che assomigliavano a Ellie, dopo la scomparsa. Non è mai arrivata a inseguirne nessuna per strada gridando il nome della figlia come succede nei film ... Era questione di un attimo, poi tornava la delusione"


LA SENSITIVA ARMOCROMISTA MI MANCAVA

Già in occasione del commento per "Il serpente dell'Essex" avevo sottolineato come le edizioni di Neri Pozza non riuscissero a presentare granché bene i titoli da loro pubblicati. "Ellie all'improvviso" ha fornito un'ulteriore conferma a questa mia teoria perché, in un volume che raggiunge a malapena le trecento pagine, oltre un terzo della vicenda viene tranquillamente inserito nella sinossi; così non solo risulta noioso leggere la versione estesa delle informazioni che già si hanno, ma l'editore punta in modo forzato l'attenzione sui dettagli più rilevanti per l'intreccio, e questo non è proprio l'ideale in una storia fondata sul mistero e sulla volontà di stupire il lettore. Un vero peccato dal momento che, al contrario, la traduzione è più che valida e la copertina seppur alquanto anonima conferisce il tono giusto per questa storia.

Storia che si articola in cinque parti, contraddistinte da quattro diverse prospettive e in alcuni casi da una diversa collocazione temporale. A dare il via sono i POV di Laurel ed Ellie Mack, un duo madre e figlia parecchio legato, tanto che la prima non si fa problemi a identificare la seconda come la sua cocchina pur avendo altri due figli più grandi. Seguiamo Ellie nel 2005 quando scomparve misteriosamente e Laurel dieci anni dopo mentre riempie le sue giornate di impegni per impedirsi di pensare. Nella vita della donna sembra arrivare finalmente un po' di felicità grazie alla nuova relazione con il coetaneo Floyd Dunn e all'incontro con Poppy, la brillante ed estroversa figlioletta di lui.

Anche saltando a piè pari la sinossi, non c'è modo di indorare la pillola: al massimo si capisce tutto a pagina cento e non già dal prologo, ma l'intreccio rimane comunque di una semplicità inaspettata se si considera il genere di riferimento, e con la tensione non va molto meglio. Purtroppo la cara Lisa sceglie di fornire ai suoi lettori fin troppe informazioni, di conseguenza i personaggi risultano ottusi in modo imbarazzante per la lentezza con cui arrivano alle rivelazioni palesi per chi legge. Ho poi trovato fuori luogo la svolta simil-paranormale e fastidiose le continue imbeccate che i comprimari sono costretti a dare a Laurel per fara arrivare a deduzioni a conti fatti neppure così rilevanti perché questo romanzo non ha proprio nulla del giallo: tutti i misteri si risolvono in modo più che esaustivo da soli. Un elemento tipico del genere mystery però c'è, ossia l'incompetenza da parte della polizia, qui associata alla mancanza di professionalità di personale sanitario e assistenti sociali.

Con la prosa non va granché meglio, e dire che ero curiosa di capire se la bibliografia di Jewell potesse diventare una mia nuova fonte di letture! Definirei il suo stile poco più che elementare, con un utilizzo irritante delle ripetizioni e un chiaro eccesso nelle descrizioni inutili come l'abbigliamento dei personaggi, dove ovviamente non manca mai il dettaglio delle marche neanche fossimo in uno spot pubblicitario. Sono inoltre presenti molte frasi che peccano di naturalezza e rendono i dialoghi per niente spontanei; per contro, il ritmo è decisamente buono e riesce quasi da solo a far raggiungere la sufficienza al testo.

Riguardo ai personaggi, la mia opinione è un po' meno netta, perché da un lato ho davvero apprezzato il lavoro di introspezione fatto su Ellie -infatti la sua prospettiva è di certo la più convincente ed emozionante- ma dall'altro ho trovato la caratterizzazioni di Laurel non sempre coerente (vedasi al sua cecità nei confronti di alcuni indizi che le vengono letteralmente urlati in faccia) e dell'altro POV femminile: non faccio nomi per evitare spoiler, però si tratta di una personaggia parecchio esasperata per i miei gusti. Sul quarto protagonista non mi esprimo proprio, principalmente perché ha appena qualche capitoletto e non è riuscito a comunicarmi granché, come del resto hanno fatto gli altri comprimari; mi è invece piaciuta parecchio la decisione di alternare queste voci all'interno delle singole parti portando avanti la narrazione con scene brevi e ben amalgamate. Questi sono gli aspetti che mi lasciano in ambasce riguardo all'autrice, perché spero sia migliorata con il proseguire della sua carriera. Di certo eviterò come la peste le sinossi targate Neri Pozza, altrimenti mi rovino ogni volta la sorpresa!

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mercoledì 2 settembre 2026

"Cruel Summer" di Morgan Elizabeth

Cruel summer. Giovane, carina e crudele (Italian Edition)Cruel summer. Giovane, carina e crudele by Morgan Elizabeth
My rating: 2 of 5 stars

"Ed è allora che decido. Non voglio vivere la vita reprimendo le mie emozioni, superando gli altri in astuzia per impedire loro di ferirmi. Voglio vivere una vita memorabile, con i suoi dolori e tutto il resto. E, per farlo, devo cominciare a correre dei rischi"


PASSI "FOSSETTE", MA "PAPINO" PROPRIO NO!

Una delle ragioni per cui solo negli ultimi tempi mi sono decisa a dare un'oggettiva chance al romance è la sensazione che sia un genere incapace di stupire e di creare del conflitto genuino. Adesso capisco bene che si trattava di un pregiudizio basato sulla regola secondo cui tutte queste storie devono concludersi con un lieto fine per la coppia principale, però ci sono comunque romanzi che mi fanno (quasi) tornare sui miei passi in quanto a dar fiducia ai libri rosa. È il caso di "Cruel Summer", dove un sacco di potenziale per creare del contrasto tra i due protagonisti è stato sprecato dalla decisione di appiattire il tutto scrivendo un lui talmente perfetto da rendere impossibile per la nostra eroina litigarci. Vorrei poter dire che c'era del margine su cui lavorare anche per far risultare l'intreccio meno scontato, ma mentirei.

Uno dei motivi di tale prevedibilità è la scelta di ispirarsi a Mean Girls, con tanto di frasi copia-incollate, attori menzionati e nomi dei personaggi che richiamano quelli del film-cult dei primi anni Duemila. Ci ritroviamo così a Long Beach Island nel New Jersey con Camile "Cami" Thompson, neoassunta coordinatrice di eventi all'esclusivo Beach Club, che non sarà ingenua come la sua controparte Cady ma per diversi motivi decide di essere bendisposta verso le persone che incontrerà durante il periodo di lavoro. Tra queste ci sono Melanie Kincaid -la figlia del titolare ossessionata dal rendere perfetto il suo terzo matrimonio con il danaroso Huxley St George-, il gruppetto composto dalla figlia di lei e dalle gemelle di lui pronte a tormentare lo staff, ma soprattutto Zachary "Zach" Anderson, il bartender che lavora nel pub Fishery di fronte al Beach Club dove Cami finisce sempre più spesso dopo il lavoro.

Da questo contesto, la trama si sviluppa come accennato in maniera molto lineare, con degli ostacoli indegni di tale nome e un'unica vera svolta narrativa non solo indovinabile con almeno cento pagine di anticipo ma che presenta anche uno dei molti potenziali contrasti mai sviluppati. La dinamica sentimentale avrebbe tantissime occasioni per essere messa in dubbio da entrambe le parti: quando si parla del rapporto tra Zach e sua figlia, dell'attaccamento di Cami verso il lavoro, delle conseguenze per i soprusi a opera del cosiddetto Clan delle Vipere (le wannabe Barbie di questo libro), eppure in nessun caso la relazione viene messa in discussione perché Cami e Zach si trovano d'accordo su tutto. E se anche non lo fossero, lui è disposto ad annullarsi per compiacerla in ogni modo; questo rende però inutile il POV di Zach, perché non c'è nulla da cambiare o migliorare nel suo personaggio.

Con la prospettiva di Cami le cose vanno un po' meglio, infatti ho apprezzato come viene raccontato il suo passato e i dettagli della sua caratterizzazione, che mi sono sembrati abbastanza coerenti e realistici. Ho qualche riserva sulla maniera in cui Elizabeth ha raccontato la tematica dell'ansia sociale, perché a tratti pare renderla come un problema inconsistente che la semplice vicinanza dell'amato può risolvere. E questo nonostante la chimica nella coppia sia molto buona; certo, avrei eliminato nomignoli cringe e battute imbarazzanti e sfoltivo le scene esplicite, ma devo dire che la comunicazione tra Cami e Zach rispetto ai loro obiettivi e preferenze è stata un dettaglio apprezzabile. Abbastanza carina è anche la dinamica tra lei e la figlia di lui, specialmente per come si evolve nel corso dell'intero volume.

Purtroppo tutti gli altri personaggi sono veramente delle macchiette fin troppo sopra le righe, in particolar modo gli antagonisti che rasentano un'idiozia tale da rendere ridicolo ogni momento di (presunta) tensione. Inoltre sono presenti fin troppe figure di sfondo teoricamente importanti a malapena menzionate, così come molti eventi rilevati per il proseguo della vicenda accadono fuoriscena; un esempio senza spoiler è la presunta cattiveria di Melanie, solo menzionata tramite aneddoti che riguardano personaggi estranei alla coppia principale. L'intreccio presenta diversi altri problemi, come la densità di informazioni e personaggi introdotti nei primissimi capitoli e l'inspiegabile decisione di concludere la romance a cinquanta pagine dal finale. Non ho apprezzato granché neanche le molte ellissi temporali, perché danno l'impressione che l'autrice non sapesse bene come riempire la storia e creano un senso di straniamento per le tempistiche della vicenda.

Elementi sui quali potrei comunque soprassedere se la cara Morgan avesse dimostrato una penna valida; e lei in parte ci ha provato, soprattutto quando i suoi protagonisti fanno delle elaborate analisi interiori, ma basta riflettere un momento per realizzare la frequente insensatezza dei dialoghi spezzettati durante i loro pipponi mentali, le contraddizioni presenti nei ragionamenti stessi e la furba scelta di toni apocalittici per gaslightare ulteriormente il lettore. Peccato che quest'ultimo sia presente e vigile quando, per esempio, i personaggi mettono in atto le loro crudeli vendette e sappia benissimo che il livello di suddetta crudeltà è degno di un bambino dell'asilo. Potrei dedicare qualche critica anche alla traduzione svogliata, ma penso che i pensieri tra virgolette meritino di più la mia ultima lamentatio: non solo inutili in una narrazione in prima persona al presente, ma anche fuorvianti perché non è sempre chiaro a chi si stia dando voce.

Voto effettivo: due stelline e mezza

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venerdì 21 agosto 2026

"Un affare per orecchie a punta" di M. Maponi

Un affare per orecchie a puntaUn affare per orecchie a punta by M. Maponi
My rating: 3 of 5 stars

"Una vertigine lo mandò a sbattere contro lo stipite della porta, il mondo offuscato da un velo blu di stanchezza. Nel mezzo sembrava aleggiare l'onnipresente fantasma della Henzel. Maggie si era trovata al centro di un affare torbido e ne aveva pagato le conseguenze"


SVECCHIARE UN GENERE SI PUÒ, NIDD!

Arrivata incredibilmente (e poche volte tale avverbio fu più azzeccato!) in pari con i volumi autoconclusivi acquistati durante l'anno, ho deciso di rituffarmi nel fantasy nostrano con un titolo riesumato dalla TBR del 2025, ossia "Un affare per orecchie a punta". Ammetto che ad aver accesso inizialmente il mio interesse verso il romanzo d'esordio di Maponi è stata la stupenda grafica dell'edizione, ma una volta letta la sinossi mi sono definitivamente convinta per merito della particolare mescolanza tra generi narrativi diversi. In special modo, trovo il connubio di indagini e fantastico sempre ricco di potenziale, e poi volevo capire se l'autore sarebbe riuscito a togliere un po' di polvere a un sottogenere come l'hard boiled che da sempre mi fa pensare a storie superate nei toni e nei cliché.

Di certo il contesto si discosta dall'ufficio fumoso del classico investigatore privato, perché ci troviamo nella fittizia città-Stato di Virmgrado, dove creature fantastiche di ogni genere convivono più o meno pacificamente dopo aver accantonato un recente passato di lotta tra le diverse specie, e più in generale tra le categorie di elfidi e orchidi. Grazie a questo nuovo status quo un goblin come Mannekin "Mann" Hanter è potuto diventare membro del Corpo dell'Ordine Pubblico, e in questa veste si trova a indagare sul suicidio della ninfa Maggie Henzel, che già a una prima occhiata gli sembra una messa in scena poco convincente. L'investigazione lo porta a far luce sul possibile collegamento tra questo crimine e le imminenti elezioni politiche, che sono tanto il motore delle forti tensioni cittadine quanto il vero cuore tematico della narrazione.

Dietro tutta la terminologia fantasy si nasconde non troppo bene un parallelo con il razzismo e le varie ideologie xenofobe del nostro mondo: abbiamo per esempio alcuni tra elfi e nani pronti a ergesti in virtù del lignaggio o della ricchezza sopra le altre creature, utili solo come manodopera a buon mercato in una città in forte espansione industriale, simile per parecchi versi all'Inghilterra nella seconda metà dell'Ottocento. Per quanto io mi senta propensa ad approvare l'idea di trattare certi argomenti sfruttando l'allegoria, bisogna pure ammettere che l'autore tende a calcare parecchio la mano ripetendo dei concetti anche elementari in maniera fastidiosamente ridondante. Ciò ha delle ripercussioni spiacevoli perfino su una prosa per altro gradevole e coinvolgente, perché Maponi si ostina a voler chiudere ogni paragrafo con un'inutile frasetta a effetto, che ribadisce soltanto quanto già espresso in modo più che sufficiente.

Un altro elemento positivo che cela dei grossi limiti è l'ambientazione. Personalmente ho trovato da subito coinvolgenti le descrizioni di Virmgrado e interessante l'esplorazione proposta dall'autore al fianco del protagonista, mentre questi visita i diversi quartieri durante l'indagine. Le difficoltà sorgono quando si passa al lato fantastico: non mi aspettavo certo incantesimi e portenti vari, ma per lo meno di comprendere con chiarezza la differenza tra orchi, ninfei, drow e combriccola. A parte qualche dettaglio puramente anatomico, alle creature fantasy manca qualsivoglia peculiarità; sarà a causa della scelta di rimanere aggrappati al POV di Mann, ma ho trovato quasi impossibile memorizzare le specie di chiunque uscisse dalla stretta cerchia dei protagonisti perché il testo si limita a sputarti addosso una manciata di nomi, senza ulteriori dettagli.

Però un personaggio in grado di vivere per dei secoli dovrebbe distinguersi per come vede il mondo, giusto? a quanto pare no, infatti tutti i caratteri secondari sono fortemente stereotipici e faticano ad andare anche di poco oltre il loro ruolo all'interno della storia. Per contro, Mann è un personaggio tridimensionale e approfondito, ben consapevole dei suoi limiti e capace di affrontare sfide fisiche e ideologiche. Nella seconda metà del romanzo, i suoi crucci personali diventano purtroppo un filino ripetitivi e tediosi: non si tratta tanto di uno scoglio al gradimento quanto di un fastidioso ritardo nel proseguo dell'indagine. Indagine che parrebbe essere il fulcro dell'intreccio, invece viene risolta in modo abbastanza anticlimatico per tornare di gran carriera ai conflitti politici; questo rende la conclusione appropriata per il tono della narrazione nel suo insieme, ma alquanto insoddisfacente per chi come me sperava di essere stupido da qualche rivelazione imprevedibile.

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