martedì 30 giugno 2026

"Omicidio in famiglia" di Cara Hunter

Omicidio in famiglia (Italian Edition)Omicidio in famiglia by Cara Hunter
My rating: 2 of 5 stars

"La sera di venerdì 3 ottobre 2003, la polizia fu chiamata a intervenire in un ricco quartiere della zona ovest di Londra. Li aveva chiamati una ragazzina, così agitata che i primi agenti sulla scena non sapevano cosa aspettarsi. Incidente? Lite domestica? Forse un furto con scasso? Quello che trovarono fu un cadavere"


DEDUCONO TUTTO DALLE IMMAGINI? SÌ. E CI SONO? NO!

Visti i numerosi fallimenti che ho collezionato quest'anno con i generi mystery e thriller, ho pensato di optare per un cambio di formato, così da provare a riaccendere il mio interesse verso questa tipologia di narrazioni. E il primo romanzo autoconclusivo di Hunter sembrava fare proprio al caso mio, trattandosi di un mixed media puro in cui il lettore viene sfidato a individuare il colpevole prima che lo facciano gli stessi personaggi. Il concetto ovviamente stuzzica l'amor proprio di noi amanti del giallo, ma si rivela pian piano un mero specchietto per le allodole: chi legge questo libro ha le stesse chance di arrivare alla soluzione che avevano i coprotagonisti di "Miss Marple e i tredici problemi", perché c'è sempre qualcuno dieci passi avanti a noi e che non ha alcuna intenzione di suggerire.

L'idea rimane comunque brillante, con un delitto vecchio di vent'anni -quello del giovane australiano Luke Ryder, assassinato il 3 ottobre 2003 nel giardino della sontuosa dimora londinese della moglie Caroline Howard- che viene ripescato dall'emittente fittizia Showrunner per la nuova stagione della serie Infamous. L'obiettivo è individuare il colpevole in un caso che non ha mai avuto neppure un vero imputato, ma la presenza sul set di sei esperti e il materiale fornito dal registra Guy Howard, figliastro della vittima stessa, sembrano promettere delle svolte reali. Come già accennato, a rendere particolare questa storia è il modo in cui la cara Cara (perdonate l'infelice gioco di parole!) scegliere di raccontarla, ossia tramite le trascrizioni degli episodi, le mail e i messaggi scambiati tra i personaggi, gli stralci dei giornali e altro ancora.

Sembrerebbe quasi trattarsi di un libro-gioco… peccato che i lettori non possano davvero mettersi alla prova! in parte perché molte delle intuizioni dei personaggi si basano su immagini assenti nel volume, ma anche perché spesso e volentieri veniamo messi al corrente della rivelazione di turno a indagine già compiuta. Togliendo la componente ludica, l'intreccio non riesce comunque a mantenere una sufficiente solidità, perché chi lavora a questo show fasullo è in possesso di informazioni che non dovrebbe oggettivamente avere; sono inoltre presenti un numero troppo elevato di coincidenze fortuite: ovviamente si tratta di una storia di finzione, ma andrebbe comunque mantenuto un contesto il più vicino possibile alla verosimiglianza per evitare di straniare chi legge.

Un altro paio di problematiche sono legate all'edizione. In un caso sono abbastanza convinta che il difetto stesse già nel testo originale: pur posizionando a livello concettuale il lettore tra gli spettatori di Infamous, l'autrice fornisce dei documenti -soprattutto chat private, mail e messaggi vocali- che nessuno dei personaggi può consultare; come infelice conseguenza, diventa subito chiaro non possano esserci delle informazioni vitali per risolvere il caso nascoste tra queste pagine, altrimenti i protagonisti continuerebbero a brancolare nel buio. L'altro difetto sospetto sia invece da attribuire alla traduzione, ma ovviamente non ne posso avere la certezza; sto parlando delle parecchie incongruenze temporali, con alcune date che collocano certi avvenimenti in momenti dove non possono concretamente essere avvenuti. L'esempio più palese è vicino al finale, quando un ritaglio di giornale annuncia la morte di un personaggio prima che lo stesso sia comparso in una diretta online... era forse il suo fantasma quello in live?

Andando su debolezze un po' più personali, devo dire di aver trovato la risoluzione conclusiva un po' banale e il movente inconsistente: si arriva a un punto in cui i produttori di Infamous possono tirare letteralmente qualsiasi coniglio fuori dal cappello, perché sono gli unici ad aver portato avanti una vera indagine durante le riprese. E quindi eccoci con un finale da soap opera, che non solo stona con la partenza parecchio concreta, ma mi ha fatto anche spanciare dalle risate per come viene descritta la ricostruzione degli eventi passati. Non credo fosse l'effetto voluto, così come dubito che Hunter abbia tentato di proposito di confondermi le idee nelle prime pagine con le sue smitragliate di acronimi e sigle, per fortuna spiegati; ritengo molto più probabile che l'intento fosse dimostrare quanto lavoro di ricerca c'era stato alla base del romanzo.

Si sarà anche impegnata nel tratteggiare il contesto, ma non si può dire che abbia investito granché nella caratterizzazione dei personaggi, che risultano invariabilmente monodimensionali se non perfino fastidiosi nel loro modo piatto di esprimersi. In questo caso, devo però ammettere che non mi aspettavo molto di meglio da un libro realizzato in questo formato, e per lo meno a livello di prosa l'autrice è riuscita a comunicare un certo dinamismo e a fornire sufficiente consistenza alla storia. Anche il ritmo narrativo risulta gradevole, formando un bel crescendo che mantiene viva la curiosità del lettore per tutta la narrazione, a dispetto delle assurde rivelazioni e dei colpi di scena fantasiosi che ormai sembrano infestare tutti i mystery usciti nell'ultimo decennio.

Voto effettivo: due stelline e mezza

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mercoledì 24 giugno 2026

"La luce del sole" di Octavia E. Butler

La luce del soleLa luce del sole by Octavia E. Butler
My rating: 1 of 5 stars

"Qualche attimo dopo la luce fu troppa. Mi bruciavano gli occhi e la pelle. Volsi le spalle alla luce, trascinandomi con la mia preda verso gli abissi della fresca semioscurità all'apparenza così vicina eppure così tanto difficile da raggiungere"


DA PEDOFILO A TOYBOY IN MEZZA SCENA

Poche volte ho iniziato un nuovo libro con un simile entusiasmo, non solo perché trovo sempre affascinanti le declinazioni meno scontate sul tema del vampirismo, ma soprattutto per il successo dell'autrice: da tanto tempo ero curiosa di scoprire la prosa di Butler, vista la fama della sua bibliografia in generale e di questo titolo in particolare. Eppure eccomi qui oltre trecento, dolorosissime pagine dopo a scrivere dei motivi per cui non consiglierei "La luce del sole" neppure a quelle brutte persone che fanno le orecchie alle pagine per tenere il segno. Di certo ho letto libri ben peggiori sul piano della qualità, ma in merito allo sgradimento personale gli unici esempi che mi sento di accostare sono i romanzi di Anne Rice, autrice bannata a vita dalle mie letture; e temo proprio che la cara Octavia andrà incontro a una sorte analoga...

La premessa non è nulla di sconvolgente nella narrativa fantastica: la protagonista e narratrice Shori "Renee" Matthews si risveglia gravemente ferita e priva di ricordi all'interno di una grotta; pian piano si riprende fisicamente, scopre la sua identità e quali eventi l'hanno portata a scappare in quell'anfratto; lei appartiene alla specie Ina, che per moltissimi aspetti ricordano dei vampiri, ed è l'unica superstite di un attacco sferrato da ignoti alla sua comunità. Un salvataggio reso possibile dagli esperimenti genetici volti a permettere a lei e alle prossime generazioni dei suoi simili di resistere alla luce solare, e proprio in questi studi scientifici sembra nascondersi anche la ragione delle aggressioni sulle quali Shori e i suoi simbionti -aka, gli umani dai quali si nutre principalmente al punto da legarli indissolubilmente a sé- cominceranno a indagare.

A conti fatti, indagine è una parolona ma è anche l'espressione oggettivamente più indicata dal momento che -una volta stabilita la natura degli Ina e le speciali abilità di lei- la trama ruota interamente attorno allo smascheramento dei colpevoli e al successivo processo, con qualche episodio estemporaneo per dare una parvenza di intreccio. Dei tentativi poco riusciti per quanto mi riguarda, dal momento che dopo il potente incipit la narrazione ristagna in dinamiche prevedibili e abbastanza simili tra loro. Inoltre l'espediente dell'amnesia rende difficile per Shori muoversi di sua iniziativa, e per la maggior parte del tempo lei deve aspettare le azioni altrui per potervi reagire in qualche modo. Sul finale la lettura diventa davvero tediosa, tra interminabili presentazioni di personaggi inutili e scene di votazioni descritte in ogni soporifero passaggio, nonostante il loro esito sia scontato per gli stessi caratteri coinvolti.

Essendo un'insopportabile Mary Sue che riesce in tutto e viene elogiata da tutti (a parte gli antagonisti stronzi, ovvio!), la protagonista merita di certo un paragrafo di lamentele tutto per sé. In ogni azione e pensiero, Shori si dimostra disempatica, manipolatrice ed egoista: per quanto ripeta di tenere ai suoi simbionti non è verosimile che dei perfetti estranei le stiano a cuore più di un cucciolo appena portato a casa dal canile, dal momento che li tiene tutto il tempo al guinzaglio tramite il suo veleno; mi perdonerete la sciocca metafora canina, ma l'ho trovata calzante considerando che il rapporto tra Ina e simbionti è grosso modo quello tra una persona e i suoi animaletti domestici, ma si instaura con ancora maggiore superficialità. Anche come unico POV Shori non mi ha convinto, perché la sua voce non sempre è coerente: non ricorda termini molto semplici ma allo stesso tempo adotta modi di dire specifici e -come tutto in questo romanzo- ripetitivi.

Un altro problema legato alla protagonista ma decisamente soggettivo è la sua età. Non riesco a cogliere la necessità di renderla una bambina, fisicamente dal punto di vista umano e anagraficamente per l'età media degli Ina; a mio avviso sarebbe stato meglio optare per una protagonista ventenne o trentenne, così da rendere meno inquietanti le sue "relazioni" con i personaggi adulti. Capisco che la sua giovinezza giochi un ruolo prettamente simbolico, ma essendo affetta da amnesia è già all'oscuro di qualsiasi informazione utile e dimostra l'ingenuità di una bimba, a meno che la trama non richieda altrimenti, beninteso. Comunque ammetto che la pedofilia giustificata (e perfino romanticizzata!) è un mio limite personale, e qui non solo è reiterata per l'intero volume ma viene anche affiancata da qualche accenno di incesto e vaghe minaccie di stupro; tutto perché questi vampiri tanto più evoluti dei miseri umani dimostrano comportamenti animaleschi e territoriali ogni due per tre.

E gli altri personaggi? su di loro non c'è semplicemente nulla da dire dal momento che gli Ina si dividono in buoni e cattivi, ovvero gli adoratori di Shori e i suoi detrattori: non si va mai più a fondo. Simbionti o meno, gli umani non sono considerabili dei caratteri veri e propri, perché il veleno degli Ina è l'equivalente di un potente oppiaceo che altera tutto il tempo la loro percezione della realtà, ecco perché anche le relazioni interpersonali risultano fasulle e asettiche. A suo modo, questa rappresentazione del vampiro potrebbe risultare affascinante e devo dire che viene trattata in modo abbastanza approfondito, ma crea uno squilibrio di potere eccessivo con i personaggi umani; inoltre diverse informazioni sugli Ina vengono retconnate in corso d'opera, sempre a favore di Shori e dell'intreccio. Pur presentando una traduzione ben fatta, l'edizione italiana si uniforma al disagio generale risultando per molti versi inadeguata: passi il titolo completamente diverso da quello originale, ma la cover da manuale di autoaiuto e la citazione ultraromantica sull'aletta non preparano affatto al tipo di storia che si sta per leggere.

Approdando agli aspetti più positivi, o almeno a quelli che speravo si rivelassero i punti di forza del libro, troviamo prosa e tematiche. Lo stile della cara Octavia è grossomodo gradevole, ma vista la fama di cui gode e i premi che ha ricevuto mi aspettavo ben altro; ho trovato particolarmente fastidiose le moltissime ripetizioni, la limitatezza del lessico (scelta magari intenzionale vista l'amnesia dell'unico POV, ma che andava gestito meglio) e le interminabili descrizioni di luoghi e oggetti inutili. Anche nel caso dei temi non mi sono dispiaciuti gli spunti in sé quanto la maniera in cui sono stati trattati, ossia con approssimazione e scontatezza; un buon esempio è il razzismo, in teoria cardine dell'intera storia, che nel concreto si limita a creare il parallelo tra razza e specie, con gli Ina cattivi (e stupidi come non mai!) che non vogliono mescolare il loro DNA con quello umano. Non si va oltre, non c'è alcuna ulteriore discussione costruttiva, e anche la questione delle ricerche portate avanti dalla famiglia di Shori è appena abbozzata.

Si potrebbe dire che almeno è risultato efficacie per il suo genere: è un fantasy horror ed effettivamente io ne sono uscita terrorizzata, sia per il modo in cui vengono raccontati i simil-vampiri sia per le azioni disgustose e disturbati compiute dai personaggi e descritte come fossero del tutto normali. E ho pure scoperto cosa abbia ispirato i due terzi più inquietanti e noiosi della trama di "Breaking Dawn" (la romance tra Shori e i suoi simbionti ricorda moltissimo l'imprinting e il lungo processo finale ha lo stesso livello inesistente di tensione narrativa), oltre ad aver imparato a evitare di farmi intenerire da presunti bambini che vagano spaesati in autostrada: poi magari mi tocca abbandonare famiglia e lavoro per trasferirmi in una comune di hippy codipendenti, ed esserne perfino felice!

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martedì 16 giugno 2026

"Imperium" di Colin Meloy

Wildwood. Imperium (Wildwood Chronicles, #3)Wildwood. Imperium by Colin Meloy
My rating: 3 of 5 stars

"Le parole comparvero sul velo di nebbia, scribacchiate dal dito spettrale della defunta Governatrice Vedova; Zita impallidì nel vederle … aveva scoperto un'intima intesa con la donna, e nel profondo del suo cuore la capiva. Oh sì, adesso la capiva"


È ANCORA UNA SERIE PER BAMBINI, GIUSTO?

Due serie concluse in quasi metà anno non sembra un gran risultato, specie considerando che erano entrambe già cominciate nel 2025; ma con la persistente lentezza che caratterizza il mio attuale rapporto con la lettura, ogni piccolo risultato portato a casa mi fa sentire meglio. Anche se si tratta di una trilogia che dal primo libro ha cominciato un chiaro e triste peggioramento nella qualità. E purtroppo non mi riferisco solo all'edizione cartacea, che da sola è stata una mezza delusione: alla qualità grafica inferiore nelle illustrazioni in bianco e nero si aggiunge l'inspiegabile scelta di raggruppare al centro tutte quelle a colori su carta lucida, anziché piazzarle accanto alle pagine corrispondenti. La CE voleva forse creare un simpatico gioco di abbinamento delle coppie, tra immagine e citazione nel testo?

Facciamo però qualche passo indietro per spendere due parole -senza troppi spoiler- in merito all'intreccio. Sono passati un paio di mesi (o forse due settimane, a seconda del capitolo) e ritroviamo Prue diretta a Bosco Sud nella sua missione di riunire i creatori dell'Alexei robotico, obiettivo che la porta a scontrarsi con il Sinodo, una setta di invasati affamati di potere mascherata da affidabile istituzione religiosa. Al contempo, Elsie e Rachel si sono ridotte a vivacchiare assieme agli altri Inadottabili ai margini del Deserto Industriale, ma l'incontro con un altro gruppo avverso ai Titani dell'Industria le porta a sperare di poter salvare Carol e Martha. Anche in questo caso, le loro non sono le uniche prospettive presenti nel testo, ma per la maggior parte le altre compaiono in un capitolo soltanto.

E come se tutti questi POV trainati dai primi due volumi non fossero abbastanza, Meloy decide di inserirne un altro principale, più un paio di secondari giusto per dare un pizzico di colore (o per rendere ancor più dispersiva la narrazione, scegliete voi!); e quindi eccoci con Zita, una ragazzina di Bosco Sud che viene convinta da una sorta di spettro a dare il via a un pericoloso rituale, destinato poi a configurarsi come la minaccia definitiva. Un'idea per niente male di base, non fosse che questo ennesimo avversario da sconfiggere porta l'autore a dover risolvere in maniera rapida tutte le sottotrame imbastite in precedenza. Se nel caso della rivalsa contro i Titani lo spazio dedicato non è poi tanto esiguo, l'intera parentesi del Sinodo viene davvero conclusa con una leggerezza tale che si finisce per non comprendere la ragion d'essere di questa linea di trama: serviva solo a tenere impegnata Prue per un po' di pagine?

Nel complesso, l'intreccio non mi ha quindi convinto granché: ho trovato l'inizio abbastanza fiacco e il finale troppo rapido e allegorico per i miei gusti. L'autore liquida in poche righe il destino dei personaggi principali -senza neppure un tentativo credibile di verosimiglianza- e dimentica direttamente quello dei meno rilevanti, come Esben e Carol; una sorte simile tocca all'ambientazione, perché a parte prendere nota della nuova figura al potere nel Bosco non sappiamo cosa sia successo ai diversi ordini religiosi o ai burocrati di Bosco Sud, che da soli hanno causato ben più danni dell'antagonista principale! Tutto quello di cui il lettore è spinto a interessarsi si riduce agli Irregolari di Bosco Selvaggio, che possono riprendere tranquillamente le loro ruberie, seppur non sia chiaro ai danni di chi visto il disgregarsi di ogni istituzione civile.

La trama non si fa inoltre mancare una buona dose di incoerenze all'interno del volume stesso, ma ancor di più in confronto con i capitoli precedenti. Riporto un esempio per ogni tipo di questo approccio svogliato del caro Colin: Elsie e Rachel che ricevono delle lettere dai genitori nonostante vivano come delle fuggitive e il loro ultimo indirizzo utile corrisponda a un edificio distrutto, e la motivazione alla base dell'accordo tra Alexandra e i genitori di Prue che viene completamente travisata nel loro dialogo iniziale. Forse dovrei chiudere un occhio perché alla fin fine è pur sempre una storia per ragazzini, ma sospetto che perfino delle persone così giovani noterebbero l'estrema disomogeneità dei riferimenti temporali tra un POV e l'altro. Ultimo ma non meno importante tra i difetti del romanzo è il cambio di tono: già nel secondo libro ci si allontanava per una buona metà dal contesto prettamente favolistico perché era necessario introdorre la storyline delle sorelle Mehlberg, ma qui andiamo oltre con parecchi elementi poco in linea con il target dal punto di vista della maturità, a esempio il disgustoso Spongiforme e i fin troppo cruenti attentati dinamitardi.

E nonostante tutto ci sono stati dei momenti positivi, abbastanza da far superare tranquillamente la sufficienza a questo titolo. In primis, tra tanti spunti e caratteri abbandonati a loro stessi, la conclusione della sottotrama sui Titani è stata gestita nei tempi e nei toni giusti; ho continuato a sentire la mancanza di un maggiore approfondimento -specie quando sono gli adulti a occupare il centro della scena-, ma si sono venuti a creare dei bei momenti a livello emotivo e di tensione. Anche le reunion tra diversi personaggi principali e non (mi tengo sul vago, altrimenti temo di sciupare il finale) sono state molto coinvolgenti e gradevoli da leggere, e di certo lo stile e la fantasia dell'autore non si sono fatti mancare. Devo dire di aver apprezzato anche il modo intelligente in cui ha gestito la figura di Curtis, sicuramente meglio rispetto al capitolo precedente! Eppure tutto questo non basta riaccendere il mio affetto verso la trilogia, al punto da dirmi felice della scelta di adattare solo il primo volume nel film che uscirà a ottobre. Anche la versione cartacea avrebbe potuto mettere lì la parola fine.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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mercoledì 10 giugno 2026

"L'amuleto" di Michael McDowell

L'amuleto (Italian Edition)L'amuleto by Michael McDowell
My rating: 5 of 5 stars

"Era quel gioiello, un oggetto mai visto prima, a sembrarle tanto strano. Era la catenina, e il ciondolo a forma di dischetto, a tormentarla; e conosceva Jo abbastanza da sapere che nessun interrogatorio avrebbe mai potuto cavarle il motivo per cui l'aveva regalato a Larry. Non ancora, quantomeno"


LA TAVOLA OUIJA DI ČECHOV

Negli ultimi dieci mesi McDowell è diventato un autore parecchio presente nelle mie letture, infatti con "L'amuleto" sono arrivata già al terzo titolo di un autore prima del tutto sconosciuto per me, e non ho in programma di fermarmi senza aver per lo meno recuperato quanto uscito in traduzione negli ultimi tre anni per il catalogo di Neri Pozza. Anche perché a ogni nuovo libro mi trovo ad apprezzare sempre di più il suo stile e l'incredibile lavoro fatto su personaggi e ambientazioni, riuscendo a trasportare chi legge in luoghi ed epoche lontane senza alcun cenno di artificiosità che porti a sentirsi straniati dalla storia.

La nostra destinazione in questo caso è la Pine Cone del 1965, un paesino fittizio dell'Alabama celebre per la locale Pine Cone Munitions Factory, dove non solo si fabbricano munizioni ma si ha anche la possibilità di scampare la leva militare. Purtroppo per Dean Howell la cartolina arriva prima del posto di lavoro e solo l'esplosione di un fucile da addestramento gli evita la partenza per il Vietnam, deturpandogli il viso e riducendolo a poco più di un vegetale; fortuna vuole che l'amorevole madre Josephine "Jo" sia pronta a occuparsi di lui e a presentare alle persone che ritiene responsabili di questa tragedia il conto, nella forma di un insolito monile. Tra uno sfiancante turno in fabbrica e l'ennesima commissione domestica, spetta invece alla moglie Sarah l'ingrato compito di trovare la quadra e arrestare la scia di delitti che colpiscono in pochi giorni l'intera città.

Al suo fianco troviamo la vicina e amica Becca Blair, che è solo uno dei molti esempi del talento del caro Michael nella scrittura dei personaggi. L'intero cast è popolato da figure credibili e simpatetiche, siano esse positive o negative; non solo i caratteri centrali quindi, ma anche i semplici comprimari ottengono un'introspezione accurata e coerente con la loro condizione sociale e con le relazioni interpersonali che li coinvolgono. Logicamente Sarah ottiene il maggiore approfondimento, andando a dimostrare una parabola discendente significativa nella sua triste verosimiglianza: la protagonista viene descritta in un primo momento come un'ottima persona, piena di generosità e remore morali che il succedersi degli eventi andrà pian piano a smantellare, fino a una conclusione al cardiopalma.

Ho trovato molto interessante anche il lavoro svolto su Jo e Dean, perché seppur vengano tenuti volutamente in secondo piano dall'autore riescono a estendere un alone minaccioso su tutta la narrazione. La storia di lui ricorda un po' "Il visconte dimezzato", mentre mi sento di accostare lei all'antagonista di "Misery"; si tratta tra l'altro della prima (almeno a livello di pubblicazione) di una corposa schiera di donne malvagie scritte da McDowell nella sua carriera. Non raggiungerà forse le vette di una "Black" Lena Shanks e i continui commenti al suo aspetto sono di certo invecchiati malino, ma si dimostra una figura terrificante e a conti fatti non si percepisce la mancanza di ulteriori risposte sul suo passato, dalle origini dell'amuleto alla sua possibile implicazione in altre vicende delittuose.

Come già accennato, gli altri maggiori punti di forza del volume sono l'ambientazione e lo stile. Avevo ben in mente la puntualità con cui il caro Michael riusciva a raccontare luoghi presi da un'epoca storica diversa senza apparente difficoltà per il lettore contemporaneo che deve entrare in un contesto per lui inedito, ma in questo caso penso si sia superato: ha creato dal nulla un'intera cittadina, descrivendone strade, negozi, usanze locali e indole degli abitanti. E l'ha fatto rimanendo fedele al periodo scelto con una sensibilità parecchio moderna, anche considerando che questo titolo appena approdato nel nostro Paese è stato pubblicato in lingua originale quasi cinquant'anni fa! Anche la sua prosa non pare risentire dello scorrere del tempo, e dalla primissima pagina incanta il lettore con immagini ricche di fascino e una grande accuratezza linguistica. Questo potrebbe far pensare a un testo lento e sfidante, invece la lettura scorre con facilità e gradevolezza estreme: al massimo è proprio il lettore a doversi imporre di prendere una pausa, vuoi per rileggere una frase particolarmente bella oppure per occuparsi di qualsia attività esuli dalla lettura del libro stesso.

Come sempre per le letture che apprezzo maggiormente, ho cercato di individuare dei punti a sfavore, operazione che pratico al contrario anche sui romanzi più sgradevoli ovviamente! Oltre ad alcuni lati già menzionati della scrittura di Jo, in questo caso devo ammettere che l'intreccio rappresenta l'elemento meno riuscito: pur non annoiando la struttura risulta per forza di cose ripetitiva, con il lettore al corrente di tutte le informazioni mentre la protagonista brancola quasi sempre nel buio. Inoltre le scene più propriamente horror sono numerose e parecchio intense; il problema non è tanto il gusto personale (a me non hanno dato granché fastidio, a esempio) quanto il passaggio repentino da un contesto placido alla violenza estrema e grottesca che potrebbe cogliere impreparati. Diciamo che rispetto al mio primo approccio con "Katie", qui capisco un po' meglio la grande amicizia tra l'autore e il caro Stephen…

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mercoledì 27 maggio 2026

"Per sempre tuo" di Abby Jimenez

Per sempre tuo. Yours Truly (Part of Your World, #2)Per sempre tuo. Yours Truly by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Non mi pareva di aver mai ricevuto una lettera prima di allora. La sua efficacia era sconvolgente. Molto meglio di un messaggio o un'e-mail, aveva un peso diverso, in un certo senso. C'è qualcosa nell'atto di tenere la carta tra le mani, vedere l'inchiostro sulla pagina, la pressione della penna. L'aveva fatta lui, con uno sforzo concreto. Era un gesto materiale"


GIBSON EX MACHINA

Prima di iniziare il commento di "Per sempre tuo" ho dato un'occhiata a quanto avevo scritto su "Sono parte del tuo mondo" alcuni mesi fa, perché la sensazione di aver individuato molti punti in comune -tanto a livello di pregi quanto di difetti- tra le due narrazioni mi ha seguito un po' per tutta la lettura. In effetti sono presenti un buon numero di elementi similari, e vedendo l'identico giudizio in stelline potreste pensare che l'autrice non abbia cambiato granché tra il primo e il secondo volume in questa serie di storie companion; invece i passi in avanti non mancano, ma a mantenerli irrilevanti a livello di valutazione ci sono altrettanti aspetti che non mi hanno fatta andare in visibilio, pur avendo apprezzato molto il titolo nel suo insieme.

Una prima differenza è la percentuale di personale ospedaliero all'interno del cast, che era comunque altina nel primo capitolo e qui schizza fino a un solido cinquanta percento. L'esempio principe è la coppia protagonista, composta da dottori di medicina d'urgenza: Briana "Bri" Ortiz -già introdotta in veste di migliore amica della precedente protagonista Alexis- e Jacob Maddox, appena trasferitosi nel pronto soccorso del Royaume Northwestern, a Minneapolis. Entrambi sono reduci dalla fine di relazioni sentimentali molto importanti, entrambi hanno grosse remore a intraprendere dei nuovi rapporti, ed entrambi ricevono una prima cattiva impressione l'una dall'altro. Nel giro di pochi capitoli la situazione riesce però ad appianarsi, tanto che lui si dirà disponibile a fornire un grosso aiuto al fratello di lei e lei contraccambierà supportando lui all'interno di una dinamica famigliare insolita.

Jimenez sceglie nuovamente di includere delle tematiche tutt'altro che leggère a contorno e complemento della storia d'amore tra i due protagonisti, basandosi in parte sulla sua esperienza diretta. Nel caso di Briana ci si concentra sulla sindrome dell'abbandono causata dal padre e dall'ex marito, per colpa dei quali non riesce più ad aver fiducia nell'affetto di un uomo; nel mentre Jacob deve fare i conti con l'ansia sociale, che da anni gli impedisce di affrontare con serenità dei contesti inediti. A tratti il volume tocca poi l'argomento della depressione ma, come nel caso della romance tra Alexis e Daniel, non credo sia stato svolto un lavoro allo stesso livello degli altri temi, in particolare per la rapidità con cui i personaggi coinvolti riescono a riacquistare padronanza di sé e affrontare senza ricadute la malattia.

Rimanendo sul piano tematico, sono presenti due elementi molto rilevanti per il proseguo della trama stessa sui quali ho delle perplessità, perché mi sembra siano stati pilotati per convenienza anziché affrontati con accuratezza. È il caso della donazione di un rene fatta da Jacob -a mio avviso sbrigata con una rapidità e una superficialità eccessive visto il contesto- e della rivelazione legata alla rottura tra Briana e l'ex marito Nick: è una svolta che arriva senza la preparazione necessaria e sfrutta un problema di salute di estrema sensibilità per un aumento non necessario del drama. Per il resto, l'intreccio rimane piacevole (a esempio, ho trovato molto carino l'espediente delle missive) seppur nella parte centrale sia un po' dispersivo e parecchio ripetitivo quando si tratta dei paragoni con i rispettivi ex.

Va molto meglio sul fronte dei personaggi. Entrambi i protagonisti sono solidamente caratterizzati e affrontano una crescita bilanciata come singoli individui e nel contesto della coppia: non si ha mai l'impressione che uno dei due sia perfetto e tocchi all'altro superare le sue difficoltà per raggiungere lo stesso livello di compiutezza. Gli unici nèi sono la già accennata rivelazione finale su Briana e l'affetto che Jacob prova verso la famiglia d'origine, perché teoricamente è alla base di tutte le sue scelte ma a conti fatti non lo vediamo mai pensare a come reagiranno alla fine della relazione fasulla. Il resto del cast è parecchio gradevole e, seppur non manchino delle figure caricaturali, riesce a svolgere il proprio ruolo in modo più che sufficiente.

Lo stesso vale più o meno per lo stile della cara Abby, che ripropone la sua prosa estremamente scorrevole grazie alla dinamicità dei dialoghi; ho trovato apprezzabile anche l'impregno nell'assegnare a Briana e Jacob dei toni distintivi nei rispettivi POV. Per contro non mi sento di promuovere in toto l'umorismo, che seppur in linea con lo spirito della storia a volte risulta banale o ingombrante. E chiudo con una seconda nota di demerito per l'edizione nostrana, che avrà dalla sua il prezzo competitivo ma ci regala anche una bella parata di refusi facilmente smascherabili.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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