mercoledì 10 giugno 2026

"L'amuleto" di Michael McDowell

L'amuleto (Italian Edition)L'amuleto by Michael McDowell
My rating: 5 of 5 stars

"Era quel gioiello, un oggetto mai visto prima, a sembrarle tanto strano. Era la catenina, e il ciondolo a forma di dischetto, a tormentarla; e conosceva Jo abbastanza da sapere che nessun interrogatorio avrebbe mai potuto cavarle il motivo per cui l'aveva regalato a Larry. Non ancora, quantomeno"


LA TAVOLA OUIJA DI ČECHOV

Negli ultimi dieci mesi McDowell è diventato un autore parecchio presente nelle mie letture, infatti con "L'amuleto" sono arrivata già al terzo titolo di un autore prima del tutto sconosciuto per me, e non ho in programma di fermarmi senza aver per lo meno recuperato quanto uscito in traduzione negli ultimi tre anni per il catalogo di Neri Pozza. Anche perché a ogni nuovo libro mi trovo ad apprezzare sempre di più il suo stile e l'incredibile lavoro fatto su personaggi e ambientazioni, riuscendo a trasportare chi legge in luoghi ed epoche lontane senza alcun cenno di artificiosità che porti a sentirsi straniati dalla storia.

La nostra destinazione in questo caso è la Pine Cone del 1965, un paesino fittizio dell'Alabama celebre per la locale Pine Cone Munitions Factory, dove non solo si fabbricano munizioni ma si ha anche la possibilità di scampare la leva militare. Purtroppo per Dean Howell la cartolina arriva prima del posto di lavoro e solo l'esplosione di un fucile da addestramento gli evita la partenza per il Vietnam, deturpandogli il viso e riducendolo a poco più di un vegetale; fortuna vuole che l'amorevole madre Josephine "Jo" sia pronta a occuparsi di lui e a presentare alle persone che ritiene responsabili di questa tragedia il conto, nella forma di un insolito monile. Tra uno sfiancante turno in fabbrica e l'ennesima commissione domestica, spetta invece alla moglie Sarah l'ingrato compito di trovare la quadra e arrestare la scia di delitti che colpiscono in pochi giorni l'intera città.

Al suo fianco troviamo la vicina e amica Becca Blair, che è solo uno dei molti esempi del talento del caro Michael nella scrittura dei personaggi. L'intero cast è popolato da figure credibili e simpatetiche, siano esse positive o negative; non solo i caratteri centrali quindi, ma anche i semplici comprimari ottengono un'introspezione accurata e coerente con la loro condizione sociale e con le relazioni interpersonali che li coinvolgono. Logicamente Sarah ottiene il maggiore approfondimento, andando a dimostrare una parabola discendente significativa nella sua triste verosimiglianza: la protagonista viene descritta in un primo momento come un'ottima persona, piena di generosità e remore morali che il succedersi degli eventi andrà pian piano a smantellare, fino a una conclusione al cardiopalma.

Ho trovato molto interessante anche il lavoro svolto su Jo e Dean, perché seppur vengano tenuti volutamente in secondo piano dall'autore riescono a estendere un alone minaccioso su tutta la narrazione. La storia di lui ricorda un po' "Il visconte dimezzato", mentre mi sento di accostare lei all'antagonista di "Misery"; si tratta tra l'altro della prima (almeno a livello di pubblicazione) di una corposa schiera di donne malvagie scritte da McDowell nella sua carriera. Non raggiungerà forse le vette di una "Black" Lena Shanks e i continui commenti al suo aspetto sono di certo invecchiati malino, ma si dimostra una figura terrificante e a conti fatti non si percepisce la mancanza di ulteriori risposte sul suo passato, dalle origini dell'amuleto alla sua possibile implicazione in altre vicende delittuose.

Come già accennato, gli altri maggiori punti di forza del volume sono l'ambientazione e lo stile. Avevo ben in mente la puntualità con cui il caro Michael riusciva a raccontare luoghi presi da un'epoca storica diversa senza apparente difficoltà per il lettore contemporaneo che deve entrare in un contesto per lui inedito, ma in questo caso penso si sia superato: ha creato dal nulla un'intera cittadina, descrivendone strade, negozi, usanze locali e indole degli abitanti. E l'ha fatto rimanendo fedele al periodo scelto con una sensibilità parecchio moderna, anche considerando che questo titolo appena approdato nel nostro Paese è stato pubblicato in lingua originale quasi cinquant'anni fa! Anche la sua prosa non pare risentire dello scorrere del tempo, e dalla primissima pagina incanta il lettore con immagini ricche di fascino e una grande accuratezza linguistica. Questo potrebbe far pensare a un testo lento e sfidante, invece la lettura scorre con facilità e gradevolezza estreme: al massimo è proprio il lettore a doversi imporre di prendere una pausa, vuoi per rileggere una frase particolarmente bella oppure per occuparsi di qualsia attività esuli dalla lettura del libro stesso.

Come sempre per le letture che apprezzo maggiormente, ho cercato di individuare dei punti a sfavore, operazione che pratico al contrario anche sui romanzi più sgradevoli ovviamente! Oltre ad alcuni lati già menzionati della scrittura di Jo, in questo caso devo ammettere che l'intreccio rappresenta l'elemento meno riuscito: pur non annoiando la struttura risulta per forza di cose ripetitiva, con il lettore al corrente di tutte le informazioni mentre la protagonista brancola quasi sempre nel buio. Inoltre le scene più propriamente horror sono numerose e parecchio intense; il problema non è tanto il gusto personale (a me non hanno dato granché fastidio, a esempio) quanto il passaggio repentino da un contesto placido alla violenza estrema e grottesca che potrebbe cogliere impreparati. Diciamo che rispetto al mio primo approccio con "Katie", qui capisco un po' meglio la grande amicizia tra l'autore e il caro Stephen…

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mercoledì 27 maggio 2026

"Per sempre tuo" di Abby Jimenez

Per sempre tuo. Yours Truly (Part of Your World, #2)Per sempre tuo. Yours Truly by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Non mi pareva di aver mai ricevuto una lettera prima di allora. La sua efficacia era sconvolgente. Molto meglio di un messaggio o un'e-mail, aveva un peso diverso, in un certo senso. C'è qualcosa nell'atto di tenere la carta tra le mani, vedere l'inchiostro sulla pagina, la pressione della penna. L'aveva fatta lui, con uno sforzo concreto. Era un gesto materiale"


GIBSON EX MACHINA

Prima di iniziare il commento di "Per sempre tuo" ho dato un'occhiata a quanto avevo scritto su "Sono parte del tuo mondo" alcuni mesi fa, perché la sensazione di aver individuato molti punti in comune -tanto a livello di pregi quanto di difetti- tra le due narrazioni mi ha seguito un po' per tutta la lettura. In effetti sono presenti un buon numero di elementi similari, e vedendo l'identico giudizio in stelline potreste pensare che l'autrice non abbia cambiato granché tra il primo e il secondo volume in questa serie di storie companion; invece i passi in avanti non mancano, ma a mantenerli irrilevanti a livello di valutazione ci sono altrettanti aspetti che non mi hanno fatta andare in visibilio, pur avendo apprezzato molto il titolo nel suo insieme.

Una prima differenza è la percentuale di personale ospedaliero all'interno del cast, che era comunque altina nel primo capitolo e qui schizza fino a un solido cinquanta percento. L'esempio principe è la coppia protagonista, composta da dottori di medicina d'urgenza: Briana "Bri" Ortiz -già introdotta in veste di migliore amica della precedente protagonista Alexis- e Jacob Maddox, appena trasferitosi nel pronto soccorso del Royaume Northwestern, a Minneapolis. Entrambi sono reduci dalla fine di relazioni sentimentali molto importanti, entrambi hanno grosse remore a intraprendere dei nuovi rapporti, ed entrambi ricevono una prima cattiva impressione l'una dall'altro. Nel giro di pochi capitoli la situazione riesce però ad appianarsi, tanto che lui si dirà disponibile a fornire un grosso aiuto al fratello di lei e lei contraccambierà supportando lui all'interno di una dinamica famigliare insolita.

Jimenez sceglie nuovamente di includere delle tematiche tutt'altro che leggère a contorno e complemento della storia d'amore tra i due protagonisti, basandosi in parte sulla sua esperienza diretta. Nel caso di Briana ci si concentra sulla sindrome dell'abbandono causata dal padre e dall'ex marito, per colpa dei quali non riesce più ad aver fiducia nell'affetto di un uomo; nel mentre Jacob deve fare i conti con l'ansia sociale, che da anni gli impedisce di affrontare con serenità dei contesti inediti. A tratti il volume tocca poi l'argomento della depressione ma, come nel caso della romance tra Alexis e Daniel, non credo sia stato svolto un lavoro allo stesso livello degli altri temi, in particolare per la rapidità con cui i personaggi coinvolti riescono a riacquistare padronanza di sé e affrontare senza ricadute la malattia.

Rimanendo sul piano tematico, sono presenti due elementi molto rilevanti per il proseguo della trama stessa sui quali ho delle perplessità, perché mi sembra siano stati pilotati per convenienza anziché affrontati con accuratezza. È il caso della donazione di un rene fatta da Jacob -a mio avviso sbrigata con una rapidità e una superficialità eccessive visto il contesto- e della rivelazione legata alla rottura tra Briana e l'ex marito Nick: è una svolta che arriva senza la preparazione necessaria e sfrutta un problema di salute di estrema sensibilità per un aumento non necessario del drama. Per il resto, l'intreccio rimane piacevole (a esempio, ho trovato molto carino l'espediente delle missive) seppur nella parte centrale sia un po' dispersivo e parecchio ripetitivo quando si tratta dei paragoni con i rispettivi ex.

Va molto meglio sul fronte dei personaggi. Entrambi i protagonisti sono solidamente caratterizzati e affrontano una crescita bilanciata come singoli individui e nel contesto della coppia: non si ha mai l'impressione che uno dei due sia perfetto e tocchi all'altro superare le sue difficoltà per raggiungere lo stesso livello di compiutezza. Gli unici nèi sono la già accennata rivelazione finale su Briana e l'affetto che Jacob prova verso la famiglia d'origine, perché teoricamente è alla base di tutte le sue scelte ma a conti fatti non lo vediamo mai pensare a come reagiranno alla fine della relazione fasulla. Il resto del cast è parecchio gradevole e, seppur non manchino delle figure caricaturali, riesce a svolgere il proprio ruolo in modo più che sufficiente.

Lo stesso vale più o meno per lo stile della cara Abby, che ripropone la sua prosa estremamente scorrevole grazie alla dinamicità dei dialoghi; ho trovato apprezzabile anche l'impregno nell'assegnare a Briana e Jacob dei toni distintivi nei rispettivi POV. Per contro non mi sento di promuovere in toto l'umorismo, che seppur in linea con lo spirito della storia a volte risulta banale o ingombrante. E chiudo con una seconda nota di demerito per l'edizione nostrana, che avrà dalla sua il prezzo competitivo ma ci regala anche una bella parata di refusi facilmente smascherabili.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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giovedì 21 maggio 2026

"Al crepuscolo" di Stephen King

Al crepuscoloAl crepuscolo by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Ebbe la sensazione che quella scrivania fosse stata usata. Che Pickering vi si sedesse per scrivere a mano, curvo come un bambino in un'aula di qualche piccola scuola di campagna. A scrivere cose a cui preferiva non pensare"


SIFKITZ DOVREBBE TEMERE L'AI, NON IL COLESTEROLO!

Vista la mia attuale lentezza nel portare avanti le letture non ci speravo proprio, e invece ben prima di metà anno sono arrivata già all'ottava raccolta targata King; non male, considerando che non potrò andare oltre "Il bazar dei brutti sogni" per evitarmi spoiler della combo seriale di Bill Hodges e Holly Gibney. Tornando a questo "Al crepuscolo", ci troviamo davanti un'antologia che raccoglie tredici racconti dei quali un solo inedito, e dalla lunghezza non troppo variabile -si spazia tra le dieci e le ottanta pagine- sebbene alcune siano ufficialmente indicate come novelle.
Pur essendoci diversi riferimenti ad altre opere dell'autore e ad alcune tra le sue ambientazioni più celebri, a livello tematico e di continuità non ho riscontrato molta sostanza, però il volume merita un recupero per alcune delle perle che nasconde. Come nel caso degli altri compendi del caro Stephen, valo ad analizzare e valutare singolarmente ogni storia, calcolando poi il voto complessivo in base alla media generale.


"Willa" - tre stelline e mezza
Si parte con un racconto abbastanza breve, che riesce nel contempo a dimostrare un'ottima tempistica narrativa. La prospettiva scelta è quella di David Sanderson, che assieme ad altre persone è bloccato nella stazione ferroviaria di Crowheart Spings nello Wyoming, in attesa di un treno sostitutivo dopo il deragliamento del loro; accortosi dell'assenza della fidanzata Willa Stuart, l'uomo si incammina verso la vicina città per rintracciarla. A livello di trama non ci si può sbilanciare oltre senza incorrere in qualche spoiler, anche perché la svolta principale è così ben gestita che sarebbe un vero peccato conoscerla in anticipo, checché ne dica il caro Stephen nelle note finali. Tra i pregi mi sento di includere il concept alla base e la caratterizzazione di David e Willa, tanto come singoli protagonisti quanto nella loro dinamica di coppia; meno bene i comprimari -che rimangono delle mere figure di sfondo- e la conclusione eccessivamente positiva.

"Torno a prenderti" - quattro stelline
Questa è una delle storie più corpose, tanto da aver ottenuto anche un volume indipendente, seppur sia ben lontana dalle solite, titaniche novelle di King. La protagonista della vicenda è Emily Owensby, una giovane madre in lutto per la morte improvvisa della figlia Amy; nel suo tentativo di metabolizzare quanto accaduto, la donna inizia a dedicarsi alla corsa, attività che diventa talmente importante nella sua quotidianità da spingerla a lasciare il marito Henry e trasferirsi a Vermillion Key, dove il padre ha una casetta per le vacanze. Partendo da questo contesto, viene strutturata un'avvincente storia di sopravvivenza fisica che crea un parallelo evidente con la sopravvivenza emotiva e psicologica alla quale Emily deve puntare; purtroppo lo stacco tra questi due filoni narrativi è talmente improvviso e repentino da lasciare un po' spaesato il lettore, e questo è forse l'unico elemento davvero negativo del racconto. Tra i punti di forza possiamo invece annoverare il lavoro di introspezione fatto sulla protagonista, la solidità dei caratteri secondari e il lato survival: decisamente credibile e ben ritmato. La crudezza della componente horror è alquanto soggettiva, ma personalmente l'ho trovata adeguata al contesto e molto godibile.

"Il sogno di Harvey" - tre stelline e mezza
Passando a un formato ridotto rispetto al precedente troviamo la storia di Janet "Jax" e Harvey, moglie e marito che portano avanti da tanti anni un matrimonio non sempre facile, nel quale ci sono stati momenti di gioia -specialmente legati alle loro tre figlie- ma anche difficoltà, come la recente diagnosi di Alzheimer per l'uomo. Quando un mattino lui inizia a raccontarle un bizzarro incubo avuto la notte precedente, la protagonista pensa sia un episodio collegato alla sua malattia pur rimanendone sempre più turbata, fino a una conclusione che lascia supporre non si tratti né di un fenomeno onirico né di un ricordo alterato. Il connubio tra reale e fantastico è molto ben riuscito, e introduce anche un fattore horror coerente nella sua inquietudine e fortemente allegorico; a livello di trama e personaggi non mi posso dire altrettanto soddisfatta perché sono entrambi ridotti all'osso, anche nel caso di Janet che magari avrebbe potuto ottenere un paio di pagine in più per analizzare meglio i suoi sentimenti verso la famiglia. L'idea comunque non è affatto malvagia, e si adatta molto bene alla brevità del testo.

"Area di sosta" - due stelline e mezza
È una storiella alquanto dimenticabile quella in cui il caro Stephen ripesca per l'ennesima volta dal cilindro l'alter ego Richard Bachman, con il quale si cala nei ruoli dei due protagonisti del racconto: mentre lui interpreta l'ex insegnante di inglese John Andrew Dykstra, il suo pseudonimo editoriale riveste il ruolo di Rick Hardin ovvero il nome con cui vengono pubblicati i libri del primo. Il passaggio da un'identità all'altra viene simboleggiato dal viaggio di ritorno da incontri e conferenze, durante uno dei quali si svolte la narrazione; a una stazione di servizio, Dykstra assiste a un'aggressione e si interroga su quale sia il modo migliore per intervenire, tirando in ballo anche il suo alias Hardin e la loro creatura letteraria detta Cane. L'atmosfera mi ha convinto ma l'intreccio non è particolarmente brillante, e anche la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale e stereotipata; non che lo spunto offrisse chissà che margine di creatività, ma si poteva azzardare qualche guizzo meno banale.

"Cyclette" - una stellina e mezza
Meglio la banalità delle idee troppo bislacche e caotiche, verrebbe da pensare leggendo la disavventura di Richard Sifkitz, disegnatore commerciale freelance di SoHo che, dopo aver ricevuto un ammonimento dal medico per il suo alto valore di colesterolo decide di migliorare lo stile di vita, scegliendo cibi più sani e acquistando una cyclette Brookstone con la quale allenarsi. Di pari passo, l'artista inizia anche una serie di dipinti legati a una specie di metafora biologica: gli enzimi nel suo organismo si trasformano in operai impegnati nella semplificazione dei lipidi, che però si trovano ora con sempre meno lavoro, situazione che li rende scontenti ma soprattutto pericolosi. Sono quindi presenti molti elementi con poco in comune, e se alcuni potrebbero risultare interessanti (specialmente la realizzazione di essere un personaggio immaginario) altri sono soltanto stranianti -come i retroscena personali dei vari enzimi- oppure già visti, perché di quadri viventi il caro Stephen ce ne ha rifilati pure troppi! La caratterizzazione del protagonista è alquanto trascurabile, mentre definirei quella degli "operai" stereotipica; la componente horror è debole e la stranezza generale rende quasi comico il contesto, annullando i tentativi di creare tensione. Il messaggio di fondo funziona poi male, perché Sifkitz non diventa mai un patito del fitness, e non saranno certo un paio d'ore alla cyclette a rendere superflua l'attività svolta dagli enzimi.

"Le cose che hanno lasciato indietro" - quattro stelline
Se prima c'era il rischio di scoppiare a ridere, questo racconto invece cerca in modo alquanto palese di spostare il barometro emotivo del lettore verso la tristezza, dal momento che gli attentati dell'11 settembre sono un elemento cardine della storia. Il protagonista è Scott Staley, all'epoca dell'attacco alle Torri Gemelle impiegato nella compagnia assicurativa Light and Bell Insurers; scampato alla tragedia per caso, l'uomo si porta addosso il peso delle vittime che conosceva e fatica ad allacciare nuovi legami di amicizia. L'inspiegabile comparsa in casa sua di alcuni oggetti appartenuti ai colleghi defunti porta Scott a interrogarsi sulla sua sanità mentale e a chiedere consiglio alla vicina Paula Robeson; e seppure il rapporto tra i due non sembri da subito destinato a durate, diventa un trampolino di lancio per riportare il protagonista alla vita. Due caratteri abbastanza sfaccettati seppur non proprio memorabili, che portano avanti una trama semplice e coerente verso un epilogo forse un pelino sentimentale, ma in linea con quanto raccontato fino a quel punto. In altri contesti avrei visto in questo concept un fastidioso il tentativo di commuovere, ma King è stato molto abile (o comunque più abile di Safran Foer) a direzionare l'attenzione sulle fasi successive del lutto e dare al protagonista un ruolo oltre a quello di tragico superstite. Più che horror qui si può parlare di angoscia psicologica, mentre l'elemento fantastico è soltanto uno strumento per dare il via alla vicenda, un po' come l'assenza per ferie del portiere Pedro.

"Pomeriggio del diploma" - tre stelline e mezza
Il racconto più breve dell'antologia prende ispirazione da una sorta di allucinazione farmacologica dell'autore, e questo spiega forse perché la trama sia praticamente assente. Il punto di vista è quello dell'adolescente Janice Gandolewksi, in procinto di diplomarsi e intraprendere il percorso universitario verso il suo sogno di diventare giornalista; la ragazza si trova nella tenuta del suo ragazzo Bruce "Buddy" Hope, dove la famiglia ricca e snob di lui non la fa sentire granché benvenuta. Un evento imprevedibile arriva però a sconvolgere delle esistenze calate in ruoli ben definiti, e se da un lato ho trovato interessante l'idea di smuovere in modo tanto netto le sorti dei personaggi, dall'altro devo tenere conto del nulla di fatto a livello narrativo: la storia termina ancor prima di iniziare, un bel concetto e al tempo stesso un contenuto insoddisfacente. A portare a casa una sufficienza abbondante questa volta è soprattutto il cast, composto da caratteri credibili e inquadrati in modo intelligente nelle pochissime pagine a disposizione. Il finale a libera interpretazione del lettore potrebbe lasciare perplessi, ma personalmente mi è sembrato adeguato al contesto.

"N." - quattro stelline e mezza
L'unico inedito dell'antologia è anche uno dei racconti più lunghi e dalla struttura meno scontata: la narrazione si articola infatti in una serie di messaggi e annotazioni che passano da un personaggio all'altro in questa staffetta all'insegna della follia incombente. Alla base di tutti i documenti ci sono le sedute di terapia tra il dottor John "Johnny" Bonsaint e il suo paziente N., all'apparenza affetto da una grave forma di disturbo ossessivo compulsivo che prosciuga ogni sua energia e lo porta a compiere azioni bislacche al fine di impedire una presunta apocalisse. Un confronto fra la convinzione paranormale e la razionalità della scienza quindi che, pur non essendo troppo originale (anche per lo stesso autore, come si è visto nel suo classico "Pet Sematary"), risulta essere uno spunto convincente sul quale basare una storia forse un po' prevedibile ma sempre scorrevole e coerente. Tra gli aspetti più apprezzabili includerei anche l'interessante formato e i solidi personaggi; la parte finale è quella che invece mi ha convinto meno, sia per la conclusione banale sia per la poca chiarezza nel passaggio di testimone tra Sheila a Charlie, perché fino a quel punto c'è una consequenzialità coerente tra le figure coinvolte, mentre non sembra esserci una ragione univoca per la scelta della donna. Per il mio gusto, il lato horror risulta troppo allegorico: preferisco quando King opta per minacce più concrete.

"Il gatto del diavolo" - cinque stelline
E dal più recente, passiamo al racconto di gran lunga più vecchio: a dispetto di quanto asserito dal caro Stephen in "Incubi e deliri", almeno una delle sue vecchie storie (per la precisione del 1977) non era ancora stata pubblicata in una raccolta, e devo dire che ritengo una fortuna la sua decisione di porvi rimedio. La narrazione segue il sicario John Halston che si trova per le mani un incarico a dir poco bizzarro quando l'anziano magnate farmaceutico Drogan gli chiede di sopprimere un gatto e -con una teatralità degna della Grimilde disneyana- portargli come prova la sua coda. Non voglio sbilanciarmi sulle motivazioni del committente o sulla reazione di Halston a questa insolita richiesta, ma devo dire che l'intreccio fila molto bene, con un ritmo impeccabile e una conclusione coerentemente (s)gradevole. I personaggi non sono granché approfonditi ma funzionano all'interno della storia e la parte più spaventosa si inserisce con gusto e risulta terrificante al punto giusto. L'unico neo che potrei trovarci è la figura stessa del gatto, perché rappresenta un elemento più che classico del genere dai tempi di Poe... perché nessuno scrivere invece degli indicibili crimini commessi da un alpaca demoniaco?

"Il «New York Times» in offerta speciale" - due stelline
Un altro balzo temporale ci porta fino al più recente tra i testi già pubblicati in precedenza, dove ritorna il tema dell'esistenza ultraterrena nella storia di Anne "Annie" Driscoll, una neo-vedova che riceve una telefonata a dir poco inaspettata. Un concept carino anche se già visto ulteriormente svilito dalla fretta con cui l'autore lo sviluppa, come se avesse una gran urgenza di arrivare alla conclusione, tra l'altro parecchio insoddisfacente. I personaggi di per sé sono abbastanza trascurabili, però quello che manca davvero è la sostanza della relazione tra la protagonista e il marito: in una narrazione tanto concentrata sul fattore emotivo, il lettore dovrebbe sentirsi più coinvolto dai legami sentimentali! Ho trovato interessante la trovata delle premonizioni e mi fa piacere che King si sia divertito a scrivere questo racconto in una sola, lunga nottata australiana, ma personalmente temo lo dimenticherò tra non molto.

"Muto" - quattro stelline
Si parla ancora di matrimoni, andando però a trattarne uno ben oltre lo scatafascio, quello del viaggiatore di commercio Monette che incontriamo mentre è impegnato in due distinte confessioni: quella a un autostoppista sordomuto caricato sulla strada verso Derry e quella successiva (e decisamente più tradizionale) a un sacerdote. Il fulcro delle sue vicissitudini è sempre la relazione ormai al capolinea con la moglie, per la quale i suoi interlocutori propongono delle soluzioni decisamente dissimili. Altro caso in cui ho apprezzato molto la struttura narrativa diversa dal solito -nella quale l'autore alterna le due interazioni del protagonista- perché questo permette di svelare l'intreccio un po' per volta, creando una buona tensione e adottando un valido ritmo; al momento della risoluzione mi sarei forse aspettata qualcosina di meno allusivo, o per lo meno di più coraggioso. Anche il contesto manca un po' di solidità, specie perché Monette rimane sempre vago tanto sugli spostamenti quanto sulle intenzioni, però la caratterizzazione è abbastanza convincente, i commenti non-poi-così-pii del religioso creano un'identità distintiva e la battuta su Playboy scritta per un racconto pubblicato su Playboy è una vera chicca.

"Ayana" - tre stelline e mezza
Metafore e allusioni continuano a farci compagnia nel resoconto fatto da un anonimo insegnante di inglese che, ormai anziano e solo, sente di potersi confidare su alcuni miracoli medici ai quali ha partecipato più o meno inconsapevolmente. La sua vicenda inizia nei primi anni Ottanta con il padre del protagonista Don "Doc" Gentry che guarisce in modo apparentemente inspiegabile dal suo tumore al pancreas, per poi continuare fino all'ultimo intervento prodigioso del 1997. Trovo molto interessante il concetto sul quale ha voluto riflettere l'autore -il filtro di misticismo attraverso il quale le persone guardano alle malattie e alle guarigioni-, inoltre il narratore è carismatico e l'intreccio dimostra del potenziale, che magari una narrazione più lunga avrebbe permesso di esprimere meglio. Sono rimasta invece un po' perplessa dalla scarsità di risposte (sul funzionamento dei miracoli, ma non solo!) e dalla presenza di un personaggio che sembrerebbe ricalcare lo stereotipo del magical negro: ne "Il miglio verde" era molto più chiaro e fastidioso, ma nel frattempo sono anche passati più di dieci anni!

"Alle strette" - cinque stelline
Conclude la racconta un'altra delle storie più lunghe, che possiamo accomunare a "Torno a prenderti" anche per la tematica della sopravvivenza in condizione estreme; la resa in questo caso è stata però decisamente migliore, fosse soltanto per la maggior naturalezza con cui si passa dal contesto quotidiano alla situazione di pericolo. Al centro della narrazione c'è l'acrimonia tra i vicini di casa Curtis Johnson e Tim Grunwald, nata dalla contesa per l'acquisto di un terreno e esacerbata da altri eventi spiacevoli che hanno caratterizzato le loro vite. Quando Curtis riceve un messaggio all'apparenza cordiale da Grunwald pensa sia arrivato il momento di riappacificarsi, senza realizzare che il suo vicino è tutt'altro che disposto a cercare un compromesso; da questa base, la situazione degenera fino ad arrivare a un climax coinvolgente e terrificante. L'intreccio fila quindi a meraviglia, così come la prosa e il lato survival; molto interessante anche la caratterizzazione di Curtis e il modo in cui decide di riesce a risolvere le sue difficoltà tangibili e psicologiche. Per quanto riguarda la sua nemesi, ho una mezza riserva perché non dimostra un comportamento sempre in linea con le sue affermazioni, ma è soltanto una piccola sbavatura in un racconto per altro eccellente. Sebbene faticherei a consigliarlo a cuor leggero, o a stomaco pieno!

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 14 maggio 2026

"Nelle profondità del bosco proibito" di Colin Meloy

Wildwood: Nelle profondità del bosco proibito (Wildwood Chronicles, #2)Wildwood: Nelle profondità del bosco proibito by Colin Meloy
My rating: 4 of 5 stars

"Il sentiero di pietra su cui stavano camminando era in effetti un ponte ... un intrico pazzesco di ponti identici, che coprivano l'intera larghezza dell'abisso sotto di loro; la scena si ripeteva anche sopra le loro teste. A Curtis tornarono in mente i video che aveva visto al museo della scienza: la distesa di tessuti connettivi che costituiva il cervello umano"


WILDWOOD IS THE NEW WONDERLAND

Il finale de "I segreti del bosco proibito" regalava ai lettori una conclusione abbastanza chiara per gli eventi scatenanti di quella narrazione. Per questa ragione cominciare "Nelle profondità del bosco proibito" non è così semplice per i lettori, e dev'esserlo stato ancora di più per lo scrittore: a dispetto di tutto il suo impegno, il caro Colin si è trovato a creare il classico libro di mezzo, dove la necessità di gettare delle solide basi per l'epilogo della trilogia lo ha portato a sacrificare in parte la scorrevolezza e l'incisività del secondo capitolo. Si ottiene così un volume dove si introducono nuovi personaggi e dinamiche senza però dare alcun tipo di ricompensa alla fine; tutto rimane in sospeso, anche quando delle rivelazioni sono presenti, e l'impressione per chi legge è quella di trovarsi tra le mani soltanto la metà di una storia più ampia.

Le prospettive proposte questa volta aumentano fino a includere quattro protagonisti, tre antagonisti e un breve sguardo su un paio di comprimari, ma le linee di trama rimangono due. Ad alcuni mesi dalle avventure nel Bosco, Prue è tornata alla sua vecchia vita con non poche difficoltà: la quotidianità le risulta noiosa, le piante continuano a distrarla con i loro sussurri, e soprattutto dei sicari sono sulle sue tracce; in suo soccorso ricompare il neo-bandito Curtis, assieme al quale parte per una nuova missione che mette in gioco le sorti dell'intero Bosco. Gli altri POV principali sono affidati a Elsie e Rachel, sorelle dello stesso Curtis che i genitori ignari affidano alle cure di Joffrey Unthank e della sua compagna Desdemona. All'apparenza l'uomo è un industriale di successo nella produzione di parti meccaniche e gestisce l'orfanotrofio dove vengono alloggiate le due ragazze, ma in realtà cova una vera e propria monomania verso la Landa Impenetrabile, le cui risorse è determinato a ottenere.

In questo seguito l'autore decide di riflettere sugli eventi successivi alla classica vittoria dei buoni al termine di una narrazione fiabesca oppure di un'avventura fantasy. Sarebbe stato facile liquidare la scelta di Curtis di rimanere tra i banditi come ininfluente per la sua famiglia, oppure lasciar intendere che i problemi di malagestione a Bosco Sud si fossero risolti in automatico alla sconfitta della Governatrice Vedova. Meloy invece indaga più a fondo queste dinamiche, concentrandosi anche sulle conseguenze del ritorno all'Esterno di Prue, che sulla carta dovrebbe aver raggiunto i suoi obiettivi ma realizza invece di non essere affatto felice lontana dal Bosco. Gli spunti scelti sono quindi molto validi, ma rimango perplessa per il modo e le tempistiche con cui vengono poi sviluppati.

L'effetto più palese è un chiaro problema di ritmo: la conclusione del primo sarebbe potuta essere definitiva e crea pertanto un duplice problema, da un lato con la sottotrama di Elsie e Rachel che richiede molto spazio e cura -specie per non risultare ridondante rispetto alla scoperta del Bosco fatta dagli altri protagonisti- e dall'altro con le nuove vicende legate a Prue e Curtis. In confronto, la parte affidata alle sorelle Mehlberg risulta molto più interessante, per i collegamenti con la figura di Unthank e per i nuovi elementi di world building, mentre l'avventura dei due amici ha un sentore di già visto; li troviamo quasi sempre a interagire con figure ben note in luoghi conosciuti ne "I segreti del bosco proibito", mentre il Deserto Industriale e il Vincolo Periferico offrono degli elementi inediti.

La missione di Prue non mi ha fatto impazzire anche per il senso di predestinazione che sempre accompagna le azioni della protagonista; questo rende meno appassionante le sue vicende e più scontata una trama già costellata da numerose e fortuite coincidenze. Ci si potrebbe aspettare almeno un bilanciamento dato dai confronti emotivi, ma tanto gli scontri tra lei e Curtis quanto le divergenze caratteriali tra Elsie e Rachel non hanno avuto a mio avviso abbastanza spazio per essere esplorati. A conti fatti, il punto di vista di Curtis risulta essere il più debole (a dispetto dei molti elementi da sviluppare attorno al suo personaggio) assieme a quello di Darla, una nuova personaggia dalla quale mi sarei aspettata un ruolo decisamente meno prevedibile. Tra gli aspetti meno riusciti includo poi la parentesi del Sottobosco, perché basandomi sul titolo stesso avevo immaginato fosse il centro di una buona metà del libro, mentre a conti fatti lo troviamo relegato ad alcune scene nella parte finale, e come ambientazione non è granché memorabile.

Decisamente più rilevanti sono le prospettive di Rachel ed Elsie -con i loro caratteri agli antipodi, che comunque trovano la forza per collaborare e farsi coraggio l'un l'altra- da un lato e di Unthank e Desdemona dall'altro; questi ultimi sono degli antagonisti per nulla banali e integrati con intelligenza all'interno della narrazione. Anche Prue si difende benino nel suo ruolo di protagonista testarda e risoluta, ma non per questo sciocca o avventata: mi è piaciuta soprattutto al momento di prendere consapevolezza del suo potere e di trovarsi di fronte al dilemma di come fosse corretto utilizzarlo. Per la seconda volta mi sento poi di promuovere sia il world building che lo stile, che si confermano dei capisaldi della serie, con la speranza di affiancare loro l'intreccio una volta recuperato l'ultimo capitolo e verificato che l'epilogo sia valso oltre cinquecento pagine di costruzione.

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mercoledì 29 aprile 2026

"La paziente silenziosa" di Alex Michaelides

La paziente silenziosaLa paziente silenziosa by Alex Michaelides
My rating: 2 of 5 stars

"Alicia non parlò mai più. Il suo silenzio incrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi"


DA TRE GIORNI A SEI ANNI È UN ATTIMO

Dopo lo sconfortante tedio generato da "Nel bosco", ero un po' restia ad affrontare subito un altro thriller psicologico. Non volevo però che lo spiacevole incontro con French mi bloccasse dal dare un'onesta possibilità anche al caro Alex, del quale ho scelto di provare il celeberrimo "La paziente silenziosa", un titolo caratterizzato (per mia fortuna!) da un tono molto meno dispersivo. Eppure siamo ancora ben lontani dalla sufficienza, e una delle ragioni è da ricercarsi proprio nell'unico elemento degno di plauso nell'esordio della cara Tana, ovvero lo stile: quello di Michaelides è tragicamente infantile e approssimativo. Due autori agli antipodi letti in sequenza, scelta che mi ha portato a chiedermi se io abbia apprezzato il secondo più di quanto meritasse effettivamente soltanto per la diretta contrapposizione con il primo.

L'ambientazione in questo romanzo è quasi ininfluente, ma per chiarezza ci troviamo nel sud dell'Inghilterra, soprattutto nella zona di Londra. La principale voce narrante è quella dello psicologo forense Theo Faber, che all'inizio della storia ottiene un posto nel Grove Hospital con l'obiettivo dichiarato di occuparsi della sua più famosa paziente: la celebre pittrice Alicia Berenson. La donna si trova lì da sei anni, dopo aver ricevuto una sentenza di colpevolezza per l'omicidio del marito Gabriel, e senza alcun tentativo di difendersi dal momento che per tutto questo tempo è rimasta chiusa in una sorta di mutismo selettivo; l'unico scorcio sui suoi pensieri sono le pagine del suo diario, poste a inframezzare i capitoli narrati in prima persona da Theo. Quest'ultimo, ottenuta la piena fiducia del direttore clinico, il bizzarro professor Lazarus Diomedes, avvia una sorta di indagine per comprendere le origini del silenzio di Alicia e convincerla a parlare di nuovo.

Il testo è costellato inoltre da rimandi alla mitologia classica, e in particolare alla tragedia di Euripide "Alcesti", scelta che confesso di non aver compreso appieno: a mio avviso sarebbero risultati più calzanti i miti di Medea oppure di Clitennestra. Una premessa che rimane comunque molto interessante per quello che è il romanzo d'esordio dello scrittore cipriota, e che si tratti di un'opera prima non è difficile intuirlo vista la prosa caratterizzata dall'utilizzo indecente dei sinonimi -utile solo a creare delle fastidiose ridondanze- e dalla presenza di frasi a effetto degne della collana Piccoli Brividi a conclusione di ogni capitolo. Capitoli che per lo meno sono mediamente brevi, rendendo il ritmo narrativo parecchio scorrevole, effetto ottenuto anche grazie agli incalzanti dialoghi; un altro elemento che mostra però un rovescio della medaglia, perché tutto gli scambi ai quali assistiamo sono terribilmente vuoti e banali. A tal proposito, la sinossi mi aveva fatto credere che le interazioni tra Theo e Alicia avrebbero costituito il cuore del volume, mentre a conti fatti risultano essere troppo poche e prive della necessaria incisività.

E dire che loro sono gli unici caratteri con un minimo di introspezione, seppur limitata all'ambito dei traumi passati e condivisi. Il resto dei cast è composto da personaggi poco approfonditi nella migliore delle ipotesi: comprimari e comparse risultato delle mere macchiette, e le battute scelte per loro dal caro Alex non li aiutano a dimostrare un briciolo di personalità visto che tutti si esprimono quasi allo stesso modo, adottando tra l'altro la sovrabbondanza di inutili sinonimi alla quale accennavo prima. I fondali si adeguano a loro volta a questo livello di impersonalità e sciattezza: che il protagonista si trovi nel suo studio, in un parco pubblico o seduto al pub è del tutto indifferente! inoltre ho trovato a dir poco patetici i tentativi di creare un'atmosfera inquietante descrivendo ogni luogo come sudicio e in cattivo stato. Quanto è poco verosimile poi, considerando che i personaggi si trovano per la maggior parte del tempo in una struttura medica?

A parte ritmo e spunto, l'aspetto più convincente del libro è forse da rintracciare nelle svolte di trama: anche se non tutte colgono nel segno e sorprendono come dovrebbero, ammetto che un paio mi hanno colpita in positivo per la buona tempistica scelta. Per quanto riguarda l'intreccio, il limite di Michaelides si trova nella decisione di confondere a tutti i costi i suoi lettori, al punto da introdurre una quantità spropositata di informazioni e sottotrame prive di sbocco. E se è vero che il mistero principale ottiene alla fine una risposta abbastanza esaustiva, bisogna anche tenere in considerazione la pretestuosità del concetto alla base del volume stesso: si è obbligati a sospendere parecchio la propria incredulità per credere alle supercazzole enunciate dai protagonisti con una convinzione fastidiosamente arrogante. Non ho ancora deciso se la bibliografia del caro Alex meriti una seconda chance da parte mia, ma mi auguro comunque abbia imparato a scrivere personaggi che si prendono un po' meno sul serio.

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