L'ultimo diavolo a morire by Richard OsmanMy rating: 4 of 5 stars
"Ma le lacrime continuano a cadere. Perché Stephen ha avuto un flash di ricordi, o un flusso di memoria. È confuso e ritorto, come un lampo di luce attraverso una finestra rotta con i vetri opachi. Ma è abbastanza. In quel momento, sa precisamente cosa sta accadendo"
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Quest'anno il mio risentimento verso le edizioni di Neri Pozza, e in particolare le sinossi da loro sfornate, è diventato quasi leggendario. E non solo non mi pento di mezza critica -perché reputo scorretto presentare ai propri lettori dei libri in modo fuorviante, se non totalmente errato- ma sono ben contenta di poter estendere questo tipo di osservazioni ad altre CE, quando lo meritano. È il caso de "L'ultimo diavolo a morire", quarta avventura per il Club degli investigatori ottuagenari, che SEM lascia intendere si incentri su una serie di delitti che raggiunge infine un conoscente dei protagonisti spingendoli ad agire, mentre nella realtà accade l'esatto opposto.
Ancora una volta spetta quindi alla sottoscritta portarvi un sunto come si deve: già dal prologo conosciamo la prima vittima, l'esperto di antichità Kuldesh Sharma che un paio di giorni dopo Natale viene ucciso in quella che sembra un'esecuzione da professionisti, poco dopo essere entrato in possesso di una vecchia scatola piena di eroina purissima. Mentre narcotrafficanti e antiquari danno la caccia al prezioso contenitore, Elizabeth, Joyce, Ron e Ibrahim mirano a far giustizia e smascherare chi si nasconde dietro i delitti. Più o meno sullo sfondo si dipanano le sottotrame legate a una truffa sentimentale ai danni di un nuovo residente di Coopers Chase, e alla presa di coscienza di Stephen per la sua condizione; come sempre il caro Richard riesce pian piano a far confluire tutte le vicende in un'unica risoluzione finale.
Una dimostrazione tanto della sua bravura nello strutturare un intreccio ben pianificato e coerente, quanto della relativa semplicità della storia. Sarà per merito della mia recente abbuffata a tema christieniano, ma ho trovato parecchio facile indovinare la direzione che andava prendendo la narrazione; messo in confronto con i precedenti titoli di Osman, si nota anche una maggior presenza di spiegazioni approssimative o poco credibili. E questo capita specialmente con gli antagonisti -che diventano ancor più inverosimili e privi di una profondità degna di tal nome- e con alcuni dei nuovi personaggi, condannati a essere soltanto dei comic relief e meno sfruttati di quanto il loro potenziale lascerebbe presagire, forse perché troppo numerosi per avere lo spazio necessario.
D'altro canto i quattro protagonisti ottengono una crescita significativa ed equilibrata, in particolare Elizabeth -per le difficoltà inedite che si trova davanti- e Joyce, che finalmente acquisisce un ruolo centrale mantenendosi comunque fedele alla sua indole affabile. Ammetto che Ibrahim è riuscito a farmi emozionare, più per il tono scelto rispetto al contenuto, che sfiora in parte un cliché datato; Ron ha meno spazio degli altri perché ha già fatto passi in avanti nei primi volumi, e tutto considerato qui sembra girare in tondo reimparando una lezione con la quale dovrebbe già avere molta familiarità. Le altre figure ricorrenti rimangono ancor di più in un angolino, ottenendo al massimo una scena dedicata, mentre Stephen si conquista a diritto un posto da coprotagonista.
Attraverso questo carattere, l'autore affronta l'argomento a dir poco tosto della demenza senile, e ritengo l'abbia fatto in maniera quasi perfetta, tenendo conto delle diverse sensibilità grazie alle garbate parole di Joyce. Pur avendo apprezzato la scelta di approfondire la tematica, questa ha avuto anche delle ripercussioni negative: per esempio sull'intreccio mystery, che a metà libro viene quasi messo da parte facendo perdere omogeneità alla storia; inoltre avrei voluto vedere qualcosa di più su Stephen prima della risoluzione, per contestualizzare al meglio la sua prospettiva ed evitare la sensazione che si passi con troppa fretta alla chiusura. Magari sarebbe stato fattibile limando un po' la ridondante metafora della volpe che, nell'improbabile eventualità vi fosse sfuggita, lo stesso Osman si premura di ribadire nei ringraziamenti a fine volume.
Lo stile del caro Richard riesce però a convincermi ancora, di certo per merito dei suoi dialoghi ricchi di ironia e capaci di intrattenere, ma anche per il taglio nettamente cinematografico delle scene: a dispetto della poca chiarezza in alcuni passaggi, il risultato è una prosa molto immersiva e avvincente, che trasporta chi legge all'interno delle vicende narrate. Anche per questa ragione terrò in sospeso la mia decisione iniziale di terminare con questo romanzo la lettura della serie, che al momento conta per certo sei capitoli: non sono del tutto convinta ci sia ancora così tanto da dire su questi personaggi, al di fuori dell'immancabile caso della settimana, ma almeno un altro romanzo di credito penso possa dirsi meritato.
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