giovedì 12 febbraio 2026

"Sono parte del tuo mondo" di Abby Jimenez

Sono parte del tuo mondo. Part of your WorldSono parte del tuo mondo. Part of your World by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Volevo di più. Volevo vedere il suo mondo con i miei occhi, non solo sbirciarlo dietro le tende. Volevo farne parte. Vi si accedeva solo su invito, però. E dubitavo che ne avrei mai ricevuto uno"


WAKAN COME MACONDO

Non sono certo approdata al 2026 senza aver mai letto un romance in vita mia, eppure sono stati necessari svariati decenni come lettrice per raggiungere finalmente un'insperata epifania: i libri rosa possono piacermi, e anche parecchio! Per anni sono rimasta fermamente convinta di non potermi gustare questo genere di storie, turlupinata da alcune mie vecchie letture, libri che solitamente acquistavo per leggere narrazioni avventurose o misteriose e poi risultavano essere in primis delle romance scadenti. La via giusta per me pare essere quella tracciata da "Sono parte del tuo mondo", un volume manifestamente romantico nel quale la presenza di elementi estranei arricchisce il contenuto, evitando di eclissarne il cuore; e soprattutto dove l'autrice può dedicarsi al cento per cento alle dinamiche di coppia, senza perdere tempo a tratteggiare un mondo fantasy rabberciato o a intessere una trama mystery poco credibile.

Qui l'intreccio è invece estremamente lineare e viene illustrato al lettore con chiarezza fin da subito: i protagonisti conducono delle vite agli antipodi sotto una quantità di punti di vista, quindi si trovano costretti a scendere a dei compromessi per portare avanti la loro storia d'amore. La narrazione segue alternativamente i POV dei due personaggi principali: lei è Alexis "Ali" Elizabeth Montgomery, medico d'emergenza nell'ospedale Royaume Northwestern a Minneapolis dove la sua famiglia lavora da generazioni, mentre lui è Daniel Grant, il gestore di un b&b nella tenuta di Grant House a Wakan, un'immaginaria cittadina del Minnesota nei pressi di Rochester. Oltre a focalizzarsi sul contrasto tra metropoli e campagna, ricchezza e umiltà, vita sofisticata e semplice, il libro tocca altre tematiche più triggeranti come le conseguenze psicologiche degli abusi domestici e delle pressioni sociali.

Argomenti che Jimenez tratta in maniera ottima e approfondita raccontandoci la figura di Alexis, da poco uscita da una relazione problematica che fatica a comunicare con le persone a lei più vicine quanto si senta a disagio. Per questo motivo e per il valido percorso di crescita che affronta nel corso del romanzo, la protagonista femminile si colloca ai primi posti tra i punti di forza; anche la caratterizzazione di Daniel è ben strutturata, ed è evidente quanto l'autrice si sforzi nel dare anche a lui obiettivi da raggiungere e difficoltà da superare, partendo però da un base così idilliaca da avere ben poco margine sul quale lavorare. Come coppia ritengo siano comunque ben assortiti: il rapporto parte da un'attrazione istantanea più che credibile e si sviluppa in modo naturale e coerente con le loro personalità.

Comprimari e antagonisti non sono da meno, fatti salvi alcuni comportamenti o espressioni un po' troppo caricaturali e sopra le righe. Il cast riesce a svolgere il suo ruolo di supporto od ostacolo nei confronti dei protagonisti senza grossi intoppi, oltre ad abbellire la narrazione con diverse personalità degne di nota come quella di Briana "Bri", amica del cuore di Alexis che sarà protagonista nella storia companion. Ho trovato apprezzabile anche la prosa, per la sua gradevolezza ma anche per quanto risulti scorrevole; sull'umorismo invece ho qualche riserva… sono presenti così tante battute che è inevitabile trovarne qualcuna di proprio gusto, ma diverse freddure mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo.

Oltre alla già citata perfezione poco credibile e abbastanza frustante di Daniel -che si estende all'intera cittadina di Wakan-, tra gli aspetti meno riusciti colloco in primis la gestione superficiale di alcune sottotrame legate ai problemi dei personaggi secondari; in particolare nel caso della depressione di Doug (mi rendo conto che una persona può sembrare allegra anche quando sta male, ma la sua malattia non si manifesta neppure una volta nell'intero volume!) e del matrimonio turbolento di Liz, che viene associato a forza alla sua possibile relazione con Brian. Personalmente ho poi trovato artificioso vil pretesto di trama iniziale collegato al gemello di Alexis, fuori luogo la presenza di elementi associabili al realismo magico e troppo rapido e zuccheroso il finale. Per quanto riguarda l'edizione, direi che è in linea con il basso costo del volume: refusi a non finire, che portano parecchia confusione quando si passa da un POV all'altro.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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giovedì 5 febbraio 2026

"Non mentire" di Freida McFadden

Non mentireNon mentire by Freida McFadden
My rating: 2 of 5 stars

"Come molte persone, EJ ha un tic rivelatore. So quando mente. Un piccolo muscolo sotto l'occhio destro si contrae ogni volta che dice una bugia. Adesso si sta contraendo, naturalmente, ma avrei saputo in ogni caso che stava mentendo"


IL FRIGO DI MARY POPPINS

Proprio come nel caso di McDowell, anche con la cara Freida il primo incontro letterario è avvenuto lo scorso anno, e mi ha portata a voler appurare con un'altra lettura se la sua prosa fosse in grado di convincermi appieno. Al secondo tentativo però il mio rapporto con i due autori è stato diametralmente opposto: mentre "Gli aghi d'oro" ha confermato l'impressione positiva avuta con "Katie", "Non mentire" ha segnato un netto peggioramento in confronto alla relativa mediocrità di "Una di famiglia". Per questo ho intenzione di sospendere l'esplorazione della ricca bibliografia di McFadden, che pian piano sta arrivando anche in Italia; magari le darò una nuova chance nell'eventualità di una sinossi veramente originale.

Questo aggettivo non si può purtroppo accostare alla storia di Tricia, trentenne da poco sposata con l'attraente e riservato Ethan, che rappresenta il POV principale del romanzo. La coppia è alla ricerca di una nuova casa lontana dal caos di Manhattan, arrivando così in una villa tanto grande quanto isolata nella contea di Westchester; in breve si scopre che lì anni prima viveva e lavorava la celebre psichiatra Adrienne Hale. Quest'ultima è la seconda voce narrante, con delle incursioni dal passato che raccontano i mesi precedenti alla sua misteriosa scomparsa. Alle prospettive delle due donne si aggiungono le trascrizioni di alcune sedute della dottoressa Hale, nelle quali la vediamo interagire con diversi pazienti problematici.

Pur non presentando nulla di realmente innovativo, ho apprezzato la presenza del formato mixed media, incluso in maniera abbastanza sensata all'interno della vicenda che senza dubbio ne risulta arricchita. Tra i limitati pregi del romanzo possiamo includere anche il ritmo a dir poco incalzante -che cerca in qualche modo di impedire al lettore di soffermarsi troppo sulle incoerenze della narrazione- e la scelta di una prosa non pretenziosa, che tenta anzi in più momenti di ironizzare e alleggerire la tensione. È una delle ragioni per le quali personalmente ho trovato divertente l'esperienza di lettura, ma ritengo corretto sottolineare l'incapacità (o meglio, l'assenza del benché minimo tentativo) dell'autrice nel descrivere in modo rispettoso le patologie psichiatriche e i professionisti che se ne occupano; e ciò a dispetto del supporto fornito da un vero psichiatra, aka suo padre che si premura pure di ringraziare a fine volume!

Purtroppo la banalizzazione delle tematiche è il minore dei problemi, anche perché visto il tono generale un po' ce la si può aspettare; individuare il maggiore potrebbe però non essere così semplice. Si tratterà forse dello stile, talmente semplice da superare a più riprese il confine della totale superficialità? In tal senso, a darmi noia sono stati soprattutto i riferimenti continui alle marche, le snervanti ripetizioni (di concetti, informazioni e riflessioni, ma anche nelle descrizioni stesse dove la cara Freida affianca a ogni aggettivo almeno due sinonimi per buona misura) e le linee di dialogo vuote, che in più di un'occasione mi hanno fatto dubitare dell'intervento di un editor: nessuno ha fatto notare all'autrice che ogni frase dovrebbe avere una concreta utilità all'interno del romanzo? magari sì, ma lei ha fatto orecchie da mercante, continuando imperterrita a farcire il volume di battute meramente riempitive.

La caratterizzazione è allo stesso modo un grosso punto a sfavore. Con l'unico fine di stupire il lettore, è stata strutturata una trama piena di colpi di scena, che non solo mi sono parsi del tutto inefficaci (ma questo potrebbe essere un problema solo per chi legge tanto nel genere) ma hanno influito considerevolmente su personaggi e relazioni. I primi risultano in questo modo del tutto inconsistenti: dal momento che ogni parola e ogni azione sono fasulle, non si ha modo di conoscere la vera indole di un carattere e di entrare in sintonia con lui; di conseguenza, anche i rapporti sembrano un puro artificio privo di emozioni reali. Ancor più incoerente dei tediosi protagonisti è però l'ambientazione, dal momento che la residenza della dottoressa Hale pare in continuo cambiamento strutturale e logico, sulla base delle necessità della trama; trama che tra l'altro fonda le sue due svolte più rilevanti su dei pretesti completamente inverosimili. L'edizione nostrana si accorda in modo perfetto alla bruttezza del libro, con una traduzione scadente e una copertina scelta da qualcuno che non si è preso la briga di leggere neppure il primo capitolo.

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mercoledì 28 gennaio 2026

"Gli aghi d'oro" di Michael McDowell

Gli aghi d'oroGli aghi d'oro by Michael McDowell
My rating: 4 of 5 stars

"Il salotto era arredato in uno stile sfarzoso ma singolare. Tutti i mobili, tutte le passamanerie, tutte le tappezzerie, ogni vernice e decorazione erano di un unico colore: oro … L'intero arredo di quella sala opprimente era identico non soltanto per sfumatura, ma anche per origine: là dentro non c'era niente che non fosse rubato"


OFFUSCATO IS THE NEW DICOLORE

La conclusione di "Katie" mi aveva lasciata con alcune perplessità, che il passare dei mesi ha però fatto scemare in favore degli aspetti più positivi di quel romanzo; ecco perché quanto mi è stata regalata una copia de "Gli aghi d'oro" ho cominciato quasi subito la lettura con entusiasmo. E pur dovendo ammettere che anche questo testo non è scevro da difetti, reputo questi ultimi ancor più marginali e trascurabili del precedente. Infatti il mio interesse verso la bibliografia di McDowell è aumentato notevolmente, tanto che non escludo di andare finalmente oltre gli autoconclusivi e affrontare la serie Blackwater.

La città di New York è nuovamente al centro della narrazione: ne diventa anzi l'unico palcoscenico dove il caro Michael allestisce il conflitto tra gli Stallworth e le Shanks. Partendo dal Capodanno 1882, il romanzo copre all'incirca un anno durante il quale le vicende private delle due famiglie fanno chiacchierare l'intera metropoli. A muovere gli eventi è la risoluzione del giudice James Stallworth di screditare l'operato del governo democratico e al contempo mettersi in luce avviando una campagna contro le depravazioni e i crimini perpetrati nel cosiddetto Triangolo Nero, grazie alla collaborazione del genero avvocato Duncan Phair e dell'ambizioso giornalista Simeon Lightner. Il progetto causa non pochi problemi a "Black" Lena Shanks, proprietaria di un banco dei pegni utile a nascondere la sua attività come ricettatrice, che ha diversi conti in sospeso con il giudice e nessuna remora a ripagarlo con la sua stessa moneta.

In questo modo, si delinea fin dalle primissime pagine un gioco di contrasti e antagonismi, che rappresenta senza dubbio il cuore della narrazione: dando l'impressione di una ripresa a volo d'uccello, l'autore ci porta per le affollate strade newyorkesi, passando dai gentiluomini in visita nei salotti più eleganti alle donne disperate che sperano di poter abortire in segreto senza rimetterci la vita; non a caso il capitolo d'apertura è forse il migliore dell'intero romanzo. Accantonate le varie comparse, la prospettiva si sposta in modo più deciso sulle famiglie protagoniste, mostrando immediatamente tutti gli aspetti in cui differiscono. Questo dualismo colloca da un lato l'ottica rigorosa, bigotta e conservatrice degli Stallworth e dall'altro la spregiudicatezza, la ferocia, ma anche l'affetto sincero che caratterizza le Shanks. Ho letto con molto interesse dello scontro tra queste visioni agli antipodi, seppur la prosa non sia troppo sottile nella sua volontà di far pendere la bilancia in favore delle criminali.

Un favoritismo che non mi ha infastidito più di tanto, sia perché ricorda in parte il percorso di rivalsa di Magdalen Vanston (protagonista anticonformista del "Senza nome" di Collins) un personaggio che adoro, sia per l'affinità con Katie e i suoi genitori, che nell'altro romanzo di McDowell ottenevano meno spazio di quanto avrei sperato. Un altro elemento che ho apprezzato seppur con una parziale riserva è l'intreccio: lo reputo ben pianificato e ottimamente ritmato, con le diverse rivelazioni collocate nei momenti più opportuni, ma forse proprio per questo mi ha trasmesso un senso di prevedibilità e soprattutto di convenienza, tanto da dover sospendere un po' l'incredulità in più di una scena.

Come già accennato, gli altri punti deboli del libro sono elementi di contorno, come la presenza di alcune esagerazioni nei passaggi in cui il caro Michael descrive la povertà dei sobborghi (dubito ci fossero file intere di neonati abbandonati per la strada!), le coordinate temporali non sempre chiare nell'immediato , e la rapidità con cui si glissa in alcuni momenti dove avrei gradito maggiore approfondimento: non intendo spoilerare troppo, ma mi riferisco alla morte di un personaggio importante verso la metà del testo. Per il resto, la caratterizzazione è un'enorme voce a favore, grazie tanto al cast -sfaccettato, con il quale è facile entrare in sintonia- quanto alle dinamiche relazionali, che ho trovato sempre coerenti e in più casi genuinamente emozionanti.

Tra i pregi del romanzo non posso poi dimenticare lo stile, scorrevole eppure ricercato e sempre puntuale nella scelta dei termini e delle forme. Allo stesso modo, McDowell ha svolto un lavoro egregio per creare un'ambientazione curatissima e immersiva, raccontando tradizioni dal sapore nobiliare ma anche piccole abitudini della servitù con dovizia di particolari. Un'attenzione puntigliosa estesa anche all'edizione, che può vantare una copertina ricca di easter eggs e una solida traduzione; peccato solo per l'assenza di qualsivoglia cenno biografico, forse eliminato vista la fama dell'autore o la volontà di mantenere il volume compatto e minimale.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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venerdì 23 gennaio 2026

"Cuori in Atlantide" di Stephen King

Cuori in AtlantideCuori in Atlantide by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Mi piacerebbe scrivere una storia come questa, pensò quando finalmente chiuse il libro e si accomodò sul divano a guardare I've Got a Secret. Chissà se ne sarò mai capace. Forse. Perché no. Qualcuno doveva pur scrivere storie, del resto"


SE NON ERA LA GUERRA, ERANO LE SIGARETTE

Ho deciso di non impormi grandi obiettivi in ambito letterario per quest'anno, dal momento che mi rendo conto di avere poca concentrazione e ancor meno tempo disponibile; almeno qualche proposito vorrei però portarlo a termine, come la lettura delle vecchie antologie kinghiane. In realtà ho in cantiere questo recupero da qualche tempo, con una raccolta per anno: nel 2026 intendo invece schiacciare sull'acceleratore leggendone almeno tre o quattro. Ecco perché ho deciso di cominciare presto con "Cuori in Atlantide", un volume un po' diverso dai precedenti sia perché non segue lo schema consolidato di alternare racconti e novelle, sia per la presenza di personaggi ed eventi che collegano le cinque storie, tanto da essere etichettato come romanzo alla sua prima pubblicazione italiana.

Come per le precedenti antologie del caro Stephen, andrò ad analizzare ogni narrazione in maniera indipendente, mentre per la valutazione complessiva mi baserò sulla media dei singoli voti. Devo dire che in questo caso il metodo che ho scelto di adottare mi va un po' stretto: visto l'enorme dislivello tra la prima (e l'ultima!) narrazione e le successive, la lunghezza e la bellezza di una soltanto non hanno avuto purtroppo alcuna possibilità contro la mediocrità di tutte le altre. Mi sono comunque concessa di arrotondare leggermente per eccesso il mio giudizio finale, perché la conclusione mi ha lasciato delle sensazioni positive, che spero siano la parte più memorabile di questo volume nel tempo.


"Uomini bassi in soprabito giallo" - quattro stelline e mezza
Questa novella occupa da sola una buona metà del libro, quindi la potremmo reputare quasi un romanzo breve, tant'è vero che qualche anno fa è stata pubblicata anche in un volume indipendente. La narrazione prende il via nel 1960 ad Harwich, una cittadina fittizia del Connecticut dove vive l'undicenne Robert "Bobby" Garfield con la parsimoniosa madre Elizabeth "Liz", e dove l'anziano Ted Brautigan si trasferisce. Tra lui e Bobby si instaura subito una speciale sintonia che né la diffidenza della genitrice, né la bizzarra ossessione dell'uomo per i cosiddetti uomini bassi sembrano poter inficiare; questi misteriosi individui si dimostrano però una minaccia reale, tanto da costringere il ragazzino a prendere risoluzioni molto mature nel tentativo di salvare il suo nuovo amico.
Il rapporto tra Ted e Bobby, così come il percorso di maturazione intrapreso da quest'ultimo, sono il cuore della storia; in entrambi i casi il lavoro di introspezione svolto da King è impeccabile e risulta genuinamente toccante, specie nel finale dal sapore dolceamaro. Anche i comprimari e gli antagonisti si dimostrano all'altezza, delineando un cast solido e carismatico che ho trovato piacevole da seguire. Con la figura di Liz è stato forse compiuto qualche passo falso, ma nel complesso il caro Stephen è riuscito a rendere il suo comportamento coerente e comprensibile.
Ad aver depotenziato questo testo è stata invece la trama, che non è contraddittoria ma nel complesso mi è sembrata alquanto banale e prevedibile, in particolare se si considera che mi ero anticipata involontariamente il destino di Ted leggendo la serie La Torre Nera. Il collegamento a quella saga è invece un elemento che non saprei come categorizzare: da un lato sono una fan e ho quindi apprezzato i numerosi riferimenti, ma al tempo stesso mi rendo conto che la conclusione per chi non conosce quelle vicende potrebbe risultare troppo criptica, depotenziando l'esperienza di lettura.

"Cuori in Atlantide" - tre stelline
Un salto in avanti di sei anni ci porta nell'Università del Maine, dove Peter "Pete" Riley studia nel 1966, assieme anche a Carol Gerber, l'amica d'infanzia di Bobby che diventa un po' il filo conduttore di tutte le altre storie. Pete è anche il narratore in prima persona delle vicende che lo porteranno a rinnegare gli ideali repubblicani della sua famiglia d'origine, finendo per unirsi alle proteste contro la Guerra in Vietnam. Il suo ruolo nel presente non è però così positivo: lui e molti suoi compagni di dormitorio finiscono infatti per ossessionarsi al gioco di carte detto Cuori, e questa specifica ludopatia porta molti a lasciare gli studi o peggio, incuranti della possibilità di venir subito arruolati.
Grazie agli interventi di Carol, dei compagni Nate e Stoke, e dei genitori, Pete finisce invece per capire di dover mettere da parte le carte, non per il gioco in sé bensì per il genere di compagnia che ha iniziato a frequentare e della quale sta apprendendo gli spiacevoli costumi. Un percorso di crescita personale che non è malvagio in sé, ma a livello narrativo raggiunge appena la sufficienza: la trama è davvero risicata e procede con una lentezza soporifera. Le traversie di Pete non mi sono sembrate granché coinvolgenti, al punto che la scena più emozionante per me è stata quella in cui venivano citate in modo diretto la prima novella e le amicizie d'infanzia di Carol.
A riscattare in parte questa lettura sono i suoi personaggi, non tanto lo sciapo protagonista, quanto i suoi ben più sfaccettati compagni di università; anche i genitori mi sono piaciuti parecchio, mentre per Carol mi sarei aspettata un ruolo maggiormente incisivo. Sono in parte delusa anche dai rimandi a "Il signore delle mosche", perché amando il romanzo ho gradito le citazioni, peccato che verso la fine inizino a diventare inutilmente ridondanti: ho capito che Ronnie e i suoi compari si stanno trasformando nei cacciatori del capolavoro di Golding, non c'è bisogno di ripetermelo centomila volte!

"Willie il Cieco" - una stellina e mezza
Per contro manca del tutto la chiarezza nella storia che racconta di un William "Willie" Shearman ormai adulto, nella New York del 1983 dove vive con la moglie (o almeno così ho supposto io) Sharon. Legato ad altri personaggi della raccolta dal suo passato come bullo di Harwich prima e come soldato nella Guerra del Vietnam poi, l'uomo si è creato una procedura a dir poco intricata per passare attraverso due identità farlocche -ovvero l'impiegato Bill Shearman e il tecnico Willie Shearman- e approdare infine a quella che rappresenta la sua fonte di reddito: Willie Garfield, veterano cieco del Vietnam costretto a elemosinare per mantenere gli studi del figlio.
Il lettore viene subito informato che sia la cecità sia la prole sono una farsa, come sospetta anche Jasper Wheelock, poliziotto corrotto in cerca di un aumento sulla sua solita bustarella. Mentre seguiamo Willie in una sua giornata tipo a ridosso delle festività natalizie, scopriamo anche come intenda liberarsi da questa seccante presenza, dando probabilmente vita a una quarta identità. Più che un intreccio queste sono però le mie deduzioni, perché il testo è davvero criptico sia in merito agli eventi sia alla concretezza dei travestimenti: non si capisce mai se Willie ricorra a qualche espediente paranormale o si affidi semplicemente all'indifferenza dei cittadini newyorkesi.
Anche le motivazioni dietro alla sua routine rimangono fumose: sembra provare un gran senso di colpa nei confronti di Carol ma non fa nulla a parte annotare il suo rimorso su dei fogli, dona alle altre persone che elemosinano eppure in cuor suo pensa siano artefatti quanto lui, ha bisogno del benestare di Wheelock e al contempo pianifica di sbarazzarsene senza alcuna preoccupazione. Per questo motivo, il protagonista non mi ha trasmesso granché, neppure in relazione ai suoi traumi scaturiti dal conflitto, appena abbozzati e descritti in maniera troppo metaforica; il resto dei personaggi è ancor meno approfondito, quindi a conti fatti l'unico aspetto positivo è il misterioso lavoro di Willie (che ammetto mi abbia inizialmente incuriosita, portandomi anche verso ipotesi bizzarre come il sicario o la spia!) e l'unica attenuante che posso concedergli è l'essere stato pesantemente rielaborato rispetto al testo originale del 1994.

"Perché siamo finiti in Vietnam" - tre stelline e mezza
Un'idea simile, ma sviluppata in modo decisamente più chiaro è quella incentrata su John "Sully-John" Sullivan, amico d'infanzia di Bobby ai tempi di Harwich e reduce del Vietnam, dove ha rincontrato tra gli altri Willie. La sua storia ci trasporta al presente -almeno dal punto di vista della pubblicazione originale- ovvero nel 1999, quando Sully partecipa al funerale di un altro ex commilitone. Anche nel suo caso abbiamo quindi un approfondimento sulle conseguenze del conflitto, soprattutto a livello psicologico e relazionale; e pur sfiorando a tratti il surreale, penso che qui il caro Stephen abbia svolto un lavoro decisamente più coerente e immersivo.
A livello di trama ci sono davvero pochi elementi, soprattutto perché le vicende che riguardano il percorso del protagonista vengono accennate a più riprese nelle narrazioni precedenti; qui si spiega più nel dettaglio chi sia la mamasan, una sorta di fantasma allucinatorio che dà forma al disturbo mentale di Sully. Un'allegoria semplice ma efficace, così come l'immagine dei beni di consumo che cadono dal cielo rappresenta ottimamente quanto sia stato grande il sacrificio dei compagni di Sully in confronto con la pochezza delle comodità moderne.
Non posso dire che mi abbia folgorata, però questo racconto svolge in modo degno il suo compito e porta maggiore attenzione su un personaggio accantonato troppo in fretta nella prima storia.

"Scendono le celesti ombre della notte" - quattro stelline e mezza
Un po' quello che speravo succedesse per Carol in quest'ultima, brevissima narrazione, ambientata sempre nel 1999. Dopo decenni, Bobby torna ad Harwich in occasione di un funerale grazie al suo vecchio guanto da baseball, perso da bambino e ora ricomparso nella sua vita come per magia. Una magia da Frangitori, la stessa che sembra indicargli la possibile presenza di Carol alla commemorazione.
L'intreccio è estremamente limitato, quindi non voglio davvero rischiare dicendo qualcosa di troppo. Rimango però dell'idea che King si sia lasciato sfuggire l'occasione per approfondire finalmente la personalità di Carol, invece dobbiamo farci bastare un riassunto e un vago accenno a Randal Flagg. Anche in relazione al personaggio di Bobby non otteniamo delle informazioni troppo entusiasmanti, ma per contro ho trovato il suo ruolo qui del tutto in linea con quanto mostrato nel primo testo.
Si tratta insomma di una conclusione coerente, che lascia il lettore con un tocco di positività grazie alla quale potrebbe forse dimenticare nel tempo le infelici scelte delle narrazioni centrali.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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lunedì 29 dicembre 2025

"Il ritorno di Rachel Price" di Holly Jackson

Il ritorno di Rachel PriceIl ritorno di Rachel Price by Holly Jackson
My rating: 4 of 5 stars

"Ed eccola lì: Rachel Price. Identica alla foto che avevano usato per i volantini. Un sorriso ampio che le appuntiva il mento, gli occhi di un grigio-azzurro scuro, i capelli dorati, in quel frammento del passato lunghi quasi quanto quelli di Carter"


GIUSTIZIA PER NONNA SUSAN!

Seppur avessi adorato la serie cominciata con "A Good Girl's Guite to Murder", la parziale delusione di "Five Survive" aveva un po' frenato il mio interesse verso la bibliografia di Jackson, tanto da lasciar trascorrere quasi due interi anni prima di recuperare altro. Nel frattempo, lei ha scritto due romanzi che sono stati pubblicati anche in Italia con un ottimo successo, almeno a livello di popolarità; e questo mi ha ovviamente spinto a voler continuare questa esplorazione -sempre in ordine cronologico- con "Il ritorno di Rachel Price", un titolo che salvo poche scene è molto più vicino alla trilogia di debutto dell'autrice, per la predominanza della componete mystery ma anche per il ruolo di alcuni personaggi.

Per la seconda volta ci muoviamo in territorio statunitense, in particolare a Gorham, località del New Hampshire dove vivono da generazioni i Price; una famiglia segnata sedici anni prima dalla scomparsa di Rachel, madre della protagonista Annabel "Bel" che fin da piccolissima convive con questo trauma. Un regista britannico coinvolge lei e tutti i suoi parenti nelle riprese di un documentario incentrato su questo caso di cronaca, iniziativa che la ora diciottenne Bel mal tollera, tanto da dileguarsi in più occasioni quando le telecamere sono nei paraggi. Durante una delle sue fughe, la ragazza incontra una donna dall'aspetto sudicio diretta a casa sua: si tratta proprio di Rachel, improvvisamente liberata dal suo rapitore; il sospetto che la donna non stia dicendo tutta la verità spinge però Bel a voler far chiarezza sui segreti di lei e del resto della famiglia.

I legami tra questi personaggi sono praticamente il cuore del romanzo, mostrando un'evoluzione significativa nel corso della storia e una centralità quasi totale sia per come viene sviluppata la trama che per la crescita dei protagonisti stessi. Molto rilevante e ben scritto è anche il rapporto che Bel instaura con Ash, un ragazzo che lavora alle riprese del documentario; non posso dire di essere del tutto convinta per come si arriva in fretta alla svolta romantica tra i due, ma nel complesso credo che la cara Holly abbia svolto un ottimo lavoro per bilanciare le loro interazioni e renderle omogenee nel contesto dell'investigazione che portano avanti. A conti fatti ho trovato più verosimile il modo in cui lei viene a patti con la partenza di lui, rispetto alle reazioni che ha nei confronti di altri caratteri.

Questo è dato forse dalla scrittura un po' raffazzonata di buona parte dei comprimari: molti di loro sono descritti in modo rapido e superficiale, limitandosi al loro piccolo ruolo all'interno dell'intreccio. Mi sarebbe piaciuto vedere un cast un po' più articolato, specialmente nei casi di figure come nonna Susan, il badante Jordan o l'ex amica Sam, che avrebbero potuto risultare più incisivi con poco sforzo; questo ovviamente non vale per tutti i personaggi secondari, ma anche quelli più interessanti non arrivano molto oltre la sufficienza. Per contro, l'affascinante caratterizzazione di Bel risalta ancora di più; una protagonista che ho apprezzato praticamente in ogni aspetto, con una prospettiva molto chiara e sempre coerente, capace di offrire degli spunti non banali per analizzare tanto le reazioni a un trauma quando le conseguenze di vivere in un determinato ambiente famigliare.

Arrivando quindi a parlare di tematiche, mi trovo un po' indecisa: più di una mi costringerebbe a delle perifrasi interminabili per evitare spoiler, inoltre mi sento combattuta perché pur apprezzandole tutte a livello teorico penso che l'esecuzione non sia stata delle migliori nella pratica. Senza scendere troppo nel dettaglio, Jackson vorrebbe parlare di relazioni interpersonali problematiche, squilibri di potere, gestione di un trauma e violenza di genere, ma nella maggior parte dei casi ripete i concetti fin troppe volte, oppure opta per degli esempi estremamente didascalici. Questo è senza dubbio dovuto al target scelto, ma ultimamente mi capita tanto spesso di incappare in narrazioni simili che i miei occhi scattano in automatico al soffitto!

Tra i limiti del volume penso si possano includere anche la traduzione -non abominevole, ma un filino legnosa e pigra-, la prosa che spesso scivola dalla terza alla prima persona, la rapidità con cui si arriva alle risoluzioni nell'epilogo, e alcune delle rivelazioni riguardanti il mistero principale. Nel suo insieme la struttura del mystery è solida e ben ritmata, ma alterna colpi di scena estremamente prevedibili (che ovviamente non menzionerò!) ad altri inarrivabili; penso a casi come la prima sparizione di Rachel nel centro commerciale oppure l'identità di Robert Meyer e il suo legame con la famiglia, ovvero twist che sono preclusi al lettore eppure dovrebbero essere banali per i personaggi. Il risultato finale però mi ha dato delle sensazioni positive, che magari potrebbero trasformarsi in un voto più alto per "Not quite dead yet" visto il passaggio dell'autrice a un pubblico più maturo.

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