venerdì 4 settembre 2026

"Ellie all'improvviso" di Lisa Jewell

Ellie all'improvvisoEllie all'improvviso by Lisa Jewell
My rating: 3 of 5 stars

"Laurel vedeva spesso ragazze che assomigliavano a Ellie, dopo la scomparsa. Non è mai arrivata a inseguirne nessuna per strada gridando il nome della figlia come succede nei film ... Era questione di un attimo, poi tornava la delusione"


LA SENSITIVA ARMOCROMISTA MI MANCAVA

Già in occasione del commento per "Il serpente dell'Essex" avevo sottolineato come le edizioni di Neri Pozza non riuscissero a presentare granché bene i titoli da loro pubblicati. "Ellie all'improvviso" ha fornito un'ulteriore conferma a questa mia teoria perché, in un volume che raggiunge a malapena le trecento pagine, oltre un terzo della vicenda viene tranquillamente inserito nella sinossi; così non solo risulta noioso leggere la versione estesa delle informazioni che già si hanno, ma l'editore punta in modo forzato l'attenzione sui dettagli più rilevanti per l'intreccio, e questo non è proprio l'ideale in una storia fondata sul mistero e sulla volontà di stupire il lettore. Un vero peccato dal momento che, al contrario, la traduzione è più che valida e la copertina seppur alquanto anonima conferisce il tono giusto per questa storia.

Storia che si articola in cinque parti, contraddistinte da quattro diverse prospettive e in alcuni casi da una diversa collocazione temporale. A dare il via sono i POV di Laurel ed Ellie Mack, un duo madre e figlia parecchio legato, tanto che la prima non si fa problemi a identificare la seconda come la sua cocchina pur avendo altri due figli più grandi. Seguiamo Ellie nel 2005 quando scomparve misteriosamente e Laurel dieci anni dopo mentre riempie le sue giornate di impegni per impedirsi di pensare. Nella vita della donna sembra arrivare finalmente un po' di felicità grazie alla nuova relazione con il coetaneo Floyd Dunn e all'incontro con Poppy, la brillante ed estroversa figlioletta di lui.

Anche saltando a piè pari la sinossi, non c'è modo di indorare la pillola: al massimo si capisce tutto a pagina cento e non già dal prologo, ma l'intreccio rimane comunque di una semplicità inaspettata se si considera il genere di riferimento, e con la tensione non va molto meglio. Purtroppo la cara Lisa sceglie di fornire ai suoi lettori fin troppe informazioni, di conseguenza i personaggi risultano ottusi in modo imbarazzante per la lentezza con cui arrivano alle rivelazioni palesi per chi legge. Ho poi trovato fuori luogo la svolta simil-paranormale e fastidiose le continue imbeccate che i comprimari sono costretti a dare a Laurel per fara arrivare a deduzioni a conti fatti neppure così rilevanti perché questo romanzo non ha proprio nulla del giallo: tutti i misteri si risolvono in modo più che esaustivo da soli. Un elemento tipico del genere mystery però c'è, ossia l'incompetenza da parte della polizia, qui associata alla mancanza di professionalità di personale sanitario e assistenti sociali.

Con la prosa non va granché meglio, e dire che ero curiosa di capire se la bibliografia di Jewell potesse diventare una mia nuova fonte di letture! Definirei il suo stile poco più che elementare, con un utilizzo irritante delle ripetizioni e un chiaro eccesso nelle descrizioni inutili come l'abbigliamento dei personaggi, dove ovviamente non manca mai il dettaglio delle marche neanche fossimo in uno spot pubblicitario. Sono inoltre presenti molte frasi che peccano di naturalezza e rendono i dialoghi per niente spontanei; per contro, il ritmo è decisamente buono e riesce quasi da solo a far raggiungere la sufficienza al testo.

Riguardo ai personaggi, la mia opinione è un po' meno netta, perché da un lato ho davvero apprezzato il lavoro di introspezione fatto su Ellie -infatti la sua prospettiva è di certo la più convincente ed emozionante- ma dall'altro ho trovato la caratterizzazioni di Laurel non sempre coerente (vedasi al sua cecità nei confronti di alcuni indizi che le vengono letteralmente urlati in faccia) e dell'altro POV femminile: non faccio nomi per evitare spoiler, però si tratta di una personaggia parecchio esasperata per i miei gusti. Sul quarto protagonista non mi esprimo proprio, principalmente perché ha appena qualche capitoletto e non è riuscito a comunicarmi granché, come del resto hanno fatto gli altri comprimari; mi è invece piaciuta parecchio la decisione di alternare queste voci all'interno delle singole parti portando avanti la narrazione con scene brevi e ben amalgamate. Questi sono gli aspetti che mi lasciano in ambasce riguardo all'autrice, perché spero sia migliorata con il proseguire della sua carriera. Di certo eviterò come la peste le sinossi targate Neri Pozza, altrimenti mi rovino ogni volta la sorpresa!

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mercoledì 2 settembre 2026

"Cruel Summer" di Morgan Elizabeth

Cruel summer. Giovane, carina e crudele (Italian Edition)Cruel summer. Giovane, carina e crudele by Morgan Elizabeth
My rating: 2 of 5 stars

"Ed è allora che decido. Non voglio vivere la vita reprimendo le mie emozioni, superando gli altri in astuzia per impedire loro di ferirmi. Voglio vivere una vita memorabile, con i suoi dolori e tutto il resto. E, per farlo, devo cominciare a correre dei rischi"


PASSI "FOSSETTE", MA "PAPINO" PROPRIO NO!

Una delle ragioni per cui solo negli ultimi tempi mi sono decisa a dare un'oggettiva chance al romance è la sensazione che sia un genere incapace di stupire e di creare del conflitto genuino. Adesso capisco bene che si trattava di un pregiudizio basato sulla regola secondo cui tutte queste storie devono concludersi con un lieto fine per la coppia principale, però ci sono comunque romanzi che mi fanno (quasi) tornare sui miei passi in quanto a dar fiducia ai libri rosa. È il caso di "Cruel Summer", dove un sacco di potenziale per creare del contrasto tra i due protagonisti è stato sprecato dalla decisione di appiattire il tutto scrivendo un lui talmente perfetto da rendere impossibile per la nostra eroina litigarci. Vorrei poter dire che c'era del margine su cui lavorare anche per far risultare l'intreccio meno scontato, ma mentirei.

Uno dei motivi di tale prevedibilità è la scelta di ispirarsi a Mean Girls, con tanto di frasi copia-incollate, attori menzionati e nomi dei personaggi che richiamano quelli del film-cult dei primi anni Duemila. Ci ritroviamo così a Long Beach Island nel New Jersey con Camile "Cami" Thompson, neoassunta coordinatrice di eventi all'esclusivo Beach Club, che non sarà ingenua come la sua controparte Cady ma per diversi motivi decide di essere bendisposta verso le persone che incontrerà durante il periodo di lavoro. Tra queste ci sono Melanie Kincaid -la figlia del titolare ossessionata dal rendere perfetto il suo terzo matrimonio con il danaroso Huxley St George-, il gruppetto composto dalla figlia di lei e dalle gemelle di lui pronte a tormentare lo staff, ma soprattutto Zachary "Zach" Anderson, il bartender che lavora nel pub Fishery di fronte al Beach Club dove Cami finisce sempre più spesso dopo il lavoro.

Da questo contesto, la trama si sviluppa come accennato in maniera molto lineare, con degli ostacoli indegni di tale nome e un'unica vera svolta narrativa non solo indovinabile con almeno cento pagine di anticipo ma che presenta anche uno dei molti potenziali contrasti mai sviluppati. La dinamica sentimentale avrebbe tantissime occasioni per essere messa in dubbio da entrambe le parti: quando si parla del rapporto tra Zach e sua figlia, dell'attaccamento di Cami verso il lavoro, delle conseguenze per i soprusi a opera del cosiddetto Clan delle Vipere (le wannabe Barbie di questo libro), eppure in nessun caso la relazione viene messa in discussione perché Cami e Zach si trovano d'accordo su tutto. E se anche non lo fossero, lui è disposto ad annullarsi per compiacerla in ogni modo; questo rende però inutile il POV di Zach, perché non c'è nulla da cambiare o migliorare nel suo personaggio.

Con la prospettiva di Cami le cose vanno un po' meglio, infatti ho apprezzato come viene raccontato il suo passato e i dettagli della sua caratterizzazione, che mi sono sembrati abbastanza coerenti e realistici. Ho qualche riserva sulla maniera in cui Elizabeth ha raccontato la tematica dell'ansia sociale, perché a tratti pare renderla come un problema inconsistente che la semplice vicinanza dell'amato può risolvere. E questo nonostante la chimica nella coppia sia molto buona; certo, avrei eliminato nomignoli cringe e battute imbarazzanti e sfoltivo le scene esplicite, ma devo dire che la comunicazione tra Cami e Zach rispetto ai loro obiettivi e preferenze è stata un dettaglio apprezzabile. Abbastanza carina è anche la dinamica tra lei e la figlia di lui, specialmente per come si evolve nel corso dell'intero volume.

Purtroppo tutti gli altri personaggi sono veramente delle macchiette fin troppo sopra le righe, in particolar modo gli antagonisti che rasentano un'idiozia tale da rendere ridicolo ogni momento di (presunta) tensione. Inoltre sono presenti fin troppe figure di sfondo teoricamente importanti a malapena menzionate, così come molti eventi rilevati per il proseguo della vicenda accadono fuoriscena; un esempio senza spoiler è la presunta cattiveria di Melanie, solo menzionata tramite aneddoti che riguardano personaggi estranei alla coppia principale. L'intreccio presenta diversi altri problemi, come la densità di informazioni e personaggi introdotti nei primissimi capitoli e l'inspiegabile decisione di concludere la romance a cinquanta pagine dal finale. Non ho apprezzato granché neanche le molte ellissi temporali, perché danno l'impressione che l'autrice non sapesse bene come riempire la storia e creano un senso di straniamento per le tempistiche della vicenda.

Elementi sui quali potrei comunque soprassedere se la cara Morgan avesse dimostrato una penna valida; e lei in parte ci ha provato, soprattutto quando i suoi protagonisti fanno delle elaborate analisi interiori, ma basta riflettere un momento per realizzare la frequente insensatezza dei dialoghi spezzettati durante i loro pipponi mentali, le contraddizioni presenti nei ragionamenti stessi e la furba scelta di toni apocalittici per gaslightare ulteriormente il lettore. Peccato che quest'ultimo sia presente e vigile quando, per esempio, i personaggi mettono in atto le loro crudeli vendette e sappia benissimo che il livello di suddetta crudeltà è degno di un bambino dell'asilo. Potrei dedicare qualche critica anche alla traduzione svogliata, ma penso che i pensieri tra virgolette meritino di più la mia ultima lamentatio: non solo inutili in una narrazione in prima persona al presente, ma anche fuorvianti perché non è sempre chiaro a chi si stia dando voce.

Voto effettivo: due stelline e mezza

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venerdì 21 agosto 2026

"Un affare per orecchie a punta" di M. Maponi

Un affare per orecchie a puntaUn affare per orecchie a punta by M. Maponi
My rating: 3 of 5 stars

"Una vertigine lo mandò a sbattere contro lo stipite della porta, il mondo offuscato da un velo blu di stanchezza. Nel mezzo sembrava aleggiare l'onnipresente fantasma della Henzel. Maggie si era trovata al centro di un affare torbido e ne aveva pagato le conseguenze"


SVECCHIARE UN GENERE SI PUÒ, NIDD!

Arrivata incredibilmente (e poche volte tale avverbio fu più azzeccato!) in pari con i volumi autoconclusivi acquistati durante l'anno, ho deciso di rituffarmi nel fantasy nostrano con un titolo riesumato dalla TBR del 2025, ossia "Un affare per orecchie a punta". Ammetto che ad aver accesso inizialmente il mio interesse verso il romanzo d'esordio di Maponi è stata la stupenda grafica dell'edizione, ma una volta letta la sinossi mi sono definitivamente convinta per merito della particolare mescolanza tra generi narrativi diversi. In special modo, trovo il connubio di indagini e fantastico sempre ricco di potenziale, e poi volevo capire se l'autore sarebbe riuscito a togliere un po' di polvere a un sottogenere come l'hard boiled che da sempre mi fa pensare a storie superate nei toni e nei cliché.

Di certo il contesto si discosta dall'ufficio fumoso del classico investigatore privato, perché ci troviamo nella fittizia città-Stato di Virmgrado, dove creature fantastiche di ogni genere convivono più o meno pacificamente dopo aver accantonato un recente passato di lotta tra le diverse specie, e più in generale tra le categorie di elfidi e orchidi. Grazie a questo nuovo status quo un goblin come Mannekin "Mann" Hanter è potuto diventare membro del Corpo dell'Ordine Pubblico, e in questa veste si trova a indagare sul suicidio della ninfa Maggie Henzel, che già a una prima occhiata gli sembra una messa in scena poco convincente. L'investigazione lo porta a far luce sul possibile collegamento tra questo crimine e le imminenti elezioni politiche, che sono tanto il motore delle forti tensioni cittadine quanto il vero cuore tematico della narrazione.

Dietro tutta la terminologia fantasy si nasconde non troppo bene un parallelo con il razzismo e le varie ideologie xenofobe del nostro mondo: abbiamo per esempio alcuni tra elfi e nani pronti a ergesti in virtù del lignaggio o della ricchezza sopra le altre creature, utili solo come manodopera a buon mercato in una città in forte espansione industriale, simile per parecchi versi all'Inghilterra nella seconda metà dell'Ottocento. Per quanto io mi senta propensa ad approvare l'idea di trattare certi argomenti sfruttando l'allegoria, bisogna pure ammettere che l'autore tende a calcare parecchio la mano ripetendo dei concetti anche elementari in maniera fastidiosamente ridondante. Ciò ha delle ripercussioni spiacevoli perfino su una prosa per altro gradevole e coinvolgente, perché Maponi si ostina a voler chiudere ogni paragrafo con un'inutile frasetta a effetto, che ribadisce soltanto quanto già espresso in modo più che sufficiente.

Un altro elemento positivo che cela dei grossi limiti è l'ambientazione. Personalmente ho trovato da subito coinvolgenti le descrizioni di Virmgrado e interessante l'esplorazione proposta dall'autore al fianco del protagonista, mentre questi visita i diversi quartieri durante l'indagine. Le difficoltà sorgono quando si passa al lato fantastico: non mi aspettavo certo incantesimi e portenti vari, ma per lo meno di comprendere con chiarezza la differenza tra orchi, ninfei, drow e combriccola. A parte qualche dettaglio puramente anatomico, alle creature fantasy manca qualsivoglia peculiarità; sarà a causa della scelta di rimanere aggrappati al POV di Mann, ma ho trovato quasi impossibile memorizzare le specie di chiunque uscisse dalla stretta cerchia dei protagonisti perché il testo si limita a sputarti addosso una manciata di nomi, senza ulteriori dettagli.

Però un personaggio in grado di vivere per dei secoli dovrebbe distinguersi per come vede il mondo, giusto? a quanto pare no, infatti tutti i caratteri secondari sono fortemente stereotipici e faticano ad andare anche di poco oltre il loro ruolo all'interno della storia. Per contro, Mann è un personaggio tridimensionale e approfondito, ben consapevole dei suoi limiti e capace di affrontare sfide fisiche e ideologiche. Nella seconda metà del romanzo, i suoi crucci personali diventano purtroppo un filino ripetitivi e tediosi: non si tratta tanto di uno scoglio al gradimento quanto di un fastidioso ritardo nel proseguo dell'indagine. Indagine che parrebbe essere il fulcro dell'intreccio, invece viene risolta in modo abbastanza anticlimatico per tornare di gran carriera ai conflitti politici; questo rende la conclusione appropriata per il tono della narrazione nel suo insieme, ma alquanto insoddisfacente per chi come me sperava di essere stupido da qualche rivelazione imprevedibile.

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giovedì 6 agosto 2026

"Isola" di Katrine Engberg

IsolaIsola by Katrine Engberg
My rating: 3 of 5 stars

"Nello spazio fra il sonno e uno stato di coscienza vigile gli sembrò di udire le onde a strati, uno più profondo dell'altro; la corrente lo portava ora in alto mare, ora verso la scogliera ... e gli dava la sensazione di sprofondare nell'abisso e sparire"


C'È DEL ROMANZO IN QUESTE COINCIDENZE, GIURO

Pur non raggiungendo i picchi di assurdità e inverosimiglianza descritti ne "Il porto degli uccelli", il capitolo conclusivo "Isola" è ben lontano dalla freschezza contenutistica e tematica dei primi due volumi, anche noti come primo e terzo nell'edizione originale. Mi sono infatti rassegnata all'idea che in Italia non arriverà mai la traduzione di "Blodmåne", anche se non smetterò mai interrogarmi sulle ragioni dietro a questo caso di simil-censura: vista la premessa abbastanza grottesca di quest'ultimo libro, chissà da quali orripilanti scene Marsilio ha voluto discostare il pudico sguardo di noi lettori italiani!

Ovviamente il lato più sgradevole della premessa è collegato al POV di Anette Werner, incaricata di supervisionare l'indagine su un mezzo cadavere ritrovato in una valigia nel parco di Østre Anlæg. Mentre lei cerca di identificare la vittima nonché di rintracciarne la metà mancante, il coprotagonista Jeppe "Jeppesen" Kørner dopo rottura con la collega Sara Saidani si è trasferito sull'isola di Bornholm dove -in aspettativa dal suo ruolo di poliziotto- ha iniziato a lavorare come taglialegna. Nella stessa località si trova anche Esther de Laurenti, che affronta il lutto per la morte del coinquilino e amico Gregers continuando a interessarsi alla stesura della biografia postuma dell'antropologa Margrethe "Margy" Dybris. Neanche a dirlo, l'isola si scopre fondamentale per le investigazioni della polizia copenaghense.

Non posso dire di aver apprezzato il modo in cui una quantità di spunti chiaramente destinati a portare a un nulla di fatto vengano introdotti nella prima metà del volume, in un blando tentativo di tenere impegnata Anette e fuorviare il lettore. Nel frattempo Jeppe si adopera per sbrogliare passo passo il vero mistero, e quest'ultimo è un intreccio nettamente più articolato e interessante da seguire, con qualche tocco soap operistico che male non fa e dei validi accenni al tema dei legami famigliari in generale e tra genitori e figli in particolare. Di certo avrei preferito che il collegamento conseguente con le diverse sfumature date alla genitorialità dai tre protagonisti ottenesse maggior spazio, invece nella parte centrale il lato mystery ha la precedenza e nell'epilogo tutti i conflitti relazionali ottengono una risoluzione carina ma troppo frettolosa.

A tal proposito, non mi ha fatto impazzire neppure la scarsissima presenza di Sara, così come ho trovato alquanto marginale e macchinoso il ruolo assegnato ad Anette; nel caso di quest'ultima, capisco avesse già avuto occasione nei romanzi precedenti di evolvere come personaggio, infatti qui si interessa principalmente all'investigazione e anche la sua amicizia estemporanea con la collega Ditte Vollmer ha un contributo limitato nella sua caratterizzazione. In generale, tutti i comprimari risultano alquanto fastidiosi -forse nell'intento di farli sembrare loschi e quindi dei potenziali sospettati?-, ma a me sono sembrati soltanto poco sfaccettati. Menzione disonorevole per l'odiosa Margrethe, che in un nutrito gruppo di genitori pessimi spicca comunque come la più inadatta a ricoprire questo ruolo (c'è da chiedersi perché abbia voluto a tutti i costi adottare Ida e Nikolaj!); e cosa dire delle sue inverosimili lettere: chi mai rivestirebbe le pareti della casa che condivide con la sua prole di missive in cui racconta ad amici e parenti tutte le tresche amorose proprie e dei vicini?

E nonostante questa sia ben lontana dall'essere l'unica domanda lasciata senza risposta dal finale affrettato, il volume risulta parecchio godibile. Dove Anette mi ha detto ben poco, Jeppe è stato invece analizzato in modo più attento, anche per merito del ruolo informale che ricopre all'interno della vicenda; ripeto che avrei voluto vedere un vero chiarimento tra lui e Sara, ma almeno è stato posto l'accentto sulla sua crescita come personaggio. Rispetto ai due libri precedenti poi il contributo di Esther sembra più rilevante, seppur la sua presenza appaia sempre forzata e fortuita e il lettore finisca inevitabilmente per chiedersi perché non palesi fin da subito le sue scoperte, almeno a Jeppe del quale si professa grande amica.

Sul fronte della prosa, la cara Katrine si conferma una capace narratrice, dando vita a dialoghi dinamici e creando un ritmo buono, che rende credibili le tempistiche molto ridotte (come nei primi tre libri l'intreccio copre una settimana scarsa) in cui si dipana la storia. Le descrizioni si confermano ancora una volta come il punto di forza dell'autrice, che qui ha la possibilità di lasciare sullo sfondo la città di Copenaghen e concentrarsi su delle nuove ambientazioni a Bornholm. A prova della sua bravura dirò soltanto che ho percepito chiaramente il gelido vento della costa danese anche nel bel mezzo di questa torrida estate nostrana.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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giovedì 23 luglio 2026

"Il gelo comanda" di Richard K. Morgan

Il gelo comandaIl gelo comanda by Richard K. Morgan
My rating: 4 of 5 stars

"E soltanto in quell'istante -come un malore improvviso, come una botta di crystal- le sembrò di riuscire a percepire il gigantesco e antichissimo meccanismo dell'universo all'opera. Come se ... gli ingranaggi oliati del destino si fossero palesati di fronte a lei, con tutti i loro intenti maligni e le ruote dentante. E soltanto in quell'istante ebbe paura"


NON ESISTE SOLO IL CORSIVO PER FORMATTARE

Non un anno, ma comunque ben dieci mesi. Tanto ho impiegato a ritagliarmi il tempo necessario a continuare la lettura di Cosa Resta degli Eroi, e soprattutto per fare pace con il senso di straniamento che già sapevo mi avrebbe assalito da pagina uno, tra nomi impronunciabili e regole pseudo-magiche incomprensibili. Per tacere di quando Ringil inizia a zompettare dentro e fuori dai Luoghi Grigi, allora la confusione regna sovrana e per poter andare avanti bisogna abbandonare ogni pretesa di ragionamento logico, lasciandosi semplicemente trasportare dalla narrazione. Narrazione che al netto dei non pochi difetti mi è risultata più intrattenente del primo capitolo; sarà che ormai conosco l'indole dei protagonisti di Morgan e già mi aspetto si comportino da merdacce egoiste quali sono.

Ma cosa stanno combinando i nostri per-nulla-eroi? Ringil "Gil" Eskiath pare essersi votato alla vendetta in nome della cugina Sherin, missione che però lo impegna per ben poche scene, perché poi torna a vagare da un'ambientazione all'altra senza uno straccio di obiettivo. Il suo peregrinare lo porta a rincontrarsi con Archeth "Archidi" Indamaninarmal, che è da poco entrata in contatto con Anasharal, un nuovo Timoniere in possesso di molte informazioni ed chiaramente intenzionato a indirizzarli verso una presunta colonia perduta dei Kiriath. Nel frattempo Egar "Eg" Rovina del Drago si è trasferito a Yhelteth e per mera noia(?) inizia a indagare sulla Cittadella e sul potente Sorvegliante Pashla Menkarak, riuscendo per assurdo a portare avanti più la trama da solo rispetto agli altri due messi insieme.

In generale devo ammettere che Eg ha fatto passi da gigante, sia come figura narrativa che come protagonista; il caro Richard gli concede un po' di spazio in più a confronto con "L'acciaio sopravvive", e questo permette al lettore di andare oltre la solita raffica di battutine infelici per scoprire un personaggio maggiormente sfaccettato, che non riuscendo a trovare un luogo a cui appartenere agisce sulla base di un senso di frustrazione e di astio. Pur perdendo terreno in favore dell'ex commilitone, a livello di introspezione anche Archidi compie qualche passettino in avanti, e in particolare l'ossessione verso la scomparsa dei Kiriath si palesa come il motore principale del suo percorso; per contro il contributo da lei fornito nell'avanzamento della storia orizzontale oscilla tra l'essere solo marginale e alquanto macchinoso.

Se i suoi comprimari mi hanno lasciato delle sensazioni grossomodo positive, non posso dire lo stesso per quanto riguarda Gil. Le svolte che lo riguardano sono molto interessanti (anche solo la particolare percezione del tempo descritta durante l'incontro con Hjel merita un plauso) e sul finale si capisce come la sua figura sia centrale per la risoluzione della minaccia più significativa, però quasi tutte le sue interazioni rimangono estremamente criptiche: a parte l'amicizia per Eg, non si riesce a reputare credibili nessuno degli altri legami e anche il ruolo che ricopre nel quadro della trilogia in generale dovrebbe risultare maggiormente comprensibile arrivati a questo punto. Le relazioni sentimentali, sia sue che degli altri protagonisti, mi convincono a un livello concettuale ma avrei apprezzato qualche momento di calma per analizzarle con più cura.

Dopo due romanzi corposi, lo stile di Morgan inizia a essere più affrontabile anche perché qui gli sbalzi temporali caotici all'interno della narrazione al presente sono un po' limitati, però continua a non essere una prosa semplicissima da affrontare come lettura di svago. Provo sentimenti contrastanti anche nei confronti del world building, perché da un lato ho apprezzato molto i chiarimenti forniti (come l'origine aliena del Popolo delle Squame) e i nuovi dettagli che gettano le basi per il capitolo conclusivo, però tutto questo fa aumentare le complicazioni. E la scelta di rendere Anasharal un device per gli spiegoni è alquanto pigra; diciamo che riesce a compensare con il suo potenziale da villain e il fatto di essere l'unico a raccontare gli eventi passati senza quincurdicimila ellissi narrative.

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