mercoledì 24 giugno 2026

"La luce del sole" di Octavia E. Butler

La luce del soleLa luce del sole by Octavia E. Butler
My rating: 1 of 5 stars

"Qualche attimo dopo la luce fu troppa. Mi bruciavano gli occhi e la pelle. Volsi le spalle alla luce, trascinandomi con la mia preda verso gli abissi della fresca semioscurità all'apparenza così vicina eppure così tanto difficile da raggiungere"


DA PEDOFILO A TOYBOY IN MEZZA SCENA

Poche volte ho iniziato un nuovo libro con un simile entusiasmo, non solo perché trovo sempre affascinanti le declinazioni meno scontate sul tema del vampirismo, ma soprattutto per il successo dell'autrice: da tanto tempo ero curiosa di scoprire la prosa di Butler, vista la fama della sua bibliografia in generale e di questo titolo in particolare. Eppure eccomi qui oltre trecento, dolorosissime pagine dopo a scrivere dei motivi per cui non consiglierei "La luce del sole" neppure a quelle brutte persone che fanno le orecchie alle pagine per tenere il segno. Di certo ho letto libri ben peggiori sul piano della qualità, ma in merito allo sgradimento personale gli unici esempi che mi sento di accostare sono i romanzi di Anne Rice, autrice bannata a vita dalle mie letture; e temo proprio che la cara Octavia andrà incontro a una sorte analoga...

La premessa non è nulla di sconvolgente nella narrativa fantastica: la protagonista e narratrice Shori "Renee" Matthews si risveglia gravemente ferita e priva di ricordi all'interno di una grotta; pian piano si riprende fisicamente, scopre la sua identità e quali eventi l'hanno portata a scappare in quell'anfratto; lei appartiene alla specie Ina, che per moltissimi aspetti ricordano dei vampiri, ed è l'unica superstite di un attacco sferrato da ignoti alla sua comunità. Un salvataggio reso possibile dagli esperimenti genetici volti a permettere a lei e alle prossime generazioni dei suoi simili di resistere alla luce solare, e proprio in questi studi scientifici sembra nascondersi anche la ragione delle aggressioni sulle quali Shori e i suoi simbionti -aka, gli umani dai quali si nutre principalmente al punto da legarli indissolubilmente a sé- cominceranno a indagare.

A conti fatti, indagine è una parolona ma è anche l'espressione oggettivamente più indicata dal momento che -una volta stabilita la natura degli Ina e le speciali abilità di lei- la trama ruota interamente attorno allo smascheramento dei colpevoli e al successivo processo, con qualche episodio estemporaneo per dare una parvenza di intreccio. Dei tentativi poco riusciti per quanto mi riguarda, dal momento che dopo il potente incipit la narrazione ristagna in dinamiche prevedibili e abbastanza simili tra loro. Inoltre l'espediente dell'amnesia rende difficile per Shori muoversi di sua iniziativa, e per la maggior parte del tempo lei deve aspettare le azioni altrui per potervi reagire in qualche modo. Sul finale la lettura diventa davvero tediosa, tra interminabili presentazioni di personaggi inutili e scene di votazioni descritte in ogni soporifero passaggio, nonostante il loro esito sia scontato per gli stessi caratteri coinvolti.

Essendo un'insopportabile Mary Sue che riesce in tutto e viene elogiata da tutti (a parte gli antagonisti stronzi, ovvio!), la protagonista merita di certo un paragrafo di lamentele tutto per sé. In ogni azione e pensiero, Shori si dimostra disempatica, manipolatrice ed egoista: per quanto ripeta di tenere ai suoi simbionti non è verosimile che dei perfetti estranei le stiano a cuore più di un cucciolo appena portato a casa dal canile, dal momento che li tiene tutto il tempo al guinzaglio tramite il suo veleno; mi perdonerete la sciocca metafora canina, ma l'ho trovata calzante considerando che il rapporto tra Ina e simbionti è grosso modo quello tra una persona e i suoi animaletti domestici, ma si instaura con ancora maggiore superficialità. Anche come unico POV Shori non mi ha convinto, perché la sua voce non sempre è coerente: non ricorda termini molto semplici ma allo stesso tempo adotta modi di dire specifici e -come tutto in questo romanzo- ripetitivi.

Un altro problema legato alla protagonista ma decisamente soggettivo è la sua età. Non riesco a cogliere la necessità di renderla una bambina, fisicamente dal punto di vista umano e anagraficamente per l'età media degli Ina; a mio avviso sarebbe stato meglio optare per una protagonista ventenne o trentenne, così da rendere meno inquietanti le sue "relazioni" con i personaggi adulti. Capisco che la sua giovinezza giochi un ruolo prettamente simbolico, ma essendo affetta da amnesia è già all'oscuro di qualsiasi informazione utile e dimostra l'ingenuità di una bimba, a meno che la trama non richieda altrimenti, beninteso. Comunque ammetto che la pedofilia giustificata (e perfino romanticizzata!) è un mio limite personale, e qui non solo è reiterata per l'intero volume ma viene anche affiancata da qualche accenno di incesto e vaghe minaccie di stupro; tutto perché questi vampiri tanto più evoluti dei miseri umani dimostrano comportamenti animaleschi e territoriali ogni due per tre.

E gli altri personaggi? su di loro non c'è semplicemente nulla da dire dal momento che gli Ina si dividono in buoni e cattivi, ovvero gli adoratori di Shori e i suoi detrattori: non si va mai più a fondo. Simbionti o meno, gli umani non sono considerabili dei caratteri veri e propri, perché il veleno degli Ina è l'equivalente di un potente oppiaceo che altera tutto il tempo la loro percezione della realtà, ecco perché anche le relazioni interpersonali risultano fasulle e asettiche. A suo modo, questa rappresentazione del vampiro potrebbe risultare affascinante e devo dire che viene trattata in modo abbastanza approfondito, ma crea uno squilibrio di potere eccessivo con i personaggi umani; inoltre diverse informazioni sugli Ina vengono retconnate in corso d'opera, sempre a favore di Shori e dell'intreccio. Pur presentando una traduzione ben fatta, l'edizione italiana si uniforma al disagio generale risultando per molti versi inadeguata: passi il titolo completamente diverso da quello originale, ma la cover da manuale di autoaiuto e la citazione ultraromantica sull'aletta non preparano affatto al tipo di storia che si sta per leggere.

Approdando agli aspetti più positivi, o almeno a quelli che speravo si rivelassero i punti di forza del libro, troviamo prosa e tematiche. Lo stile della cara Octavia è grossomodo gradevole, ma vista la fama di cui gode e i premi che ha ricevuto mi aspettavo ben altro; ho trovato particolarmente fastidiose le moltissime ripetizioni, la limitatezza del lessico (scelta magari intenzionale vista l'amnesia dell'unico POV, ma che andava gestito meglio) e le interminabili descrizioni di luoghi e oggetti inutili. Anche nel caso dei temi non mi sono dispiaciuti gli spunti in sé quanto la maniera in cui sono stati trattati, ossia con approssimazione e scontatezza; un buon esempio è il razzismo, in teoria cardine dell'intera storia, che nel concreto si limita a creare il parallelo tra razza e specie, con gli Ina cattivi (e stupidi come non mai!) che non vogliono mescolare il loro DNA con quello umano. Non si va oltre, non c'è alcuna ulteriore discussione costruttiva, e anche la questione delle ricerche portate avanti dalla famiglia di Shori è appena abbozzata.

Si potrebbe dire che almeno è risultato efficacie per il suo genere: è un fantasy horror ed effettivamente io ne sono uscita terrorizzata, sia per il modo in cui vengono raccontati i simil-vampiri sia per le azioni disgustose e disturbati compiute dai personaggi e descritte come fossero del tutto normali. E ho pure scoperto cosa abbia ispirato i due terzi più inquietanti e noiosi della trama di "Breaking Dawn" (la romance tra Shori e i suoi simbionti ricorda moltissimo l'imprinting e il lungo processo finale ha lo stesso livello inesistente di tensione narrativa), oltre ad aver imparato a evitare di farmi intenerire da presunti bambini che vagano spaesati in autostrada: poi magari mi tocca abbandonare famiglia e lavoro per trasferirmi in una comune di hippy codipendenti, ed esserne perfino felice!

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martedì 16 giugno 2026

"Imperium" di Colin Meloy

Wildwood. Imperium (Wildwood Chronicles, #3)Wildwood. Imperium by Colin Meloy
My rating: 3 of 5 stars

"Le parole comparvero sul velo di nebbia, scribacchiate dal dito spettrale della defunta Governatrice Vedova; Zita impallidì nel vederle … aveva scoperto un'intima intesa con la donna, e nel profondo del suo cuore la capiva. Oh sì, adesso la capiva"


È ANCORA UNA SERIE PER BAMBINI, GIUSTO?

Due serie concluse in quasi metà anno non sembra un gran risultato, specie considerando che erano entrambe già cominciate nel 2025; ma con la persistente lentezza che caratterizza il mio attuale rapporto con la lettura, ogni piccolo risultato portato a casa mi fa sentire meglio. Anche se si tratta di una trilogia che dal primo libro ha cominciato un chiaro e triste peggioramento nella qualità. E purtroppo non mi riferisco solo all'edizione cartacea, che da sola è stata una mezza delusione: alla qualità grafica inferiore nelle illustrazioni in bianco e nero si aggiunge l'inspiegabile scelta di raggruppare al centro tutte quelle a colori su carta lucida, anziché piazzarle accanto alle pagine corrispondenti. La CE voleva forse creare un simpatico gioco di abbinamento delle coppie, tra immagine e citazione nel testo?

Facciamo però qualche passo indietro per spendere due parole -senza troppi spoiler- in merito all'intreccio. Sono passati un paio di mesi (o forse due settimane, a seconda del capitolo) e ritroviamo Prue diretta a Bosco Sud nella sua missione di riunire i creatori dell'Alexei robotico, obiettivo che la porta a scontrarsi con il Sinodo, una setta di invasati affamati di potere mascherata da affidabile istituzione religiosa. Al contempo, Elsie e Rachel si sono ridotte a vivacchiare assieme agli altri Inadottabili ai margini del Deserto Industriale, ma l'incontro con un altro gruppo avverso ai Titani dell'Industria le porta a sperare di poter salvare Carol e Martha. Anche in questo caso, le loro non sono le uniche prospettive presenti nel testo, ma per la maggior parte le altre compaiono in un capitolo soltanto.

E come se tutti questi POV trainati dai primi due volumi non fossero abbastanza, Meloy decide di inserirne un altro principale, più un paio di secondari giusto per dare un pizzico di colore (o per rendere ancor più dispersiva la narrazione, scegliete voi!); e quindi eccoci con Zita, una ragazzina di Bosco Sud che viene convinta da una sorta di spettro a dare il via a un pericoloso rituale, destinato poi a configurarsi come la minaccia definitiva. Un'idea per niente male di base, non fosse che questo ennesimo avversario da sconfiggere porta l'autore a dover risolvere in maniera rapida tutte le sottotrame imbastite in precedenza. Se nel caso della rivalsa contro i Titani lo spazio dedicato non è poi tanto esiguo, l'intera parentesi del Sinodo viene davvero conclusa con una leggerezza tale che si finisce per non comprendere la ragion d'essere di questa linea di trama: serviva solo a tenere impegnata Prue per un po' di pagine?

Nel complesso, l'intreccio non mi ha quindi convinto granché: ho trovato l'inizio abbastanza fiacco e il finale troppo rapido e allegorico per i miei gusti. L'autore liquida in poche righe il destino dei personaggi principali -senza neppure un tentativo credibile di verosimiglianza- e dimentica direttamente quello dei meno rilevanti, come Esben e Carol; una sorte simile tocca all'ambientazione, perché a parte prendere nota della nuova figura al potere nel Bosco non sappiamo cosa sia successo ai diversi ordini religiosi o ai burocrati di Bosco Sud, che da soli hanno causato ben più danni dell'antagonista principale! Tutto quello di cui il lettore è spinto a interessarsi si riduce agli Irregolari di Bosco Selvaggio, che possono riprendere tranquillamente le loro ruberie, seppur non sia chiaro ai danni di chi visto il disgregarsi di ogni istituzione civile.

La trama non si fa inoltre mancare una buona dose di incoerenze all'interno del volume stesso, ma ancor di più in confronto con i capitoli precedenti. Riporto un esempio per ogni tipo di questo approccio svogliato del caro Colin: Elsie e Rachel che ricevono delle lettere dai genitori nonostante vivano come delle fuggitive e il loro ultimo indirizzo utile corrisponda a un edificio distrutto, e la motivazione alla base dell'accordo tra Alexandra e i genitori di Prue che viene completamente travisata nel loro dialogo iniziale. Forse dovrei chiudere un occhio perché alla fin fine è pur sempre una storia per ragazzini, ma sospetto che perfino delle persone così giovani noterebbero l'estrema disomogeneità dei riferimenti temporali tra un POV e l'altro. Ultimo ma non meno importante tra i difetti del romanzo è il cambio di tono: già nel secondo libro ci si allontanava per una buona metà dal contesto prettamente favolistico perché era necessario introdorre la storyline delle sorelle Mehlberg, ma qui andiamo oltre con parecchi elementi poco in linea con il target dal punto di vista della maturità, a esempio il disgustoso Spongiforme e i fin troppo cruenti attentati dinamitardi.

E nonostante tutto ci sono stati dei momenti positivi, abbastanza da far superare tranquillamente la sufficienza a questo titolo. In primis, tra tanti spunti e caratteri abbandonati a loro stessi, la conclusione della sottotrama sui Titani è stata gestita nei tempi e nei toni giusti; ho continuato a sentire la mancanza di un maggiore approfondimento -specie quando sono gli adulti a occupare il centro della scena-, ma si sono venuti a creare dei bei momenti a livello emotivo e di tensione. Anche le reunion tra diversi personaggi principali e non (mi tengo sul vago, altrimenti temo di sciupare il finale) sono state molto coinvolgenti e gradevoli da leggere, e di certo lo stile e la fantasia dell'autore non si sono fatti mancare. Devo dire di aver apprezzato anche il modo intelligente in cui ha gestito la figura di Curtis, sicuramente meglio rispetto al capitolo precedente! Eppure tutto questo non basta riaccendere il mio affetto verso la trilogia, al punto da dirmi felice della scelta di adattare solo il primo volume nel film che uscirà a ottobre. Anche la versione cartacea avrebbe potuto mettere lì la parola fine.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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mercoledì 10 giugno 2026

"L'amuleto" di Michael McDowell

L'amuleto (Italian Edition)L'amuleto by Michael McDowell
My rating: 5 of 5 stars

"Era quel gioiello, un oggetto mai visto prima, a sembrarle tanto strano. Era la catenina, e il ciondolo a forma di dischetto, a tormentarla; e conosceva Jo abbastanza da sapere che nessun interrogatorio avrebbe mai potuto cavarle il motivo per cui l'aveva regalato a Larry. Non ancora, quantomeno"


LA TAVOLA OUIJA DI ČECHOV

Negli ultimi dieci mesi McDowell è diventato un autore parecchio presente nelle mie letture, infatti con "L'amuleto" sono arrivata già al terzo titolo di un autore prima del tutto sconosciuto per me, e non ho in programma di fermarmi senza aver per lo meno recuperato quanto uscito in traduzione negli ultimi tre anni per il catalogo di Neri Pozza. Anche perché a ogni nuovo libro mi trovo ad apprezzare sempre di più il suo stile e l'incredibile lavoro fatto su personaggi e ambientazioni, riuscendo a trasportare chi legge in luoghi ed epoche lontane senza alcun cenno di artificiosità che porti a sentirsi straniati dalla storia.

La nostra destinazione in questo caso è la Pine Cone del 1965, un paesino fittizio dell'Alabama celebre per la locale Pine Cone Munitions Factory, dove non solo si fabbricano munizioni ma si ha anche la possibilità di scampare la leva militare. Purtroppo per Dean Howell la cartolina arriva prima del posto di lavoro e solo l'esplosione di un fucile da addestramento gli evita la partenza per il Vietnam, deturpandogli il viso e riducendolo a poco più di un vegetale; fortuna vuole che l'amorevole madre Josephine "Jo" sia pronta a occuparsi di lui e a presentare alle persone che ritiene responsabili di questa tragedia il conto, nella forma di un insolito monile. Tra uno sfiancante turno in fabbrica e l'ennesima commissione domestica, spetta invece alla moglie Sarah l'ingrato compito di trovare la quadra e arrestare la scia di delitti che colpiscono in pochi giorni l'intera città.

Al suo fianco troviamo la vicina e amica Becca Blair, che è solo uno dei molti esempi del talento del caro Michael nella scrittura dei personaggi. L'intero cast è popolato da figure credibili e simpatetiche, siano esse positive o negative; non solo i caratteri centrali quindi, ma anche i semplici comprimari ottengono un'introspezione accurata e coerente con la loro condizione sociale e con le relazioni interpersonali che li coinvolgono. Logicamente Sarah ottiene il maggiore approfondimento, andando a dimostrare una parabola discendente significativa nella sua triste verosimiglianza: la protagonista viene descritta in un primo momento come un'ottima persona, piena di generosità e remore morali che il succedersi degli eventi andrà pian piano a smantellare, fino a una conclusione al cardiopalma.

Ho trovato molto interessante anche il lavoro svolto su Jo e Dean, perché seppur vengano tenuti volutamente in secondo piano dall'autore riescono a estendere un alone minaccioso su tutta la narrazione. La storia di lui ricorda un po' "Il visconte dimezzato", mentre mi sento di accostare lei all'antagonista di "Misery"; si tratta tra l'altro della prima (almeno a livello di pubblicazione) di una corposa schiera di donne malvagie scritte da McDowell nella sua carriera. Non raggiungerà forse le vette di una "Black" Lena Shanks e i continui commenti al suo aspetto sono di certo invecchiati malino, ma si dimostra una figura terrificante e a conti fatti non si percepisce la mancanza di ulteriori risposte sul suo passato, dalle origini dell'amuleto alla sua possibile implicazione in altre vicende delittuose.

Come già accennato, gli altri maggiori punti di forza del volume sono l'ambientazione e lo stile. Avevo ben in mente la puntualità con cui il caro Michael riusciva a raccontare luoghi presi da un'epoca storica diversa senza apparente difficoltà per il lettore contemporaneo che deve entrare in un contesto per lui inedito, ma in questo caso penso si sia superato: ha creato dal nulla un'intera cittadina, descrivendone strade, negozi, usanze locali e indole degli abitanti. E l'ha fatto rimanendo fedele al periodo scelto con una sensibilità parecchio moderna, anche considerando che questo titolo appena approdato nel nostro Paese è stato pubblicato in lingua originale quasi cinquant'anni fa! Anche la sua prosa non pare risentire dello scorrere del tempo, e dalla primissima pagina incanta il lettore con immagini ricche di fascino e una grande accuratezza linguistica. Questo potrebbe far pensare a un testo lento e sfidante, invece la lettura scorre con facilità e gradevolezza estreme: al massimo è proprio il lettore a doversi imporre di prendere una pausa, vuoi per rileggere una frase particolarmente bella oppure per occuparsi di qualsia attività esuli dalla lettura del libro stesso.

Come sempre per le letture che apprezzo maggiormente, ho cercato di individuare dei punti a sfavore, operazione che pratico al contrario anche sui romanzi più sgradevoli ovviamente! Oltre ad alcuni lati già menzionati della scrittura di Jo, in questo caso devo ammettere che l'intreccio rappresenta l'elemento meno riuscito: pur non annoiando la struttura risulta per forza di cose ripetitiva, con il lettore al corrente di tutte le informazioni mentre la protagonista brancola quasi sempre nel buio. Inoltre le scene più propriamente horror sono numerose e parecchio intense; il problema non è tanto il gusto personale (a me non hanno dato granché fastidio, a esempio) quanto il passaggio repentino da un contesto placido alla violenza estrema e grottesca che potrebbe cogliere impreparati. Diciamo che rispetto al mio primo approccio con "Katie", qui capisco un po' meglio la grande amicizia tra l'autore e il caro Stephen…

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mercoledì 27 maggio 2026

"Per sempre tuo" di Abby Jimenez

Per sempre tuo. Yours Truly (Part of Your World, #2)Per sempre tuo. Yours Truly by Abby Jimenez
My rating: 4 of 5 stars

"Non mi pareva di aver mai ricevuto una lettera prima di allora. La sua efficacia era sconvolgente. Molto meglio di un messaggio o un'e-mail, aveva un peso diverso, in un certo senso. C'è qualcosa nell'atto di tenere la carta tra le mani, vedere l'inchiostro sulla pagina, la pressione della penna. L'aveva fatta lui, con uno sforzo concreto. Era un gesto materiale"


GIBSON EX MACHINA

Prima di iniziare il commento di "Per sempre tuo" ho dato un'occhiata a quanto avevo scritto su "Sono parte del tuo mondo" alcuni mesi fa, perché la sensazione di aver individuato molti punti in comune -tanto a livello di pregi quanto di difetti- tra le due narrazioni mi ha seguito un po' per tutta la lettura. In effetti sono presenti un buon numero di elementi similari, e vedendo l'identico giudizio in stelline potreste pensare che l'autrice non abbia cambiato granché tra il primo e il secondo volume in questa serie di storie companion; invece i passi in avanti non mancano, ma a mantenerli irrilevanti a livello di valutazione ci sono altrettanti aspetti che non mi hanno fatta andare in visibilio, pur avendo apprezzato molto il titolo nel suo insieme.

Una prima differenza è la percentuale di personale ospedaliero all'interno del cast, che era comunque altina nel primo capitolo e qui schizza fino a un solido cinquanta percento. L'esempio principe è la coppia protagonista, composta da dottori di medicina d'urgenza: Briana "Bri" Ortiz -già introdotta in veste di migliore amica della precedente protagonista Alexis- e Jacob Maddox, appena trasferitosi nel pronto soccorso del Royaume Northwestern, a Minneapolis. Entrambi sono reduci dalla fine di relazioni sentimentali molto importanti, entrambi hanno grosse remore a intraprendere dei nuovi rapporti, ed entrambi ricevono una prima cattiva impressione l'una dall'altro. Nel giro di pochi capitoli la situazione riesce però ad appianarsi, tanto che lui si dirà disponibile a fornire un grosso aiuto al fratello di lei e lei contraccambierà supportando lui all'interno di una dinamica famigliare insolita.

Jimenez sceglie nuovamente di includere delle tematiche tutt'altro che leggère a contorno e complemento della storia d'amore tra i due protagonisti, basandosi in parte sulla sua esperienza diretta. Nel caso di Briana ci si concentra sulla sindrome dell'abbandono causata dal padre e dall'ex marito, per colpa dei quali non riesce più ad aver fiducia nell'affetto di un uomo; nel mentre Jacob deve fare i conti con l'ansia sociale, che da anni gli impedisce di affrontare con serenità dei contesti inediti. A tratti il volume tocca poi l'argomento della depressione ma, come nel caso della romance tra Alexis e Daniel, non credo sia stato svolto un lavoro allo stesso livello degli altri temi, in particolare per la rapidità con cui i personaggi coinvolti riescono a riacquistare padronanza di sé e affrontare senza ricadute la malattia.

Rimanendo sul piano tematico, sono presenti due elementi molto rilevanti per il proseguo della trama stessa sui quali ho delle perplessità, perché mi sembra siano stati pilotati per convenienza anziché affrontati con accuratezza. È il caso della donazione di un rene fatta da Jacob -a mio avviso sbrigata con una rapidità e una superficialità eccessive visto il contesto- e della rivelazione legata alla rottura tra Briana e l'ex marito Nick: è una svolta che arriva senza la preparazione necessaria e sfrutta un problema di salute di estrema sensibilità per un aumento non necessario del drama. Per il resto, l'intreccio rimane piacevole (a esempio, ho trovato molto carino l'espediente delle missive) seppur nella parte centrale sia un po' dispersivo e parecchio ripetitivo quando si tratta dei paragoni con i rispettivi ex.

Va molto meglio sul fronte dei personaggi. Entrambi i protagonisti sono solidamente caratterizzati e affrontano una crescita bilanciata come singoli individui e nel contesto della coppia: non si ha mai l'impressione che uno dei due sia perfetto e tocchi all'altro superare le sue difficoltà per raggiungere lo stesso livello di compiutezza. Gli unici nèi sono la già accennata rivelazione finale su Briana e l'affetto che Jacob prova verso la famiglia d'origine, perché teoricamente è alla base di tutte le sue scelte ma a conti fatti non lo vediamo mai pensare a come reagiranno alla fine della relazione fasulla. Il resto del cast è parecchio gradevole e, seppur non manchino delle figure caricaturali, riesce a svolgere il proprio ruolo in modo più che sufficiente.

Lo stesso vale più o meno per lo stile della cara Abby, che ripropone la sua prosa estremamente scorrevole grazie alla dinamicità dei dialoghi; ho trovato apprezzabile anche l'impregno nell'assegnare a Briana e Jacob dei toni distintivi nei rispettivi POV. Per contro non mi sento di promuovere in toto l'umorismo, che seppur in linea con lo spirito della storia a volte risulta banale o ingombrante. E chiudo con una seconda nota di demerito per l'edizione nostrana, che avrà dalla sua il prezzo competitivo ma ci regala anche una bella parata di refusi facilmente smascherabili.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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giovedì 21 maggio 2026

"Al crepuscolo" di Stephen King

Al crepuscoloAl crepuscolo by Stephen King
My rating: 3 of 5 stars

"Ebbe la sensazione che quella scrivania fosse stata usata. Che Pickering vi si sedesse per scrivere a mano, curvo come un bambino in un'aula di qualche piccola scuola di campagna. A scrivere cose a cui preferiva non pensare"


SIFKITZ DOVREBBE TEMERE L'AI, NON IL COLESTEROLO!

Vista la mia attuale lentezza nel portare avanti le letture non ci speravo proprio, e invece ben prima di metà anno sono arrivata già all'ottava raccolta targata King; non male, considerando che non potrò andare oltre "Il bazar dei brutti sogni" per evitarmi spoiler della combo seriale di Bill Hodges e Holly Gibney. Tornando a questo "Al crepuscolo", ci troviamo davanti un'antologia che raccoglie tredici racconti dei quali un solo inedito, e dalla lunghezza non troppo variabile -si spazia tra le dieci e le ottanta pagine- sebbene alcune siano ufficialmente indicate come novelle.
Pur essendoci diversi riferimenti ad altre opere dell'autore e ad alcune tra le sue ambientazioni più celebri, a livello tematico e di continuità non ho riscontrato molta sostanza, però il volume merita un recupero per alcune delle perle che nasconde. Come nel caso degli altri compendi del caro Stephen, valo ad analizzare e valutare singolarmente ogni storia, calcolando poi il voto complessivo in base alla media generale.


"Willa" - tre stelline e mezza
Si parte con un racconto abbastanza breve, che riesce nel contempo a dimostrare un'ottima tempistica narrativa. La prospettiva scelta è quella di David Sanderson, che assieme ad altre persone è bloccato nella stazione ferroviaria di Crowheart Spings nello Wyoming, in attesa di un treno sostitutivo dopo il deragliamento del loro; accortosi dell'assenza della fidanzata Willa Stuart, l'uomo si incammina verso la vicina città per rintracciarla. A livello di trama non ci si può sbilanciare oltre senza incorrere in qualche spoiler, anche perché la svolta principale è così ben gestita che sarebbe un vero peccato conoscerla in anticipo, checché ne dica il caro Stephen nelle note finali. Tra i pregi mi sento di includere il concept alla base e la caratterizzazione di David e Willa, tanto come singoli protagonisti quanto nella loro dinamica di coppia; meno bene i comprimari -che rimangono delle mere figure di sfondo- e la conclusione eccessivamente positiva.

"Torno a prenderti" - quattro stelline
Questa è una delle storie più corpose, tanto da aver ottenuto anche un volume indipendente, seppur sia ben lontana dalle solite, titaniche novelle di King. La protagonista della vicenda è Emily Owensby, una giovane madre in lutto per la morte improvvisa della figlia Amy; nel suo tentativo di metabolizzare quanto accaduto, la donna inizia a dedicarsi alla corsa, attività che diventa talmente importante nella sua quotidianità da spingerla a lasciare il marito Henry e trasferirsi a Vermillion Key, dove il padre ha una casetta per le vacanze. Partendo da questo contesto, viene strutturata un'avvincente storia di sopravvivenza fisica che crea un parallelo evidente con la sopravvivenza emotiva e psicologica alla quale Emily deve puntare; purtroppo lo stacco tra questi due filoni narrativi è talmente improvviso e repentino da lasciare un po' spaesato il lettore, e questo è forse l'unico elemento davvero negativo del racconto. Tra i punti di forza possiamo invece annoverare il lavoro di introspezione fatto sulla protagonista, la solidità dei caratteri secondari e il lato survival: decisamente credibile e ben ritmato. La crudezza della componente horror è alquanto soggettiva, ma personalmente l'ho trovata adeguata al contesto e molto godibile.

"Il sogno di Harvey" - tre stelline e mezza
Passando a un formato ridotto rispetto al precedente troviamo la storia di Janet "Jax" e Harvey, moglie e marito che portano avanti da tanti anni un matrimonio non sempre facile, nel quale ci sono stati momenti di gioia -specialmente legati alle loro tre figlie- ma anche difficoltà, come la recente diagnosi di Alzheimer per l'uomo. Quando un mattino lui inizia a raccontarle un bizzarro incubo avuto la notte precedente, la protagonista pensa sia un episodio collegato alla sua malattia pur rimanendone sempre più turbata, fino a una conclusione che lascia supporre non si tratti né di un fenomeno onirico né di un ricordo alterato. Il connubio tra reale e fantastico è molto ben riuscito, e introduce anche un fattore horror coerente nella sua inquietudine e fortemente allegorico; a livello di trama e personaggi non mi posso dire altrettanto soddisfatta perché sono entrambi ridotti all'osso, anche nel caso di Janet che magari avrebbe potuto ottenere un paio di pagine in più per analizzare meglio i suoi sentimenti verso la famiglia. L'idea comunque non è affatto malvagia, e si adatta molto bene alla brevità del testo.

"Area di sosta" - due stelline e mezza
È una storiella alquanto dimenticabile quella in cui il caro Stephen ripesca per l'ennesima volta dal cilindro l'alter ego Richard Bachman, con il quale si cala nei ruoli dei due protagonisti del racconto: mentre lui interpreta l'ex insegnante di inglese John Andrew Dykstra, il suo pseudonimo editoriale riveste il ruolo di Rick Hardin ovvero il nome con cui vengono pubblicati i libri del primo. Il passaggio da un'identità all'altra viene simboleggiato dal viaggio di ritorno da incontri e conferenze, durante uno dei quali si svolte la narrazione; a una stazione di servizio, Dykstra assiste a un'aggressione e si interroga su quale sia il modo migliore per intervenire, tirando in ballo anche il suo alias Hardin e la loro creatura letteraria detta Cane. L'atmosfera mi ha convinto ma l'intreccio non è particolarmente brillante, e anche la caratterizzazione dei personaggi rimane abbastanza superficiale e stereotipata; non che lo spunto offrisse chissà che margine di creatività, ma si poteva azzardare qualche guizzo meno banale.

"Cyclette" - una stellina e mezza
Meglio la banalità delle idee troppo bislacche e caotiche, verrebbe da pensare leggendo la disavventura di Richard Sifkitz, disegnatore commerciale freelance di SoHo che, dopo aver ricevuto un ammonimento dal medico per il suo alto valore di colesterolo decide di migliorare lo stile di vita, scegliendo cibi più sani e acquistando una cyclette Brookstone con la quale allenarsi. Di pari passo, l'artista inizia anche una serie di dipinti legati a una specie di metafora biologica: gli enzimi nel suo organismo si trasformano in operai impegnati nella semplificazione dei lipidi, che però si trovano ora con sempre meno lavoro, situazione che li rende scontenti ma soprattutto pericolosi. Sono quindi presenti molti elementi con poco in comune, e se alcuni potrebbero risultare interessanti (specialmente la realizzazione di essere un personaggio immaginario) altri sono soltanto stranianti -come i retroscena personali dei vari enzimi- oppure già visti, perché di quadri viventi il caro Stephen ce ne ha rifilati pure troppi! La caratterizzazione del protagonista è alquanto trascurabile, mentre definirei quella degli "operai" stereotipica; la componente horror è debole e la stranezza generale rende quasi comico il contesto, annullando i tentativi di creare tensione. Il messaggio di fondo funziona poi male, perché Sifkitz non diventa mai un patito del fitness, e non saranno certo un paio d'ore alla cyclette a rendere superflua l'attività svolta dagli enzimi.

"Le cose che hanno lasciato indietro" - quattro stelline
Se prima c'era il rischio di scoppiare a ridere, questo racconto invece cerca in modo alquanto palese di spostare il barometro emotivo del lettore verso la tristezza, dal momento che gli attentati dell'11 settembre sono un elemento cardine della storia. Il protagonista è Scott Staley, all'epoca dell'attacco alle Torri Gemelle impiegato nella compagnia assicurativa Light and Bell Insurers; scampato alla tragedia per caso, l'uomo si porta addosso il peso delle vittime che conosceva e fatica ad allacciare nuovi legami di amicizia. L'inspiegabile comparsa in casa sua di alcuni oggetti appartenuti ai colleghi defunti porta Scott a interrogarsi sulla sua sanità mentale e a chiedere consiglio alla vicina Paula Robeson; e seppure il rapporto tra i due non sembri da subito destinato a durate, diventa un trampolino di lancio per riportare il protagonista alla vita. Due caratteri abbastanza sfaccettati seppur non proprio memorabili, che portano avanti una trama semplice e coerente verso un epilogo forse un pelino sentimentale, ma in linea con quanto raccontato fino a quel punto. In altri contesti avrei visto in questo concept un fastidioso il tentativo di commuovere, ma King è stato molto abile (o comunque più abile di Safran Foer) a direzionare l'attenzione sulle fasi successive del lutto e dare al protagonista un ruolo oltre a quello di tragico superstite. Più che horror qui si può parlare di angoscia psicologica, mentre l'elemento fantastico è soltanto uno strumento per dare il via alla vicenda, un po' come l'assenza per ferie del portiere Pedro.

"Pomeriggio del diploma" - tre stelline e mezza
Il racconto più breve dell'antologia prende ispirazione da una sorta di allucinazione farmacologica dell'autore, e questo spiega forse perché la trama sia praticamente assente. Il punto di vista è quello dell'adolescente Janice Gandolewksi, in procinto di diplomarsi e intraprendere il percorso universitario verso il suo sogno di diventare giornalista; la ragazza si trova nella tenuta del suo ragazzo Bruce "Buddy" Hope, dove la famiglia ricca e snob di lui non la fa sentire granché benvenuta. Un evento imprevedibile arriva però a sconvolgere delle esistenze calate in ruoli ben definiti, e se da un lato ho trovato interessante l'idea di smuovere in modo tanto netto le sorti dei personaggi, dall'altro devo tenere conto del nulla di fatto a livello narrativo: la storia termina ancor prima di iniziare, un bel concetto e al tempo stesso un contenuto insoddisfacente. A portare a casa una sufficienza abbondante questa volta è soprattutto il cast, composto da caratteri credibili e inquadrati in modo intelligente nelle pochissime pagine a disposizione. Il finale a libera interpretazione del lettore potrebbe lasciare perplessi, ma personalmente mi è sembrato adeguato al contesto.

"N." - quattro stelline e mezza
L'unico inedito dell'antologia è anche uno dei racconti più lunghi e dalla struttura meno scontata: la narrazione si articola infatti in una serie di messaggi e annotazioni che passano da un personaggio all'altro in questa staffetta all'insegna della follia incombente. Alla base di tutti i documenti ci sono le sedute di terapia tra il dottor John "Johnny" Bonsaint e il suo paziente N., all'apparenza affetto da una grave forma di disturbo ossessivo compulsivo che prosciuga ogni sua energia e lo porta a compiere azioni bislacche al fine di impedire una presunta apocalisse. Un confronto fra la convinzione paranormale e la razionalità della scienza quindi che, pur non essendo troppo originale (anche per lo stesso autore, come si è visto nel suo classico "Pet Sematary"), risulta essere uno spunto convincente sul quale basare una storia forse un po' prevedibile ma sempre scorrevole e coerente. Tra gli aspetti più apprezzabili includerei anche l'interessante formato e i solidi personaggi; la parte finale è quella che invece mi ha convinto meno, sia per la conclusione banale sia per la poca chiarezza nel passaggio di testimone tra Sheila a Charlie, perché fino a quel punto c'è una consequenzialità coerente tra le figure coinvolte, mentre non sembra esserci una ragione univoca per la scelta della donna. Per il mio gusto, il lato horror risulta troppo allegorico: preferisco quando King opta per minacce più concrete.

"Il gatto del diavolo" - cinque stelline
E dal più recente, passiamo al racconto di gran lunga più vecchio: a dispetto di quanto asserito dal caro Stephen in "Incubi e deliri", almeno una delle sue vecchie storie (per la precisione del 1977) non era ancora stata pubblicata in una raccolta, e devo dire che ritengo una fortuna la sua decisione di porvi rimedio. La narrazione segue il sicario John Halston che si trova per le mani un incarico a dir poco bizzarro quando l'anziano magnate farmaceutico Drogan gli chiede di sopprimere un gatto e -con una teatralità degna della Grimilde disneyana- portargli come prova la sua coda. Non voglio sbilanciarmi sulle motivazioni del committente o sulla reazione di Halston a questa insolita richiesta, ma devo dire che l'intreccio fila molto bene, con un ritmo impeccabile e una conclusione coerentemente (s)gradevole. I personaggi non sono granché approfonditi ma funzionano all'interno della storia e la parte più spaventosa si inserisce con gusto e risulta terrificante al punto giusto. L'unico neo che potrei trovarci è la figura stessa del gatto, perché rappresenta un elemento più che classico del genere dai tempi di Poe... perché nessuno scrivere invece degli indicibili crimini commessi da un alpaca demoniaco?

"Il «New York Times» in offerta speciale" - due stelline
Un altro balzo temporale ci porta fino al più recente tra i testi già pubblicati in precedenza, dove ritorna il tema dell'esistenza ultraterrena nella storia di Anne "Annie" Driscoll, una neo-vedova che riceve una telefonata a dir poco inaspettata. Un concept carino anche se già visto ulteriormente svilito dalla fretta con cui l'autore lo sviluppa, come se avesse una gran urgenza di arrivare alla conclusione, tra l'altro parecchio insoddisfacente. I personaggi di per sé sono abbastanza trascurabili, però quello che manca davvero è la sostanza della relazione tra la protagonista e il marito: in una narrazione tanto concentrata sul fattore emotivo, il lettore dovrebbe sentirsi più coinvolto dai legami sentimentali! Ho trovato interessante la trovata delle premonizioni e mi fa piacere che King si sia divertito a scrivere questo racconto in una sola, lunga nottata australiana, ma personalmente temo lo dimenticherò tra non molto.

"Muto" - quattro stelline
Si parla ancora di matrimoni, andando però a trattarne uno ben oltre lo scatafascio, quello del viaggiatore di commercio Monette che incontriamo mentre è impegnato in due distinte confessioni: quella a un autostoppista sordomuto caricato sulla strada verso Derry e quella successiva (e decisamente più tradizionale) a un sacerdote. Il fulcro delle sue vicissitudini è sempre la relazione ormai al capolinea con la moglie, per la quale i suoi interlocutori propongono delle soluzioni decisamente dissimili. Altro caso in cui ho apprezzato molto la struttura narrativa diversa dal solito -nella quale l'autore alterna le due interazioni del protagonista- perché questo permette di svelare l'intreccio un po' per volta, creando una buona tensione e adottando un valido ritmo; al momento della risoluzione mi sarei forse aspettata qualcosina di meno allusivo, o per lo meno di più coraggioso. Anche il contesto manca un po' di solidità, specie perché Monette rimane sempre vago tanto sugli spostamenti quanto sulle intenzioni, però la caratterizzazione è abbastanza convincente, i commenti non-poi-così-pii del religioso creano un'identità distintiva e la battuta su Playboy scritta per un racconto pubblicato su Playboy è una vera chicca.

"Ayana" - tre stelline e mezza
Metafore e allusioni continuano a farci compagnia nel resoconto fatto da un anonimo insegnante di inglese che, ormai anziano e solo, sente di potersi confidare su alcuni miracoli medici ai quali ha partecipato più o meno inconsapevolmente. La sua vicenda inizia nei primi anni Ottanta con il padre del protagonista Don "Doc" Gentry che guarisce in modo apparentemente inspiegabile dal suo tumore al pancreas, per poi continuare fino all'ultimo intervento prodigioso del 1997. Trovo molto interessante il concetto sul quale ha voluto riflettere l'autore -il filtro di misticismo attraverso il quale le persone guardano alle malattie e alle guarigioni-, inoltre il narratore è carismatico e l'intreccio dimostra del potenziale, che magari una narrazione più lunga avrebbe permesso di esprimere meglio. Sono rimasta invece un po' perplessa dalla scarsità di risposte (sul funzionamento dei miracoli, ma non solo!) e dalla presenza di un personaggio che sembrerebbe ricalcare lo stereotipo del magical negro: ne "Il miglio verde" era molto più chiaro e fastidioso, ma nel frattempo sono anche passati più di dieci anni!

"Alle strette" - cinque stelline
Conclude la racconta un'altra delle storie più lunghe, che possiamo accomunare a "Torno a prenderti" anche per la tematica della sopravvivenza in condizione estreme; la resa in questo caso è stata però decisamente migliore, fosse soltanto per la maggior naturalezza con cui si passa dal contesto quotidiano alla situazione di pericolo. Al centro della narrazione c'è l'acrimonia tra i vicini di casa Curtis Johnson e Tim Grunwald, nata dalla contesa per l'acquisto di un terreno e esacerbata da altri eventi spiacevoli che hanno caratterizzato le loro vite. Quando Curtis riceve un messaggio all'apparenza cordiale da Grunwald pensa sia arrivato il momento di riappacificarsi, senza realizzare che il suo vicino è tutt'altro che disposto a cercare un compromesso; da questa base, la situazione degenera fino ad arrivare a un climax coinvolgente e terrificante. L'intreccio fila quindi a meraviglia, così come la prosa e il lato survival; molto interessante anche la caratterizzazione di Curtis e il modo in cui decide di riesce a risolvere le sue difficoltà tangibili e psicologiche. Per quanto riguarda la sua nemesi, ho una mezza riserva perché non dimostra un comportamento sempre in linea con le sue affermazioni, ma è soltanto una piccola sbavatura in un racconto per altro eccellente. Sebbene faticherei a consigliarlo a cuor leggero, o a stomaco pieno!

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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