Confessioni by Kanae Minato 湊 かなえ
"Ho deciso di lasciare l'insegnamento a causa della morte di mia figlia. Ma... se Manami fosse davvero morta per una pura fatalità, credo che avrei continuato a insegnare ... E allora perché, vi starete chiedendo, sono giunta a questa decisione? Perché Manami non è morta accidentalmente, ma è stata uccisa da qualcuno di voi"
MA NON ESISTE LA POLIZIA POSTALE IN GIAPPONE?
In quasi dieci anni di recensioni librose vi ho consigliato (e altrettanto spesso sconsigliato!) centinaia di titoli, ma i social sono stati un mezzo utile anche per vedermi suggerite delle letture che altrimenti non avrebbero mai incrociato la mia strada. Una di queste è senza dubbio "Confessioni" -romanzo d'esordio che Minato ha elaborato a partire dal suo racconto "La sacerdotessa"- al quale ho deciso di approcciarmi anche in virtù del mio apprezzamento per i placidi thriller asiatici: intrecci dove l'attenzione non è posta tanto sullo smascheramento di un colpevole o su inseguimenti pregni di adrenalina, quanto piuttosto sulle motivazioni dietro a un crimine sul piano individuale e sociologico.
Il delitto che muove la narrazione in questo caso è la morte sospetta di Manami, una bambina di quattro anni figlia della professoressa Moriguchi Yūko, trovata annegata nella piscina della scuola media dove la madre insegna. Tutte le prove lasciano intuire che si sia trattato di una tragedia senza responsabili, ma l'ultimo giorno di lezioni la donna descrive nel dettaglio quanto è avvenuto in realtà: a uccidere Manimi sono stati gli studenti Watanabe Shūya e Shimomura Nao, due ragazzi decisamente diversi ma accomunati dal risentimento verso l'insegnante e dall'incapacità dei rispettivi genitori. Terminato il monologo di Moriguchi, prendono metaforicamente la parola altri personaggi, e tramite lettere e diari raccontano le loro prospettive sulla vicenda.
L'intento della cara Kanae non è tanto fornire nuovi elementi per ribaltare la sentenza di Moriguchi, quanto piuttosto far comprendere al lettore quali dinamiche distorte si nascondano dietro all'omicidio perpetrato da Shūya e Nao, come anche dietro a tutte le sciagure che ne conseguiranno. Il romanzo riesce in questo modo a sviscerare tematiche molto serie e attuali, fra le quali primeggia quella dell'educazione: un ragazzino può essere ritenuto al cento per cento responsabile delle azioni compiute? quale limite non deve superare un educatore nel suo ruolo? ed entro quali confini si deve invece muovere la famiglia? Grazie ai diversi POV, l'autrice tratta inoltre i temi del bullismo scolastico, della pressione sociale, dell'influenza mediatica, della manipolazione emotiva, del sottile confine tra giustizia e vendetta; e in questo senso svolge un lavoro egregio dando a ogni argomento il giusto peso e spazio.
Tra gli aspetti che ho apprezzato devo poi collocare la prosa -estremamente piacevole e attenta a dare un tono adatto a ogni protagonista- e la scelta di un'ambientazione quasi anonima: per molti dettagli culturali è chiaro che ci troviamo in Giappone, ma evitando di mettere troppe etichette Minato ha creato una narrazione capace di parlare trasversalmente, risultando in questo modo adttabile anche a delle dinamiche più internazionali. Il pregio maggiore credo però siano i suoi personaggi, sia come individui analizzati singolarmente che come personalità sulle quali si basa l'intreccio; tutti vengono infatti caratterizzati in modo tridimensionale e credibile, non limitandosi ad assegnare delle qualità superficiali ma scavando a fondo, fino a scoprire quali esperienze hanno strutturato determinate indoli.
Anche per questa ragione farei fatica a indicare un personaggio che mi abbia colpito in particolare: non solo sono tutti ben scritti, ma nessuno di loro è nettamente positivo dal momento che si dimostrano al contempo sia vittime sia carnefici, portando nel mentre alla negazione del mito dell'innocenza infantile. Ovviamente la cara Kanae tiene in considerazione l'importanza delle influenze culturali e sociali al momento di definire i personaggi, mostrando le diverse reazioni di un gruppo all'apparenza omogeneo di ragazzini di fronte a un'ingiustizia, a un rimprovero oppure a un pericolo. Ho inoltre apprezzato molto che la storia risulti cruda e angosciante, senza ricorrere a mezzucci splatter, ma semplicemente mostrando le spirali discendenti di queste psichi compromesse.
Devo dire di non avere delle vere critiche da muovere a questo libro: al più mi hanno fatta sorridere alcune piccole forzature verso il finale, che comunque risulta calzante e coerente; anche troppo, visto che appena un anno dopo la pubblicazione è stato scopiazzato in un noto film hollywoodiano. Ritengo però giusto mettere in chiaro che non sono presenti degli strabilianti plot twist, checché ne scriva la CE nella sinossi o nella quarta di copertina. Non che mi voglia lamentare dell'edizione (la trovo molto ben fatta, soprattutto negli utili contenuti extra a fine volume), però la trama è semplicemente un concatenarsi di eventi tragici, e la presenza di caratteri così ben delineati rende molto facile capire come agiranno. Quindi non la consiglierei a chi cerca una storia stupefacente nel senso convenzionale, quanto a dei lettori che desiderino perdersi nell'introspezione psicologica di caratteri deviati e riflettere sulla differenza tra giusto e legittimo.
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