La paziente silenziosa by Alex MichaelidesMy rating: 2 of 5 stars
"Alicia non parlò mai più. Il suo silenzio incrollabile trasformò una banale tragedia domestica in qualcosa di ben altra portata: un giallo, un enigma che conquistò i titoli dei giornali e catturò l'immaginario pubblico per mesi e mesi"
DA TRE GIORNI A SEI ANNI È UN ATTIMO
Dopo lo sconfortante tedio generato da "Nel bosco", ero un po' restia ad affrontare subito un altro thriller psicologico. Non volevo però che lo spiacevole incontro con French mi bloccasse dal dare un'onesta possibilità anche al caro Alex, del quale ho scelto di provare il celeberrimo "La paziente silenziosa", un titolo caratterizzato (per mia fortuna!) da un tono molto meno dispersivo. Eppure siamo ancora ben lontani dalla sufficienza, e una delle ragioni è da ricercarsi proprio nell'unico elemento degno di plauso nell'esordio della cara Tana, ovvero lo stile: quello di Michaelides è tragicamente infantile e approssimativo. Due autori agli antipodi letti in sequenza, scelta che mi ha portato a chiedermi se io abbia apprezzato il secondo più di quanto meritasse effettivamente soltanto per la diretta contrapposizione con il primo.
L'ambientazione in questo romanzo è quasi ininfluente, ma per chiarezza ci troviamo nel sud dell'Inghilterra, soprattutto nella zona di Londra. La principale voce narrante è quella dello psicologo forense Theo Faber, che all'inizio della storia ottiene un posto nel Grove Hospital con l'obiettivo dichiarato di occuparsi della sua più famosa paziente: la celebre pittrice Alicia Berenson. La donna si trova lì da sei anni, dopo aver ricevuto una sentenza di colpevolezza per l'omicidio del marito Gabriel, e senza alcun tentativo di difendersi dal momento che per tutto questo tempo è rimasta chiusa in una sorta di mutismo selettivo; l'unico scorcio sui suoi pensieri sono le pagine del suo diario, poste a inframezzare i capitoli narrati in prima persona da Theo. Quest'ultimo, ottenuta la piena fiducia del direttore clinico, il bizzarro professor Lazarus Diomedes, avvia una sorta di indagine per comprendere le origini del silenzio di Alicia e convincerla a parlare di nuovo.
Il testo è costellato inoltre da rimandi alla mitologia classica, e in particolare alla tragedia di Euripide "Alcesti", scelta che confesso di non aver compreso appieno: a mio avviso sarebbero risultati più calzanti i miti di Medea oppure di Clitennestra. Una premessa che rimane comunque molto interessante per quello che è il romanzo d'esordio dello scrittore cipriota, e che si tratti di un'opera prima non è difficile intuirlo vista la prosa caratterizzata dall'utilizzo indecente dei sinonimi -utile solo a creare delle fastidiose ridondanze- e dalla presenza di frasi a effetto degne della collana Piccoli Brividi a conclusione di ogni capitolo. Capitoli che per lo meno sono mediamente brevi, rendendo il ritmo narrativo parecchio scorrevole, effetto ottenuto anche grazie agli incalzanti dialoghi; un altro elemento che mostra però un rovescio della medaglia, perché tutto gli scambi ai quali assistiamo sono terribilmente vuoti e banali. A tal proposito, la sinossi mi aveva fatto credere che le interazioni tra Theo e Alicia avrebbero costituito il cuore del volume, mentre a conti fatti risultano essere troppo poche e prive della necessaria incisività.
E dire che loro sono gli unici caratteri con un minimo di introspezione, seppur limitata all'ambito dei traumi passati e condivisi. Il resto dei cast è composto da personaggi poco approfonditi nella migliore delle ipotesi: comprimari e comparse risultato delle mere macchiette, e le battute scelte per loro dal caro Alex non li aiutano a dimostrare un briciolo di personalità visto che tutti si esprimono quasi allo stesso modo, adottando tra l'altro la sovrabbondanza di inutili sinonimi alla quale accennavo prima. I fondali si adeguano a loro volta a questo livello di impersonalità e sciattezza: che il protagonista si trovi nel suo studio, in un parco pubblico o seduto al pub è del tutto indifferente! inoltre ho trovato a dir poco patetici i tentativi di creare un'atmosfera inquietante descrivendo ogni luogo come sudicio e in cattivo stato. Quanto è poco verosimile poi, considerando che i personaggi si trovano per la maggior parte del tempo in una struttura medica?
A parte ritmo e spunto, l'aspetto più convincente del libro è forse da rintracciare nelle svolte di trama: anche se non tutte colgono nel segno e sorprendono come dovrebbero, ammetto che un paio mi hanno colpita in positivo per la buona tempistica scelta. Per quanto riguarda l'intreccio, il limite di Michaelides si trova nella decisione di confondere a tutti i costi i suoi lettori, al punto da introdurre una quantità spropositata di informazioni e sottotrame prive di sbocco. E se è vero che il mistero principale ottiene alla fine una risposta abbastanza esaustiva, bisogna anche tenere in considerazione la pretestuosità del concetto alla base del volume stesso: si è obbligati a sospendere parecchio la propria incredulità per credere alle supercazzole enunciate dai protagonisti con una convinzione fastidiosamente arrogante. Non ho ancora deciso se la bibliografia del caro Alex meriti una seconda chance da parte mia, ma mi auguro comunque abbia imparato a scrivere personaggi che si prendono un po' meno sul serio.
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