lunedì 29 dicembre 2025

"Il ritorno di Rachel Price" di Holly Jackson

Il ritorno di Rachel PriceIl ritorno di Rachel Price by Holly Jackson
My rating: 4 of 5 stars

"Ed eccola lì: Rachel Price. Identica alla foto che avevano usato per i volantini. Un sorriso ampio che le appuntiva il mento, gli occhi di un grigio-azzurro scuro, i capelli dorati, in quel frammento del passato lunghi quasi quanto quelli di Carter"


GIUSTIZIA PER NONNA SUSAN!

Seppur avessi adorato la serie cominciata con "A Good Girl's Guite to Murder", la parziale delusione di "Five Survive" aveva un po' frenato il mio interesse verso la bibliografia di Jackson, tanto da lasciar trascorrere quasi due interi anni prima di recuperare altro. Nel frattempo, lei ha scritto due romanzi che sono stati pubblicati anche in Italia con un ottimo successo, almeno a livello di popolarità; e questo mi ha ovviamente spinto a voler continuare questa esplorazione -sempre in ordine cronologico- con "Il ritorno di Rachel Price", un titolo che salvo poche scene è molto più vicino alla trilogia di debutto dell'autrice, per la predominanza della componete mystery ma anche per il ruolo di alcuni personaggi.

Per la seconda volta ci muoviamo in territorio statunitense, in particolare a Gorham, località del New Hampshire dove vivono da generazioni i Price; una famiglia segnata sedici anni prima dalla scomparsa di Rachel, madre della protagonista Annabel "Bel" che fin da piccolissima convive con questo trauma. Un regista britannico coinvolge lei e tutti i suoi parenti nelle riprese di un documentario incentrato su questo caso di cronaca, iniziativa che la ora diciottenne Bel mal tollera, tanto da dileguarsi in più occasioni quando le telecamere sono nei paraggi. Durante una delle sue fughe, la ragazza incontra una donna dall'aspetto sudicio diretta a casa sua: si tratta proprio di Rachel, improvvisamente liberata dal suo rapitore; il sospetto che la donna non stia dicendo tutta la verità spinge però Bel a voler far chiarezza sui segreti di lei e del resto della famiglia.

I legami tra questi personaggi sono praticamente il cuore del romanzo, mostrando un'evoluzione significativa nel corso della storia e una centralità quasi totale sia per come viene sviluppata la trama che per la crescita dei protagonisti stessi. Molto rilevante e ben scritto è anche il rapporto che Bel instaura con Ash, un ragazzo che lavora alle riprese del documentario; non posso dire di essere del tutto convinta per come si arriva in fretta alla svolta romantica tra i due, ma nel complesso credo che la cara Holly abbia svolto un ottimo lavoro per bilanciare le loro interazioni e renderle omogenee nel contesto dell'investigazione che portano avanti. A conti fatti ho trovato più verosimile il modo in cui lei viene a patti con la partenza di lui, rispetto alle reazioni che ha nei confronti di altri caratteri.

Questo è dato forse dalla scrittura un po' raffazzonata di buona parte dei comprimari: molti di loro sono descritti in modo rapido e superficiale, limitandosi al loro piccolo ruolo all'interno dell'intreccio. Mi sarebbe piaciuto vedere un cast un po' più articolato, specialmente nei casi di figure come nonna Susan, il badante Jordan o l'ex amica Sam, che avrebbero potuto risultare più incisivi con poco sforzo; questo ovviamente non vale per tutti i personaggi secondari, ma anche quelli più interessanti non arrivano molto oltre la sufficienza. Per contro, l'affascinante caratterizzazione di Bel risalta ancora di più; una protagonista che ho apprezzato praticamente in ogni aspetto, con una prospettiva molto chiara e sempre coerente, capace di offrire degli spunti non banali per analizzare tanto le reazioni a un trauma quando le conseguenze di vivere in un determinato ambiente famigliare.

Arrivando quindi a parlare di tematiche, mi trovo un po' indecisa: più di una mi costringerebbe a delle perifrasi interminabili per evitare spoiler, inoltre mi sento combattuta perché pur apprezzandole tutte a livello teorico penso che l'esecuzione non sia stata delle migliori nella pratica. Senza scendere troppo nel dettaglio, Jackson vorrebbe parlare di relazioni interpersonali problematiche, squilibri di potere, gestione di un trauma e violenza di genere, ma nella maggior parte dei casi ripete i concetti fin troppe volte, oppure opta per degli esempi estremamente didascalici. Questo è senza dubbio dovuto al target scelto, ma ultimamente mi capita tanto spesso di incappare in narrazioni simili che i miei occhi scattano in automatico al soffitto!

Tra i limiti del volume penso si possano includere anche la traduzione -non abominevole, ma un filino legnosa e pigra-, la prosa che spesso scivola dalla terza alla prima persona, la rapidità con cui si arriva alle risoluzioni nell'epilogo, e alcune delle rivelazioni riguardanti il mistero principale. Nel suo insieme la struttura del mystery è solida e ben ritmata, ma alterna colpi di scena estremamente prevedibili (che ovviamente non menzionerò!) ad altri inarrivabili; penso a casi come la prima sparizione di Rachel nel centro commerciale oppure l'identità di Robert Meyer e il suo legame con la famiglia, ovvero twist che sono preclusi al lettore eppure dovrebbero essere banali per i personaggi. Il risultato finale però mi ha dato delle sensazioni positive, che magari potrebbero trasformarsi in un voto più alto per "Not quite dead yet" visto il passaggio dell'autrice a un pubblico più maturo.

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"Progetto Parousia" di Nikolas Dau Bennasib

Progetto ParousiaProgetto Parousia by Nikolas Dau Bennasib
My rating: 3 of 5 stars

"Il Migliore dei Mondi... Di sicuro, dall'abbattimento dei nemici di Cristo e del suo araldo, poteva nascere un mondo migliore, ma mettere mano alla spada avrebbe davvero portato al migliore dei mondi in assoluto? Dal sangue dei martiri era fiorita la Chiesa di Cristo. Ma, in quel momento, chi era il martire e chi il carnefice?"


DOM STA PER DOMENICANO NON PER DOMINATORE, VERO?

Dopo aver terminato "Protocollo Uchronia" ho lasciato trascorrere parecchio tempo prima di recuperare il secondo volume della serie d'esordio di Dau Bennasib, e la mia preferenza verso le narrazioni autoconclusive è soltanto una delle ragioni dietro a questo ritardo. Ho procrastinato anche perché il primo capitolo non mi aveva granché entusiasmata, inoltre mi era capitato di sentir etichettare "Progetto Parousia" più come spin-off che come seguito. Una volta affrontato il testo, posso dire che questa informazione non è corretta al cento per cento ma capisco quali elementi (tra cui il commento dell'autore stesso nelle note finali) abbiano fatto propendere altri recensori verso questa definizione.

La linea di trama ambientata nel presente alternativo è più o meno coincidente con la prima ma si basa su una diversa protagonista: messa da parte la detestabile Rebecca du Puit, seguiamo qui l'adolescente Chiara Serafini, un'appassionata di videogiochi che intraprende un percorso di vendetta verso gli sviluppatori della console Zoe dopo l'incidente accaduto al fratello minore a causa di un visore da loro prodotto. Questa tragedia la porta ad avvicinarsi al gruppo hacktivista detto BigSister, ma anche a nutrire un senso di colpa apparentemente inesauribile per le disgrazie alle quali assiste. Nella timeline futuristica abbiamo sempre un cambio di POV, ma con un ulteriore salto in avanti nel tempo, perché approdiamo all'anno 2116 con le figure di Hanuman e Damaso, già introdotte nel primo romanzo che qui si incontrano e partono per un viaggio alla ricerca delle rispettive origini.

Per quanto riguarda le menti artificiali attive nel sistema operativo di ZOE per preparare il Migliore dei Mondi in tempo per la fine dell'apocalisse, continuiamo a seguire gli (scarsissimi) progressi di Eve e compagnia ma per poco: la loro attenzione -così come quella del lettore- viene ben presto catturata da una deviazione ucronistica all'interno della riscrittura stessa della Storia. Vediamo così l'introduzione di Rothiland, cavaliere cristiano al servizio di Carlo Magno che vaga per le terre dei sassoni impegnato in diverse missioni. Per quanto affascinante a livello di ricostruzione del passato, quest'ultima è a mani basse la linea di trama più noiosa, perché della prospettiva dei soci di Rebecca vediamo solo un susseguirsi di scene identiche, al punto che in un paio di occasioni ho avuto seriamente il dubbio di star rileggendo un capitolo precedente; per quanto riguarda invece la prospettiva simil-storica, la conclusione è abbastanza prevedibile se si ha già letto il primo capitolo.

Un problema analogo riguarda il POV di Chiara, dal momento che le informazioni principali erano già presenti nel racconto di Rebecca, quindi affrontare la sua storia è stato abbastanza inutile dal punto di vista contenutistico. L'elemento di novità è dato dalla nascita delle AL/AS, con tutta la riflessione che ne potrebbe conseguire: queste entità sono considerabili al pari delle persone in carne e ossa oppure sono un mero coacervo di dati digitali? domande sulle quali il lettore dovrà però ragionare in autonomia a volume chiuso, perché i personaggi non vanno a fondo più di tanto, e soprattutto non forniscono un quadro completo delle problematiche collegate. Esattamente come per la debosciata dottoressa du Puit, le vicende legate a Chiara sono fortemente episodiche e tendono a rendere difficoltosa l'empatizzazione verso di lei, per tacere dei caratteri secondari che sembrano a malapena accennati. L'immersione nella lettura è inoltre interrotta spesso da dialoghi irreali (dove Tizio racconta a Caio la storia della vita di Caio, come se lui non la conoscesse benissimo!) e legami personali annunciati al lettore anziché raccontati in modo diretto.

Come si potrà indovinare, la linea di trama più interessante e motivata a mio avviso è quella che vede protagonisti Hanuman e Damaso, sia perché entrambi sono supportati da una buona introspezione sia per l'assenza di time skip significativi. Purtroppo tutte le scoperte principali sulle loro origini riescono a stupire soltanto i personaggi in scena, perché chi arriva dalla lettura di "Protocollo Uchronia" è al corrente di tutte queste informazioni. Devo dire che comunque loro risultano abbastanza carismatici e dinamici da non annoiare mai, inoltre affrontano dei solidi archi narrativi e costruiscono un rapporto in bilico tra antagonismo e vicinanza molto originale.

Tra gli aspetti positivi di questa lettura mi sento di includere poi la prosa: non sarà più di tanto identificativa, ma mi è sembrata molto più scorrevole rispetto all'esordio del caro Nikolas, che ha inoltre dosato più saggiamente la sua propensione a sfoggiare le conoscenze introiettate per strutturare il romanzo. Pur concentrandosi sui caratteri protagonisti -e sul loro essere imperfetti-, l'autore è migliorato anche nel definire i comprimari, dando quasi a tutti una parvenza di personalità e autonomia all'interno della storia. L'aspetto più interessante è senza dubbio la presenza di moltissimi spunti di ordine etico, identitario e spirituale: quali limiti dovrebbe porsi la scienza? cosa sia un'anima e chi la possegga? in che modo si trova o si perde la fede? siamo definiti dalle nostre azioni o da una natura intrinseca? sono alcune delle domande suggerite dal testo, di certo interessanti seppur un po' troppo numerose e mio avviso.

A non convincermi è stata di nuovo la struttura a POV alternati, perché costringe Dau Bennasib a includere alcune scene riempitive o comunque molto diluite per rimanere coerente allo schema di partenza senza scivolare in qualche spoiler. Mi hanno fatto storcere il naso anche i tanti dettagli che non aggiungono nulla alla storia, specie nei piccoli gesti compiuti dai personaggi, e la scelta di presentare un quartetto di racconti midquel prima di cominciare: li ho trovati grosso modo inutili, perché si concentrano su fatti già noti come l'origine di Hanuman e confronti ripetitivi tra Eve e le altre menti digitalizzate. C'è poi da considerare l'intreccio del romanzo, e qui andiamo su gusti estremamente personali dal momento che l'autore -da plotter estremo qual è- ha ben chiaro dove andrà la narrazione, ma sembra non voler tenere in nessuna considerazione le attitudini dei personaggi oppure la banale verosimiglianza; abbiamo così parecchi comportamenti e svolte forzati al solo fine di condurre la trama nella direzione stabilita inizialmente, vedasi Chiara che dedica la vita ai videogiochi nonostante l'incidente al fratello oppure i seguaci di Al Hajj fedeli a una figura come quella di Hanuman seppure la disprezzino e ne diffidino.

Andiamo infine a rispondere al quesito iniziale: questo libro è un seguito oppure uno spin-off? la verità è in effetti a metà strada, un po' come la natura di Hanuman. Personalmente mi voglio azzardare a dire che lo consiglierei come lettura singola, sia perché è qualitativamente migliore del primo sia per la ripetizione delle tematiche e delle informazioni necessarie a comprendere il testo. Al più aver letto anche "Protocollo Uchronia" permette di cogliere numerosi easter eggs durante la lettura, ma non mi sembra indispensabile per avere una visione globale delle vicende.

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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martedì 23 dicembre 2025

"Confessioni" di Minato Kanae

 ConfessioniConfessioni by Kanae Minato 湊 かなえ

My rating: 5 of 5 stars

"Ho deciso di lasciare l'insegnamento a causa della morte di mia figlia. Ma... se Manami fosse davvero morta per una pura fatalità, credo che avrei continuato a insegnare ... E allora perché, vi starete chiedendo, sono giunta a questa decisione? Perché Manami non è morta accidentalmente, ma è stata uccisa da qualcuno di voi"


MA NON ESISTE LA POLIZIA POSTALE IN GIAPPONE?

In quasi dieci anni di recensioni librose vi ho consigliato (e altrettanto spesso sconsigliato!) centinaia di titoli, ma i social sono stati un mezzo utile anche per vedermi suggerite delle letture che altrimenti non avrebbero mai incrociato la mia strada. Una di queste è senza dubbio "Confessioni" -romanzo d'esordio che Minato ha elaborato a partire dal suo racconto "La sacerdotessa"- al quale ho deciso di approcciarmi anche in virtù del mio apprezzamento per i placidi thriller asiatici: intrecci dove l'attenzione non è posta tanto sullo smascheramento di un colpevole o su inseguimenti pregni di adrenalina, quanto piuttosto sulle motivazioni dietro a un crimine sul piano individuale e sociologico.

Il delitto che muove la narrazione in questo caso è la morte sospetta di Manami, una bambina di quattro anni figlia della professoressa Moriguchi Yūko, trovata annegata nella piscina della scuola media dove la madre insegna. Tutte le prove lasciano intuire che si sia trattato di una tragedia senza responsabili, ma l'ultimo giorno di lezioni la donna descrive nel dettaglio quanto è avvenuto in realtà: a uccidere Manimi sono stati gli studenti Watanabe Shūya e Shimomura Nao, due ragazzi decisamente diversi ma accomunati dal risentimento verso l'insegnante e dall'incapacità dei rispettivi genitori. Terminato il monologo di Moriguchi, prendono metaforicamente la parola altri personaggi, e tramite lettere e diari raccontano le loro prospettive sulla vicenda.

L'intento della cara Kanae non è tanto fornire nuovi elementi per ribaltare la sentenza di Moriguchi, quanto piuttosto far comprendere al lettore quali dinamiche distorte si nascondano dietro all'omicidio perpetrato da Shūya e Nao, come anche dietro a tutte le sciagure che ne conseguiranno. Il romanzo riesce in questo modo a sviscerare tematiche molto serie e attuali, fra le quali primeggia quella dell'educazione: un ragazzino può essere ritenuto al cento per cento responsabile delle azioni compiute? quale limite non deve superare un educatore nel suo ruolo? ed entro quali confini si deve invece muovere la famiglia? Grazie ai diversi POV, l'autrice tratta inoltre i temi del bullismo scolastico, della pressione sociale, dell'influenza mediatica, della manipolazione emotiva, del sottile confine tra giustizia e vendetta; e in questo senso svolge un lavoro egregio dando a ogni argomento il giusto peso e spazio.

Tra gli aspetti che ho apprezzato devo poi collocare la prosa -estremamente piacevole e attenta a dare un tono adatto a ogni protagonista- e la scelta di un'ambientazione quasi anonima: per molti dettagli culturali è chiaro che ci troviamo in Giappone, ma evitando di mettere troppe etichette Minato ha creato una narrazione capace di parlare trasversalmente, risultando in questo modo adttabile anche a delle dinamiche più internazionali. Il pregio maggiore credo però siano i suoi personaggi, sia come individui analizzati singolarmente che come personalità sulle quali si basa l'intreccio; tutti vengono infatti caratterizzati in modo tridimensionale e credibile, non limitandosi ad assegnare delle qualità superficiali ma scavando a fondo, fino a scoprire quali esperienze hanno strutturato determinate indoli.

Anche per questa ragione farei fatica a indicare un personaggio che mi abbia colpito in particolare: non solo sono tutti ben scritti, ma nessuno di loro è nettamente positivo dal momento che si dimostrano al contempo sia vittime sia carnefici, portando nel mentre alla negazione del mito dell'innocenza infantile. Ovviamente la cara Kanae tiene in considerazione l'importanza delle influenze culturali e sociali al momento di definire i personaggi, mostrando le diverse reazioni di un gruppo all'apparenza omogeneo di ragazzini di fronte a un'ingiustizia, a un rimprovero oppure a un pericolo. Ho inoltre apprezzato molto che la storia risulti cruda e angosciante, senza ricorrere a mezzucci splatter, ma semplicemente mostrando le spirali discendenti di queste psichi compromesse.

Devo dire di non avere delle vere critiche da muovere a questo libro: al più mi hanno fatta sorridere alcune piccole forzature verso il finale, che comunque risulta calzante e coerente; anche troppo, visto che appena un anno dopo la pubblicazione è stato scopiazzato in un noto film hollywoodiano. Ritengo però giusto mettere in chiaro che non sono presenti degli strabilianti plot twist, checché ne scriva la CE nella sinossi o nella quarta di copertina. Non che mi voglia lamentare dell'edizione (la trovo molto ben fatta, soprattutto negli utili contenuti extra a fine volume), però la trama è semplicemente un concatenarsi di eventi tragici, e la presenza di caratteri così ben delineati rende molto facile capire come agiranno. Quindi non la consiglierei a chi cerca una storia stupefacente nel senso convenzionale, quanto a dei lettori che desiderino perdersi nell'introspezione psicologica di caratteri deviati e riflettere sulla differenza tra giusto e legittimo.

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mercoledì 3 dicembre 2025

"Revival" di Stephen King

RevivalRevival by Stephen King
My rating: 4 of 5 stars

"Un secondo fulmine colpì il palo di ferro, colorandolo dello stesso blu che nei miei sogni circondava il capo di Charles Jacobs. Fui obbligato a chiudere gli occhi per non restare accecato. Quando li riaprii, l'asta brillava rosso fuoco"


IT'S NOT SCIENCE, IT'S A LOVECRAFTIAN MONSTER!

Ultimamente la mia esplorazione della bibliografia kinghiana è proseguita in modo discontinuo e randomico, con volumi scelti quasi a caso: perché trovati in vendita a poco prezzo oppure ricevuti in regalo. Per il 2026 ho intenzione di essere un po' più rigorosa, affrontando con una precisa intenzione le antologie del caro Stephen, ma nel frattempo concludo l'anno in corso con "Revival"; titolo ben poco chiacchierato, forse per la trama non proprio lineare o forse per le copertine tristi e banali che gli sono state assegnate. Devo dire che anch'io trovavo poco accattivante quella della mia copia (con quella specie di croce in CGI mal illuminata!), eppure la sinossi mi intrigava parecchio. Sinossi che però trovo giusto mettere in chiaro fin da subito è decisamente fuorviante.

Di base seguiamo una storia di formazione che copre l'intera vita del protagonista e narratore Jamie Edward Morton, in modo principalmente episodico. Con qualche eccezione marginale, le vicende raccontate si concentrano sul suo rapporto con Charles Daniel Jacobs, inizialmente introdotto come il nuovo reverendo di Harlow, la cittadina del New England in cui il bambino vive nei primi anni Sessanta. Il legame tra i due è subito forte, e permette di introdurre la passione di Jacobs per l'energia elettrica con cui si diletta a creare piccoli giochi, ma sulla quale basa anche degli studi meno innocenti. Tutto procede serenamente per qualche anno, finché un evento tragico non giunge a sconvolgere la visione del mondo dell'uomo che, persa completamente la fede religiosa, viene allontanato dai suoi concittadini. Lui e Jamie si rincontrano trent'anni dopo, quando quest'ultimo ha raggiunto un punto di non ritorno a causa della tossicodipendenza, ma il loro addio è ancora lontano.

Mi tolgo subito il dente: questa struttura a puntate non mi ha fatto impazzire. In primis, perché rende molto più difficile affezionarsi ai personaggi e farsi coinvolgere nelle loro vicende personali, ma anche per aver lasciato spesso in secondo piano il personaggio di Jacobs. Capisco la ragione dietro alla scelta di Jamie come protagonista, ma ciò porta a un numero ristretto di interazioni tra i due, così sappiamo pochissimo del percorso dell'ex reverendo e al contempo il rapporto di antagonismo tra loro non risulta così significativo, mentre tutto nella narrazione ci indica sia centrale. Verso l'epilogo il motivo per cui Jamie arriva a detestare Jacobs è palese -e condivisibile anche dal lettore-, ma prima abbiamo centinaia di pagine in cui sembra avercela con lui a torto ed esserne ossessionato più per principio che per una reale colpa dell'altro.

Oltre a rimpiangere l'assenza del POV di Jacobs, tra gli aspetti meno riusciti includo la lentezza con cui si sviluppa lo spunto principale, come anche la trama in generale. Non ho trovato l'intreccio particolarmente avvincente o capace di stupire: la direzione generale è abbastanza chiara, mentre le sottotrame collaterali hanno ben poca rilevanza e si riducono a brevi momenti di quotidianità che vengono sfruttati soprattutto per approfondire le relazioni personali del protagonista. È così che personaggi anche molto interessanti finiscono per rimanere poco più di comparse oppure relegati a brevi trafiletti per spiegare la loro uscita di scena dalla vita di Jamie.

Se non sono riuscita ad apprezzare il loro impiego nel romanzo, non posso però dire che questi caratteri siano delineati in modo superficiale o incoerente. Ancora una volta, il caro Stephen dedica molta cura all'aspetto della caratterizzazione, creando un cast di figure tridimensionali e carismatiche, che neppure la narrazione sincopata riesce a far risultare dimenticabili. Attraverso le loro interazioni, l'autore riesce a descrivere delle scene estremamente incisive sul piano emotivo, in particolare nei momenti in cui Jamie si confronta con i suoi familiari, con il suo datore di lavoro Hugh Yates, e ovviamente con la sua cosiddetta nemesi Jacobs. Proprio per questo mi spiace che le loro interazioni non siano più frequenti: quando sono in scena si percepisce con chiarezza come siano combattuti tra una spontanea simpatia e la consapevolezza di essere degli individui fallaci che risulteranno ancor più pericolosi insieme.

Per questo la prospettiva del Jamie adulto che racconta gli eventi più significativi della sua vita è a conti fatti una scelta giusta; infatti riesce a porre l'attenzione su degli elementi che al tempo presente non avrebbe considerato rilevati, motivando così la sua crescente preoccupazione verso le pratiche di Jacobs. Inoltre il suo POV è utile per includere nella narrazione una quantità di tematiche: non tutte ottengono il medesimo approfondimento, ma ritengo che King sia stato molto abile nel raccontare i sentimenti conflittuali di Jamie verso la sua famiglia, la grande passione per il mondo della musica, ma anche la prospettiva distorta nel periodo della dipendenza. Verso il finale questi aspetti cedono il passo al lato più marcatamente horror: si tratta di una svolta dalle tinte lovecraftiane, con chiarimenti quasi assenti ma degli ottimi momenti di tensione e di terrore verso l'ignoto. E seppure la risoluzione sembri un filino anticlimatica, lo considero un epilogo solido e coerente con la scrittura dei personaggi principali, perché non premia nessuno e anche chi sembra salvarsi è destinato a convivere con i propri errori.

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venerdì 28 novembre 2025

"Il porto degli uccelli" di Katrine Engberg

Il porto degli uccelliIl porto degli uccelli by Katrine Engberg
My rating: 3 of 5 stars

"Si costrinse a uscire dalla trance e osservò il quadro nascente. Vide un'immagine familiare, un corpo con il viso girato dall'altra parte e le membra nude e diafane. Vide le innumerevoli mostre ... che le avevano impresso per sempre un marchio nella carne. Vivevano in lei e la consolavano quando si sentiva perduta"


MA QUANDO LO SCRIVIAMO QUESTO LIBRO, ESTHER?

Dopo la sorpresa de "Il guardiano dei coccodrilli" e la solida conferma di "Ali di vetro", davo per scontato che ogni nuovo capitolo della tetralogia di Copenaghen (in Patria nota come la pentalogia di Kørner & Werner) si sarebbe dimostrato una lettura più che valida. Con "Il porto degli uccelli" però le cose non sono andate come sperato: sarebbe un titolo anche carino e scorrevole, ma pur dimostrando tutti i difetti che avevo notato nei due romanzi precedenti non li bilancia con gli stessi pregi. Di conseguenza, riesce a raggiungere la sufficienza soltanto per il lato legato all'intrattenimento; purtroppo dalla cara Katrine ormai sono portata ad aspettarmi qualcosina di più, specialmente a livello tematico.

Come al solito, la narrazione copre un arco temporale di pochi giorni e, dopo l'estate e l'autunno, ci fa scoprire la primavera danese. Un sabato mattina gli assistenti di polizia Jeppe "Jeppesen" Kørner e Anette Werner vengono incaricati di indagare sulla scomparsa Oscar Dreyer-Hoff, figlio quindicenne di due noti galleristi che si ipotizza sia stato vittima di un rapimento. Già dal prologo sappiamo però che la situazione è destinata a complicarsi, dal momento che appena due giorni dopo un cadavere viene ritrovato nell'inceneritore Amager Bakke. Alle prospettive della coppia di poliziotti si aggiungono quelle di diverse persone coinvolge nell'indagine più una nostra vecchia conoscenza, ossia l'aspirante scrittrice Esther de Laurenti.

Come accennato, l'ambientazione ricopre un ruolo centrale: ancora una volta Engberg si impegna a portarci tra le strade e i luoghi più iconici di Copenaghen, con descrizioni immersive e un notevole impegno per dare realismo alle scene. L'autrice investe inoltre molta cura nel raccontare le procedure investigative ma non solo, perché in più passaggi si nota il lavoro di ricerca svolto per spiegare le diverse fasi dello smaltimento nell'inceneritore, ad esempio. Tutto questo contribuisce a dare spessore e carattere al contesto in cui si muovono i personaggi, che ne traggono parimenti giovamento in quanto a credibilità nei rispettivi ruoli.

Un altro pregio che si è mantenuto stabile è l'intreccio, che ho trovato solido e coinvolgente; con giusto qualche piccola eccezione (che magari vedremo chiarita nell'ultimo volume della serie), la storia dimostra di essere stata pianificata con attenzione, includendo delle prospettive esterne che potrebbero fornire al lettore indizi in più ma anche portalo fuori strada con delle false piste. A concludere il quadro dei punti a favore abbiamo Sara Saidani, a mio parere l'unica personaggia ricorrente a mantenersi coerente e salda nelle mie motivazioni; pur reputando il suo rapporto con Jeppe un palese caso di potenziale sprecato, temo fosse una conclusione inevitabile e in linea con i loro caratteri. Questo mi provoca dei sentimenti contrastanti verso il personaggio di lui, perché se da un lato ne ho detestato l'indolenza e il fatalismo, dall'altro la risoluzione finale mi fa ben sperare per come verrà concluso il suo arco in "Isola".

Per contro, non ho parole di apprezzamento neppure in potenziale per Anette ed Esther. Lasciando da parte l'indagine, il percorso della prima si riduce in un enorme nulla di fatto, contornato da un escamotage narrativo che detesto nella letteratura in generale, e ancor più qui perché non porta di un passo in avanti la storia. L'anziana scrittrice invece non è caratterizzata male, ma la sua presenza nel romanzo è fin troppo forzata; inoltre, trovo semplicemente ridicolo il suo contributo nell'intreccio: già incrociare una specifica persona in una città abitata da ben più di mezzo milione di individui ha del ridicolo, ma capitare a caso su un determinato sito internert porta questa vicenda oltre i confini della verosimiglianza a piè pari.

Tra gli aspetti meno riusciti colloco anche la scena d'apertura molto meno impattante delle precedenti, la chimica assente nelle interazioni tra i personaggi (non solo a livello sentimentale), la mancanza di incisività nei commenti umoristici e la fretta con cui vengono descritte alcune scene. Un esempio è il momento in cui Anette esce per andare a lavoro e, in un'unica frase, saluta la famiglia in cucina e si siete al volante dell'auto, come se si trattasse di una singola azione. Da questo punto di vista purtroppo l'edizione non aiuta, privando il lettore di un segno grafico che indichi la fine del paragrafo e il conseguente cambio di prospettiva: bastava davvero una semplice linea a fondo pagina!

Forse l'elemento che più mi ha fatto rimpiangere il secondo libro è stato il modo in cui la cara Katrine ha gestito le tematiche. In questo romanzo si affrontano tantissimi argomenti, quasi sempre discontinui tra loro, ma soprattutto con pochissimo approfondimento. Nell'arco di trecento pagine e poco più, l'autrice pretende di trattare problemi ambientali, abusi domestici, disparità economica, violenza sessuale, malattie terminali, ispirazione artistica, morte e rituali connessi, bullismo giovanile, conflitto generazionale, pensieri suicidi, squilibrio di potere, rapporto genitori/figli, dipendenza da alcool e stupefacenti, e nel mentre risolvere brillantemente l'investigazione alla base.

Mi sembra superfluo dire che tutto ciò inficia anche su quest'ultimo aspetto: capisco sia un thriller, quindi più incentrato sul fattore emozionale e sul costruire dei momenti di tensione, ma rimane pur sempre fondato su un'indagine che i personaggi principali sono incaricati di risolvere. Per questo non penso sia accettabile che ogni singola svolta presente sia resa possibile per merito di suggerimenti forniti da persone esterne alla polizia oppure da scoperte scaturite dalla banale casualità. Inoltre in più punti i protagonisti sembrano arenarsi, indecisi su come proseguire, pur avendo a loro disposizione moltissimi elementi sui quali riflettere. A lamentele terminate, non mi resta quindi che mandare giù questo amaro boccone e riporre le mie speranze nel capitolo conclusivo.

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venerdì 14 novembre 2025

"Luci verdi dall'inferno" di Mattia Manfredonia

Le notti di Cliffmouth: luci verdi dall'infernoLe notti di Cliffmouth: luci verdi dall'inferno by Mattia Manfredonia
My rating: 4 of 5 stars

"Il faro era, come ogni faro che si rispetti, in alto, proprio sul ciglio dello strapiombo. Sotto, per un centinaio di metri, la parete di roccia correva verticale, ritagliando il profilo sgraziato del promontorio su cui sorgeva Cliffmouth"


FANTABOSCO GONE SOUTH

Per parafrasare un celebre maghetto, non vado in cerca di letture stagionali, quest'anno sono i libri spooky e con vibes autunnali che trovano me. Nel caso di "Luci verdi dall'inferno" la copertina mi avrebbe però potuto suggerire il tono soprannaturale e un po' cupo della lettura, non fosse che ero troppo impegnata a farmi fuorviare: ignorando il pentacolo in alto, l'illustrazione scelta mi faceva infatti pensare a un romanzo storico, o al massimo a un mystery. L'esordio di Manfredonia nel genere fantasy è stato quindi una sorpresa, e in più di un senso, soprattutto dopo le delusioni che ho patito negli scorsi mesi leggendo tanti titoli fantastici più celebrati.

L'ambientazione ideata dal caro Mattia è la contea del Krakenshire nella magica terra di Vespria, dove infatti convivono creature paranormali di ogni sorta, dagli gnomi agli elfi passando per i pericolosi Maligni. Ad affrontare questi simil-demoni infernali sono le Dame del Cordoglio, e proprio due di loro vengono convocate nella cittadina costiera di Cliffmouth, dove una misteriosa entità ha causato un gran numero di sparizioni, gettando la popolazione in un terrore paralizzante. Alle loro prospettive, si aggiungono quelle di numerosi caratteri, sia tra gli abitanti del luogo che tra i membri della ciurma della nave Floating Burrow, da poco giunta alla vicina Cliffport con un carico non propriamente legale.

Raccontato così l'intreccio potrebbe non dire molto, ma personalmente ho trovato questo spunto abbastanza intrigante, oltre ad aver molto gradito la commistione tra generi diversi ma ben amalgamati in questo contesto in bilico tra un fantasy più classico e una sorta di gaslamp. Seppur la conclusione porti poi ben poche risposte, ho seguìto con passione il dipanarsi del mistero legato sia alle sparizioni sia alla presenza di un gran numero di esseri fantastici. Proprio questa varietà di specie permette all'autore di includere diverse riflessioni sul tema del pregiudizio, che ruotano per buona parte attorno all'indole della novizia Cordelia: lodevole soprattutto per non aver reso sterile il suo atteggiamento, dandole invece sia una motivazione che degli elementi su cui lavorare per migliorarsi.

In generale, reputo ben eseguito il lavoro di caratterizzazione per tutti i protagonisti (seppur la mia preferenza vada abbastanza nettamente a Greta e Karjack), che formano dei legami realistici e non vengono mai sviliti in triti stereotipi, possiedono anzi delle voci uniche e facilmente identificabili. La prosa del caro Mattia mi è piaciuta anche per il sapiente bilanciamento della ricercatezza linguistica, senza però sacrificare la scorrevolezza; l'autore è riuscito inoltre a delineare un'ambientazione ricca e credibile, che il lettore può esplorare un poco per volta al fianco dei personaggi. Pur non ricercando delle specifiche vibes nelle mie letture, promuovo anche l'atmosfera tesa e decadente, in parte evocata grazie alla stupenda grafica scelta per l'edizione.

Nonostante i tanti pregi e il mio iniziale entusiasmo, ho notato alcuni nèi che hanno fatto scemare significativamente il mio gradimento nel corso della lettura. Sicuramente ci sono punti deboli del tutto marginali -come la bizzarra gestione dei paragrafi e delle lettere maiuscole- oppure soggettivi, nel caso dell'accostamento di nomi per lo più inglesi a termini italiani che sembrano usciti da una puntata della Melevisione; in altri casi penso invece ci siano critiche più concrete, a esempio la caratterizzazione decisamente banale di alcuni comprimari, la presenza di commenti sentimentali del tutto fuori luogo e i frequenti passaggi da un POV all'altro durante il medesimo paragrafo. In realtà la scelta di raccontare gli stessi eventi o gli stessi intervalli di tempo da più prospettive mi è piaciuta, ma in altri momenti questi cambi mi sono sembrati un po' confusionari.

E proprio la confusione sembra essere diventata quest'anno la mia nuova nemesi letteraria, in un incerto pari merito con la stupidità dei personaggi. Tutte le scene d'azione sono scritte in maniera caotica e rocambolesca: si fa genuinamente fatica a capire chi stia facendo cosa, e solo una volta arrivati alla fine è possibile azzardare qualche ipotesi. Questa sensazione si va esacerbando nel finale, che in pratica è un'unica sequenza di spostamenti frenetici, fino a una risoluzione piena di domande in sospeso. Il vero limite di questa narrazione è forse la presenza di un seguito, che Manfredonia ha preso come un'autorizzazione a lasciare tutto penzoloni come fossimo alla fine del primo tempo di un film piuttosto che all'ultima pagina di un romanzo.

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martedì 11 novembre 2025

"I custodi di Slade House" di David Mitchell

I custodi di Slade HouseI custodi di Slade House by David Mitchell
My rating: 4 of 5 stars

"Poi sorride, si scosta e con un inchino da mago del cavolo mi addita uno stretto vicoletto che si apriva fra due case, e una ventina di metri più avanti girava a sinistra, sotto la debole luce di un lampione fissato in alto ... in effetti c'era una vecchia targa stradale sporca con la scritta SLADE ALLEY"


L'INFERNO IN UN VICOLO LONDINESE

Non mi ritengo una lettrice particolarmente attenta alla stagionalità dei titoli scelti: non aspetto l'estate per gustarmi un giallo da ombrellone, oppure il giorno di San Valentino per affrontare un romance tenerello. Eppure questa volta ho azzeccato la lettura perfetta per la spooky season, seppur involontariamente! "I custodi di Slade House" è infatti una narrazione horror, con qualche tocco di paranormale e di thriller, del tutto in linea con la stagione autunnale. Come non bastasse, in modo del tutto casuale ho iniziato questo libro l'ultimo sabato di ottobre, una data fondamentale nella storia stessa. Di certo è stata una semplice coincidenza, eppure voglio sperare che gli spiriti della letteratura mi stiano promettendo un futuro libroso migliore.

Ma cosa succede l'ultimo sabato di ottobre? in questa data, ogni nove anni, a Slade House si tiene un Open Day. Questa residenza storica non è però la sede di una scuola d'elite, bensì un non-luogo abitato da maligne presenze, che ciclicamente attirano a sé delle persone accuratamente selezionate per la qualità delle loro anime in modo da poterle divorare. Il volume è diviso nei punti di vista delle diverse vittime che si alternano dal 1979 fino al presente: vediamo ragazzini problematici, poliziotti sgradevoli, studentesse insicure e non solo finire preda di scenari illusori complessi e crudeli. Con il passare del tempo questa procedura inizia però a mostrare i propri limiti, lasciando presagire un possibile arresto del progetto delittuoso messo in atto dalle entità che infestano questo angusto vicolo londinese.

Come si potrà intuire, la suggestione indotta dal contesto è un tratto fondamentale nella narrazione, e riesce infatti a dare l'avvio a un continuo crescendo di tensione. Seppur l'intreccio risulti in parte ripetitivo, l'autore ha saputo includere delle leggere variazioni tra i POV in modo da ottenere un risultato intrigante se non proprio stupefacente. Il tutto poggia inoltre su un concept estremamente affascinante, che il caro David sfrutta per introdurre degli ottimi spunti di riflessione: questo romanzo non si accontenta di catturare il lettore con una bella ambientazione -come le prede di Slade House vengono arpionate dalle sue illusioni-, ma introduce concetti e simbologie legate alla mortalità dell'essere umano per nulla banali.

Che Mitchell fosse un talentuoso narratore avevo già avuto una prova con "Cloud Atlas. L'atlante delle nuvole", e qui la passata impressione mi è stata confermata in toto. La prosa è coinvolgente e brillante, riuscendo sia a delineare dei contesti storici (seppur relativi a un passato non troppo distante) credibili e riconoscibili, sia ad assegnare delle voci uniche ai diversi protagonisti; non capita mai di trovare un carattere anonimo o discontinuo, perché tutti hanno una personalità ben definita e adottano un lessico distintivo. Pur non trattandosi propriamente di un mystery, ho apprezzato molto anche le svolte di trama: non impossibili da azzeccare ma alquanto ben studiate, specie per rimanere coerenti all'interno del sistema magico scelto.

Oltre alla ridondanza della struttura, le mie critiche verso questo titolo sono davvero delle minuzie soggettive. Per quanto riguarda il cast, pur avendo amato i protagonisti, non posso dire che i villain mi abbiano convinta altrettanto, forse perché in confronto risultano poco carismatici e approfonditi. In realtà, la loro storia viene illustrata con dovizia di particolari, però in un formato didascalico e impersonale. Ad avermi lasciata veramente in bilico sulla valutazione è stato però il finale: non ho che plausi per la conclusione scelta da Mitchell, ma la corposa presenza di riferimenti pseudo-esoterici e l'abbondante ricorso al name dropping mi hanno in più punti distratta dal ciclone di tensione che si andava costruendo. Staremo a vedere se nonostante tutto questa storia mi rimarrà nel cuore in futuro o se questi nèi finiranno per far sfumare il mio entusiasmo attuale.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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martedì 4 novembre 2025

"Alchemised" di SenLinYu

AlchemisedAlchemised by SenLinYu
My rating: 3 of 5 stars

"Ovunque guardasse, c'era solo grigiore ... Come se tutti i colori fossero stati cancellati dal mondo. Tranne lei, che se ne stava lì vestita di rosso sangue, in contrasto con l'ambiente monocromo"


I FERRON DELLA GILDA DEL FERRO? AVANGUARDIA PURA.

Solitamente lascio passare senza troppo rammarico le nuove uscite più chiacchierate, per poi magari recuperarle ad anni di distanza, quando non interessano più neppure a chi le ha scritte; nel caso di "Alchemised" invece la curiosità ha avuto la meglio, al punto da averne acquistata una copia in preordine. Non nego che parte del mio hype fosse dovuto alla fama della fanfiction da cui sembrerebbe basarsi il romanzo; fanfiction che non ho letto ma so essere collegata a un fandom al quale sono ancora molto legata, e all'interno del quale anch'io ho dato un (sicuramente atroce) contributo scritto eoni fa. SenLinYu invece si è messa d'impegno: tante critiche si possono muovere a questo libro, eppure rimane una delle letture più compulsive che abbia fatto nell'ultimo anno.

Forse la mia percezione in tal senso è stata alterata dalla macchinosa prosa di Le Guin che mi sono sorbita di recente? di sicuro si tratta di due modi di raccontare il fantasy molto lontani, eppure un punto di contatto c'è: la poca chiarezza nel sistema magico, e in questo caso anche nell'ambientazione. Lo sfondo è infatti un mondo fittizio che ricorda per tanti versi i primi anni del Novecento, con la randomica aggiunta di armature medioevali e chiese gotiche. Al centro delle vicende si colloca la città-Stato di Paladia, composta principalmente da due isole alla foce di un fiume e arricchitasi nei secoli grazie alla predisposizione dei suoi abitanti per l'arte dell'alchimia, la magia di questa realtà. Per fortuna la narrazione non si muove troppo da questi confini, perché tutti gli altri luoghi menzionati sono descritti a malapena e le mappe ufficiali non sono state incluse in nessuna edizione per motivi mistici.

Accantonando il fumoso world building, le vicende ruotano attorno a una guerra civile in corso da anni tra il governo ufficiale comandato dalla famiglia Holdfast -che può vantare una sorta di diritto divino- e la fazione dei Non-morti che grazie a un inesauribile esercito di necroschiavi riesce a prevalere. A più di un anno dal termine del conflitto, la guaritrice Helena "Hel" Marino viene risvegliata dalla stasi e si ritrova del tutto spaesata, non solo perché la nazione è ora controllata dai suoi nemici, ma anche per aver perso una buona fetta dei ricordi recenti. Con l'obiettivo di scoprire quali informazioni siano nascoste nella sua memoria, viene affida all'enigmatico Kaine Ferron, un individuo pieno di segreti che sembra però in grado di riportare a galla il passato della protagonista.

Pur non potendo vantare un intreccio particolarmente appassionante, il ritmo della storia scorre in maniera ottimale, specie nella prima parte volume. In generale, ho trovato gradevole la prosa di SenLinYu: a parte qualche infelice scelta lessicale, il suo stile risulta accattivante e permette di digerire senza sforzo anche la trentesima ripetizione di una descrizione o una dinamica. Ho apprezzato anche la presenza di collegamenti frequenti ma non troppo sfacciati tra le due linee temporali e la scelta della tematiche legate alla condizione femminile in ogni suo aspetto; sulle modalità con cui queste ultime sono poi state sviscerate avrei qualche appunto (mi sono sembrate spesso un po' superficiali e troppo strombazzate), però ritengo siano in linea con la storia raccontata e dosate in modo corretto. Molte riflessioni sono poi lasciate alla sensibilità di chi legge, come la contrapposizione tra gli ideali dei due protagonisti e la maniera in cui raggiungono dei compromessi.

Proprio la coppia principale si dimostra il maggior pregio del romanzo, forse più come personaggi singoli che all'interno della loro dinamica sentimentale. In realtà la romance ha delle basi comprensibili e uno sviluppo credibile, con il dialogo che diventa sempre più presente e onesto, ma Helena e Kaine funzionano ancor meglio presi individualmente: lei compie un notevole percorso di crescita -non sempre in positivo, ma per le meno si percepisce la sua maturazione-, mentre lui rimane un po' nelle retrovie per la mancanza di POV però mostra a più riprese di saper imparare e migliorare rispetto agli errori passati. Tra i punti di forza mi sento inoltre di includere le vibes gotiche e decadenti adatte al tema, e il focus sulle conseguenze di un conflitto dalla prospettiva di chi si occupa dei feriti.

Purtroppo la stessa lode non si può applicare all'altra faccia della guerra, ossia quella legata alla strategia e allo scontro militare, perché su questo fronte il testo è tragicamente vago. Un senso di confusione che colpisce il lettore anche in altri ambiti: dalla frankensteiniana ambientazione alle approssimative relazioni che esulano dalla romance principale, fino ad arrivare al sistema magico, altrimenti noto come la prova provata che questo non è un fantasy. Ammetto che dopo un po' gli spiegoni sull'alchimia mi sono venuti a noia, eppure rimango convinta che neanche il fan più sfegatato saprebbe illustrare in modo chiaro come funzioni questo elemento, teoricamente vitale per la trama!

Trama che posso forse indicare come il vero limite della narrazione, essendo sia estremamente dispersiva (con una quantità di sottotrame e personaggi secondari abbandonati a loro stessi, checché ne dica l'autrice nelle sue note conclusive!) che stantia: questo perché sono presenti tantissime ripetizioni di intere scene -specie nella parte centrale- piazzate al solo fine di dare più respiro al lato romance e di ritardare ulteriori sviluppi, ai quali magari si sarebbe arrivati prima se la brillante protagonista si fosse fatta qualche domanda in più. Non potendo contare sull'acume dell'eroina, la vicenda prosegue quindi grazie a improbabili colpi di fortuna e alla presenza aleatoria di oggetti magici e alleati disponibili, che verso l'epilogo spuntano più numerosi dei funghi in questa stagione!

Mi ritaglio ancora qualche riga per delle lamentele sparse, come il ruolo dei caratteri secondari, che per lo spessore dimostrato mi sono sembrati piuttosto delle comparse dimenticabili. Non ho apprezzato quasi per nulla la scelta dei nomi: a parte poche eccezioni, si oscilla tra imbarazzante banalità (il credo religioso chiamato Fede, la fazione che si oppone agli invasori detta Resistenza, o il capo dei negromanti identificato come Sommo Negromante) e termini improbabili, come nei casi di Principato -no, non si tratta di un luogo, bensì dell'appellativo per il sovrano- e Alto Reeve, che mi porta immancabilmente a chiedermi se ci sia anche un Basso Reeve, e più in generale cosa diamine sia un Reeve? E per concludere in frustrazione, abbiamo un finale anticlimatico e strascicato, che mi ha dato la sensazione di una tortura ben peggiore di quelle praticate dai Non-morti. Dopo oltre un migliaio di pagine mi aspettavo per le meno di provare qualche emozione in più: è comprensibile rimanere tiepidi di fronte a un racconto o una novella, che magari non hanno avuto lo spazio sufficiente per colpire chi legge, ma con un simile tomo a disposizione SenLinYu aveva tutto il tempo per dare più carattere alla sua storia.

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giovedì 30 ottobre 2025

"Leggende di Terramare" di Ursula K. Le Guin

Leggende di EarthseaLeggende di Earthsea by Ursula K. Le Guin
My rating: 2 of 5 stars

"Questo dunque è il resoconto delle mie esplorazioni e delle mie scoperte: racconti di Terramare per chi ha amato o pensa di poter amare il luogo, ed è disposto ad accettare queste ipotesi: le cose cambiano, autori e maghi non sono sempre affidabili, nessuno può spiegare un drago"


GOODREADS 1 : MONDADORI -2

Detto e fatto: non ho lasciato passare neppure un mese dalla lettura dell'ultimo romanzo ambientato nell'universo narrativo di Terramare per fiondarmi sulla raccolta "Leggende di Terramare" e poter così mettere la parola fine a questa soporifera saga. Una conclusione che non rispetta l'ordine di lettura originale (sì, avrei dovuto tenere per ultimo "I venti di Terramare", ma per questa scelta infelice scaricherò integralmente il barile su Mondadori!) eppure mi libera non di meno da un impegno libroso che ho avuto la sciagurata idea di voler portare a termine entro l'anno. E sono pronta a scommettere che la prosa un po' chirurgica e un po' delirante della cara Ursula sia in parte responsabile del mio netto peggioramento a livello di libri letti, e soprattutto di libri apprezzati.

Prima che incolpi questa serie pure del maltempo, passiamo al contenuto effettivo del volume. Si tratta di cinque racconti presentati in ordine cronologico ma ben poco omogenei a livello di lunghezza -alcuni sembrano quasi delle novelle o dei romanzi brevi-, e di un'appendice parecchio sostanziosa nella quale l'autrice si concentra sulle peculiarità geografiche, sociologiche e storiche del mondo da lei creato. Tutto questo viene preceduto da una prefazione dal tono fortemente supercazzoloso, dove una retorica infantile dovrebbe convincere il lettore che le contraddizioni presenti nella serie non sono dovute all'incapacità dell'autrice di mantenere fede a quanto scritto in precedenza bensì alla reale esistenza di Terramare, un mondo dove Le Guin accede in veste di umile cronista, del tutto titolata quindi a commettere piccoli errori e grosse incoerenze.

Ambientata trecento anni prima della storia di Ged (oppure quattrocento, oppure più di seicento, a seconda di cosa passa per la testa all'autrice), la narrazione di partenza è decisamente la più corposa e mira a raccontare le origini della scuola di magia sull'isola di Roke e delle sue tradizioni, salvo la più importante: dovremo aspettare l'ultima pagina delle appendici per sapere come questo organismo si sia trasformato da comune hippy basata sulla condivisione e l'inclusione, a simil-convento di clausura per soli uomini celibi. Ne "Il trovatore", la prospettiva principale è quella di Medra (più una carrellata di altri nomi, come sempre), umile costruttore di navi di Havnor che scopre una grande predisposizione per l'arte magica, attitudine grazie alla quale viaggia per tutto il Terramare fino ad approdare a Roke, dove già vive un nutrito gruppo di streghe e stregoni; il suo desiderio di condividere le conoscenze magiche però è tale che riprende il mare per radunare altri "dotati" e recuperare libri antichi. La sua iniziativa attira purtroppo l'attenzione dell'ambizioso mago Early, mettendo a repentaglio il futuro della loro comunità.

In questo racconto mi sento di poter salvare soltanto il personaggio di Segugio, ovvero un raro carattere leguinano fornito di buon senso e di un percorso credibile e propositivo; in confronto Medra è un protagonista scialbo, privo di legami solidi o costruiti con cura. Non mancano poi le contraddizioni rispetto agli altri capitoli della serie, le svolte di trama basate sul mero caso e delle risoluzioni fin troppo rapide e semplici, che privano il testo di ogni genere di tensione narrativa. La prosa estremamente riassuntiva della cara Ursula qui si accorda meglio al formato rispetto ai romanzi, ma rimane sempre parecchio frustrante: è quasi faticoso seguire gli eventi perché mancano dei passaggi fondamentali, come nel caso della ricerca del Libro dei Nomi, iniziata e conclusa da Medra senza condividere con i lettori alcunché sull'importanza di questo testo.

Non indicato nell'indice e privo di un qualsiasi tipo di intestazione (almeno nella mia edizione), "Rosascura e Diamante" è invece una storia sentimentale tra il figlio di un ricco mercante di Havnor e l'umile figlia della strega locale. La loro romance viene in teoria ostacolata dal severo padre di lui -contrario anche al sogno del figlio di diventare musicista-, ma a conti fatti il loro unico problema è la ben meno intrigante mancanza di comunicazione, oltre alla visione tubulare di lui che per ragioni mistiche si convince di non poter avere una famiglia o coltivare un hobby senza trascurare tragicamente il lavoro.

Cronologicamente ci spostiamo di parecchi decenni in avanti, anche se nulla nella realtà terramarina sembra minimamente cambiato: tradizioni, economia, e struttura sociale qui sono imperturbabili al passare del tempo. Come avrete intuito, Diama e Rosa non mi hanno fatta impazzire come personaggi, con lui privo di spina dorsale e pure un po' tossico, e lei che sembra avere quasi dell'amor proprio per poi capitolare in due righe così da arrivare al lieto fine. Come se non bastasse, questo racconto non fornisce alcuna informazione in più, ruota attorno a dinamiche già viste, e riguarda personaggi irrilevanti per il resto della serie.

Per fortuna questo non è vero per "Le ossa della Terra", il racconto più breve e vicino agli eventi dei romanzi, tanto che Nemmerle è già diventato l'Arcimago di Roke. L'episodio centrale in questo caso è il terremoto di Gont accennato dalla zia di Ged ne "Il mago", in teoria bloccato da Ogion, impresa alla quale deve gran parte della sua fama; la prospettiva del suo maestro Dulse racconta qui una versione leggermente diversa, concentrandosi anche sulla formazione di Ogion e sui diversi tipi di magia. Ergo, nuove informazioni con pochissimi chiarimenti e nuove contraddizioni rispetto a quanto detto in precedenza: ormai le incoerenze sembrano essere diventate la regola.

In questo caso trovo che il formato stringato funzioni abbastanza bene, anche perché la vita di Dulse non è tanto interessante da meritare ulteriori spiegazioni; sono inoltre presenti dei piccoli easter eggs legati al carattere e alle abitudini di Ogion. Il rapporto tra i due viene appena accennato eppure risulta abbastanza verosimile, ma lo stesso non si può dire di quello tra Dulse e la sua insegnante Ard: le ragioni dietro la scelta di una strega come maestra sarebbero state affascinanti da esplorare, dal momento che questa specifica formazione si dimostra vitale per la risoluzione finale, invece rimangono appena accennate. Tutto considerato, potrebbe comunque essere il testo migliore dell'antologia.

Con "Nell'Alta Palude" si arriva direttamente nelle vicende dei romanzi, in particolare poco tempo prima dell'inizio de "Il signore dei draghi", anche se nulla di quanto avviene qui verrà mai menzionato, ad esempio quando comincia a scomparire la magia. L'ambientazione è l'isola di Semel, una landa placida fino alla nausea dove perfino il vulcano locale è inattivo; una moria colpisce il bestiame -principale fonte di reddito del luogo-, quindi l'arrivo di un misterioso guaritore chiamato Otak viene accolto con gioia. L'uomo sembra trovarsi a proprio agio con gli animali e il lavoro prosegue bene, ma il passato non tarda a farsi vivo per smascherare la sua vera natura.

Questo racconto rimane fedele alle linee guida della serie: personaggi bidimensionali, relazioni forzate, sistema magico volubile e morale ballerina; specialmente nell'epilogo, che mostra una situazione da brividi fatta passare per ultra-romantica, dove un compagno potenzialmente violento viene preferito a un fratello sicuramente avvinazzato. Peccato, perché il personaggio di Dote aveva alcuni spunti niente male (oltre a pronunciare la battuta migliore della serie!) e la struttura del testo un po' diversa dal solito sembrava promettente, inoltre poteva essere il momento giusto per approfondire il retroscena di Thorion, una figura molto importante per la conclusione della saga.

Guarda caso, Thorion torna a farsi notare in "Libellula", titolo del racconto nonché nome comune dell'effettiva protagonista, la figlia poco amata di un proprietario terriero di Way caduto in disgrazia. La ragazza percepisce in sé un Potere immenso, senza però avere i mezzi per comprenderlo appieno; l'incontro con il giovane apprendista mago Avorio le fornisce l'occasione che cerca per conoscere la Scuola di Roke, dove pensa di trovare una soluzione ai suoi dilemmi. La vicenda si colloca cronologicamente qualche tempo dopo l'epilogo de "Il signore dei draghi" ed è collegata in modo diretto a quanto avviene ne "I venti di Terramare", aspetto che la rende molto interessante per avere un quadro più accurato di alcuni personaggi e un particolare retroscena.

Nel complesso, è uno dei racconti più utili e affascinanti, ma devo per forza sottolinearne i difetti: come il modo giocoso e leggero con cui si accenna agli stupri compiuti da Avorio grazie alla magia. Un altro grande demerito è ignorare la prospettiva di Libellula per gran parte del testo, quando sarebbe dovuta essere centrale: lo stesso problema avuto nei romanzi con Tehanu, tra l'altro! In particolare nel finale, avrei trovato appassionante leggere i suoi pensieri e capire cosa l'avesse spinta in una determinata risoluzione, anziché soffermarsi per l'ennesima volta sui dialoghi pseudo-filosofici dei vari Maestri.

Per quanto riguarda invece le appendici, sono molto combattuta. Da un lato trovo siano dei testi propedeutici e (una volta tanto!) estremamente chiari, ma è altrettanto vero che spoilerano gran parte degli avvenimenti raccontati nella saga; per questo, temo che piazzarli alla fine fosse l'unica soluzione valida. A meno di non fare una cernita e includere all'inizio solo quelli essenziali per comprendere a grandi linee il mondo di Terramare e le regole della magia. Rimangono comunque una delle parti che ho letto con più interesse in questo tomo da quasi 1500 pagine; un'affermazione decisamente significativa, se pensiamo che si tratta di testi quasi scolastici.

Voto effettivo: due stelline e mezza

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martedì 14 ottobre 2025

"Addio, Miss Marple" di Agatha Christie

Addio, miss MarpleAddio, miss Marple by Agatha Christie
My rating: 4 of 5 stars

"«[L'altra teoria] può apparire fantastica, forse addirittura allucinante. Perché presuppone, vedete, una buona dose di malvagità ... e forse anche un briciolo di pazzia.» Rabbrividì.
«Può darsi...» mormorò Miss Marple. «Vedete, a volte la psicologia di un individuo è talmente contorta da diventare inimmaginabile. Io ne ho avuto spesso la prova.»"



LE CONSEGUENZE DEGLI AZZARDI IMMOBILIARI

Dopo una decina di romanzi e parecchi racconti, con "Addio, Miss Marple" sono arrivata a completare la serie ideale dedicata alle indagini dell'iconica vecchina inglese. Un romanzo dalla genesi per nulla banale (scritto ed ambientato negli anni Quaranta ma pubblicato solo dopo la morte dell'autrice, la quale tra i suoi due personaggi più celebri ha preferito eliminare il non troppo amato Poirot), che meriterebbe dei contenuti adeguati all'interno dell'edizione. Edizione che è invece tristemente povera, e questa volta non perché la sottoscritta abbia recuperato una vecchia copia all'usato: parlo proprio dell'ultima versione realizzata da Mondadori nel 2018 e tutt'ora ristampata, nella quale sono presenti soltanto il testo e l'indice, senza alcuna prefazione o nota aggiuntiva per presentare ai lettori un volume tanto simbolico nella produzione christieana.

Come accennato, la collocazione temporale di questa storia è teoricamente il 1944, seppur alcune informazioni all'interno della storia (e della sinossi!) sembrino contraddire questo dato; per certo sappiamo che il colonnello Bantry -morto prima degli eventi di "Assassinio allo specchio" del 1962- è ancora vivo, e al contempo sul trono d'Inghilterra siede re Giorgio VI, quindi ci troviamo senza dubbio in un periodo precedente al 1952. L'ambientazione principale è invece la costa meridionale del Devon, dove si trova la cittadina immaginaria di Dillmouth; qui arriva dalla Nuova Zelanda Gwenda "Gwennie" Reed, la nostra prospettiva principale nonché neo-moglie di Giles, su indicazione del quale cerca una casa in zona per la loro famiglia. La donna si lascia conquistare dall'affascinante Hillside, ma una serie di eventi bizzarri collegati all'abitazione la porta a temere per la propria psiche. Per sua fortuna il marito è cugino di Raymond West, tramite il quale conosce la concreta Miss Marple, pronta a fornire delle risposte ai suoi dubbi; risposte che portano a loro volta nuovi quesiti, ma soprattutto un potenziale omicidio da risolvere.

Questa volta non partiamo quindi da un delitto avvenuto nel presente, bensì da una sorta di cold case che potrebbe comunque comportare dei pericoli per i protagonisti, essendoci un assassino in libertà da quasi vent'anni, determinato a rimanere tale. Questo rende piacevolmente incalzante il ritmo dell'indagine e appassionante la determinazione con cui la coppia composta da Gwenda e Giles interroga sospettati e tenta di unire le informazioni ottenute, con l'indispensabile supporto di Miss Marple, che qui ricopre quasi il ruolo di angelo custode per quanto si prende a cuore le sorti dei due. Ho trovato sia loro sia gli altri personaggi estremamente gradevoli e ben definiti, senza troppe esagerazioni comiche; anche le relazioni mi sono sembrate solide, nonché vitali per il proseguo della storia.

E questo è vero persino per il lato romantico, solitamente tallone d'Achille dell'autrice. Non parlo solo della coppia protagonista (seppur Gwenda e Giles siano davvero affiatati), ma anche delle altre romance che si dimostrano tutt'altro che accessorie e non vengono utilizzate solo per addolcire l'epilogo dopo tanti delitti. La cara Agatha quindi svolge un lavoro decisamente migliore qui rispetto a tante sue opere più celebrate, e ciò si rispecchia anche in relazione al quadro morale del crimine in sé; le motivazioni del colpevole offrono infatti un assist alla buona Jane per parlare di squilibrio di potere, violenza domestica e psicologica. Ripeto: molto, molto meglio di altri romanzi, come la mia recente lettura "Non c'è più scampo".

Qualcosa deve pur pesare sull'altro piatto della bilancia, e in questo caso si tratta dell'intreccio, che non è incoerente o sciocco ma mi è sembrato ben lontano dal potersi definire intricato. O forse ho letto semplicemente troppi gialli per farmi ingannare quando i personaggi stessi dicono di voler lasciare per dopo una determinata pista! Riprendo poi la mia lamentatio verso l'edizione o meglio verso la traduzione -rea tra l'altro di ignorare le regole della consecutio temporum-, perché trovo molto deludente la scelta del titolo: questa è sì l'ultima storia di Miss Marple ad essere stata pubblicata, ma nulla nel testo lascia intendere che fosse pensata per dare l'addio al personaggio. L'originale "Sleeping Murder" è decisamente più onesto, mentre qui in Italia si è voluto puntare sul sensazionalismo per mero marketing.

Voto effettivo: quattro stelline e mezza

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mercoledì 8 ottobre 2025

"Più atroce e brutale" di Francesca Pasqualone

Più atroce e brutale (Italian Edition)Più atroce e brutale by Francesca Pasqualone
My rating: 4 of 5 stars

"Non poteva essere che due persone (forse tre) che si conoscevano venissero uccise allo stesso modo, in tempi tanto ravvicinati. Forse esisteva davvero una logica ... Il serial killer doveva agire secondo uno schema simile, benché più radicato. Quelle vittime, le loro ferite e la spettacolarizzazione dell'atto erano congeniali a un qualche messaggio"


NON TENTATE DI RISOLVERE QUESTO MISTERO!

Non appena saputo che sarebbe stato pubblicato un terzo volume delle indagini dei coniugi Wilder, ho segnato sull'agenda la data di uscita. A tal punto ero curiosa di scoprire cosa si fosse inventata la cara Francesca per questa nuova storia, anche per merito di un'edizione esteticamente inappuntabile; e tutto sommato devo ammettere che sono stati fatti dei netti passi in avanti. Messo a confronto con i capitoli precedenti, "Più atroce e brutale" mostra con maggior chiarezza di volersi accostare al sottogenere del giallo psicologico, dando molta più rilevanza ai conflitti interni dei protagonisti e mettendo in secondo piano una descrizione minuziosa delle fasi di questa nuova indagine.

Indagine che si ambienta inizialmente nella primavera del 1905. A Londra una serie di delitti mette in allarme la popolazione, e in particolare chi lavora nell'ambito della prostituzione perché i crimini sembrano copiare quelli compiuti anni prima da Jack lo Squartatore, specialmente per la macabra ritualità. Subito coinvolto nell'indagine, l'investigatore Desmond "Des" T. Wilder tenta di smascherare questo emulatore, coadiuvato dalla moglie e partner Guinevere "Ginny"; una missione resa ardua non solo dalla complessità del mistero, ma soprattutto dai sintomi del suo PTSD che in più momenti lo mettono in seria difficoltà.

Per fortuna Ginny si fa carico non solo di supportarlo, ma di risolvere quasi in solitaria la maggior parte dei misteri presenti nella storia. Il suo ruolo risulta così sempre più centrale, tanto da poter essere considerata una protagonista a pieno titolo; scelta che ho apprezzato perché offre molti spunti a livello tematico, in primis sulla discriminazione dovuta a razzismo e sessismo. La mia unica riserva è collegata alla rappresentazione della sua gravidanza, e non penso di essermi resa colpevole di spoiler perché è un'informazione presente nel prologo, oltre ad essere intuibile già dalla copertina. Il problema non è quello che Giunevere riesce a fare nonostante la sua condizione, ma l'assenza di una qualunque conseguenza fisica: si arriva a dire che al settimo mese può stare fuori casa tutto il giorno senza quasi andare in bagno! sfiorando così il confine tra tipa tosta e Mary Sue.

Su Desmond la mia opinione è più severa, ma meno definitiva. Penso sia stato fatto un buon lavoro nel trasporre sulla pagina il suo stato mentale, con un approfondimento psicologico davvero valido, permettendo così al lettore di comprendere i turbamenti e le contraddizioni del personaggio. Non ho apprezzato però le conseguenze che questo processo comporta all'interno delle dinamiche di coppia, anche perché è stato incluso un espediente narrativo per nulla di mio gusto. Nel complesso, i due protagonisti risultano comunque ben caratterizzati, così come i loro comprimari; in questo ambito possono sicuramente emergere delle preferenze soggettive (qualcuno ha detto Cassius?), ma devo ammettere che mi aspettavo qualcosina di più dal personaggio di George, a cui manca lo spazio sufficiente per farsi conoscere: per la maggior parte del tempo riveste il ruolo di semplice specchio per Des o per Ginny.

Un altro aspetto che mi ha convinto ma non del tutto è la rappresentazione. Mi rendo conto che sia un argomento da prendere con le pinze, e per molti aspetti credo sia stato gestito egregiamente, con un approccio tranquillo e spontaneo molto adeguato. Nel caso della bisessualità si scivola però in situazioni che richiamano in parte ai cliché sui quali si fonda la stigmatizzazione; questo non significa che un personaggio bisessuale debba rispettare dei dogmi morali per ottenere rispetto, ma il modo in cui qui si glissa su certi comportamenti mi ha fatto storcere il naso.

Le mie critiche accessorie si limitano a fattori di contorno, come l'utilizzo eccessivo di parentesi e virgolette, alcune piccole incoerenze rispetto ai primi due romanzi, la presenza di parecchi refusi e la mancanza di logica interna di alcuni passaggi: un esempio spoiler-free è proprio la scena d'apertura, con l'arrivo trafelato a Scotland Yard dei protagonisti, senza però che ci sia una motivazione concreta per tutta quella fretta. Riconosco poi che ad altri lettori -e soprattutto agli appassionati di gialli classici- la struttura di questo mystery potrebbe far sorgere più di una perplessità; il mio unico consiglio è di non aspettarsi un rispetto pedissequo del decalogo di Knox!

Sulla fedeltà storica invece non ci sono dubbi, perché risulta evidente il lavoro svolto per delineare luoghi e costumi il più verosimilmente possibile; Pasqualone riesce in questo includendo al contempo un significativo commentario sociale, nonché un'analisi della figura di Jack lo Squartatore per nulla scontata. Tra gli elementi che ho apprezzato includo inoltre un ritmo decisamente incalzante e un intreccio più complesso e appassionante, tant'è che mi colloco idealmente già in attesa del prossimo volume: sono parecchio curiosa di scoprire quali nuovi risvolti siano in serbo per questi personaggi.

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venerdì 3 ottobre 2025

"I venti di Terramare" di Ursula K. Le Guin

I venti di EarthseaI venti di Earthsea by Ursula K. Le Guin
My rating: 2 of 5 stars

"I morti che chiamavano un vivo, una ragazza che diventava un drago, i draghi che incendiavano le isole dell'Ovest. In realtà, lui non sapeva cosa fosse più importante alla fin fine, i grandi e strani eventi o le piccole vicende comuni"


LE MAGIE DELLA PET THERAPY

Nonostante Goodreads indichi "I venti di Terramare" come sesto e ultimo capitolo della serie, io ho seguito l'ordine in cui i volumi vengono presentati nella mia copia bind-up, quindi concluderò questa saga con i racconti. E onestamente spero di riuscirci già nel mese prossimo, perché la sottoscritta e la cara Ursula si stanno scoprendo sempre più lontane a livello di scelte narrative e di escamotage letterari; ma non pensiate che mi senta sollevata all'idea di abbandonare la sua bibliografia: provo invece una grande frustrazione, perché questo quinto romanzo mi ha riconfermato come le idee da cui partire ci fossero, e fossero pure valide. L'esecuzione invece...

A livello temporale (sempre che questo concetto abbia ragion d'essere nel Terramare!) ci spostiamo in avanti di circa quindici anni, con Lebannen che continua a governare su Havnor e dintorni, mentre Ged, Tenar e Tehanu giocano ancora alla famiglia del Mulino Bianco nella vecchia casa di Ogion a Gont. La trama prende avvio quando sull'isola giunge Alder, uno stregone abile nell'arte della riparazione tormentato nei sogni dalla defunta moglie Giglio, ma anche da una pletora di altri trapassati che sembrano chiamarlo da oltre il confine con l'oltretomba. Ged reputa saggio indirizzarlo verso la corte, dove si scopre come questo sia soltanto uno dei molti problemi che affliggono il regno di Lebannen.

Per quanto io reputi interessanti la maggior parte degli spunti proposti (l'inquietudine dei morti, le ingerenze politiche del nuovo sovrano delle Terre di Kargad e la minaccia dei draghi da occidente, giusto per citarne alcune) devo sottolineare come siano eccessive: le linee di trama da tenere in considerazione necessitavano di una decisa sfoltita, specie considerando che l'autrice pretende poi di risolverle tutte con un'unica soluzione, ottenendo però un effetto tanto inverosimile quanto raffazzonato. Inoltre, sono presenti troppi caratteri con la presunzione di essere i protagonisti; in particolare, Alder, Tenar e Lebannen sembrano contendersi il ruolo di POV principale, con più scene in cui si percepisce in modo chiaro il loro essere di troppo all'interno della narrazione.

Perché non focalizzarsi invece su un unico personaggio? e soprattutto perché non optare per un personaggio giovane, visto che il target rimangono i ragazzini delle medie, ma tutti nel cast hanno già superato i trent'anni? Queste sono solo un paio delle tantissime domande che mi sono posta durante la lettura, senza purtroppo ottenere una risposta chiara a fine volume. Rimangono infatti prive di una spiegazione la pietra nera raccolta da Lebannen nel terzo libro e qui rinominata a caso, i rapporti con i karg, le tempistiche di presa di coscienza dei draghi, la trasformazione di Tehanu, la predestinazione di Alder, le modalità di smantellamento del confine, la conclusione della guerra di conquista draconica, e il significato delle domande di Ged tra gli altri. Senza contare gli spunti abortiti, come Ged che raggiunge la casa di zia Muschio in preda alla preoccupazione per lei ed Erica: se foste rimasti in ansia riguardo allo stato di salute delle due donne, fareste meglio a mettetevi il cuore in pace in via definitiva perché non ne sapremo mai niente.

Lamentele più che altro personali a parte, questo libro ha oggettivamente messo alla prova la mia capacità di sopportazione, nonché di contrastare la narcolessia fulminante. Tutto per merito dei capitoli: soltanto cinque, ma tragicamente lunghi; e cosa dire delle nuove contraddizioni nel sistema magico, del sottotesto femminista molto poco intersezionale, e dei commenti fumosi sul significato di potere o sul destino dell'anima dopo la morte? Un'altra grossa occasione sprecata è il ruolo di Tehanu, che speravo finalmente di sentir parlare in prima persona visto il suo ruolo centrale, invece rimane per la seconda volta una figura sbiadita sullo sfondo.

Cercando di individuare degli aspetti positivi, potrei menzionare la presenza di alcuni chiarimenti, ad esempio viene specificato quale sia la vera natura di Tehanu. La cara Ursula non può però evitare di introdurre anche una quantità spaventosa di retcon decisamente fastidiose, perché in più punti ho avuto l'impressione di essere vittima di gaslighting per come vengono raccontate in modo distorto le vicende dei capitoli precedenti. Mi ha fatto comunque piacere vedere inseriti dei nuovi elementi a livello di world building, nonché una descrizione della corte di Havnor, solo intravista nel "Il signore dei draghi".

Con i personaggi ci attestiamo invece al solito livello di pressapochismo, soprattutto nelle relazioni interpersonali che continuano a essere stabilite dall'autrice e trasmesse al lettore come fossero dati di fatto e non evoluzioni credibili dei rapporti preesistenti. Una variatio però c'è, ed è purtroppo in negativo: da metà volume Tenar sviluppa infatti un atteggiamento odioso a dir poco -con la duplice scusa della nostalgia di casa e della vicinanza alla principessa Seserakh- e inizia a dettar legge sulle vite degli altri. Raramente mi è capitato di voler prendere così tanto a ceffoni un personaggio letterario positivo, specie considerando come l'avevo apprezzata ne "L'isola del drago"!

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venerdì 26 settembre 2025

"La coppia quasi perfetta" di John Marrs

La coppia quasi perfettaLa coppia quasi perfetta by John Marrs
My rating: 1 of 5 stars

"Poi ricordò a se stessa che non aveva più bisogno dell'approccio necessario per utilizzare i siti di appuntamenti e le app di incontri: Match Your DNA si basava su biologia, chimica e scienza ... si fidava, alla pari di milioni e milioni di persone come lei"


QUALCUNO HA DETTO RELAZIONI POLIAMOROSE?

Non mi aspettavo che la lettura de "L'acciaio sopravvive" si dimostrasse tanto impegnativa, al punto da spingermi ad iniziare un libro più leggero da affiancargli; nella fattispecie, ho optato per "La coppia quasi perfetta", un romanzo molto popolare in patria e non così tanto in Italia, forse per essere caduto vittima dell'ennesima edizione migliorabile targata Newton Compton, titolo e copertina compresi! Ma la vera rivelazione è stata realizzare che, con il procedere delle due letture, il fantasy di Morgan mi appassionava sempre di più mentre il thriller del caro John diventava più inverosimile, lacunoso e pedante ad ogni nuovo capitolo.

E dire che lo spunto iniziale si presentava talmente bene: in un futuro per nulla lontano, un'azienda inglese promette di individuare l'anima gemella di ognuno tramite un'analisi del DNA alquanto economica. Il volume alterna cinque linee di trama, che seguono altrettante persone quando queste hanno da poco ricevuto la notifica con il nome del loro vero amore: la tradizionalista Mandy secondo cui spetta all'altro fare il primo passo, il problematico Christopher con la sua doppia vita, la giovane Jade bloccata in un'esistenza insoddisfacente, il non troppo risoluto Nick che assieme alla fidanzata si sottopone al test ad un passo dalle nozze, ed Ellie una ricca e riservata donna d'affari abbinata ad un uomo del tutto comune.

Da questi primi elementi tutte le storie si sviluppano in modo notevole, ed in realtà non posso muovere critiche al fascino dell'idea alla base o alla scorrevolezza del testo, specie se chiudo un occhio sui molti refusi della traduzione nostrana. Sulla carta, sarebbero inoltre presenti una gran quantità di elementi sui quali poter intavolare delle valide riflessioni: discriminazioni di genere, pressione sociale, conflitti familiari ed elaborazione dei traumi sono le principali tematiche, assieme a numerose varianti sul tema della maternità... anche troppe! se si considera che il libro non dovrebbe essere dedicato a quello specifico argomento, ci sono almeno tre gravidanze in più del necessario tra queste pagine.

I plot twist sono un altro aspetto sul quale mi sento combattuta, perché alcuni mi hanno colpito in senso positivo, almeno ad inizio volume; purtroppo con il proseguire della narrazione, si comincia a distinguerne tre categorie: quelli noiosamente prevedibili, quelli talmente assurdi da far scoppiare a ridere, e quelli che si pongono in diretta contraddizione con le informazioni precedenti. Nell'ultimo caso, si vengono così a creare dei buchi di trama sempre più grandi che l'autore tenta anche di riparare, ma solo a tratti ed in maniera amatoriale. Cosa della quale non ci si può comunque stupire dopo aver affrontato la sua prosa farcita di frasi pseudo-fighe per qualche capitolo: un ragazzino delle medie probabilmente risulterebbe più incisivo nella scelta del lessico e convincente nel definire i personaggi.

L'approfondimento è invece tristemente assente, dal momento che l'intero cast è privo non dico di carisma ma perfino di coerenza; e ciò ha avuto con la sottoscritta un risvolto negativo duplice: mi ha reso del tutto indifferente alle vicende narrate (specie quanto i rapporti tra i protagonisti sono così chiaramente arbitrari!) e mi ha fatto innervosire per la superficialità ed il pressapochismo con cui vengono trattate questioni serie e pesanti. In particolare, è presente una forte stigmatizzazione della psicopatia, con tanto di frasi didascaliche che rendono banale uno spunto teoricamente intrigante.

Il difetto maggiore rimane però l'intreccio. Innanzitutto sono presenti una quantità eccessiva di colpi di scena degni di una soap opera (e lo dico al netto del mio affetto decennale per Beautiful!), a quanto pare consigliati a Marrs dal suo caro amico John Russell, che lui stesso descrive nei ringrziamenti come una persona estranea al mondo della letteratura! Le motivazioni dietro a queste svolte non sono da meno, tant'è che nella maggior parte dei casi la trama procede solo per pura fortuna: fortuna che un certo personaggio non si ponga mezza domanda, fortuna che nessuno noti qualcosa di fin troppo palese, fortuna che una notizia di portata planetaria passi in sordina fino al momento giusto. Proprio quest'ultimo elemento ha cementato la mia delusione sul finale, perché un evento paragonato per rilevanza al crollo delle Torri Gemelle non può avere un impatto così blando sulle altre linee di trama.

Oltre a voler scrivere (fallendo!) un thriller avvincente, l'autore vorrebbe parlare anche di scienza -per poi spiegare tutto in maniera ingenua e semplicistica- e di sentimenti; in effetti per quanto grave sia la situazione, tutti i conflitti si riducono al loro lato emotivo, ma lo fanno in modo qualunquista e con una retorica degna di un adolescente alla sua prima cotta. Non mancano delle problematicità nel ritmo, soprattutto a narrazione avviata, e non si contano i capitoli in cui non succede nulla, inclusi solo perché il caro John ha voluto rispettare a tutti i costi la struttura a rima alternata; il tutto assume contorni ancor più ridicoli se pensiamo che il POV più noioso si è rivelato essere quello del serial killer! Ed infatti non so se ridere o piangere: le storie raccontate sarebbero teoricamente tragiche, ma il risultato è quasi sempre grottesco nella sua inverosimiglianza. Tutti questi tentativi di apparire provocatorio e drammatico sono eccessivi, e finiscono per far risultare il libro soltanto patetico.

Voto effettivo: una stellina e mezza

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venerdì 19 settembre 2025

"L'acciaio sopravvive" di Richard K. Morgan

L'acciaio sopravviveL'acciaio sopravvive by Richard K. Morgan
My rating: 3 of 5 stars

"La stessa spada aveva un nome in Kiriath, come ogni altra arma di loro fabbricazione, ma si trattava di un termine elaborato che perdeva molto nella traduzione ... così Ringil aveva deciso di chiamarla l'Amica dei Corvi e basta. Non che il nome gli piacesse particolarmente, ma aveva il suono che ci si aspetta quando si parla di una spada famosa"


PIÙ WOLFE CHE ABERCROMBIE

Iniziare una nuova serie mi mette sempre un po' in difficoltà, soprattutto se si tratta di una storia ambientata in un mondo di fantasia, perché la sensazione di dover imparare da zero una geografia, una Storia ed una cultura completamente nuove mi riporta di prepotenza tra i banchi di scuola; è uno dei motivi per cui tendo a preferire le narrazioni autoconclusive, nelle quali l'autore di turno non può allestire uno sfondo troppo complesso. Allo stesso tempo, subisco in parte la fascinazione dello scoprire dei luoghi inediti, e questa curiosità mi ha portata ad iniziare Cosa Resta degli Eroi, presentata come una trilogia affine ai lavori di Abercrombie, nei quali però l'ambientazione non risulta eccessivamente complessa. In realtà, penso che il mondo delineato dal caro Richard sia molto più vicino al caos affascinante dell'Urth di Wolfe; spero quindi che apprezziate il mio sforzo per identificare la premessa.

Ci troviamo di fronte ad un mondo diviso nel presente tra le tribù pseudo-barbare Majak a nord-est, la Lega commerciale di Trelayne sulla costa occidentale e l'impero Yhelteth nel sud. Negli stessi territori si trovavano in passato altre tre popolazioni: il Popolo delle Squame (dei simil-draghi arrivati da oltreoceano), gli Aldrain dotati di abilità soprannaturali, ed i Kiriath che sembrano quasi una specie aliena; in questo universo narrativo si mescolano infatti elementi magici e fantascientifici. Gli Aldrain sembrano essere stati sterminati dai Kiriath molto tempo prima, mentre il Popolo delle Squame è stato sconfitto grazie agli sforzi congiunti di umani e Kiriath, i quali dopo quest'ultimo scontro si sono dileguati.

Arrivando all'inizio della storia, le prospettive presentate si possono ricondurre a tre linee narrative. La prima vede come protagonista Ringil "Gil" Eskiath, nobiluomo e valente guerriero, impegnato nella ricerca di una parente vittima della recentemente legalizzata tratta degli schiavi; nella seconda ci si sposta tra i nomadi Skaranak per parlare dell'antagonismo tra il capoclan Egar Rovina del Drago e lo sciamano Poltar Occhio di Lupo, mentre nell'ultima si arriva nelle regioni imperiali con Archeth Indamaninarmal, consulente del sovrano e da lui incaricata di indagare su alcuni attacchi misteriosi avvenuti in una località costiera.

Per buona parte del volume queste vicende sembrano legate tra loro soltanto a livello superficiale, perché Gil, Egar ed Archeth hanno combattuto assieme anni prima, ma nella parte finale i loro percorsi finiscono per essere convogliati in una missione principale e risolutiva; il tutto, lasciando comunque diversi spunti aperti sui quali dare corpo ai capitoli successivi. Pur avendo provato a più riprese della frustrazione verso il ritmo disomogeneo adottato da Morgan, devo ammettere che la storia ha saputo appassionarmi e spingermi ad essere sempre più coinvolta nelle dinamiche interne di questo universo narrativo, anche per merito della particolare commistione di generi diversi e del brillante epilogo.

Il maggior punto di forza del romanzo a mio avviso sono però i suoi personaggi, che si tratti dei tre protagonisti oppure dei numerosi comprimari. Il caro Richard si dimostra decisamente abile nel delineare i caratteri all'interno del cast in modo originale e sfaccettato, nonché a prestare attenzione affinché ognuno rimanga fedele alle proprie motivazioni. Personalmente, non ho provato granché simpatia per Egar -forse perché è il POV con meno spazio all'interno del testo, forse perché è un pedofilo impunito-, mentre Gil ed Archeth mi sono sembrati dei personaggi principali davvero validi e capaci di crescere nel corso della storia; inoltre permettono di includere una rappresentazione naturale dell'omosessualità, che spesso mi è sembrata un mero orpello in altre narrazioni grimdark.

Sull'altro piatto della bilancia, oltre alle già citate linee di trama che procedono in modo lento e slegato, troviamo senza dubbio la confusione. Confusione che assale l'ignaro lettore fin dalle primissime pagine, tra la persistente sensazione di aver saltato un prequel e la pioggia scrosciante di name dropping; e chiudiamo un occhio sul fatto che la maggior parte di questi millemila nomi siano a dir poco impronunciabili: un'appendice con guida alla pronuncia e riferimento ai vari soprannomi sarebbe il minimo, specie se si considera che io ho impiegato un'eternità anche solo per appurare che Aldrain e Dwenda erano la stessa cosa!

Il senso di straniamento viene acuito dalla massiccia presenza di flashback e voci interne spesso disorientanti e quasi mai indicati in maniera chiara nel volume, così come le ellissi temporali. Soprattutto nei capitoli iniziali, ciò crea una quantità di interruzioni, perché si stanno seguendo dei protagonisti ancora sconosciuti in un contesto fantastico tutto da scoprire, ed improvvisamente l'autore passa a raccontare un avvenimento di dieci anni prima, oppure il POV in questione ha un dibattito con uno (o più?) interlocutori interni. Ritengo che questa scelta narrativa porti una complicazione eccessiva all'interno di una vicenda già particolarmente intricata; e quando finalmente si ha l'impressione di star cominciando a capire qualcosa, ecco che il caro Richard scombina del tutto le carte in tavola con nuove informazioni, ancor più farraginose. E per assurdo sono comunque curiosa di leggere il seguito!

Voto effettivo: tre stelline e mezza

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venerdì 29 agosto 2025

"La regina del nulla" di Holly Black

La regina del nulla (Il Popolo dell'Aria, #3)La regina del nulla by Holly Black
My rating: 2 of 5 stars

"La lana del mantello è zuppa di sangue. Non avrei mai pensato di poter perderne tanto. E intorno al mantello vedo dei fiorellini bianchi che spingono nella neve, la maggior parte sono ancora gemme, ma qualcuno si sta aprendo sotto i miei occhi. Guardo senza capire bene. E quando capisco, stento a crederci"


ABBIAMO PIANTO LOCKE ANCHE TROPPO (SEMICIT.)

Mi è capitato con diversi autori di dover rimpiangere l'acquisto impulsivo di due o tre dei loro libri senza averne prima mai letto neppure mezzo, perché una volta intuito l'errore ho comunque dovuto sorbirmi quelle letture infelici; il tutto mentre il lumicino della mia speranza di poter rivalutare lo scrittore di turno si affievoliva sempre più. Con nessuno però ho sbagliato in modo tanto clamoroso quanto con la cara Holly: eccomi alla conclusione del suo dodicesimo lavoro (cinque sono frutto delle menti congiunte sua e di Clare, ma tant'è) a rimpiangere amaramente la decisione di aver recuperato un qualunque suo scritto fin dal principio.

È quindi da un po' che ho realizzato di non apprezzare affatto la prosa di Black, e soprattutto il modo sconclusionato con cui intesse le sue trame, ma ormai il danno era fatto quindi eccoci a quello che per me sarà l'ultimo romanzo dell'autrice, ossia "La regina del nulla". Ovviamente la trama si riallaccia all'epilogo de "Il re malvagio", dal quale è passato un periodo indefinito (giorni? settimane? mesi?) e nel frattempo Jude ha vissuto nel mondo umano con Vivienne "Vivi" ed il piccolo Farnia. La ragazza desidera ovviamente fare ritorno alla Terra degli Elfi e rivendicare il suo ruolo all'interno dell'Alta Corte, così alla prima occasione parte allo sbaraglio, con l'incoscienza che la contraddistingue e della quale è ben fiera. Finisce in questo modo coinvolta nella guerra che sta per scoppiare tra la corona ed il patrigno Madoc.

Vista la premessa e lo spunto, mi aspettavo un intreccio ricco d'azione e pericolo, quando invece la battaglia per il trono si riduce a ben poca cosa, con una conclusione anche parecchio anticlimatica. Come al solito, la trama viene poi mossa unicamente da eventi fortuiti, intuizioni inspiegabili e scelte improvvise, dando la lettore l'idea di una storia poco ragionata; anche i colpi di scena non convincono perché sono pretestuosi, e se solo l'autrice si fosse soffermata a ragionarci sopra un minuto avrebbe notato che si dimostrano quasi sempre incoerenti con le informazioni e le vicende precedenti. Sono inoltre presenti ulteriori contraddizioni, a livello temporale e spaziale -specie se si presta fede alla mappa fornita-, e alcuni spostamenti dei protagonisti sembrano del tutto inutili.

In modo simile, la prosa della cara Holly non mi sembra per nulla migliorata: non si fa mancare frasi drammatiche a caso, dozzine di ripetizioni delle stesse informazioni (spesso per mezzo di una Taryn alquanto OOC, così come Nicasia riscopertasi buona ben più del credibile), e centinaia di descrizioni di abiti e cibi. Capisco l'intento di creare un'ambientazione tridimensionale, però a questo punto il world building dovrebbe già essere ben definito! a narrazione inoltrata, con minacce enormi per la protagonista, non si può più perdere tempo in questi dettagli di contorno. Piuttosto ci si sarebbe potuti concentrare nel dare maggior profondità ai legami interpersonali, uno dei pochi elementi in cui Black dimostra del vero talento, sia nel descrivere l'attrazione romantica tra Cardan e Jude che nel trattare i legami familiari di quest'ultima.

E se posso addebitare senza dubbio all'autrice la colpa di aver incluso due oggetti magici d'enorme potere per poi infrangere spudoratamente la regola della pistola di Čechov, non so chi possa essere il criminale dietro al furto di una gran quantità di virgole dal testo. Sono sicura invece della superficialità con cui è stata revisionata la traduzione italiana: pur avendo avuto due anni di tempo, Mondadori ci ha rifilato un testo pieno di refusi, con degli errori talmente gravi da stravolgere il senso stesso di intere frasi.

Non è quindi solo alla cara Holly che va rivolto del biasimo, anche perché dei meriti ce li ha. Oltre al già citato approfondimento sulle relazioni di Jude con gli altri personaggi, quest'ultimo capitolo conclude in maniera decisamente coerente la serie, adottando infatti molti elementi tipici delle fiabe folkloristiche alle quali si ispira. Penso poi che Black abbia saputo inserire bene nella storia personaggi e spunti per i seguiti, sicuramente meglio di quanto abbia fatto la summenzionata Clare con la saga di Shadowhunters; se però mi dovesse passare per la mente l'idea di leggere altro di suo, vi imploro di darmi subito una padellata in testa per fermarmi!

Voto effettivo: due stelline e mezza

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