Un affare per orecchie a punta by M. MaponiMy rating: 3 of 5 stars
"Una vertigine lo mandò a sbattere contro lo stipite della porta, il mondo offuscato da un velo blu di stanchezza. Nel mezzo sembrava aleggiare l'onnipresente fantasma della Henzel. Maggie si era trovata al centro di un affare torbido e ne aveva pagato le conseguenze"
SVECCHIARE UN GENERE SI PUÒ, NIDD!
Arrivata incredibilmente (e poche volte tale avverbio fu più azzeccato!) in pari con i volumi autoconclusivi acquistati durante l'anno, ho deciso di rituffarmi nel fantasy nostrano con un titolo riesumato dalla TBR del 2025, ossia "Un affare per orecchie a punta". Ammetto che ad aver accesso inizialmente il mio interesse verso il romanzo d'esordio di Maponi è stata la stupenda grafica dell'edizione, ma una volta letta la sinossi mi sono definitivamente convinta per merito della particolare mescolanza tra generi narrativi diversi. In special modo, trovo il connubio di indagini e fantastico sempre ricco di potenziale, e poi volevo capire se l'autore sarebbe riuscito a togliere un po' di polvere a un sottogenere come l'hard boiled che da sempre mi fa pensare a storie superate nei toni e nei cliché.
Di certo il contesto si discosta dall'ufficio fumoso del classico investigatore privato, perché ci troviamo nella fittizia città-Stato di Virmgrado, dove creature fantastiche di ogni genere convivono più o meno pacificamente dopo aver accantonato un recente passato di lotta tra le diverse specie, e più in generale tra le categorie di elfidi e orchidi. Grazie a questo nuovo status quo un goblin come Mannekin "Mann" Hanter è potuto diventare membro del Corpo dell'Ordine Pubblico, e in questa veste si trova a indagare sul suicidio della ninfa Maggie Henzel, che già a una prima occhiata gli sembra una messa in scena poco convincente. L'investigazione lo porta a far luce sul possibile collegamento tra questo crimine e le imminenti elezioni politiche, che sono tanto il motore delle forti tensioni cittadine quanto il vero cuore tematico della narrazione.
Dietro tutta la terminologia fantasy si nasconde non troppo bene un parallelo con il razzismo e le varie ideologie xenofobe del nostro mondo: abbiamo per esempio alcuni tra elfi e nani pronti a ergesti in virtù del lignaggio o della ricchezza sopra le altre creature, utili solo come manodopera a buon mercato in una città in forte espansione industriale, simile per parecchi versi all'Inghilterra nella seconda metà dell'Ottocento. Per quanto io mi senta propensa ad approvare l'idea di trattare certi argomenti sfruttando l'allegoria, bisogna pure ammettere che l'autore tende a calcare parecchio la mano ripetendo dei concetti anche elementari in maniera fastidiosamente ridondante. Ciò ha delle ripercussioni spiacevoli perfino su una prosa per altro gradevole e coinvolgente, perché Maponi si ostina a voler chiudere ogni paragrafo con un'inutile frasetta a effetto, che ribadisce soltanto quanto già espresso in modo più che sufficiente.
Un altro elemento positivo che cela dei grossi limiti è l'ambientazione. Personalmente ho trovato da subito coinvolgenti le descrizioni di Virmgrado e interessante l'esplorazione proposta dall'autore al fianco del protagonista, mentre questi visita i diversi quartieri durante l'indagine. Le difficoltà sorgono quando si passa al lato fantastico: non mi aspettavo certo incantesimi e portenti vari, ma per lo meno di comprendere con chiarezza la differenza tra orchi, ninfei, drow e combriccola. A parte qualche dettaglio puramente anatomico, alle creature fantasy manca qualsivoglia peculiarità; sarà a causa della scelta di rimanere aggrappati al POV di Mann, ma ho trovato quasi impossibile memorizzare le specie di chiunque uscisse dalla stretta cerchia dei protagonisti perché il testo si limita a sputarti addosso una manciata di nomi, senza ulteriori dettagli.
Però un personaggio in grado di vivere per dei secoli dovrebbe distinguersi per come vede il mondo, giusto? a quanto pare no, infatti tutti i caratteri secondari sono fortemente stereotipici e faticano ad andare anche di poco oltre il loro ruolo all'interno della storia. Per contro, Mann è un personaggio tridimensionale e approfondito, ben consapevole dei suoi limiti e capace di affrontare sfide fisiche e ideologiche. Nella seconda metà del romanzo, i suoi crucci personali diventano purtroppo un filino ripetitivi e tediosi: non si tratta tanto di uno scoglio al gradimento quanto di un fastidioso ritardo nel proseguo dell'indagine. Indagine che parrebbe essere il fulcro dell'intreccio, invece viene risolta in modo abbastanza anticlimatico per tornare di gran carriera ai conflitti politici; questo rende la conclusione appropriata per il tono della narrazione nel suo insieme, ma alquanto insoddisfacente per chi come me sperava di essere stupido da qualche rivelazione imprevedibile.
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