L'altra valle by Scott Alexander HowardMy rating: 3 of 5 stars
"Ecco di nuovo il lago. La città questa volta sulla sponda opposta, scintillante nell'alba ... Guardò la valle straniera a bocca aperta, con la paura e la meraviglia di un visitatore. Scrutai il cielo. Alcune nuvole stavano strisciando verso nord, perdendo il loro colore rosa. Il mattino era di un sottile blu silicio. In alto, un falco planava su ali immobili"
LA VALLE INTERDETTA AGLI ASTEMI
Come ormai si sarà indovinato, il viaggio nel tempo in ogni sua declinazione è uno dei miei tropi fantascientifici preferiti; e dal momento che appezzo molto anche i contesti più o meno marcatamente distopici, "L'altra valle" sembrava il libro perfetto per me. E se mi fossi fermata ai primi capitoli sarei forse arrivata ad assegnargli perfino cinque stelline... ma allora perché questa valutazione grossomodo mediocre? Come vedremo, le problematiche che si palesano nel corso della lettura sono variegate, ma il mio limite soggettivo è stata l'assenza di qualsivoglia reazione emotiva in un contesto dove si cerca proprio di spingere con ogni mezzo il lettore a simpatizzare per la triste sorte della protagonista. Peccato esistano spot pubblicitari della carta igienica capaci di commuovermi molto più dell'epilogo teoricamente strappalacrime di questo romanzo.
La narrazione si divide in due parti e altrettante linee temporali, come si può intuire anche dalla citazione piazzata in quarta di copertina, ma prima di parlare dell'intreccio, vediamo la particolare ambientazione: ci troviamo in una valle (con ogni probabilità collocata tra Veneto e Friuli, vista l'insalubre quantità di alcolici pro-capite!) dove ci si muove tanto nello spazio quanto nel tempo, infatti verso ovest si trova una serie di valli identiche in diversi momenti del passato e verso est lo stesso ma proiettandosi nel futuro; in particolare lo spostamento procede sempre di vent'anni, e per ovvie ragioni una recinzione e dei gendarmi armati impediscono agli abitanti di viaggiare senza una precisa autorizzazione da parte del Consiglio cittadino, che accorda tali permessi soltanto a parenti stretti in caso di un lutto improvviso. In questo contesto rigidamente normato -e abbastanza simile a nostri anni 70- cresce Odile Ozanne, una sedicenne timida e goffa in procinto di cominciare l'apprendistato, magari proprio all'interno del Consiglio come spera sfacciatamente sua madre. Il modo in cui la ragazza vede il proprio destino viene però stravolto quando scorge una coppia di visitatori da una valle futura e capisce che sono lì per il suo compagno di classe Edme Pira.
Il percorso di maturazione della protagonista copre l'intero arco della storia, puntando soprattutto l'attenzione sulla mancanza di autonomia che la porta a fare delle scelte avventate e sciocche prima di poter prendere tra le mani la sua esistenza con cognizione di causa. Pur nutrendo qualche perplessità sulle tempistiche scelte dall'autore per questo percorso di crescita, lo apprezzo a livello concettuale e trovo che sia stato ben accostato al tema dell'accettazione del lutto. I principali pregi dell'esordio di Howard però sono senz'altro il suo stile curato e molto gradevole -specie per come gioca sapientemente con le figure retoriche- e il concept alla base della narrazione: il world building è molto più articolato di quanto si potrebbe pensare (o forse di quanto sarebbe stato saggio renderlo?) e viene spiegato in modo naturale, in modalità e tempi ben ponderati.
La trama fatica invece a rientrare tra i punti di forza del volume perché, pur compensando la propria semplicità con alcune svolte interessanti, avanza per merito di dei ex machina piazzati in momenti fortuiti per spingere la protagonista a forza verso un determinato epilogo; inoltre parecchi dettagli apparentemente significativi rimangono privi di un vero chiarimento e il ritmo risulta essere fin troppo placido nella parte centrale del testo. A dispetto del suo fascino, anche il world building rientra tra gli aspetti meno equilibrati, infatti inverosimiglianze e incoerenze non si contano neppure: basta anche solo chiedersi come possa una comunità così poco numerosa produrre ogni bene necessario, potendosi perfino permettere di mantenere nullafacenti, commerciare oggetti per nulla indispensabili e coltivare piante incompatibili con una singola areale. La risposta dovrebbe celarsi nella natura allegorica del testo, ma la presenza di tante regole rende difficile sospendere più di tanto l'incredulità.
Come già accennato, ho trovato inoltre fastidiosa la pornografia del dolore messa in scena dal caro Scott, l'inspiegabile e inspiegata assenza di segni grafici nei dialoghi e la scrittura dei personaggi secondari, che mi sono sembrati dal primo all'ultimo stereotipati e limitati al loro ruolo narrativo in modo parecchio netto. Questi piatti comprimari sono un'altra delle ragioni per cui non ho potuto empatizzare con la storia, assieme all'eccessiva indolenza da parte di Odile che rasenta un urticante forma di patetismo; per mio gusto, proprio il tentativo sfacciato di ispirare compassione nel lettore porta questo romanzo a fallisce nell'intento. Il mio coinvolgimento è stato ulteriormente minato dagli accenni alle storie folkloristiche di questa valle, che pur essendo a malapena abbozzate mi sono sembrate tristemente più interessanti della vicenda con protagonista questo manifesto semovente alla sfiga.
Voto effettivo: tre stelline e mezza
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