La domatrice by Agatha ChristieMy rating: 3 of 5 stars
"La signora Boynton poteva essere vecchia e malata, ma non era certo priva di potere. Anzi era una donna che conosceva benissimo il significato del potere, che lo aveva imposto agli altri per tutta la vita e mai, nemmeno per un minuto, aveva dubitato della propria forza"
ENNESIMA VACANZA ROVINATA PER IL POVERO POIROT!
All'inizio dell'anno ho raggiunto l'obiettivo dei quaranta libri di King letti, e ora che ci stiamo avviando verso la fine di questo 2026 taglio lo stesso traguardo con i volumi della cara Agatha grazie a "La domatrice". Avrei preferito capitasse con un titolo più piacevole, ma è stata comunque una lettura parecchio interessante per il tentativo di scrivere qualcosa di diverso dalla maggioranza della produzione christieniana, discostandosi in parte dalla classica struttura del giallo all'inglese per toccare temi e riflessioni che non sfigurerebbero in un thriller psicologico pubblicato negli ultimi tempi.
Questo è vero soprattutto per la prima metà del testo, dove il buon Hercule fa appena un paio di comparsate lasciando il posto alle prospettive di Sarah King (non viene chiamata dottoressa per tutto il romanzo e non sarò di certo io a cominciare io in questa recensione!) e del celebre psicologo francese Theodore Gerard, che durante una vacanza in Medioriente conoscono e analizzano la famiglia Boynton, un gruppo di americani fin troppo unito, e soprattutto raggruppato attorno alla tirannica matriarca. Solo una volta arrivati al delitto viene chiamato in causa il nostro ineffabile detective belga, talmente sicuro di sé da promettere una risoluzione in giornata, limitandosi a interrogare in modo indipendente testimoni e sospettati vari.
La fase dell'indagine risulta così molto statica, nonché priva dei divertenti espedienti utilizzati nelle altre storie di Poirot come i travestimenti. Non aiuta che il resto della narrazione sia affidata alla voce di Sarah: il dottor Gerard è anche gradevole, ma lei risulta davvero una figura fastidiosa, nonché del tutto inadatta per indole a occuparsi del benessere psicologico del prossimo. Il resto del cast non mi ha trasmesso grandi emozioni, neppure nel caso della signora Boynton che aveva un gran potenziale a livello di caratterizzazione ma non è stata presente sulla pagina quanto mi sarei aspettata vista la sua fama e il suo ruolo. Anche le conseguenze del dominio che impone alla famiglia appaiono poco incisive, forse perché i POV dei figli sono quasi assenti, e quelli avrebbero sicuramente reso meglio questo aspetto interiore.
E davvero mi spiace perché il modo in cui vengono descritti gli abusi psicologici e materiali è valido, e se ben esplorato avrebbe permesso di mettere in scena delle dinamiche intriganti. L'intera tematica viene invece trattata con superficialità, ricorrendo anche a ragionamenti alquanto infelici e a espedienti ancora più malati del problema che si proporrebbero di sistemare; e ovviamente essendo un'indagine di Poirot tutto viene risolto una volta svelato il mistero, senza la minima ripercussione negativa! e in questo caso lo stesso Hercule mi ha fatto alzare gli occhi al cielo perché non perde occasione di condannare un delitto a prescindere dalle motivazioni, eppure non batte ciglio di fronte a molteplici individui prontissimi a uccidere che però non ne hanno avuto l'opportunità.
Il libro non è ovviamente da buttare, per esempio ha una risoluzione convincente, delle riflessioni non scontate sulla moralità di un crimine, e un'ambientazione rilevante nonché diversa dalla solita campagna inglese; a rimanere sono però i tipici commenti invecchiati male, specialmente sull'aspetto fisico e sull'etnia. Torna anche l'abitudine della cara Agatha a mettere osservazioni logiche e condivisibili in bocca a personaggi che il lettore dovrebbe ritenere malvagi o per lo meno patetici. Patetico è un aggettivo che assocerei anche alle (fin troppe!) sottotrame romantiche, che in un solo passaggio si dimostrano abbastanza utili per dipanare l'intreccio, ma in tutti gli altri fanno solo aumentare il senso di disagio generale: non penso troverò mai il coraggio per affrontare uno dei romanzi firmati da Mary Westmacott...
Ma se pensate che sarebbe mancata la mia stoccata finale sull'edizione, avete fatto male i vostri conti! oppure non vi è mai capitato tra le mani questo volume, perché già dalle prime pagine si notano la traduzione legnosa in più punti e soprattutto l'utilizzo del tutto illogico dei segni grafici in moltissime frasi; questo obbliga a rileggere spesso e volentieri perché dialoghi e narrato si confondono senza motivo. Per accertarsi dell'atroce qualità grafica della copertina invece non serve neanche aprire il libro, eppure devo dire che la scelta di stravolgere il titolo una volta tanto è stata felice, considerando quanto era pigro e anonimo quello originale.
Voto effettivo: tre stelline e mezza
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